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Partito della Nazione contro paesaggio toscano


apuaneAnna Lombroso per il Simplicissimus

Speriamo che i resti di Hatra siano di gesso, come si è detto delle statue del museo di Mosul. Speriamo che la notizia della distruzione dell’antica città situata a 100 chilometri a Sud di Mosul, fondata nel III secolo avanti Cristo dalla dinastia dei Seleucidi, sia falsa o frutto di una  disperata o insensata propaganda..

Speriamo anche però, che ci venga  risparmiata la sdegnata condanna di chi ha contribuito a far rimpiangere la custodia che la cenere del Vesuvio ha esercitato su Pompei, di chi sta svendendo Milano agli arabi ricchi, che invece quelli poveri non hanno diritto nemmeno a un posto in cui pregare, di chi tramite moderna giurisprudenza promuove il sacco del territorio, la sua devastazione, la resa alla speculazione.

In passato avevo invece tratto motivi di conforto per  un piano paesaggistico  regionale che andava in controtendenza rispetto all’ideologia criminale che ha animato Sblocca Italia, quel caso di scuola per produttori di ecomostri, per  faraoni di piramidi, per futuristi di alte velocità, per costruttori di ponti degli ultimi respiri, per  scavatori di canali improvvidi, e che attribuisce poteri dello  stato, degli enti locali, delle regioni a immobiliaristi e cementificatori  privati, anche grazie all’esproprio delle attività di vigilanza ai soggetti di controllo, già impoveriti e defraudati.

Consolava che proprio la regione su cui aveva imperato quel sindaco autore di varianti con piroetta, delle menzogne spudorate sui volumi zero azzerati dai crediti edilizi, della “valorizzazione” delle grandi aree industriali dismesse, delle pavimentazioni scriteriate, delle licenze per  terrazze panoramiche con vista, dell’alta velocità locale più inutile e dannosa di quella sovranazionale e  della grande abbuffata di deroghe, si sottraesse al destino, che pareva segnato, di apripista delle politiche contro il territorio del giovanotto diventato premier pronto a trasferire  la sua esperienza di sceriffo prepotente e incolto, fatta di  autocrazia, deliberazioni d’urgenza (come quella per la pedonalizzazione di piazza del Duomo),  annientamento del consiglio comunale, svuotamento di senso della città pubblica, finto decentramento e vera privatizzazione  in una ossessiva e spregevole  contaminazione tra pubblico e privato.

Ma ormai è vietato illudersi: il patto del Nazareno, declinato  su scala periferica, ha prodotto  due pacchetti di emendamenti fotocopia, quello del Pd e quello di Forza Italia, uguali negli intenti e perfino nel linguaggio, in modo da convertire quello che si accreditava come un piano pilota per contenuti di rispetto, tutela, salvaguardia, nella replica bonsai, altrettanto delittuosa,  dello Sblocca Italia.  A cominciare da un comma che assume un valore simbolico e inquietante, quello che definisce le valutazioni scientifiche contenute nelle schede di ambito come “non vincolanti” – quindi “facoltative” – dispensando gli enti territoriali dal farvi riferimento nell’elaborazione degli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica, in modo da stabilire per legge arbitrarietà, discrezionalità, probabile consegna a privati, speculatori,  Eppure lo  stesso Enrico Rossi  aveva definito quel Piano  “una cornice di regole certe, finalizzate a mantenere il valore del paesaggio anche nelle trasformazioni di cui esso è continuamente oggetto”, grazie all’applicazione di strumenti in grado di governarne la trasformazione in modo responsabile.  E grazie anche al contenimento del consumo di suolo, di coste, di spiagge, alle limitazioni all’estrazione del marmo, alla distruzione dei monti, alla regolamentazione dell’agricoltura, che così  come erano posti nel testo originario, postulavano  una gestione intelligente del territorio il cui sviluppo è possibile e sostenibile a condizione di   ridurne l’indole perversa e illimitata all’esaurimento   delle risorse e allo sfruttamento dell’ambiente.

Perché un piano paesaggistico non deve essere un insieme di vincoli, che congelano lo stato di una geografia: deve essere invece la mappa dell’ambiente regionale in tutte le sue componenti, in tutte le sue dimensioni,   in tutta la sua complessità di geomorfologia ed ecosistemi, sistemi agrari, produttivi e urbanistici. In questo caso per far sì che la definizione letteraria di “paesaggio toscano” perda la sua natura retorica, pittorica quando non consumistica di sfondo per villette a schiera, a albergoni a uso turistico, per diventare una massa critica di analisi dettagliate, di schede tecniche, di inventari di beni naturali e  archeologici, perché tutti, autorità, istituzioni, amministratori, cittadini possano conoscere e custodire il loro bene comune.

Piovono documenti, mozioni, comunicati, appelli, compresi quelli della Cgil che ricorda che l’oltraggio e il saccheggio di paesaggio e cultura non solo non portano lavoro, non producono ricchezza, non aiutano la crescita, ma al contrario rendono tutti più poveri,  umiliando cittadinanza e democrazia.  Piovono su una regione colpita continuamente da eventi estremi,    che portano ad estreme conseguenze, ferita  da  trascuratezza e speculazione, impoverita da tagli e ricatti.

Ma è vietato illudersi anche sulla resistenza di chi quel piano lo ha voluto, abituati come siamo a un’opposizione interna fatta di mugugni, lagne, brontolii a mezza bocca, reticenze che sfociano in approvazioni pacificatrici e a ragionevoli consensi.

Altro che cornice di regole. Resterà  una cornice,  ma solo quella per  conservare la foto ricordo delle Apuane, minacciate dalla lobby del marmo, dei piccoli centri e delle aree protette, delle coste e delle foreste,  a meno che non apriamo l’ombrello noi cittadini, quei comitati e comitatini derisi dallo sbruffone impenitente che in tante parti esercitano  una domestica, insostituibile  e irriducibile opposizione ai predoni.


Finché la Barcaccia va …

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so quando se po’ fa’ sia  diventato il motto nazionale.

Ma so di chi è la colpa se, visto che  si può,  tutti si sono sentiti autorizzati a potere.

Quindi a invidiare ed  imitare chi lo faceva, se probi cittadini hanno come aspirazione l’evasione magari per autodifesa, se chi incorre  in una multa regala il panettone al vigile e il vigile se lo piglia, se per ottenere un servizio pubblico si  “ungono” le ruote, se per godere di un diritto è meglio farsi aiutare da Bisignani. Se è lecito parcheggiare sulle strisce, buttare l’immondizia alla rinfusa anche davanti alla Reggia di Caserta, cospargersi d’olio solare ben bene prima di entrare in mare, che in fondo lo ha fatto l’Enichem, lo fa l’Ilva, lo fanno le aziende incaricate della gestione dei rifiuti.

E perché non dovremmo cercare di collocare nostro figlio in un posticino sicuro in qualche impiego pubblico, sistemare il babbo pensionato in una cassa rurale, la ganza in un assessorato? O compraci i leccalecca, le mutande e i Suv mettendoli in nota spese?

E perché chi ci guarda da fuori sopportare ogni sopruso, tollerare che Pompei caschi a pezzi, che qualcuno tinteggi il Colosseo come fosse suo perché paga la vernice, vedersi sbattere in faccia le porte della cattedrale perché dentro ci fanno un festino, ma anche farci espropriare del libero diritto di voto,  confiscare la Costituzione e i principi di pari dignità, di uguaglianza e di libertà che qualcuno aveva conquistato per noi, cancellare le garanzie frutto di lotte, devastare il nostro ambiente, lasciare andare in rovina paesaggio e patrimonio, offrire libertà di speculazione a costruttori mentre cittadini ormai inermi sono costretti a occupare case e altre, vuote, cadono a pezzi, e altre ancora vengono concesse a cifre irrisorie a amici, famigli, sostenitori, ecco,  perché chi ci guarda da fuori non dovrebbe sentirsi legittimato a fare altrettanto?

Perché non dovrebbe farsi una bella bevuta e sfregiare monumenti dei quali evidentemente non sappiamo prenderci cura, perché non dovrebbe comprarsi a poco prezzo coste già oltraggiate da casermoni o villette a schiera, perché dovrebbe avere rispetto di quadri i cui paesaggi che fanno da sfondo sono stati cancellati da ruspe, scavati da cave, agghindati da quartierini residenziali? Perché la comunità internazionale dovrebbe preoccuparsi per Venezia, se consentiamo che si ripeta ogni giorno l’empio rischio del passaggio dei mostri marini, se abbiamo eletto un ceto politico che si è nutrito grazie all’emergenza “acqua alta” e che si presta a manomettere ancora di più la laguna e il suo delicato equilibrio? Perché se permettiamo che i nostri corpi, le nostre aspirazioni, la nostra fatica, i nostri desideri siano diventati merce, che noi, tanti, siamo convertiti in legioni in stato di servitù, incatenati da contratti capestro imposti per servire gli interessi di pochi, pronti a essere trasformati in eserciti a difesa delle divinità del profitto e dell’avidità, sotto le bandiere della “civiltà”,   insomma perché se lo lasciamo fare, se si vede che se po’ fa’, non dovrebbero farlo anche altri? perché se noi per primi non tuteliamo la nostra dignità, le nostre bellezze, la nostra storia, dovremmo pretenderlo da altri? Perché dovrebbero sentirsi moralmente impegnati e responsabili di disperati che una volta giunti qui vengono confinati in lager, incriminati a priori e spinti nell’inferno dell’illegalità, usati come bersaglio e capro espiatorio, o, nel migliore dei casi, sottoposti a moderne forme di schiavitù grazie all’opera umanitaria magari di cooperative gradite a tutto l’arco costituzionale?

Con che faccia potremmo stupirci se club stranieri, la Fifa, magari l’Interpol preferisse per mantenere l’ordine pubblico minacciato dai temibili hooligan, trattare con Genny a Carogna piuttosto che con le nostre autorità?

Perché non dovrebbe deriderci chi viene da fuori se noi diamo consenso e credito a chi lo fa in casa? Perché dovremmo chiedere spiegazioni e scuse se quello che otterremo dopo lo sfregio della Barcaccia, sarà un protervo scaricabarili e qualche marginale resa dei conti tra bande? Perché non dovremmo essere ridicolizzati, se  il presidente del Borgorosso a Palazzo Chigi è autore e sponsor dell’insana proposta di ospitare le Olimpiadi?

Se  l’Isis che sceglie Toyota, ci minaccia tramite Twitter, se abbiamo un premier che disfa la democrazia a suon di cinguettii, l’unica reazione che possiamo permettere è quella di un Bernini che dalla rete minaccia: e domani vengo a pisciare sui vostri tulipani.

 


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