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Sul ponte sventola bandiera Bianca

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho visto ieri sera il commovente commiato della più celebrata vittima del renzismo, che, si sa, il lavoro, la costituzione, l’esercizio libero della critica e dell’opinione, la partecipazione democratica, non hanno avuto parità di emozionata e solidale comunione da parte della corporazione giornalistica e nemmeno da quella degli escursionisti sui social network, toccati dalla barbara e spietata esecuzione.

Non dirò nulla sulla nemesi abbattutasi sulla inedita eroina, fulminata dopo essere sopravvissuta incolume a tante epurazioni. Quella prodotta dalla stessa temperie nella quale si è materializzato il suo successo: nepotismo, clientelismo dei salotti e delle camere, familismo amorale anche quando se ne giovano dinastie dei sacerdoti della rettitudine, che si ritorce in virtù della famigerata e brutale volgarità dei killer anche contro soggetti considerati inviolabili.

Non dirò nulla sulle sue qualità professionali, che non mi sono mai parse particolari e meritevoli oggi di tanto encomio postumo. Nemmeno di quelle umane: una certa segaligna antipatia esemplarmente rispecchiata nella sobria severità del look,  a pallida imitazione dell’inflessibile rigore paterno, offerta e esibita in forma di schizzinosa ed elegante superiorità, quella che si intravvedeva dietro alla doverosa partecipazione a cause e battaglie civili, attraversate, o così pareva, con remoto distacco.

Non dirò nulla sulle denunce rare, di una redazione che le rimproverava  capricci tirannici da satrapo, poco pubblicizzati nel timore di controaccuse di sessismo, maschilismo, ormai inevitabili quando si osa segnalare qualche vizio a carico di quote rosa affermatesi con piglio virile o per appartenenza a cerchie privilegiate e intoccabili,  necessariamente rimosso o guardato con indulgente tenerezza complice, come intemperanza comprensibile e giustificabile in chi  proviene da minoranze non numeriche discriminate.

Non dirò nulla ma proprio nulla sui pettegolezzi sibilati in occasione di certe lontane esuberanze giovanili, tra il Kenya e le avventure rivendicate di certi sciupafemmine, comprensibili e giustificabili proprio in ragione della fisiologica ribellione di un cognome illustre e alla condanna a riservatezza monastica, a rigidezza drastica e austerità irriducibile che lo accompagnano nella percezione del pubblico, piccole rivolte insomma che non si è creduto opportuno esprimere parimenti nell’accesso a carriere senza dolorosa e penitenziale gavetta.

Mi preme invece interrogarmi sull’abitudine così radicata nella nostra autobiografia nazionale, di trasformare qualsiasi vittima anche quelle meno credibili e tardive,  in martire,  come se il passaggio da carnefice o correo o indifferente,  a perseguitato possedesse una facoltà demiurgico di cancellazione di colpe e di redenzione. In grado di far dimenticare misfatti piccoli e grandi, sopraffazioni grandiose o meschine, mediocrità nascoste o palesi, viltà infami o “necessarie” in nome della famiglia, della sopravvivenza, del mantenimento di privilegi e rendite e visibilità, oggi necessaria quanto l’ossigeno per chi l’ha più cara della reputazione.

L’eccellente “rimossa”, non licenziata dal regime, visto che continuerà a godere di un fastoso salario, di una pingue anzianità di servizio, di una tribuna autorevole altrove, garantita dalla condizione di sacrificata in nome della libertà d’informare, non suscita la mia compassionevole e sodale comunanza. Non quanta ne riservo a tutti i licenziati e agli inoccupati d’Italia, vittime dello stesso sistema che in forma paranoica e estrema  si accanisce sul mazzo,  colpendo anche qualcuno che fino a ieri ne ha goduto e che non serve più alla guardia imperiale.

E non hanno la mia comprensione nemmeno altre vittime, quelli che per dare consistenza reale al loro disappunto e al loro malessere, attribuiscono umanità ai frigidi, virtù ai viziosi, genio ai cretini, perfino innocenza alle mignotte quando si ribellano all’utilizzatore finale che non paga loro il dovuto, rinfacciandogli in culo moscio e il parrucchino.

Non si vincono così le guerre contro l’usurpatore e il tiranno, andando come un gregge dietro a qualche bandiera, che se è bianca, poi, segna la resa.

 

 


Sempre caro mi fu quest’ermo lotto

12657050Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi si fosse illuso che i tribunali, amministrativi o giudiziari, potessero fare giustizia là dove regna irregolarità autorizzata, illegittimità condonabile, illegalità tollerata, sarà disingannato.

Dopo l’inquietante pronunciamento del Tar che ha mollato gli ormeggi delle Grandi Navi, concedendo infausti transiti in previsione dell’ancora più infausto scavo di un canale alternativo per il passaggio dei mostri, a scelta tra sette progetti già prontamente presentati, tutti equanimemente incuranti del formidabile impatto sull’equilibrio idrogeologico della laguna, il Consiglio di Stato ha rafforzato il parere dato a suo tempo dal Tar respingendo il ricorso della Soprintendenza contro   il progetto di un privato proprietario di alcuni edifici rurali, di costruire al loro posto un complesso di edifici, proprio  sulle pendici del Colle dell’Infinito, affacciato  sulla “Valle del passero solitario”.

L’incredibile vicenda ha inizio  nel 2012 quando, approfittando delle “opportunità” del  piano casa regionale, viene baldanzosamente presentato al Comune di Recanati  un progetto chiamato sfrontatamente «Piano di recupero di iniziativa privata», che prevede, tra le altre cose, la trasformazione della casa colonica sul colle da manufatto rurale a “lotto residenziale”, con un vistoso  aumento delle volumetrie, una bella colata di metri cubi di cemento armato e lo scavo industrioso di locali interrati da adibire a garage.  La sovrintendenza dei Beni culturali insorge e comunica  ai costruttori che, su tutta l’area, esiste un vincolo imposto dal ministero nel 1955, che si integra a quello che interessa l’area del Parco del Conero formalizzato nell’aprile 2004 per ragioni non soltanto paesistiche, ma anche storico-monumentali. Ma la nemesi del profitto sulla poesia ha il sopravvento: i privati ricorrono e il Tar dà loro ragione, il vincolo va sospeso perché l’ermo colle è una proprietà privata.

E il 23 scorso il Consiglio di Stato conferma la sentenza: «Per più profili apodittico, il parere negativo della Soprintendenza non spiega i contrasti tra il recupero dei vecchi immobili fatiscenti e i valori paesaggistici». Insomma proprio nello spirito del tempo, Tar e Consiglio di Stato sostengono che un bel contry club piantato su quel paesaggio non può che fare portare innegabili benefici alla comunità, valorizzando la zona “trascurata e degradata”, che tra l’altro è  proprietà di privati che hanno il diritto a disporre dei propri averi come meglio credono.

Non abbiamo più speranza che la bellezza salvi il mondo.  Anzi pare che la neo barbarie che si è impossessata di menti limitate e ambizioni illimitate, che premia la dinamica ignoranza, che riduce l’istruzione insieme agli anni scolastici, dia ogni giorno nutrimento nuovo a un’indole distruttiva, all’istinto a profanare, a oltraggiare, a cancellare memoria, storia, ambiente, quando svendendoli, quando sfregiandoli. C’è da rimpiangere i ricchi e i potenti di una volta, che volevano per sé arte, paesaggio, bellezza insomma  e che la chiudevano nei caveau, che la recintavano di alte e severe mura, che se la disputavano per guardarsela e trasmetterla ai figli e ai nipoti.

Figli e nipoti  che le preferiscono azioni, fondi, e se si interessano all’arte è per scaricare sponsorizzazioni pelose dalla dichiarazione dei redditi di scatole cinesi proprietarie, un ceto dirigente intento a mettere in vendita il Bel Paese, devono aver fatto male anche le elementari in opulente scuole americane, per non parlare di master e college, santuari della teocrazia del mercato.  Ma dall’America, che ha colonizzato la loro esigua immaginazione, non hanno preso l’ammirazione per i nostri territori, l’invidia per i nostri artisti, lo stupore per i nostri paesaggi, la meraviglia per la nostra architettura, l’amore per la nostra lingua e la poesia che tramite essa ha preso la forma perenne di un prodigio regalato a tutto il mondo.

Meno che primitivi,  retrocessi alla condizione bestiale quelli che si arrogano decisioni e scelte, odiano la cultura, odiano la creatività, odiano il pensiero, odiano la poesia, odiano tutto quello che distrae dai quotidiani affanni e evoca quella meravigliosa droga che sia chiama libertà, della quale non dovremmo mai  fare a meno, che ci solleva da terra e ci fa vergognare di essere servi di qualcuno che è così brutto, così gretto, così miserabile, che non può che essere nostro nemico.

 

 


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