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Nazicrazie

latvia-864x400_cL’Europa scivola ormai verso il nazicrazia. Oddio a dire il vero tutto l’occidente visto che Guaidò, il falso presidente del Venezuela, ha asserito pubblicamente di essere stato lui e il suo gruppo a sabotare la centrale elettrica di Guri  (con  la direzione ça va sans dire  degli amici americani, vedi qui ) e promette sofferenze inenarrabili al popolo se continuerà a votare Maduro. L’ impressionante esternazione di questo inqualificabile mentecatto (la potete trovare qui in spagnolo con molti link e qui in inglese) restituisce perfettamente quale idea della democrazia si nasconda tra le classi dominanti e le loro correttezze rituali. E tuttavia questo palesarsi senza veli del fascismo in nome della democrazia è niente al confronto del silenzio dell’Europa di fronte alle manifestazioni di nazismo che si hanno in tutto l’est del del continente dall’Ucraina, dove le falangi con la croce uncinata sono state utilizzate per l’avanzamento della Nato, ai paeselli baltici  nei quali alla popolazione di origine russa viene di fatto impedito di votare, dove i partiti comunisti sono fuorilegge, dove si licenzia il sindaco di Riga per il sospetto che abbia parlato in russo ad alcuni consiglieri e dove, come accade in Lettonia, c’è una sfilata annuale, a metà marzo, in ricordo delle due divisioni delle Waffen SS, la 15esima e la 19esima, che,  inserite nella Wehrmacht a partire da corpi volontari che in precedenza avevano preso parte ai pogrom di ebrei, combatterono dal 1944 contro le truppe sovietiche.

L’Europa sempre così pronta a dubitare della democrazia di governi che si pongono in posizione critica e a bacchettarli evocando populismo e autoritarismo, tace consenziente di fronte a queste queste manifestazioni di nazismo e di caudillismo etnico quando vengono da Paesi ogni giorno offrono segnali di eterna fedeltà e alla Ue e alla Nato, due organizzazioni dell’oligarchia tra le quale è ormai difficile distinguere. Da un punto di orig-153554345238a278e553871a0ac95716ebb9d0c017vista storico la cosa è più interessante di quanto non appaia a prima vista perché le due divisioni celebrate, in tutto circa 16 mila uomini, non si ritirarono assieme alle armate tedesche sotto l’offensiva sovietica ma cercarono di resistere alle truppe russe che del resto avevano ben altro da fare e si limitarono ad accerchiarle, in attesa e nella speranza di essere evacuate dagli americani contro i quali formalmente combattevano. Se si trattasse di una speranza o invece come è assai più probabile, di una concreta promessa non posso dirlo, non avendo accesso alla documentazione, ma di certo questa vicenda offre  considerazioni e spunti sul secondo conflitto mondiale molto diversi dalle rozze vulgate  made in Usa in auge praticamente da sempre e  in qualche modo anche accettate a suo tempo dal Pci e dalla sinistra, rendendole di fatto il verbo ufficiale e condiviso. Viene il desiderio di capire meglio chi fossero davvero amici e nemici in quel conflitto e se per caso i nazisti non fossero un nemico secondario .

In ogni caso, al di là  del fatto che si commemorano truppe sotto la croce uncinata, la manifestazione lettone e tutto ciò che accade nei Paesi baltici al di là di ogni equivoco ha caratteri apertamente nazionalisti ed etnici, così netti  da poter essere colti da un bambino. Ma non da L’Espresso che invece di segnalare queste inquietanti manifestazioni di involuzione politica, anzi nemmeno  citandole, cerca di immettere il lettore nella notte in cui tutte le vacche sono nere e considera ogni reclamo di sovranità come un segno di nazismo o addirittura di suprematismo. Si tratta di considerazioni così grossolane da non meritare nemmeno un commento e anzi sono testimonianza della rovinosa china culturale nella quale il glorioso settimanale si rotola: il tentativo di buttare ogni considerazione in svagata caciara da dopocena, di confondere le acque tra richieste di autonomia di bilancio dei Paesi dell’Unione e tendenze autoritarie o razziste, si accompagna al silenzio sui casi dove queste effettivamente si manifestano visto che si tratta di aree che mostrano la maggiore fedeltà all’Europa.

A questo proposito mi azzardo a fare un’ ipotesi: non è un mistero come L’Espresso e tutto il gruppo Repubblica, navighi in cattive acque visto che non soltanto subisce il declino della carta stampata, ma anche il collasso della sinistra (si fa per dire) blairiana di cui è stato foglio portaordini: tra gli acquirenti interessati c’è il miliardario ceco Daniel Kretinsky, uno di questi misteriosi oligarchi post comunisti che in pochi anni hanno fatto gigantesche fortune (Metro e Mediaword tra i suoi domini), che è direttamente interessato per via di suoi oleodotti alla questione Ucraina, il cui nome aleggia nei Panama Papers, che già in Francia controlla Le Monde oltre a numerosi altri giornali e televisioni con effetti assolutamente evidenti sulla qualità e l’onestà dell’informazione. La sua europa è quella che rende possibile ogni speculazione, ogni disuguaglianza, ognu abuso, è quella di Macron e dei banchieri, ma anche dei muri e delle manifestazioni autoritarie e nazistofile all’Est, rappresenta molto bene nelle peculiari forme sarmatiche lo stato dell’arte del neoliberismo e della post democrazia oltre che l’ambiguità delle oligarchie continentali. Forse ci si prepara ad accoglierlo degnamente con un buon Espresso o meglio con ‘na tazzulella ‘e cafè?

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Genesi e storia del Renzusconismo

A84myp9CMAAplkfFinalmente le cose sono chiare e visibili anche attraverso le spesse fette di prosciutto serrano che molti hanno tentato di mettersi sugli occhi: la terza repubblica si chiama Renzusconi. Pieno accordo tra il sindaco di Firenze e il Condannato, piena continuità tra il ventennio del Cavaliere e quello del giovane padroncino, scomparsa della socialdemocrazia, tentativo attraverso la legge elettorale di mantenere il potere politico, ma anche economico nelle mani dell’attuale establishment, assalto finale alla Costituzione, che secondo il sublime pensiero di Renzi avrebbe dovuto essere cambiata 70 anni fa, cioè prima ancora di essere formulata. Remolo e Romolo al potere.

Per buona pace di chi ha combattuto Berlusconi per anni inghiottendo ogni rospo del veltronismo pur di cacciare il tycoon e che se lo ritrova al centro dell’azione politica, per la consolazione di chi ha finto di combattere Berlusconi in cambio di una immeritata credibilità, per la serenità dell’Italia di corrotti, corruttori e affaristi, per la gioia di clientes e nuovisti d’accatto il berlusconismo ha vinto e continuerà attraverso il delfino che già da oggi è il nuovo premier di fatto. Per questo non possiamo che elevare un Te Deum al facilitatore di tutto questo cioè all’insigne vegliardo del Colle.

Ma un’altra cosa va compresa: tutto questo non è accaduto per caso. Se i particolari della vicenda che hanno portato al governo Renzi – Berlusconi sono stati ovviamente influenzati da eventi non controllabili, la sua linea di sviluppo lungo un percorso che dalla democrazia porta all’oligarchia, ha invece uno svolgimento logico, comprensibile e registrato. Tutto comincia quando l’Europa dei banchieri e della Germania vive la sua sindrome greca, ovvero la paura che l’uscita del piccolo paese mediterraneo dall’euro faccia perdere miliardi agli istituti di credito tedeschi e francesi che avevano follemente speculato sui titoli di Atene. Ai poteri continentali della Grecia non importa nulla, ma l’uscita di una tessera dal puzzle può innescare un effetto domino che potrebbe in breve mettere in crisi l’ideologia dominante e i suoi strumenti effettivi. L’Italia è in prima linea, il suo premier Berlusconi è ridicolo e inaffidabile, la sua persistenza potrebbe portare anche – orrore – ad un’ affermazione degli avversari e quindi a una minore disponibilità a piegarsi all’austerità e ai trattati di ferro con cui si intende imporla.

Così per prima cosa si fanno pressioni per evitare elezioni, mettere al potere un “amico” tecnico, ovvero il buon Monti  sotto il ricatto dello spread e intanto una classe dirigente inquieta e timorosa per le sue rendite di posizione, cerca un sostituto del Cavaliere, qualcuno difficile da pescare nel mondo di nani e ballerine del Pdl. C’è invece un giovane ambizioso, cattolico, conservatore dentro e nuovista fuori, legato al mondo berlusconiano per via dell’azienda di famiglia, che contesta da destra gli apparati del Pd. E’ un personaggino, ma buca lo schermo, è adatto alla politica fattasi media, è l’uomo giusto per l’Italia mediocre e fatua creata da vent’anni di berlusconismo. Così a fine maggio del 2012 in occasione di un convegno appositamente organizzato dalla J.P. Morgan a Firenze, calano su Palazzo Vecchio Tony Blair e la ministra tedesca del lavoro, braccio destro della Merkel , Ursula von der Leyen, i quali mettono in piedi una pantomima di pranzi e dichiarazioni che lanciano Renzi come principale personaggio delle primarie del Pd. Dopo un tete a tete a pranzo (probabilmente pagato da noi) fra Renzi e Blair all’hotel  St. Regis di piazza Ognissanti, l’ex svenditore inglese del Labour dice che si è parlato di primarie e di aver chiesto delucidazioni in merito alla partecipazione del sindaco. In pratica un endorsement che fa capire come a Renzi non sarebbero mancati né gli appoggi, né le risorse.

Un mese dopo questi fatti, cioè a fine giugno arriva una nuova stazione della via crucis. L’Espresso pubblica un documento riservato di 8 cartelle, titolato “La rosa tricolore” che è all’esame di Berlusconi e dei notabili del Pdl e che ha come sottotitolo “Un Progetto per Vincere le elezioni politiche 2013”. A confezionarlo con la supervisione di Verdini e di Dell’Utri è Diego Volpe Pasini, romano, imprenditore in Friuli, assessore comunale di Udine, collaboratore stretto di Vittorio Sgarbi, già noto alle cronache politiche per aver creato nel 2001 il “Partito liberal popolare in Europa con Haider”, inneggiante al defunto politico austriaco di simpatie neonazi, e alla cronaca nera per essere stato arrestato (nel 2008) per violazione degli obblighi dell’assistenza familiare nei riguardi della ex moglie. E qui basta leggere:

“Un piano in tre mosse. Primo, azzerare l’attuale Pdl, considerato in blocco «non riformabile» insieme a tutti i suoi dirigenti (con un singolare eccezione: Denis Verdini). 
Secondo, costruire un network di liste di genere (donne, giovani, imprenditori) tutte precedute dal logo “Forza”. 
E, infine, l’idea più clamorosa: candidare un premier a sorpresa, pescato come nel calcio mercato dalla squadra avversaria: non Luca Cordero di Montezemolo né Corrado Passera né tantomeno il povero Angelino Alfano. Ma il giovane sindaco di Firenze Matteo Renzi, oggi candidato in pectore alle primarie del Pd”. 

Il presupposto del piano è lo sfascio del Pdl  che «appare non riformabile mentre i suoi dirigenti hanno un tale attaccamento al proprio posto di privilegio da considerare come fondamentale la sopravvivenza solo di se stessi. Miracolati irriconoscenti appiccicati sulle spalle di Berlusconi». Per questo, oltre ad una serie di contromisure di vario genere si passa all’idea  che come abbiamo visto piace anche in Europa, anche se certo non è scritta nei bollettini di Strasburgo, cambiare cavallo, ma solo in apparenza:

«Fermo restando che nessuno potrebbe svolgere questo compito meglio di Berlusconi, questo vale solo se lui sente il grande fuoco dentro di sempre». Se invece il fuoco del Cavaliere fosse intiepidito, sarebbe meglio pensare a un nome nuovo. Alfano? «Non crea trascinamento e emozioni». Montezemolo? «Troppo elitario e tentennante». Passera? «Privo di carisma e di capacità decisionali forti. La permanenza nel governo Monti non lo aiuta». 

E allora la sola cosa da fare, «folle, geniale», è schierare il campione del campo avverso: «Il solo giovane uomo che ci fa vincere: Matteo Renzi». Il sindaco di Firenze? Ma non è del Pd? Certo. Ma chi ha scritto il documento ricorda con lucidità che il rottamatore è inviso ai dirigenti del partito e alla Cgil, mentre è apprezzato dagli elettori del centrodestra. «Se Berlusconi glielo chiedesse pubblicamente non accetterebbe. Sarebbe un errore fare una richiesta pubblica da parte del leader», che pure conosce e stima Renzi, annota il testo, ricordando gli incontri di Arcore tra il sindaco e il Cavaliere. «Bisogna che Renzi si candidi da solo con la sua lista Renzi e che apra a tutti coloro che condivideranno il suo programma (ovviamente preventivamente concordato). A quel punto la nuova coalizione di centrodestra si confronterà con lui e deciderà di sostenerlo per unità di vedute e di programmi»

Quando il disvelamento del piano Rosa Tricolore appare sull’Espresso Renzi si scaglia immediatamente contro il settimanale e su Facebook dichiara “E allora voglio svelare il mistero: il piano esiste. L’hanno firmato non solo Verdini e Dell’Utri, ma anche Luciano Moggi, Licio Gelli, jack lo Squartatore e Capitan Uncino.” Disgraziatamente Vittorio Sgarbi, amico molto stretto di Volpe Pasini, estensore del piano, intervistato a caldo in merito alla vicenda si lascia scappare il fatto che il sindaco di Firenze era a conoscenza del piano: “Diciamo che gli ho accennato l’idea un mese e mezzo fa in occasione del programma condotto dalla Gruber. Gli ho detto che piaceva tanto a Verdini e ai vertici del Pdl”. Renzi si mostra infastidito et pour cause, visto che doveva ancora essere “incoronato” da Blair e l’uscita di un simile documento avrebbe potuto danneggiare tutto. La vittoria di Bersani alle primarie, nonostante i tre milioni di euro spuntati fuori da luoghi in gran parte inesplorati spesi da Renzi, costituisce solo una battuta d’arresto che ha tuttavia i suoi nefandi effetti costringendo la dirigenza piddina a continui atti di ossequio e ubbidienza all’Europa del fiscal compact, così come ai finanzieri di Wall Street ricavandone elogi e patenti di buona condotta.

La cosa che comunque colpisce è straordinaria concordanza tra il piano formulato più di un anno e mezzo fa e la realtà che si è palesata ieri con l’accordo Matteo – Silvio, senza dimenticare un passaggio importante, l’endorsement che la Merkel ha fatto a fine settembre del 2013 dopo la sua rielezione: la Cancelliera fece sapere al Quirinale che per mettere fine alla falsa stabilità sarebbe opportuno che l’Italia tornasse presto alle urne con un Pd guidato da Renzi, vista la probabile decadenza e incandidabilità di Berlusconi.

Le cose sono andate anche meglio: Berlusconi è di nuovo al centro della politica, Renzi è il padrone di un Pd di poltronari a vita incapaci di qualsiasi autonomia e il piano di riduzione della democrazia prosegue senza intoppi. Renzusconi regna sovrano.


Il Pd diventa nipote di Mubarak

renzi-berlusconi1Mi piacerebbe conoscere le tane. Le tane mentali intendo, i ripari tessuti cucendo assieme gli alibi raccolti sul bordo della strada. Mi piacerebbe sapere dov’è finita tutta la gente che vedeva Berlusconi come fumo negli occhi per la democrazia e magari scendeva pure in piazza contro il tycoon. Dove sono quelli che festeggiavano l’uscita del cavaliere giubilato da Palazzo Chigi, che si scandalizzavano per la nipote di Mubarak e le notti di Arcore? Dove sono le donne di se non ora quando? dove sono queli che si stracciavano le vesti per il conflitto di interessi o le leggi ad personam? Dov’è il Pd che ancora in novembre denunciava “la deriva di Berlusconi” come “un pericolo per le istituzioni“?

Ora Silvio entrerà da vincitore morale nella sede del partito ex avversario, siederà in compagnia di Letta zio di fronte alla foto in cui Castro e il Che giocano a golf, messa lì probabilmente da Veltroni a testimoniare che anche i rivoluzionari amano i giochi scemi da ricchi e dentro questa atmosfera , il padrino e il figlioccio Renzi firmeranno un patto elettorale, si daranno da fare per sistemare i loro affari di casta, assicurarsi che nulla cambi in questo Paese che al porcellum segua un qualche altro prodotto suinicolo in grado di confermare l’oligarchia di fatto anche stravolgendone le istituzioni. Cade una finzione e l’annuncio è stato dato in Tv come si conviene a un regime mediatico.

Ma mi chiedo anche in quali tane se stiano nascosti quelli che sono andati a votare il sindaco di Firenze alle primarie. Fingono di non respirare pensando che comunque questo frutterà loro una bella rendita di presenza e di clientela? Si, dico lo scrittorucolo gigione di partito, nato da famiglia strabaricca, pompato e pompante, l’intellettuale da tessera, la gentina da festival delle idee, la cretineria sociale in abito di gala cosa dice? Tanto più che il Renzi come un Calandrino a sua insaputa gli ha già dato  dei coglioni davanti al pubblico delle invasioni barbariche, effettivamente tali, dicendo: “Chi ha votato per me lo ha fatto non perché si è innamorato di me ma lo ha fatto nella logica dell’ultima spiaggia. Hanno detto: proviamo Renzi perché poi ci resta solo il Mago Otelma”.

Oddio non so se sia meglio Otelma o il cartomante di Firenze, la gara è aperta, ma certo grattando la pesante biacca della falsa modestia da infinocchiatore di provincia, è come dire avete votato l’ultima scartina disponibile e siete proprio fessi a presentarmi come l’uomo nuovo, a fingere di credere in un cambiamento reale, a pensare che far casino equivalga a trasformazione. Tanto più che la scartina è disponibile a che cosa? A fare finalmente il patto con il grande nemico che diventa a tutti gli effetti il grande amico dopo essere stato di volta in volta un alleato per necessità e poi un alleato scelto contro ogni cambiamento. E la cosa non viene certo a sorpresa: nel giugno del 2012, l’Espresso ora venduto nel bar di Renzi per suprema volontà del suo editore e per necessità di bilancio di Sorgenia,  riferiva con enfasi e quasi con indignazione il piano segreto del Cavaliere, poi compiutosi e intitolato “la rosa tricolore”: “Un piano in tre mosse. Primo, azzerare l’attuale Pdl, considerato in blocco «non riformabile» insieme a tutti i suoi dirigenti (con un singolare eccezione: Denis Verdini). Secondo, costruire un network di liste di genere (donne, giovani, imprenditori) tutte precedute dal logo “Forza”. E, infine, l’idea più clamorosa: candidare un premier a sorpresa, pescato come nel calcio mercato dalla squadra avversaria: non Luca Cordero di Montezemolo né Corrado Passera né tantomeno il povero Angelino Alfano. Ma il giovane sindaco di Firenze Matteo Renzi, oggi candidato in pectore alle primarie del Pd.”

Alla fine tutto si è realizzato: il Pd è di sinistra come Ruby è la nipote di Mubarak. E Renzi un segretario elegante.


Maestrini da settimanale

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  • Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gadda la chiamava la “moralona”, quella pallida imitazione di etica pubblica, mischiata con perbenismo e ipocrisia. Ormai la stampa ci casca continuamente in assenza di idee, principi e coraggio. E per farlo usa le armi dell’intimismo, dei buoni sentimenti, dei pistolotti edificanti, quelli che si riservano ormai i vecchi e nuovi predicatori, che colloquiano abitualmente con Dio e i suoi agenti in terra, per posta, telefono e mail.

Non leggo da molto tempo i settimanali, già da quando sotto le copertine con le donnine discinte potevi averne uno, Espresso e Panorama, al prezzo di due, tanto si somigliavano.

Ma complice un lungo viaggio in treno ho avuto la fortuna di non perdermi la gemma deamicisiana dell’Espresso nel numero in edicola, una lunga serie di lettere ai potrei sotto forma di figli, di illustri correi o perlomeno testimoni privilegiati e non del tutto innocenti dello stato in cui ci troviamo, che pontificano come se lo stessero osservando da Marte o da una panchina ai giardinetti, che poi è più o meno lo stesso, visto che sempre si parla di gente col “culo al caldo”.

Io ho alterni sentimenti nei confronti delle generazioni a venire, tentata da Woody Allen, che non  accusa    sensi di colpa nei confronti dei posteri, perché in fondo “cosa hanno fatto loro per lui”? e al tempo stesso invece, come succede forse ai rami secchi, tremendamente partecipe, responsabile, civilmente e teneramente anche coinvolta, come fossero tutti miei figli, senza il vincolo privatistico della maternità.

Ciononostante ho sempre provato fastidio per i vecchi irriducibili col chiodo e gli stivaletti come il filoso Bonaga, che non si arrendono agli anni e diramano messaggi per consegnare la loro lezione rivoluzionaria, critica, insurrezionale, chiaramente fallita. O per i fuochisti diventati pompieri, che insegnano la prudenza e il conformismo, tramite meritocrazia, spirito di adattamento, affiliazione. Peggio ancora per i memorialisti che educano a stenti e privazioni, per affrancarsi della memoria dei torti subiti, quelli insomma che vogliono esami difficili, prove di ammissione ardue, impervi test e invalsi, non a fini pedagogici, ma solo per la smania inconfessabile di un risarcimento.

Ecco evitate di far leggere l’Espresso ai vostri figli e non vi venga in mente di copiare e incollare una delle ammirevoli letterine educative che ci elargisce, sia Eco che raccomanda di imparare a memoria la composizione dell’Atalanta o la Cavallina storna a piacere, come esercizio indispensabile – sic – per essere “ripagati della fatica sentendosi di aver vissuto mille vite”, o sia l’autocritica “pelosa” di Cohn Bendit, sia tale Hertsgraard,  che sciorina a una povera infante la paccottiglia propagandistica di non meglio identificati Genitori per il clima, evidentemente in assenza di una mamma delle Terre dei Fuochi troppo  pittoresca, tanto da risultare magari maleducata in una così elevata compagnia.

Il fatto è che la brillante compagnia di fini dicitori, di domestici pedagoghi, di sentenziosi maestri, che si dibattono tra i bigliettini dentro i biscotti della fortuna e la raccolto di aforismi di wikipedia, appartiene tutta, compresa una estemporanea figlia che in qualità di scrittrice nonché parlamentare Pd impartisce la sua lezione al babbo, forte di decenni di psicoanalisi non del tutto efficace, viene da dire, a quel ceto dirigente transnazionale largamente fiancheggiatore dell’avvicendarsi di regimi politici e culturali, modaioli e mediatici che ha collaborato alla demoralizzazione che connota il nostro tempo, fatta della disillusione che vomitano sui loro figli e della caduta delle idee, insieme alle ideologie del secolo breve che tanto breve non è stato se ancora ci affligge con questa guerra condotta al lavoro, alla sovranità, ai diritti, alle libertà, al futuro. È gente che può permettersi messaggi edulcorati, edificanti e confortanti da cattedre universitari, grossi studi, case editrici, premi letterari, aziende, sicuri che si tratta di situazioni inviolabili, aperte ai loro figli per successione ereditaria, come ormai è la politica, come vogliono sia questa parvenza di democrazia, come è certamente il privilegio nel quale soggiornano. Ed è per questo che non si sentono responsabili della cancellazione del futuro della quale invece sono direttamente o indirettamente partecipi.

E’ che le colpe dei padri quando si sta in alto, pare non siano destinate a ricadere sui figli.

 


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