Archivi tag: Manifesto di Ventotene

Europa e ricordi di scuola

DSCN3607-1Da bambino  fui impressionato studiando quella strana storia fatta solo di eventi privi di cause che viene impartita nelle scuole, quando venne presentata al vituperio degli alunni la frase del principe di Metternich secondo cui l’Italia era solo un’espressione geografica. Ne fui impressionato perché ad esporre questo concetto era il primo ministro di un impero dove nel giro di 50 leghe cambiava lingua e cultura: come era possibile dunque una simile considerazione che scorgeva la pagliuzza altrui e non la  propria trave? Per giunta la duplice monarchia non poteva essere nemmeno un’espressione geografica come lo Stivale, ma era qualcosa che stava a cavallo delle Alpi e del Danubio, senza alcuna logica geopolitica se non quella di un potere feudale che era surfetato a se stesso e che tuttavia, nel contesto degli ideali europeistici, tentava di essere rivalutato come esempio di una costruzione sovranazionale. Poco importava se ai bei tempi il Lombardo – Veneto con un decimo della superficie imperiale e un settimo della popolazione, contribuisse per un terzo alle entrate di Vienna nell’ambito di un intensivo sfruttamento o se i contadini delle terre slave fossero ancora obbligati ai “robota”, cioè al lavoro obbligatorio  e se complessivamente il sistema politico era senescente, raffazzonato e refrattario a qualsiasi riforma in senso liberale e costituzionale.

In realtà chi ha avuto successivamente l’occasione e la curiosità di studiare la storia sa bene come queste suggestioni, anche accompagnate da un alone nostalgico, abbiano ben poco a che vedere con la realtà: l’impero si sosteneva grazie al dominio dell’elemento tedesco e al suo peso nella Confederazione germanica. Quando l’ascesa della Prussia si fece irresistibile strappando all’ Austria parte delle terre tedesche ma soprattutto rendendola marginale all’interno del mondo germanico, non ci fu altra soluzione per la doppia monarchia se non rifugiarsi in un rapporto quasi paritetico e inquieto con l’Ungheria il cui senso finale era continuare il dominio economico – politico sulle altre aree. Dunque non furono le spinte centrifughe dei nazionalismi a distruggere l’impero, bensì l’indebolirsi dell’elemento dominante che lo teneva assieme. Questa potrebbe essere la scoperta dell’acqua calda, ma è interessante perché mette in crisi uno degli esempi di integrazione e convivenza, guastato dai nazionalismi che in modo esplicito o sussurrato  ci vengono portati per rendere plausibile l’idea dell’unità europea, nonostante le grandi faglie culturali e linguistiche che attraversano il continente.

Ci sono tre filoni principali dell’europeismo, nessuno dei quali è direttamente collegato alla democrazia o al progresso sociale: il primo che potremmo chiamare “esogeno” comincia con Kant che propose una paradossale unificazione degli eserciti del continente come sistema per evitare ogni conflitto. Si trattava ovviamente di un  puro grenz begriff, di un concetto limite di fatto irrealizzabile che esprimeva tuttavia per la prima volta il disagio di un’europa continentale in cui si cominciavano ad avvertire i segni di declino. Sebbene al tempo questi segnali fossero deboli e diversissimi rispetto all’oggi essi hanno giocato un ruolo, quanto meno psicologicamente importante dopo la prima guerra mondiale e soprattutto dopo la seconda: l’idea di aver perso il dominio e di doversi mettere insieme non in vista di un disegno sociale o politico, ma semplicemente per resistere alle pressioni esterne ha dato paradossalmente forza a un’unione che era principalmente progettata e voluta dal tutore americano e in ragione dei suoi interessi geopolitici.

Il secondo filone è quello emerso dopo la grande la guerra con il piano del conte Kalergi (non a caso ex notabile austroungarico) e che ha avuto un suo seguito modernizzato nel Manifesto di Ventotene: qui l’idea è quella di un’unificazione economica che impedisca la guerra e in qualche modo regoli la democrazia troppo esposta ai voleri popolari. Che i vincoli economici dovessero ricalcare la teoria e la pratica capitalistica non è nemmeno detto in maniera esplicita tanto era di per sé intrinseco all’idea stessa che al fondo proponeva di sostituire la cultura di mercato a tutte le altre raggiungendo una sorta di omogeneità. Anche qui ci troviamo di fronte a un’impossibilità pratica ovvero quella di conciliare un assetto paritario con le differenze sociali e produttive delle varie aree, ponendo in sostanza il via alla corsa delle egemonie. E del resto mettere insieme Paesi con pochi milioni di abitanti a quelli con 80 milioni, Paesi con tradizioni assolutamente divergenti, con economie dissimili e diseguali, con 25 lingue diverse non può portare ad altri esiti.

Il terzo filone, il più longevo, è quello che in qualche modo  prende i due primi e li trasforma in maniera aperta in volontà di potenza: si va da Carlo Magno, a Carlo V a Napoleone e a Hitler: Europa come fantasma in sedicesimo dell’impero universale, o Europa cattolica o Europa francese e o Europa tedesca: tutti alla fine naufragati per le medesime ragioni per cui anche i primi non hanno avuto seguito o si sono trasformati in strumenti di dominio oligarchico se non addirittura in guerre sotterranee. Il fatto è che tutte queste idee non nascano dalla volontà di unione, ma in qualche modo dalla sua necessità vera, presunta o suggerita, se non imposta dall’esterno e ne determinano il fallimento.


Brexit: così parlò Cazzandra

LondraFinalmente i giornalisti televisivi molti dei quali potrebbero essere agevolmente sostituiti da sagome di legno e voce fuori campo danno segni di risveglio: dopo il Brexit, sono stati riportati in vita da qualche sconosciuto Geppetto e stanno cominciando a essere cani da guardia, anzi mastini aizzati dall’osso del padrone, ringhiano contro tutti quelli che da qualsiasi punto di vista osino dire che l’uscita del Regno Unito dalla Ue, non è un disastro, un Armageddon, un’ira di Dio. Ieri pomeriggio ho assistito su un canale mediasettaro, credo Tgcom 24, a un tragicomico alterco tra  il povero Borghi, ennesimo economista in cerca di posto in Parlamento, e il conduttore berlusconoide che a tutti i costi e con fare iracondo voleva strappare al goffo trader della Lega profezie di sventura per la perfida Albione vista l’ attesa, desiderata e drammatica svalutazione della Sterlina del 20% che già si sta rivelando una cazzandrata: dopo tutto la vittoria del Brexit che nessuno si aspettava ha fatto andare a bagno molti Soros, magari pure qualche sorosino renziano e l’offesa va vendicata.

La divertente  batracomiomachia avrebbe meritato altri personaggi, ma a nessuno è venuto in mente di dire e forse di pensare, due cose ormai del tutto separate, che la divisa inglese è stata svalutata del 23% intorno ai primi anni del secolo, di un 45% poi in parte recuperato dopo l’inizio della crisi ovvero tra il 2008 – 2009 e di un altro 27% nel 2013. Tutte le volte la bilancia commerciale è migliorata o l’export non è diminuito rispetto a quello degli altri Paesi del continente, ma soprattutto nessuno ha fatto tragedie, suscitato timori da tregenda, decretato la fine del mondo. Anzi si è invidiato la possibilità della Gran Bretagna di poter gestire la propria moneta e quasi universalmente, con la benedizione di Bruxelles,  si è detto che anche l’euro doveva scendere di valore, cosa che peraltro è avvenuta contro dollaro. Adesso invece Coldiretti paventa la possibilità che agli inglesi sia preclusa la possibilità di acquistare cibi stranieri, cosa della quale non sembra si preoccupasse dopo i precedenti “cali di moneta.” Insomma la svalutazione (come  del resto molte scatole nere delle teorie economiche) è una specie di feticcio a volte auspicato, altre volte esorcizzato, sempre usato come un arnese al servizio degli interessi e delle ideologie.

Vorrei rassicurare la Coldiretti : se la stragrande maggioranza degli inglesi non potrà permettersi prodotti di prima scelta provenienti dall’Italia infelix non sarà per la sterlina, ma per le politiche di Cameron e dei conservatori, per il liberismo selvaggio che taglia il welfare e fa precipitare i salari, che combatte i diritti del lavoro e ha occhi solo per quelli delle aziende e dei ricchi. I quali ultimi potranno sempre permettersi parmigiano e prosciutto, se è questo è il timore, anzi sono gli unici che hanno accesso frequente ai tesori del gusto. Questo naturalmente  è solo un esempio tra i mille che potrei scegliere circa la demonizzazione del Brexit che arriva anche alla suprema idiozia di dolersi per il fatto che alcune aziende potrebbero far ritorno alle loro piazze di origine, magari pure in Italia: davvero un orrore la possibilità di ritrovare qualche posto di lavoro, anche se è chiaro che non accadrà, non in maniera significativa comunque.

Il fatto che venga esecrato persino qualche possibile vantaggio dell’uscita britannica non è solo un aneddoto sullo stupidario contemporaneo, mostra il senso della campagna anti brexit condotta con qualsiasi mezzo, qualunque bugia o azzardo, qualunque “spontanaea manifestazione” per contrastare una vittoria che nessuno si aspettava davvero, né i suoi leader, né i mercati ed è per questo quasi rivoluzionaria: bisogna dunque assolutamente convincere le opinioni pubbliche degli altri Paesi che uscire dalla Ue è comunque un disastro, un azzardo, una tragedia che incombe ogni qualvolta si lascia ai cittadini la possibilità di decidere sulle cose serie.

Mi dispiace per i volonterosi che vorrebbero ristampare il Manifesto di Ventotene per rinfocolare l’ideale europeista: ma questo era il concetto sotteso a quel documento nato nell’infuriare del nazifascismo, il fatto che la democrazia fosse troppo fragile e che ci dovesse essere un’istanza superiore, sovranazionale nel senso di sovrademocratica che si incaricasse di sterilizzare e compensare gli “errori” del popolo. Certo il tralignamento liberista  ha portato tutto questo fino al grottesco, ma occorre dire che le varie idee di Europa nate nel XX°, sia pur diverse, hanno tutte questo riferimento all’istanza superiore di natura sostanzialmente economica ed erano dunque destinate al fallimento morale se non materiale. Chi vuole davvero un’altra Europa  democratica e spero siano molti, deve convincersi che essa non può nascere dentro le attuali istituzioni, ma nemmeno all’interno di questi repertori ideativi: occorre un radicale cambiamento di presupposti e intenzioni. Ma per il momento  aspettiamoci un pantografo per le  menzogne, compresa quella dello scontro generazionale finora utilizzato per fregare tutti, il passato ai vecchi e il futuro ai giovani e oggi rispolverato per dire che i giovani hanno votato in maggioranza contro il Brexit e i vecchi a favore. Peccato che i giovani recatisi alle urne siano stati pochissimi e tra quei pochi solo un’infima minoranza sul totale appartenenti ai ceti popolari. L’avvenire, la sinistra, la democrazia è dei fighetti allevati a pensiero unico: questo è quello che vogliono farci credere, questo è il mondo che preparano.


Il pane greco della Troika

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Riso amaro. No, non il film. Ma quello che suscitano le rare notizie che ci vengono somministrate con cautela su richieste ridicole, raccomandazioni deliranti, imposizioni tiranniche, invadenze moleste, intrusioni criminali, azionate da “fuori” e che condizionano le nostre esistenze per forgiarle su un modello, un format nel quale c’è spazio solo per fidelizzazione, ubbidienza, conformismo, e per  ordini, regole, standard grotteschi  che sembrano provenire da un’amministrazione di matti compulsivi, da un’accademia di scienziati demenziali come quelli di Laputa che discettano di una “geografia insolita e crudele”: personaggi distratti,  arroganti e strabici,   con un occhio rivolto verso il basso e l’altro sempre a fissare lo zenit perché vivono ormai in un mondo completamente distaccato dalla quotidianità, perennemente con lo sguardo al cielo. E che non amano essere contraddetti: costantemente intenti nelle loro “speculazioni” teoriche, hanno la tendenza a non prestare attenzione e a non ascoltare eventuali interlocutori.

Peccato che da quell’isola volante dettino proprio a noi comandi tassativi,  imperativi categorici e  misure drastiche.  Misure in senso proprio, se, come ha ricordato qualche giorno fa Luciano Gallino, l’Europa non solo ci toglie il pane, ma quel poco che ci lascia lo vuole modellato “a modo suo”. Nell’accordo sottoscritto tra l’Eurogruppo e Tsipras il 12 luglio, si fa infatti obbligo ai panificatori greci di cambiare pezzature e peso dei prodotti da forno, la cui foggia viene fatta risalire alla Dea Demetra, per uniformarsi a una precisa indicazione dell’Ocse pensata proprio come a Laputa, in modo da promuovere  la necessaria “armonizzazione” anche delle pagnotte e per favorire la liberalizzazione del settore, in modo che filoni, pita, filoncini,  possano essere venduti ovunque, dal parrucchiere, dal ferramenta, in profumeria.

Dovevamo sospettare che saremmo giunti a questo, che il processo degenerativo del “sogno europeo”, convertito in incubo avrebbe prodotto  aberrazioni e distorsioni anche là dove sembrava che l’unificazione avesse cambiato in meglio le nostre vite, permettendoci di attraversare una frontiera senza formalità, di collegare un asciugacapelli o un pc all’estero senza doversi dotare di un arsenale di spine e adattatori, di ritirare contante da un bancomat.  Peccato quindi che adesso i confini, ma mica è colpa dell’Ue, debbano essere segnati da muri e filo spinato, peccato che in gran parte dei Paesi stiano entrando in vigore provvedimenti che limitano la libertà d’espressione in rete, incrementando le procedure di controllo di computer, tablet, smartphone, peccato che il controllo telematico dei consumatori abbia raggiunto una perfezione mai sognata da Stasi e Kgb, peccato che i nostri conti correnti siano dissanguati e che probabilmente anche da noi sarà presto opportuno svuotarli  i bancomat di quel pochissimo che ci resta.

Peccato che l’ossessione burocratico-amministrativa dell’Ue, le sue deliranti contabilizzazioni, non siano una patologia, che certe decisioni non siano incauti  occasionali incidenti e errori accidentali di qualche funzionario maniaco-depressivo, bensì i pilastri su cui si regge la grande Azione Parallela dell’imperialismo finanziario,  messa in pratica per mettere sotto tutela stati e popoli, per aiutare la progressiva erosione del senso civico dei cittadini, intimiditi, ricattati, spaventati come analfabeti di fronte a leggi, regole, raccomandazioni, prescrizioni, ammutoliti e impotenti davanti a autorità, organismi, sigle, enti.

Certo sarà stata effettuata una selezione del personale per scegliere efficienti kapò della calcolatrice e statistici killer, certo l’intento è quello di favorire le lobby, anche quelle più improbabili dei signori delle galline ovaiole, delle multinazionali delle banane con un certo grado di curvatura, dei boss del merluzzo rosa, dei coltivatori di cetrioli che devono obbligatoriamente essere ben eretti e a questo proposito mi fermo qui per non indulgere a battute triviali sugli attributi dei premier europei, inclusa la signora Merkel.

Ma c’è anche dietro alla pretesa armonizzazione l’indole a punire le nostre inclinazioni dissipate che vogliono a tavola banane e cetrioli ingobbiti dalla natura, che non amano spostare avanti e indietro due volte l’anno le lancette dell’orologio, che pretenderebbero di mangiare innumerevoli varietà di pane, che preferirebbero quando gli si domanda l’iban non dover sciorinare un numero con 2 cifre per il paese,  2 lettere – codice , 2 cifre come numero di controllo  da parte delle banche, 1 lettera  di controllo CIN,  5 cifre  del  codice ABI della banca presso cui è acceso il conto,  5 cifre  del codice CAB della banca presso cui è acceso il conto, 12 cifre per numero di conto del beneficiario, un enigma pensato per accontentare quel mostro mortale  chiamato semplificazione, che paradossalmente moltiplica i controlli in modo da escludere sempre di più i cittadini e favorire l’ingerenza dei soggetti finanziari e economici.

Il perseguimento del deficit democratico tramite deficit o meglio fallimento finanziario pegli stati e dei popoli, con la definitiva perdita di sovranità, passa da un processo di rieducazione di oltre cinquecento milioni di persone, le cui esistenze devono essere regolamentate a livello centrale e standardizzate da un regolamento che verte su tutto, dalla dieta consigliata, ai partiti raccomandati, dall’arsenale di armi che è doveroso possedere, alle guerre da dichiarare fino ai livelli di umanità consigliabili nel caso ci si imbatta in un profugo, tema quest’ultimo sul quale la furia “amministrativa”, banale come sempre è l’ossessiva pretesa di organizzare e gestire gli uomini come fossero bestiame o merce, o meglio ancora, rifiuti, si accanisce.

Resta da interrogarsi su come le persone e così tante, si rassegnino alla propria interdizione da parte di un mostro ibrido che con autorità assoluta e coercizione pedagogica vuole imporci con astuzia e perseveranza il suo progetto di cancellazione di tutto quello per il quale molti e troppo presto dimenticati, hanno combattuto, compresa l’idea di una unione di ideali, di popoli, di civiltà eterogenee, che alcuni chiamavano semplicemente democrazia, altri socialismo. Qualcuno la chiamava Europa ma già quel manifesto che la illustrava mostrava i modi e le strade da percorrere per tradirla. A riprova che perfino chi si è conquistata con le sue mani  la possibilità di realizzare un’utopia, può concorrere a costruire la distopia, il suo contrario, l’incubo al posto del sogno.

 

 

 

 


Un oxi contro i mali congeniti dell’Europa

oxi1Le ore scorrono lente prima di conoscere il risultato del referendum greco. Per impiegarne un po’ di tempo prima di una liberatoria vittoria del no o di un rinvio temporaneo dell’uscita di Atene dal consesso Ue –  euro, cerco di mostrare come questo inizio della fine fosse in qualche modo in agguato e preparato dai due peccati originari dal quale è nata la costruzione continentale. Scagli la prima pietra chi non è stato prima o poi europeista, ma da quando la crisi di sistema del capitalismo finanziario ha messo in crisi la moneta unica, tutte le crepe hanno perso lo stucco con cui erano state nascoste anche se in tantissimi chiudono gli occhi per non vederle.

Sì l’Europa poteva apparire con una garanzia di pace e di democrazia, come un insieme solidale nel quale si sviluppava una concezione avanzata di stato sociale e last but no least anche come un’ unione in grado di contenere lo strapotere degli Usa. Ma tutto questo ha funzionato fino alla caduta del muro di Berlino: quando si è fatta strada  l’illusione che la storia fosse finita con un solo vincitore perenne i geni maligni che erano stati introdotti nel dna della concezione e creazione europeista hanno cominciato a svilupparsi e a far sentire tutto il loro influsso e la potenziale farfalla è diventata definitivamente bruco.

Il primo gene del tutto estraneo all’idea diffusa di Europa politica in difesa delle libertà  e progressista, sia pure nei limiti del keynesismo, è quello presente fin dai tempi della prima guerra mondiale: l’idea di una pace perpetua fondata esclusivamente sul mercatismo e su una concezione elitaria della governance. Infatti , in termini moderni il progetto di un’unità del continente nasce dopo l’inutile e orrenda carneficina  della prima guerra mondiale da Louis Loucheur, ingegnere e imprenditore vicino a Clemenceau, coordinatore dello sforzo bellico francese oltre che della successiva conversione industriale transalpina e soprattutto dal conte austro ungarico Richard de Coudenhove-Kalergi. Quest’ultimo nel 1922 scrive un libro, Paneuropa, ein Vorschlag  (una proposta) destinato ad avere una certa fortuna. La sua domanda è: come evitare future guerre in Europa? E la risposta è quasi profetica nel senso che ricalca la creazione della Ceca, ovvero la comunità del carbone e dell’acciaio primo passo sulla strada dell’Unione: dal momento che i conflitti richiedono enormi risorse risorse industriali allora mettendo tali risorse sotto un’autorità comune -non condizionata da elezioni – nessuna delle grandi potenze potrà preparare la guerra. Se la Germania e la Francia delegassero a un’autorità binazionale la gestione di carbone acciaio ecco che sarebbe per loro impossibile entrare in conflitto.  Coudenhove-Kalergi quindi fa un passo avanti e riprende le idee espresse in un libro del 1918 da Giovanni Agnelli,  Federazione europea o Lega delle nazioni? in cui l’industriale italiano vagheggia la creazione di un forte governo continentale per contrastare il revanscismo delle nazioni. Tanto forte da poter essere di fatto una sorta di dittatura.

Il secondo dopoguerra vede tutto questo tradotto in qualcosa di più politico che di solito viene attribuito al Manifesto di Ventotene, testo ultracitato, ma pochissimo letto in cui  i due autori ufficiali, Spinelli e Rossi, assieme agli altri due ispiratori, Hirschmann e Colorni si dà sostanzialmente un’interpretazione più aggiornata, più consapevole delle precedenti idee, ma in fondo più radicale: agli stati uniti di Europa si può arrivare certo attraverso lo spazio economico, ma anche avviluppando la democrazia dentro un meccanismo elitario sovranazionale che impedisca, per dirla in parole povere, gli smarrimenti dei popoli, la loro propensione al nazionalismo e alla demagogia.  Insomma la visione è quella di un governo europeo degli ottimati e alla fine dei magnati. Pensiero piuttosto ambiguo, nel quale a mezzo tra Adam Smith, il socialismo utopista  e Benedetto Croce, si pensa che i problemi sociali siano risolvibili annullando la sovranità degli stati, la loro volontà di potenza (e le relative spese belliche) in una visione dove viene negato ed escluso ogni conflitto di classe o conflitto economico . Qualunque fossero le intenzioni concrete degli autori è questo il pensiero che è passato e che è stato mirabilmente ed etilicamente sintetizzato nel 1999 (anno dell’entrata in vigore dell’euro) dall’attuale presidente della commissione Ue, Juncker in una celebre intervista allo Spiegel in cui spiega il modus operandi su scala continentale: “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che cosa succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”. Singolarmente tutto questo sembra assai simile al progetto di europa federale messo a punto da Walter Hallerstein per conto di Hitler.

Tutto ciò avrebbe avuto pochi o nessun effetto pratico se l’Europa intera distrutta dalla guerra non fosse stata territorio di contesa tra le due superpotenze vincitrici: è questo che inserisce il secondo gene maligno, la nascita dell’Europa come strumento di contrapposizione, carattere che si evidenzia oggi in maniera chiarissima nella vicenda Ucraina. Alla fine del conflitto ritroviamo Coudenhove-Kalergi a tessere rapporti con gli Usa per convincerli a imporre un’organizzazione federale dell’Europa. Cosa che trova orecchie attente soprattutto in Allen Dulles, insomma tra i ragazzi della Cia e viene sponsorizzato da Winston Churchill che parla di Stati uniti d’Europa nel settembre del 46 all’università di Zurigo. L’idea non parte da una visione di largo respiro, ma solo dalla necessità di contrapporre un blocco più ampio possibile all’Urss, blocco sotto la tutela degli Stati Uniti, ma anche della Gran Bretagna, nel quale  i singoli stati mettono in comune alcune risorse sotto la sorveglianza e anzi il governo  delle due potenze anglosassoni. Quindi qualcosa che riprende il mercatismo di Kalergi inserendolo in un progetto neo coloniale. Nel gennaio del ’47 Churchill  crea il Comitato provvisorio per l’Europa Unita e in marzo il congresso Usa vota una mozione di sostegno del progetto anche in vista delle “tendenze espansionistiche del comunismo”. Ma è un periodo dove la creazione di comitati e di progetti di alleanze non conosce soste e dove soprattutto esiste la massima confusione, peraltro voluta, in cui prevale l’obiettivo di creare una sorta di massa critica europea capace di sottrarre, in quella situazione ancora fluida, gli stati dell’Est alla tutela sovietica.

Tutto cambia quando nell’agosto del ’49 l’Urss fa esplodere la sua prima bomba atomica: il presidente Truman si convince che  ormai il mondo è diviso fra due superpotenze nucleari, tra due blocchi e questo rimette in gioco i piani fatti precedentemente:  si preme sull’acceleratore della Nato (che nasce come primum rispetto a qualsiasi trattato europeo) e contemporaneamente si cerca di creare un organismo più solido. Soprattutto si cerca una fedeltà politica. Così nella primavera del 1950 gli Usa affidano a Robert Schuman, ministro degli esteri francese, con il merito di essere anche membro soprannumerario dell’Opus Dei, oltreché collaboratore di Petain nella Francia filonazista di Vichy, il compito di proporre la messa in pratica delle idee di Coudenhove-Kalergi lanciando la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nella quale entrò anche l’Italia che aveva pochissimo carbone e poco acciaio, ma che era strategicamente indispensabile in quanto territorio di confine geografico e politico. L’anno successivo fu firmato il trattato. Nel 57 arrivò il Mec o mercato comune con il Trattato di Roma che ancora costituisce il nucleo fondamentale dell’Unione. Poi il trattato di Lisbona del ’92 che sancisce i principi liberisti, reso appositamente complicato perché non potesse facilmente prestarsi a un referendum e infine l’Euro che in effetti è stato assurdamente concepito come una prosecuzione di quel mettere sotto un’autorità indipendente le risorse. Solo che in questo caso sono risorse monetarie e non funzionano come il carbone. Tutti passi da cui i cittadino sono stati accuratamente esclusi dalle decisioni compreso quello ancora da siglare ufficialmente, ossia il Trattato transatlantico.

Naturalmente mi sono limitato all’essenziale. Ma quello che mi premeva di mostrare è che la creatura europea difficilmente si potrà trasformare in un soggetto politico e davvero democratico: le tare che si porta dietro sono troppo vistose ed è inutile tentare la respirazione bocca a bocca. Occorre un salto di qualità che è difficile immaginare nella situazione attuale e soprattutto occorre una riedificazione completa alla luce di altre idee e anche di un mondo che è completamente cambiato dal dopoguerra e nel quale l’Europa appare come una balena spiaggiata, senza voce, senza unione se non quella di una allucinante moneta, senza democrazia e in balia della tempesta. Occorre rifarla dalle fondamenta questa casa comune che oggi è diroccata e invece di essere uno scudo contro la speculazione, gli egoismi nazionali, le dislocazioni dei poteri mondiali, lo sfruttamento  sembra esserne vittima ancor più delle “piccole patrie”.  E in qualche caso anche promotrice. E’ anche su questo che il voto dei greci avrà un’importanza cruciale, lo voglia o meno Tsipras.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: