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Vespa Littoria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma da qualche mese, e con più veemenza in questi giorni, non ci hanno spiegato che con i negazionisti c’è poco da fare, che è vano controbattere con argomentazioni razionali, che è inutile discutere che tanto vivono una realtà parallela e non si fanno persuadere nemmeno dalle verità accertate? Non ci hanno detto che si tratta di disturbati sociopatici che è preferibile conferire in qualche istituzione totale o rinchiudere in casa senza assistenza sanitaria e senza vaccino del quale sono immeritevoli?

Fosse così, questa soluzione mi sembra la pena giusta per Bruno Vespa, invece ci di fargli fare le ospitate nella stessa tv della quale è dipendente, alla faccia del conflitto d’interesse che sulla stampa ( mica solo là se pensiamo al cumulo di incarichi e remunerazione di Arcuri, anche senza andare a un passato recente) è sempre stato favorito a vedere i soffietti ai giornalisti produttori instancabili di antologie dei loro immortali articoli e memoriali, le colonne di interviste fiume del collega. che poi reclama lo stesso favore appena dà alle stampe il suo instant book. 

Sarebbe una bella soddisfazione condannarlo al cono d’ombra, proibire per evidente apologia la vendita della sua strenna natalizia dal titolo inequivocabile Perché l’Italia amò Mussolini, sottotitolo:  (e come è sopravvissuta alla dittatura del virus)invece di stare a confutare, come se valesse questa fatica, le ignobili bugie confezionate in 420 pagine al costo di 20 euro, dai treni in orario (ma quello lo abbiamo sentito da fonti più autorevoli della sua ), alla bonifica delle paludi – “ispiratrice del new deal di Roosevelt”, ipse dixit- dalla settimana lavorativa di 40 ore, al dopolavoro, dal sostegno alla maternità, alle colonie marine.

Con lui si che varrebbe l’impiego del termine, così come sarebbe valso per le frottole di altri cronisti prestati alla manipolazione della nostra storia per sceneggiare l’epica delle “opposte macellerie”, in grazia delle teorie espresse spudoratamente dell’ex presidente della Camera con l’equiparazione dei martiri della Resistenza agli “ingenui” ragazzi di Salò,  o per gli accademici specializzati in foibe e promotori di altre Giornate della Memoria da opporre non a quella rituale, ma con più probabilità al 25 Aprile o al 2 Giugno.

Con il sostegno di un ente di Stato che gli offre una tribuna, di un ceto politico che a dispetto di avvicendamenti e ricambi continua a esibirsi nel suo salotto, di media ch,e abituati a aspettare i gossip, le intercettazioni e i pizzini delle cancellerie, saccheggiano le anticipazioni dei suoi libri con le indiscrezioni e le confessioni a orologeria dei potenti,  non ha nemmeno bisogno di ricorrere ai sistemi di Irving o Faurisson, non ha bisogno di replicare a prove schiaccianti, perché gode dell’eterno miracolo che perfino di questi tempi si rinnova, il credito dato a quello che ha detto la televisione

Per un po’ mi sono compiaciuta che in rete qualcuno condividesse la locandina apparsa sulle vetrine di qualche libreria: qui non è in vendita il libro di Bruno Vespa e che altri si prendessero la briga di confutare le cialtronate già riportate sconsideratamente dalla stampa amica.

Che malgrado le condizioni particolari che siamo obbligati a vivere, lo stato di eccezione che veniamo continuamente sollecitati a accogliere di buon grado e che comporterebbe la necessaria rinuncia a diritti e libertà personali e collettive, ci sia qualcuno che  rammenta che non si stava meglio quando si stava peggio, che bisogna guardarsi da chi denigra il dissenso per delegittimarlo ancora prima dell’olio di ricino, da chi encomia come espressione di senso civico la delazione.

Che ricordi che prima di portare in guerra un Paese, l’eroe oggetto di questa agiografia, l’aveva affamato, umiliato, aveva cancellato partiti, sindacati, aveva chiuso la bocca ai giornali in modo che  ci fosse una sola voce a parlare, rammentandoci che la storia si ripete.

Opera meritoria, per carità ma che la dice lunga sulla qualità dell’antifascismo da tastiera, quello che occorre per sentirsi culturalmente, socialmente e moralmente migliori,  quello che sale in superficie dal mare delle sardine, quello che riduce i valori della Resistenza e della Costituzione all’impetuosa denigrazione dei due De Rege, Salvini e Meloni, che non si sa quale dei due è il cretino invitato a venire avanti,  facendo sorgere il sospetto che a essere cretini siano quelli che pensano che il Male assoluto sia incarnato solo da loro, così da perdere di vista le altre forme, quello minore, quello comune mezzo gaudio, quello in peggio, quello “poco” che non vien per nuocere, quello che secondo Andreotti è preferibile pensare per non essere colti di sorpresa.

Parlo dell’antifascismo concesso dall’ideologia del politicamente corretto, perfetta combinazione   del liberismo finanziario, cosmopolita e globalista con la retorica  “progressista” uniti dal comune contrasto ai  “populismi” ed ai “sovranismi”, marchi vergognosi appioppati indifferentemente a chiunque osi mettere fuori la testa dalla spirale di silenzio, conformismo e soggezione.

Così si dimostra che gli slogan indirizzati unicamente contro la violenza verbale, i grugniti e i versacci bestiali del gran buzzurro  ( che, come Trump, ha la formidabile capacità di suscitare un odio catartico che ci monderebbe da tutti i peccati)  non servivano ad altro che a far passare come prova di liberalità e pluralismo la tolleranza per una ideologia e una retorica del totalitarismo nel quale viviamo. E che, a differenza di quanto avveniva nei Regimi del passato, non aveva bisogno  almeno finora,  di censura esplicita, o intimidazione concreta, se menzogna, contraffazione, manipolazione si rivestono  della credibilità e dell’autorità di poteri  economici, culturali, sociali, tecnici, “morali”,  i cui messaggi non vengono urlati, minacciati, comandati,  ma passano e vengono raccolti sotto forma di marketing, informazione, pubblicità, format televisivi, intrattenimento, spettacolo per dimostrarci che quello è lo stile di vita cui è doveroso oltre che desiderabile uniformarsi e per raggiungere e mantenere il quale è legittimo sacrificare principi, valori, diritti, libertà.

Quando sarà cominciato tutto questo, quando dall’ostracismo che colpì lo storico De Felice, colpevole di indulgenza esercitata tramite una operazione che venne definita “filofascista o fanfaniana se si avesse voglia di scherzare….  per il rilancio di una storiografia opportunista, rispettosa dei potenti e leggittimatrice degli equilibri sociali costituiti”, in realtà reo soprattutto di aver considerato l’ipotesi non remota che il Duce avesse goduto di un ampio consenso popolare, siamo passati al recupero della sua figura, in modo, per una non singolare coincidenza,  da restituire credito a altri golpisti, corrotti e corruttori, amici dei mafiosi e dei banchieri, ladri di beni pubblici, puttanieri, e razzisti.

Quando sono cominciati in grande stile l’oblio e i tradimenti a cominciare da quelli contro la Costituzione, all’articolo 1 col diritto al lavoro, il 33 e 34 con quello allo studio, al 41 secondo il quale è vero che l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con ’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana?

Quando ci siamo fatti persuadere che il mantenimento dell’ordine pubblico, la tutela del decoro e poi la salvaguardia sanitaria valessero la criminalizzazione delle manifestazioni di  dissenso e la penalizzazione della povertà che rovina le reputazione?

Quando dopo che per anni siamo stati convinti che l’unico diritto da mantenere inalienabile fosse quello a consumare e allo stesso modo ci siamo poi fatti convincere che siamo stati colpevoli di aver voluto troppo e perciò meritevoli di rinunce punitive?

Quando abbiamo accettato che il lavoro si trasformasse in servitù ricattabile, precaria, mobile, poi in cottimo e caporalato agile a norma di legge e per fini salvifici, infine in schiavitù? Che allo stesso caporalato si affidasse la scuola destinata a essere una fabbrica di ignoranti soggetti a intimidazioni , specializzati in mansioni esecutive e quindi addestrati all’obbedienza come i figli della Lupa?

Quando, grazie all’opera di rimozione del passato coloniale, abbiamo permesso che si replicasse sul scala il format imperialistico ai danni del Paese e all’interno del Paese, condannandoci a essere Terzo Mondo e allestirne uno interno?

Quando si è fatta strada la convinzione che soffrissimo della concorrenza sleale  di una massa povera, affamata  e disperata che dopo viaggi inenarrabili ci porta a casa e fa vedere quello che potrebbe capitare anche a noi?

Quando abbiamo consentito che l’informazione si concentrasse in un unico servizio Rai-Mediaset (oggi salvata da possibili aggressioni grazie a impegno unanime), in un giornale unico nelle mani della dinastia che ha maggiormente approfittato dell’assistenzialismo statale, per poi lasciare sdegnosamente quello stesso generoso e benefico elemosiniere e recentemente garante, diventando per giunta produttore in regime di monopolio di dispositivi sanitari dei quali non è più lecito mettere in dubbio l’utilità?

E da quando piangiamo per la sottrazione del Natale se a sempre più persone manca la sussistenza, mancano cure e assistenza, manca l’accesso all’istruzione e alla bellezza? Ma ci concedono la strenna di un fascismo mai finito, sempre riproposto e che sempre si rinnova?


Affermazionisti: professione idiozia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai c’è un filone narrativo che va alla grande: non c’è giornale, rivista, trasmissione televisiva che non dedichi un servizio, un’inchiesta, una testimonianza al negazionismo. Uno dei più “documentati” è comparso sull’Huffigtonpost e si avvale di contributi prestigiosi con l’intento di effettuare un’analisi del fenomeno con tanto di fonti e pareri di esperti.

A cominciare dalla  professoressa di Storia della Medicina all’Università degli Studi di Firenze, Donatella Lippi, che può esibire autorevoli referenze, compreso il sostegno militante alla  lista Nardella, che  racconta  come nei secoli siano state molte le malattie epidemiche ad essere state negate, dalla febbre puerperale alla Spagnola, dal colera la cui diffusione venne attribuita a un “virus borbonico”, alla peste del 1630.

Ad essere pedanti, si potrebbe pretendere da una accademica di storia della medicina che non negasse il dato di fatto che, nel caso della Spagnola come della peste nera, la virulenza dell’epidemia aveva trovato terreno fertile e un humus favorevole nella miseria, nella fame e in una crisi economica che aveva reso ancora più inefficace qualsiasi forma di profilassi, condizioni che hanno molto a che fare con la nostra contemporaneità.

Ma questo passa ormai l’informazione: così un’altra autorità chiamata in campo è uno psicologo di quelli un tanto al chilo al servizio delle Risorse Umane delle imprese- professore associato presso il College of Business Administration della Kent State University   in Ohio –che esplode un concetto illuminante:  “quando si trovano in periodi di particolare stress e ansia e c’è una minaccia, le persone sviluppano strategie per proteggere se stesse, il loro senso di sicurezza. E uno di questi è semplicemente negare l’esistenza della fonte minacciosa”. 

La pensa così anche un altro bel tomo in un articolo a sua firma non su Science, ma nientepopodimeno che su Forbes, tale Prudy Gourguechon, “psichiatra e consulente dei leader nel mondo degli affari e della finanza sulla psicologia che sta alla base delle decisioni critiche”, che illustra come  “I meccanismi di difesa come la negazione sono irrazionali, ma protettivi…. Per superare in astuzia la negazione è fondamentale rispettarne il potere, apprezzarne il valore adattivo, fare appello all’emozione e non all’intelletto e offrire l’alternativa di sfidare l’ansia a breve termine e il disagio emotivo, per averne un guadagno a lungo termine”.

Ci giurerei che ha già pronto un instant book, un manuale da dare alle stampe in forma di simpatica strenna su Amazon, con la ricetta per “vivere bene e in armonia con se stessi col Covid”, da aggiungere alla sua pubblicistica su come “mettere a frutto” la frustrazione dopo un divorzio o un licenziamento e a quella di supporto alle aziende, già sfornata a marzo, per “spingere il proprio brand durante la pandemia”.

Bontà sua a differenza di Galimberti o di tal Lorenzo Tosa che ne chiedeva il Tso, invece di liquidare semplicemente come matti da richiudere in istituzioni totali  i “negazionisti” e visto che con loro non serve fornire prove, opporre ragionamenti, suggerisce di fare appello alla comprensione, “entrando in empatia”,  con la carezzevole indulgenza riservata ai deficienti.

Ecco, essendo già stata arruolata nella categoria e invitata a “crepare di Covid così impari”, per aver osato criticare, come ormai sempre più cittadini, la gestione dell’emergenza, retrocessa a crisi sanitaria per negare – in quel caso, si – che è uno degli effetti prevedibili di una crisi sociale che ha incrementato come nel’600 la povertà, la circolazione di malattie, condizioni igieniche deplorevoli per la demolizione del sistema sanitario, mi aspetterei quel tanto di empatia da impedire alle autorità politiche (centrali e regionali) e scientifiche e ai loro comunicatori (dallo Studio Ambrosetti ai giornalisti in passerella nei talk show) di negare le proprie colpe, attribuendo le seconde, terze e quarte ondate (chissà quante ce ne aspettano adesso che i decisori dimostrano di non sapere più come cavarsela se non con la narrazione apocalittica) ai comportamenti irresponsabili della popolazione, dedita a apericene, rave party, grigliate, ammucchiate di scambisti e al miserabile sfruttamento del bonus vacanza.

Mi consola che tra i negazionisti della prima ora potrebbe starci bene, alla pari con Agamben, da qualche tempo regredito secondo i critici a riduzionista, il presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo che ha dichiarato che il numero dei decessi per il Covid 19 risulta inferiore a quello dei decessi per malattie respiratorie, che nel 2017 sono stati 53.372. O uno dei più autorevoli virologi, Didier Raoult che ha espresso forti dubbi  sulla “importanza” dell’epidemia e sull’efficacia delle misure di isolamento, che in un’intervista ha definito una superstizione medievale. Per non citare i dati contraddittori dell’Oms, le statistiche farlocche o manipolate dello stesso Istituto Superiore di Sanità, che sembrano fatti apposta per creare quella sfiducia nelle fonti che animerebbe complottisti e eretici e gli studi che insinuano il dubbio che il virus circolasse da mesi  prima del Grande Allarme.

Ora, è vero che viviamo un tempo  in cui il senso critico nei confronti del potere è stato cancellato come una colpa, marginalizzato,  screditato e ridicolizzato come arcaica manifestazione di comportamenti irrazionali e irrealistici da mettere al bando e da far assorbire da una spirale di autocensura e conformismo.

Ma almeno avessero avuto il buongusto di chiamarci eretici, termine più appropriato per indicare chi contesta le divinità che hanno preso il posto di quelle “tradizionali”, il Mercato, la Scienza, la Tecnica, il Progresso, che richiedono un culto cieco e obbediente, parecchi sacrifici umani, liturgie e cerimonie, culto delle caste sacerdotali che possiedono una superiorità di carattere sociale oltre che  morale, tanto che il governo Renzi ha pensato a una ulteriore penalizzazione del negazionismo per appagare la sete di “vendetta” di chi lotta contro chi sconfessa le “foibe”.  

Ora si sa che negazionismo è  un termine  nato ed applicato a chi ha messo in discussione la testimonianza di migliaia di documenti, scritti e figurali, di una persecuzione disumana, che ha colpito 6 milioni di persone, una etnia, dissidenti, rom, matti, malati.

Primo Levi, ne “I sommersi e i salvati”  ne spiegava la natura prendendo a emblema le  dichiarazioni fatte nel 1978 da Louis Darquier de Pellepoix, già commissario addetto alle questioni ebraiche presso il governo di Vichy intorno al 1942, e responsabile in proprio della deportazione di 70.000 ebrei, che volevano accreditare la “falsità” delle le foto dei cumuli di cadaveri (“sono montaggi”, diceva)  le statistiche dei milioni di morti (“fabbricate dagli ebrei” in cerca di indennizzi), le camere a gas  (“servivano solo per uccidere i pidocchi”).

Ma dovrebbe valere oltre che per Faurisson, per indicare il succedersi di governi e storici della Turchia che trattano il genocidio armeno come una invenzione, oltre che per definire la conversione in campagne umanitarie di eccidi coloniali e quella di colpi di stato attuati con tiranni sanguinari in rafforzamento istituzionale.  

A vedere chi abusa del termine ben oltre il dileggio riservato a Pappalardo o Montesano, si capisce che l’intento è lo stesso che ha animato i decreti sicurezza dell’avvicendamento Minniti-Salvini, criminalizzare o deridere, punire o marginalizzare con il disprezzo i trasgressori, intesi come maleducati che offendono l’ordine pubblico, barboni e  lavavetri, straccione che minacciano la reputazione di città turistiche, stranieri che cucinano cibi dall’odore sgradito ai consumatori di SughiPronti, fino ad arrivare a contestatori del sacco delle territorio, delle Grandi Opere, e ora della qualità e potenza estrema delle misure eccezionali di contrasto, probabilmente  sproporzionate ma sicuramente fonti di soprusi, di disuguaglianze e discriminazioni.  

Sanzioni, multe, gogna morale sono le forme che ha assunto  la condanna contro chi, sollevando obiezioni sulla confusione che continua a regnare in materia di terapie e cure, mentre si aspetta l’arrivo miracoloso del vaccino, sugli investimenti dissipati  sparsi come una polverina d’oro sotto forma di banchi a rotelle, monopattini promossi dall’Ue, tamponifici a cura dell’esercito, sulla totale mancanza di un progetto per il rafforzamento della medicina di base, ricordata in occasione delle comiche linee guida, si sarebbe macchiato a un tempo di irresponsabile antagonismo disfattista nei confronti dell’autorità e di eresia nei confronti della scienza e quindi del progresso come oscurantisti.

E la risposta non può, a distanza di più di otto mesi, consistere nella conta dei morti secondo il pallottoliere astratto e orrifico che mette insieme  tutti i decessi, nell’esibizione delle immaginette votive degli eroi e degli augusti degenti, cronisti sul campo compresi a fronte delle foto segnaletiche dei vecchietti a spasso e dei flaneur al bar.

La risposta non può essere un  distanziamento sociale che ha assunto una valenza etica ormai ritenuto innaturale e dannoso, che ha reso conflittuali la sfera della socialità da quella della salute, “tutelata” da una tirannide scientista che ha la pretesa di tradurre l’uomo, il suo sentire, i suoi bisogni d’amore, le sue speranze e i suoi lutti in grafici e tabelle, ridotti a numero, cifre come quelle tatuate un tempo su un braccio.


Medico, cura te stesso

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando in tutta Italia sono stati chiusi reparti, ridotte o cancellate strutture ospedaliere specialistiche  abbiamo visto la “resistenza” di personale infermieristico arrampicato sui tetti dei vecchi nosocomi, i loro sit in che sollecitavano la partecipazione di cittadini.

Ma di manifestazioni di medici ne abbiamo viste poche e dire che quando è accaduto nel 2013, nel 2018 hanno avuto risalto sulla stampa per la sensazione suscitata dalle rimostranze  dei camici bianchi con stetoscopi penzolone scesi in piazza contro i tagli che hanno impoverito la sanità pubblica.

È che come è sempre successo ci vuole un bel po’, un bel carico di umiliazioni, un bel numero di affronti alla dignità e alla professionalità prima che certi lavoratori si accorgano di non appartenere più a ceti risparmiati dalla perdita di beni, di privilegi e del riconoscimento di una superiorità sociale, economica e morale.

E c’è da dire che otto mesi di promozione a martiri e eroi non ha  restituito interamente alla categoria  la reputazione  macchiata da obiettori di coscienza nel pubblico e cucchiai d’oro nel privato, intra moenia e extra moenia opachi, chirurghi che arrotondano col botulino, altri che dimenticano le forbici negli anfratti dello sventurato paziente, dentisti che preferiscono donare lo sfarzoso prodotto dell’implantologia piuttosto che emettere regolare fattura.

Ma anche dai molti medici di base, già prima retrocessi a ruoli impiegatizi di erogatori di ricette, che in questa fase godono le opportunità della smartworking, non rispondendo nemmeno al telefono per far dire 33 alla “clientela”, che non hanno preteso venisse predisposto un protocollo e un piano terapeutico per la cura del virus, lasciando alla buona volontà del singoli totale discrezionalità.

Non stupisce che la voce della corporazione si sia sentita poco in questo frangente, anche se da giorni associazioni di clinici specializzati lanciano l’allarme sui danni provocati da una gestione dell’emergenza indirizzata unicamente a contrastare il Covid, che lascia scoperte prevenzione e ordinaria assistenza e cura di patologie gravi, croniche, sottodiagnosticate o trascurate.

Il fatto è che le poche voci dissenzienti, le denunce di malgoverno della crisi e per l’incidenza di interessi privati, sono state censurate fin da marzo, in Sardegna, in Romagna, nel bergamasco, in Campania dove lo zar ha proibito al personale sanitario di “parlare con la stampa”, nelle zone più calde dove le rivelazioni sulla proibizione di fatto di eseguire autopsie sono state tacitate malgrado le ammissioni dello stesso Ministero della Salute, o sono state smentite alla stregua di fake news o fantasie di ciarlatani in cerca di notorietà.

E molti altri se non venivano zittiti, mettevano volontariamente il silenziatore facendosi assorbire da una spirale di soggezione e conformismo, nel timore di ripercussioni sulla carriera.

Sarà sempre peggio. E i precedenti lo lasciano intendere: molti medici  sono in attesa del verdetto della CCEPS, Commissione Centrale Esercenti Professioni Sanitarie, con la più grave delle sanzioni disciplinari, la radiazione, una punizione obbligatoriamente comminabile solo per condotte aventi rilevanza penale o assimilabili.

Invece gli accusati sono perseguiti per “reato d’opinione”,  per aver espresso   un loro convincimento non allineato con la determinazione del potere politico di promuovere la diffusione di determinati “trattamenti sanitari”.

Parte dei procedimenti risalgono ad anni nei quali regnava la ministra Lorenzin, altri si sono aggiunti,. La colpa della quale si sono macchiati non ha prodotto danni personali alla salute degli assistiti, né tantomeno sono venuti meno agli obblighi  sottoscritti con il giuramento di Ippocrate.

No, l’accusa è quella di aver manifestato le proprie convinzioni, nel pieno rispetto dell’articolo 21 della Costituzione che afferma che “tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione” e di  aver così influenzato  la popolazione istillando dubbi sull’utilità dei   vaccini.

Figuriamoci che gogna mediatica, che anatemi e che ostracismo colpiranno i 935 medici di Anpas e di altre associazioni che si riconoscono nella Medicina di Segnale, che si stanno esprimendo con forza per contestare la confusione artificiosa tra asintomatici, da sottoporre a inutili tamponi, e contagiati, che rischia di imporre restrizioni irragionevoli, proprio quando si starebbe consolidando “la resistenza anticorpale alla malattia”, in virtù di  un “autoritarismo emergenziale”, che ha come pilastro la  colpevolizzazione del comune cittadino, spezzando i già labili legami di solidarietà sociale.

Sono sempre loro che hanno cercato di mettere  in guardia i “decisori” sull’affidabilità dei tamponi, che comunque non hanno  alcuna efficacia sul piano della prevenzione, e non solo per gli eventuali danni prodotti da una procedura invasiva soprattutto se affidata a personale non adeguato, ma anche perché l‘amplificazione del materiale genetico può portare a errori “tecnici”, facendo risultare  positivo al test un soggetto affetto da uno qualsiasi dei virus che appartengono alla famiglia degli “orthornavirae”, i comuni virus influenzali. E quindi non solo il Sars-cov-2, ma anche quello del raffreddore, o della gastrite, ecc.

Qualche sera fa una trasmissione ha deciso che era proprio il momento opportuno per informare sui successi e le carriere di maghi, ciarlatani, guaritori della libera e disincantata America, e non si parla di quelli passati e futuri alla Casa Bianca.

Ovviamente l’occasione era buona per arruolare in questa stessa compagnia di giro, che in Italia ha avuto ogni genere di rappresentante da Vanna Marchi al mago Do Nascimento, da Di Bella, che almeno medico era al veterinario Bonifacio che oggi avrebbe nuovo sbocchi professionali grazie a Zaia, quelli che correntemente vengono ormai chiamati impropriamente negazionisti.

L’intento delle cheerleader della Pfizer, come di tutti quelli che si ostinano a condannare in qualità di apostati quelli che, in numero sempre più numeroso, non dichiarano l’inesistenza del virus ma contestano la strategia intrapresa per contenere e gestire una crisi sociale che ha creato i presupposti  di una emergenza sanitaria, è quello di persuadere il popolo puerile, ignorante, irresponsabile, che oppugnare una teoria scientifica significa disconoscere la Scienza. Quella scienza oggi incarnata in forma spettacolare da quei santoni che hanno riposto il caposaldo di ogni disciplina, quel dubbio che promuove ricerca continua, tenace sperimentazione.

Così non c’è diritto di cittadinanza per lo “scrupolo” che obbliga a cercare alte conferme ma solo per i dogmi incontrastabili, elargiti da un ceto di sacerdoti che possono contare sulla visibilità e la credibilità conferiti  dall’affiliazione non tanto alla casta accademica o a istituzioni rappresentative del sapere specialistico, ma dalla appartenenza a contesti, salotti, poteri  che consentono il diritto di parola solo a chi si muove nel solco del conformismo.

Il processo che concede solo a questa élite di esprimersi e di comunicare, collocando gli eretici nel girone infernale dei “pazzi” secondo  Galimberti molto citato in questi giorni, immaginiamo insieme a Galileo ma pure a  Pappalardo, è lo stesso che ha fatto dell’economia una scienza che si basa su leggi diventate naturali e perciò inconfutabili e incontrastabili, alle quali non è legittimo opporre un’alternativa.

Allo stesso modo gli stretti vincoli tra ricerca speculativa e applicazione profittevole sono gli stessi per i quali Schumpeter  o Keynes devono obbligatoriamente piegarsi agli algoritmi della realistica austerità interpretati dai “ragiunatt” bocconiani.   

L’anatema  e il disprezzo supponente espresso con violenza nei confronti di  mette in discussione una teoria egemonizzata dai poteri politici e economici, indicati come irresponsabili, disfattisti, nel più benevole dei casi, come visionari,  si basa sulla decodificazione aberrante del concetto di competenza, assurto a “principio” che diventa insindacabile, contro gli attacchi dei dissenzienti, grazie non alla verifica degli effetti e dell’efficacia dei risultati, ma solo all’autorevolezza e al prestigio dei suoi detentori autonominatisi. E che adottano il meno scientifico degli approcci, quello dell’assertiva imposizione dell’obbedienza a un dogma e a una teoria che non lasci spazio alla discussione, all’approfondimento, all’ulteriore indagine.   

A consolazione di quelli che oggi, come è successo a me, vengono zittiti in quanto negazionisti, offro come consolazione la frase che un perseguitato mette in bocca a un altro perseguitato per eresia: “Scopo della scienza non è tanto quello di aprire le porte all’infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza”.  (da “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht )


Messi in gabbia

Possiamo considerare la parola negazionista applicata al coronavirus oltre che un’offesa a tragici eventi del passato una pura stupidaggine giornalistica, ma forse possiamo anche pensare che il termine sia stato suggerito da qualche malsano virologo per sostenere una verità fingendo di condannarla. La verità in questione è che del Coronavirus Sars 2 non sappiamo un bel nulla e tutto ciò che si spaccia per conoscenza certa è in realtà solo una pura ipotesi in attesa di essere verificata o falsificata. Già vedo qualcuno che salta sulla sedia non potendo pensare l’impensabile, eppure il dubbio è l’unico atteggiamento scientifico sensato di fronte a qualcosa che ci sfugge: la mera esistenza di qualcosa non significa affatto che la si conosca. Purtroppo da molti decenni la divulgazione scientifica di stampo anglosassone ha perso ogni attenzione alla natura stessa della scienza, presentando quelli che sono panorami ipotetici quali certezze assolute  E allora cosa sappiamo del Coronavirus Sars 2? Cominciamo col dire che il sequenziamento dell’Rna virale è stato fatto in Cina  a gennaio da ricercatori che hanno esplicitamente detto che il loro studio non soddisfa i postulati di Koch e in genere i protocolli che rendono possibile evidenziare un nesso causale tra malattia e suo agente: benché si sia tentato in occidente di trovare tale nesso esso non è stato rigorosamente dimostrato e persino le immagini del Sars 2  al microscopio elettronico ( a parte le metodologie non corrette) mostrano dimensioni inferiori a quelle degli altri coronavirus lasciando forti dubbi sulla possibilità che questo virus appartenga alla medesima famiglia o che gli esemplari individuati in sezioni di tessuto siano Coronavirus Sars 2.

A questo va aggiunta l’impossibilità di presentare un quadro sintomatologico che possa differenziare il Covid 19 da altre affezioni dell’apparato respiratorio come polmoniti, raffreddori e influenze: il Dipartimento di scienze biologiche del Sud California ha tentato di applicare sofisticati algoritmi per separare i sintomi specifici del Covid 19 da quelli di altre malattie virali affini,  arrivando a concludere che non è possibile farlo, che non esiste alcuna regolarità e che l’approccio diagnostico deve essere personalizzato al massimo:  il che in realtà non è altro che una conferma dell’inapplicabilità dei postulati di Koch. Come si faccia in queste condizioni di estrema variabilità e di vuoto cognitivo a ipotizzare campagne vaccinali massicce è qualcosa che appartiene più alla fantascienza sociale che alla scienza . In sostanza noi non possiamo attribuire direttamente al coronavirus alcuna malattia che si sviluppi in presenza di una positività ad alcune sequenze geniche rilevate dai tamponi, che peraltro nemmeno  possono essere ricondotte con certezza all’agente virale Sars. Ma allora i morti? La spiegazione esiste ed è facile da comprendere: la concentrazione di ospedale  o in casa di cura di persone a rischio, ma si badi bene, per qualunque tipo di virus e la conseguente diffusione di patogeni tra una popolazione che per scarsi contatti contatti sociali difficilmente si trova esposta ad un ambiente così ricco di microrganismi. Non è certo un caso se le infezioni ospedaliere uccidono  ogni anno un numero molto superiore di persone rispetto a quelle ipoteticamente decedute in seguito al coronavirus.  Ma il lettore intelligente, qualora sia ricascato sulla sedia indenne,  avrà capito che una diagnosi di Covid 19 è una pura ipotesi visto che tutti i sintomi possono essere attribuiti ad altri virus conosciuti. E infatti da qualche tempo si assiste allo squallido balletto di clinici che sulla base del niente assoluto dicono che all’inizio il virus era  molto più aggressivo e adesso si è invece placato: vaniloqui che cercano di giustificare i riti mortuari di primavera con la constatazione che la stragrande maggioranza delle persone, manco si accorge di avere il Covid. Salviamo capra e cavoli e soprattutto la faccia.

Quello a cui assistiamo  è da una parte un’oscena corsa ai profitti farmaceutici e dall’altro una corsa a  trasformazioni sociali antidemocratiche indotte su basi puramente ipotetiche che divengono fittizie quando dal laboratorio si passa all’informazione. La cosa inquietante è che in passato,  la reazione ai tentativi di pandemia a fini di profitto farmaceutico erano stati respinti: dieci anni fa di fronte a un Oms deciso ad imporre la falsa pandemia suina  l’allora capo della Commissione europea di sanità, Wolfang Wodarg si oppose con fermezza affermando che tutto il teatrino era stato messo in piedi  “per promuovere farmaci brevettati e vaccini contro l’influenza: le case farmaceutiche hanno influenzato scienziati e organismi ufficiali, allarmando i governi di tutto il mondo,  spingendoli a sperperare risorse finanziarie per vaccinazioni inefficaci ed esponendo inutilmente milioni di persone al rischio di effetti collaterali sconosciuti per vaccini non sufficientemente testati.” L’opinione di Wogard è la stessa anche per la nuova pandemia anche se in questo caso il maistream della vicenda punta più alle trasformazioni sociali di sapore reazionario. Ma diciamo che l’ambiente sanitario, come tanti altri del resto, è nel frattempo marcito a tal punto da non riuscire ad offrire alcuna resistenza  Non stupirà dunque vedere che dietro il paravento di una scienza di pura fantasia, si fa uso di emozioni invece di numeri sensati e non manipolati alla radice, ci si rifiuta di citare anche le contro argomentazioni più ovvie e vengono censurate di tutte le opinioni in disaccordo con la narrativa dei media mainstream, anche quelle che provengono da esperti riconosciuti. E vengono prese per buone misure completamente assurde, contraddittorie e al di fuori di ogni sia pur minima razionalità che costituiscono più che altro il lato simbolico della nuova cattività. cui una scienza sospetta e dipendente dal denaro presta le gabbie delle cavie.


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