Annunci

Archivi tag: L’Espresso

Vizi Capitali

colosseo_souvenir 

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ricordate quando a proposito di Panorama e Espresso si diceva: “un settimanale al prezzo di due”, per indicare testate che,  sia pure su fronti solo apparentemente avversi, erano indistinguibili per preferire lo scandalo e l’intrattenimento all’informazione, per i titoli sferzanti in memoria degli slogan della belle époque del Mondo e dei marpioni di Via Veneto.  Non è cambiato molto, anche se adesso la “critica” anticonformista piazza in copertina al posto di immagini femminili scollacciate a corredo dei test sotto l’ombrellone, dallo scambio di coppie al voto di scambio, la faccia della sindaca di Roma in veste di virago, di strega cattiva, imbruttita dagli effetti speciali, gli stessi che invece ingentilivano la squinzia delle banche.

Vanto un lungo curriculum di critica a Virginia Raggi sindaca ma certo viene voglia di difendere perfino lei e la sua amministrazione a vedere la qualità dei suoi detrattori e dei contenuti – dal programma di Giachetti in poi – esibiti  dall’opposizione.

L’accanimento strabordante nei confronti della prima cittadina della Capitale non può nascondere che il Pd, capofila dello schieramento del partito dei sindaci, non voleva più esprimere un suo candidato per una città fallita e talmente oltraggiata da non saper più rialzare la testa, tanto è vero che il suo uomo di punta era impresentabile non per magagne morali, ma per una serie di vizi che erano poi quelli dell’organizzazione di appartenenza, incompetenza, inaffidabilità, incoerenza, inadeguatezza rappresentati in maniera paradigmatica da un compitino elettorale che esibiva come uniche credenziali due grandi interventi: nostalgia di olimpiadi e pervicace sostegno allo Stadio.

La morte lenta di Roma, di Venezia, di Firenze, di città d’arte e non, che poi ogni nostro borgo ne ha il carattere, della stessa Capitale Morale:  indagini giudiziarie, appalti opachi, pogrom non solo amministrativi contro gli immigrati, cacciata dei residenti dal centro storico per far posto alla residenzialità delle multinazionali del turismo e della finanza immobiliare e bancaria, buche,  appalti opachi, svendita a emirati e chi più ne ha più ne metta, è la medesima storia di devastazioni fisiche e morali del territorio, di un declino che ha segnato il passaggio da città pubbliche a città privatizzate, avvenuto di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica e della pianificazione.

E dire che siamo il Paese che ha dato forma a un principio formidabile e imitato anche altrove, quello degli standard edilizi, che assegnavano non solo virtualmente a ogni cittadino una superficie minima di suolo su cui realizzare i servizi di cittadinanza: istruzione, verde, cura, per garantire elementari diritti personali e collettivi. Ma siamo anche nel Paese dove chi ha cercato di praticare questo principio, Olivetti, La Pira, Petroselli, è entrato nel Pantheon sfoggiato in campagna elettorale proprio da chi ci ha espropriato dei diritti fondamentali: scuola, cultura, casa, lavoro, dai “riformisti” che hanno approfittato del doppio nodo che stringe alla gola le nostre città, la pressione della finanza speculativa e  la mancanza di risorse, per legittimare i condoni (il primo è di Craxi nel 1985 cui seguono i 2 di Berlusconi, prima dell’avvento dell’era delle deroghe urbanistiche prodrome dell’urbanistica contrattata avviata dalla legge Tognoli che inventa i Consorzi di imprese addetti alla divisione degli appalti pubblici). E poi per deviare gli oneri urbanistici che dovrebbero servire a realizzare opere di interesse generale verso la gestione delle spese correnti, per imporre quelle leggi di rapina che danno priorità strategica ai centri commerciali, avvilendo le piccole imprese commerciali e artigianali, o alle grandi opere, indirizzando a obiettivi megalomani forieri di malaffare e corruzione i fondi da impiegare per la tutela e il contrasto al dissesto idrogeologico,  alimentando la rendita fondiaria, l’urbanizzazione cioè dei terreni agricoli in non singolare coincidenza con le varie bolle immobiliari, fino all’innominabile Sblocca Italia (quello che stanziava 112 milioni di euro per combattere i mali del territorio e  4 miliardi per le Grandi Opere), oggi adottato nella sostanza dal decreto Sblocca Cantieri, o ai Piani Casa regionali che prevedono deroghe anche ai criteri di salvaguardia del paesaggio, consentendo ai privati di ridisegnare il volto delle città per rispondere a esigenze incompatibili con l’interesse generale.

Pare che il passaggio da metropoli a necropoli vada di concerto con la conversione delle utopie in distopie, delle mani per la città che avevano firmato le riforme urbanistiche di realizzazione di alloggi pubbliche, o quella sanitaria e scolastica, e le prime nazionalizzazioni dei primi governi di centro sinistra, diventate presto le mani sulla città infiltrate e occupate dalla combinazione in una sola cupola delle mafie esplicitamente criminali e di quelle neoliberiste, concordi nella pretesa di costruire per massimizzare i profitti mentre non si investe più nulla per assicurare il normale funzionamento di servizi, trasporti, manutenzione.

I sindaci di Roma, sostanzialmente fallita nel mese di aprile di 5 anni fa, hanno di volta in volta contribuito al suo  dissesto e all’accumulazione, calcolata in quella data, un lustro fa, di 22 miliardi di debito. Ma mica era il solo comune in bancarotta: in quello stesso anno erano già 180 e gli ultimi dati parlano di più di trecento, uno su dieci in Sicilia, Campania, e Calabria, la maggioranza delle città italiane è indebitata, compresi i centri colpiti dai terremoti, così nessuna amministrazione è in grado di investire per rispondere ai bisogni della comunità, nessuna programma più opere pubbliche, parchi, linee di trasporto, mentre paradossalmente si concorre, a Milano come a Roma, alla realizzazione di infrastrutture “di servizio” e collegamento per interventi privati promossi a azioni di interesse generale, come dimostra il caso degli stadi di Roma e Firenze.

Le due “capitali” sono caratterizzate da una quantità di stabili e vani per uffici vuoti: a Milano la costruzione dei nuovi grattacieli in zona Porta Garibaldi promossa dal fondo sovrano del Qatar con un immenso flusso finanziario ha innalzato il valore degli alloggi, costringendo migliaia di famiglie a trasferirsi nell’hinterland.  A Roma dove sono ben più di 100 gli stabili occupati da senzatetto  e dove il fabbisogno di alloggi stimato è intorno ai 10 mila,  dove, tanto per dirne una,  per realizzare la Nuvola si sono spesi 400 milioni cedendo il patrimonio immobiliare collettivo dell’Eur mentre le torri del Ministero delle Finanze e il velodromo olimpico venivano demoliti per far posto a iniziative azzardate e scriteriate, dalle gare di Formula 1 a quartieri di prestigiosi uffici. Così ora la Cristoforo Colombo è ora un lungo itinerario di stabili vuoti in attesa dei fasti promessi da imprese immobiliari che ne dovevano farne la Wall Street de noantri.  Ma non stanno meglio le aree dove sono stati costruiti alloggi, come a Terrazze del Presidente a Acilia,  come a Tor di Quinto, a Borghetto lungo la Cassia, l’ex Centro Direzionale Alitalia della Magliana,  come a Monte Stallonara alla Pisana, o Castel Verde sulla Prenestina dove insediamenti e  quartieri vivono “fuori” dalla civiltà, con strade mai finite, illuminazione pubblica carente o assente, allagamenti e disagi.

Se in tre anni avevamo diritto a risposte  dalla sindaca di Roma, avevamo però diritto anche a domande dall’opposizione, che non vuole darne perché significa mettere in discussione un modello di città che copia quello adottato per le banche criminali e le imprese speculatrici, che, quando falliscono, creano una bad company  messa in mano a gente fidata su cui far confluire i debiti, come è successo con Patto per Milano per il flop dell’Expo, o con l’invenzione di Roma Capitale cui è succeduto il piano di rientro di Marino, costati a noi cittadini un aumento delle tasse e il taglio di una grossa fetta di spese sociali,  e come sta accadendo e succederà in gran parte delle città “sofferenti”.

Lo Stato, le imprese pubbliche, le amministrazioni minate dalla corruzione, dall’incapacità, dalla speculazione, dal voto di scambio vengono ridotti in miseria passando dalla crisi all’opportuna emergenza, per essere intimoriti, minacciati, commissariati e ricattati fino allo sfinimento in modo da consegnarsi ragionevolmente alla cupola privata, siano sceicchi o emiri, siano prestanome oscuri o nomi altisonanti (anche Soros ha espresso interesse con un suo Fondo per il nostro patrimonio immobiliare pubblico), siano le solite cordate di costruttori e immobiliaristi esperti in appalti opachi, che entrano e escono dalla porte girevoli dei tribunali, siano imprenditori molto indebitati esperti in castelletti e giravolte che si trascinano nel brand le banche cravattare,  tutti uniti per spolpare l’osso, quello che rimane dopo le alluvioni, quelle vere e quelle di cemento, dopo le frane, quelle vere e quelle dell’impalcatura dei diritti di cittadinanza.

Annunci

Nazicrazie

latvia-864x400_cL’Europa scivola ormai verso il nazicrazia. Oddio a dire il vero tutto l’occidente visto che Guaidò, il falso presidente del Venezuela, ha asserito pubblicamente di essere stato lui e il suo gruppo a sabotare la centrale elettrica di Guri  (con  la direzione ça va sans dire  degli amici americani, vedi qui ) e promette sofferenze inenarrabili al popolo se continuerà a votare Maduro. L’ impressionante esternazione di questo inqualificabile mentecatto (la potete trovare qui in spagnolo con molti link e qui in inglese) restituisce perfettamente quale idea della democrazia si nasconda tra le classi dominanti e le loro correttezze rituali. E tuttavia questo palesarsi senza veli del fascismo in nome della democrazia è niente al confronto del silenzio dell’Europa di fronte alle manifestazioni di nazismo che si hanno in tutto l’est del del continente dall’Ucraina, dove le falangi con la croce uncinata sono state utilizzate per l’avanzamento della Nato, ai paeselli baltici  nei quali alla popolazione di origine russa viene di fatto impedito di votare, dove i partiti comunisti sono fuorilegge, dove si licenzia il sindaco di Riga per il sospetto che abbia parlato in russo ad alcuni consiglieri e dove, come accade in Lettonia, c’è una sfilata annuale, a metà marzo, in ricordo delle due divisioni delle Waffen SS, la 15esima e la 19esima, che,  inserite nella Wehrmacht a partire da corpi volontari che in precedenza avevano preso parte ai pogrom di ebrei, combatterono dal 1944 contro le truppe sovietiche.

L’Europa sempre così pronta a dubitare della democrazia di governi che si pongono in posizione critica e a bacchettarli evocando populismo e autoritarismo, tace consenziente di fronte a queste queste manifestazioni di nazismo e di caudillismo etnico quando vengono da Paesi ogni giorno offrono segnali di eterna fedeltà e alla Ue e alla Nato, due organizzazioni dell’oligarchia tra le quale è ormai difficile distinguere. Da un punto di orig-153554345238a278e553871a0ac95716ebb9d0c017vista storico la cosa è più interessante di quanto non appaia a prima vista perché le due divisioni celebrate, in tutto circa 16 mila uomini, non si ritirarono assieme alle armate tedesche sotto l’offensiva sovietica ma cercarono di resistere alle truppe russe che del resto avevano ben altro da fare e si limitarono ad accerchiarle, in attesa e nella speranza di essere evacuate dagli americani contro i quali formalmente combattevano. Se si trattasse di una speranza o invece come è assai più probabile, di una concreta promessa non posso dirlo, non avendo accesso alla documentazione, ma di certo questa vicenda offre  considerazioni e spunti sul secondo conflitto mondiale molto diversi dalle rozze vulgate  made in Usa in auge praticamente da sempre e  in qualche modo anche accettate a suo tempo dal Pci e dalla sinistra, rendendole di fatto il verbo ufficiale e condiviso. Viene il desiderio di capire meglio chi fossero davvero amici e nemici in quel conflitto e se per caso i nazisti non fossero un nemico secondario .

In ogni caso, al di là  del fatto che si commemorano truppe sotto la croce uncinata, la manifestazione lettone e tutto ciò che accade nei Paesi baltici al di là di ogni equivoco ha caratteri apertamente nazionalisti ed etnici, così netti  da poter essere colti da un bambino. Ma non da L’Espresso che invece di segnalare queste inquietanti manifestazioni di involuzione politica, anzi nemmeno  citandole, cerca di immettere il lettore nella notte in cui tutte le vacche sono nere e considera ogni reclamo di sovranità come un segno di nazismo o addirittura di suprematismo. Si tratta di considerazioni così grossolane da non meritare nemmeno un commento e anzi sono testimonianza della rovinosa china culturale nella quale il glorioso settimanale si rotola: il tentativo di buttare ogni considerazione in svagata caciara da dopocena, di confondere le acque tra richieste di autonomia di bilancio dei Paesi dell’Unione e tendenze autoritarie o razziste, si accompagna al silenzio sui casi dove queste effettivamente si manifestano visto che si tratta di aree che mostrano la maggiore fedeltà all’Europa.

A questo proposito mi azzardo a fare un’ ipotesi: non è un mistero come L’Espresso e tutto il gruppo Repubblica, navighi in cattive acque visto che non soltanto subisce il declino della carta stampata, ma anche il collasso della sinistra (si fa per dire) blairiana di cui è stato foglio portaordini: tra gli acquirenti interessati c’è il miliardario ceco Daniel Kretinsky, uno di questi misteriosi oligarchi post comunisti che in pochi anni hanno fatto gigantesche fortune (Metro e Mediaword tra i suoi domini), che è direttamente interessato per via di suoi oleodotti alla questione Ucraina, il cui nome aleggia nei Panama Papers, che già in Francia controlla Le Monde oltre a numerosi altri giornali e televisioni con effetti assolutamente evidenti sulla qualità e l’onestà dell’informazione. La sua europa è quella che rende possibile ogni speculazione, ogni disuguaglianza, ognu abuso, è quella di Macron e dei banchieri, ma anche dei muri e delle manifestazioni autoritarie e nazistofile all’Est, rappresenta molto bene nelle peculiari forme sarmatiche lo stato dell’arte del neoliberismo e della post democrazia oltre che l’ambiguità delle oligarchie continentali. Forse ci si prepara ad accoglierlo degnamente con un buon Espresso o meglio con ‘na tazzulella ‘e cafè?


Genesi e storia del Renzusconismo

A84myp9CMAAplkfFinalmente le cose sono chiare e visibili anche attraverso le spesse fette di prosciutto serrano che molti hanno tentato di mettersi sugli occhi: la terza repubblica si chiama Renzusconi. Pieno accordo tra il sindaco di Firenze e il Condannato, piena continuità tra il ventennio del Cavaliere e quello del giovane padroncino, scomparsa della socialdemocrazia, tentativo attraverso la legge elettorale di mantenere il potere politico, ma anche economico nelle mani dell’attuale establishment, assalto finale alla Costituzione, che secondo il sublime pensiero di Renzi avrebbe dovuto essere cambiata 70 anni fa, cioè prima ancora di essere formulata. Remolo e Romolo al potere.

Per buona pace di chi ha combattuto Berlusconi per anni inghiottendo ogni rospo del veltronismo pur di cacciare il tycoon e che se lo ritrova al centro dell’azione politica, per la consolazione di chi ha finto di combattere Berlusconi in cambio di una immeritata credibilità, per la serenità dell’Italia di corrotti, corruttori e affaristi, per la gioia di clientes e nuovisti d’accatto il berlusconismo ha vinto e continuerà attraverso il delfino che già da oggi è il nuovo premier di fatto. Per questo non possiamo che elevare un Te Deum al facilitatore di tutto questo cioè all’insigne vegliardo del Colle.

Ma un’altra cosa va compresa: tutto questo non è accaduto per caso. Se i particolari della vicenda che hanno portato al governo Renzi – Berlusconi sono stati ovviamente influenzati da eventi non controllabili, la sua linea di sviluppo lungo un percorso che dalla democrazia porta all’oligarchia, ha invece uno svolgimento logico, comprensibile e registrato. Tutto comincia quando l’Europa dei banchieri e della Germania vive la sua sindrome greca, ovvero la paura che l’uscita del piccolo paese mediterraneo dall’euro faccia perdere miliardi agli istituti di credito tedeschi e francesi che avevano follemente speculato sui titoli di Atene. Ai poteri continentali della Grecia non importa nulla, ma l’uscita di una tessera dal puzzle può innescare un effetto domino che potrebbe in breve mettere in crisi l’ideologia dominante e i suoi strumenti effettivi. L’Italia è in prima linea, il suo premier Berlusconi è ridicolo e inaffidabile, la sua persistenza potrebbe portare anche – orrore – ad un’ affermazione degli avversari e quindi a una minore disponibilità a piegarsi all’austerità e ai trattati di ferro con cui si intende imporla.

Così per prima cosa si fanno pressioni per evitare elezioni, mettere al potere un “amico” tecnico, ovvero il buon Monti  sotto il ricatto dello spread e intanto una classe dirigente inquieta e timorosa per le sue rendite di posizione, cerca un sostituto del Cavaliere, qualcuno difficile da pescare nel mondo di nani e ballerine del Pdl. C’è invece un giovane ambizioso, cattolico, conservatore dentro e nuovista fuori, legato al mondo berlusconiano per via dell’azienda di famiglia, che contesta da destra gli apparati del Pd. E’ un personaggino, ma buca lo schermo, è adatto alla politica fattasi media, è l’uomo giusto per l’Italia mediocre e fatua creata da vent’anni di berlusconismo. Così a fine maggio del 2012 in occasione di un convegno appositamente organizzato dalla J.P. Morgan a Firenze, calano su Palazzo Vecchio Tony Blair e la ministra tedesca del lavoro, braccio destro della Merkel , Ursula von der Leyen, i quali mettono in piedi una pantomima di pranzi e dichiarazioni che lanciano Renzi come principale personaggio delle primarie del Pd. Dopo un tete a tete a pranzo (probabilmente pagato da noi) fra Renzi e Blair all’hotel  St. Regis di piazza Ognissanti, l’ex svenditore inglese del Labour dice che si è parlato di primarie e di aver chiesto delucidazioni in merito alla partecipazione del sindaco. In pratica un endorsement che fa capire come a Renzi non sarebbero mancati né gli appoggi, né le risorse.

Un mese dopo questi fatti, cioè a fine giugno arriva una nuova stazione della via crucis. L’Espresso pubblica un documento riservato di 8 cartelle, titolato “La rosa tricolore” che è all’esame di Berlusconi e dei notabili del Pdl e che ha come sottotitolo “Un Progetto per Vincere le elezioni politiche 2013”. A confezionarlo con la supervisione di Verdini e di Dell’Utri è Diego Volpe Pasini, romano, imprenditore in Friuli, assessore comunale di Udine, collaboratore stretto di Vittorio Sgarbi, già noto alle cronache politiche per aver creato nel 2001 il “Partito liberal popolare in Europa con Haider”, inneggiante al defunto politico austriaco di simpatie neonazi, e alla cronaca nera per essere stato arrestato (nel 2008) per violazione degli obblighi dell’assistenza familiare nei riguardi della ex moglie. E qui basta leggere:

“Un piano in tre mosse. Primo, azzerare l’attuale Pdl, considerato in blocco «non riformabile» insieme a tutti i suoi dirigenti (con un singolare eccezione: Denis Verdini). 
Secondo, costruire un network di liste di genere (donne, giovani, imprenditori) tutte precedute dal logo “Forza”. 
E, infine, l’idea più clamorosa: candidare un premier a sorpresa, pescato come nel calcio mercato dalla squadra avversaria: non Luca Cordero di Montezemolo né Corrado Passera né tantomeno il povero Angelino Alfano. Ma il giovane sindaco di Firenze Matteo Renzi, oggi candidato in pectore alle primarie del Pd”. 

Il presupposto del piano è lo sfascio del Pdl  che «appare non riformabile mentre i suoi dirigenti hanno un tale attaccamento al proprio posto di privilegio da considerare come fondamentale la sopravvivenza solo di se stessi. Miracolati irriconoscenti appiccicati sulle spalle di Berlusconi». Per questo, oltre ad una serie di contromisure di vario genere si passa all’idea  che come abbiamo visto piace anche in Europa, anche se certo non è scritta nei bollettini di Strasburgo, cambiare cavallo, ma solo in apparenza:

«Fermo restando che nessuno potrebbe svolgere questo compito meglio di Berlusconi, questo vale solo se lui sente il grande fuoco dentro di sempre». Se invece il fuoco del Cavaliere fosse intiepidito, sarebbe meglio pensare a un nome nuovo. Alfano? «Non crea trascinamento e emozioni». Montezemolo? «Troppo elitario e tentennante». Passera? «Privo di carisma e di capacità decisionali forti. La permanenza nel governo Monti non lo aiuta». 

E allora la sola cosa da fare, «folle, geniale», è schierare il campione del campo avverso: «Il solo giovane uomo che ci fa vincere: Matteo Renzi». Il sindaco di Firenze? Ma non è del Pd? Certo. Ma chi ha scritto il documento ricorda con lucidità che il rottamatore è inviso ai dirigenti del partito e alla Cgil, mentre è apprezzato dagli elettori del centrodestra. «Se Berlusconi glielo chiedesse pubblicamente non accetterebbe. Sarebbe un errore fare una richiesta pubblica da parte del leader», che pure conosce e stima Renzi, annota il testo, ricordando gli incontri di Arcore tra il sindaco e il Cavaliere. «Bisogna che Renzi si candidi da solo con la sua lista Renzi e che apra a tutti coloro che condivideranno il suo programma (ovviamente preventivamente concordato). A quel punto la nuova coalizione di centrodestra si confronterà con lui e deciderà di sostenerlo per unità di vedute e di programmi»

Quando il disvelamento del piano Rosa Tricolore appare sull’Espresso Renzi si scaglia immediatamente contro il settimanale e su Facebook dichiara “E allora voglio svelare il mistero: il piano esiste. L’hanno firmato non solo Verdini e Dell’Utri, ma anche Luciano Moggi, Licio Gelli, jack lo Squartatore e Capitan Uncino.” Disgraziatamente Vittorio Sgarbi, amico molto stretto di Volpe Pasini, estensore del piano, intervistato a caldo in merito alla vicenda si lascia scappare il fatto che il sindaco di Firenze era a conoscenza del piano: “Diciamo che gli ho accennato l’idea un mese e mezzo fa in occasione del programma condotto dalla Gruber. Gli ho detto che piaceva tanto a Verdini e ai vertici del Pdl”. Renzi si mostra infastidito et pour cause, visto che doveva ancora essere “incoronato” da Blair e l’uscita di un simile documento avrebbe potuto danneggiare tutto. La vittoria di Bersani alle primarie, nonostante i tre milioni di euro spuntati fuori da luoghi in gran parte inesplorati spesi da Renzi, costituisce solo una battuta d’arresto che ha tuttavia i suoi nefandi effetti costringendo la dirigenza piddina a continui atti di ossequio e ubbidienza all’Europa del fiscal compact, così come ai finanzieri di Wall Street ricavandone elogi e patenti di buona condotta.

La cosa che comunque colpisce è straordinaria concordanza tra il piano formulato più di un anno e mezzo fa e la realtà che si è palesata ieri con l’accordo Matteo – Silvio, senza dimenticare un passaggio importante, l’endorsement che la Merkel ha fatto a fine settembre del 2013 dopo la sua rielezione: la Cancelliera fece sapere al Quirinale che per mettere fine alla falsa stabilità sarebbe opportuno che l’Italia tornasse presto alle urne con un Pd guidato da Renzi, vista la probabile decadenza e incandidabilità di Berlusconi.

Le cose sono andate anche meglio: Berlusconi è di nuovo al centro della politica, Renzi è il padrone di un Pd di poltronari a vita incapaci di qualsiasi autonomia e il piano di riduzione della democrazia prosegue senza intoppi. Renzusconi regna sovrano.


Il Pd diventa nipote di Mubarak

renzi-berlusconi1Mi piacerebbe conoscere le tane. Le tane mentali intendo, i ripari tessuti cucendo assieme gli alibi raccolti sul bordo della strada. Mi piacerebbe sapere dov’è finita tutta la gente che vedeva Berlusconi come fumo negli occhi per la democrazia e magari scendeva pure in piazza contro il tycoon. Dove sono quelli che festeggiavano l’uscita del cavaliere giubilato da Palazzo Chigi, che si scandalizzavano per la nipote di Mubarak e le notti di Arcore? Dove sono le donne di se non ora quando? dove sono queli che si stracciavano le vesti per il conflitto di interessi o le leggi ad personam? Dov’è il Pd che ancora in novembre denunciava “la deriva di Berlusconi” come “un pericolo per le istituzioni“?

Ora Silvio entrerà da vincitore morale nella sede del partito ex avversario, siederà in compagnia di Letta zio di fronte alla foto in cui Castro e il Che giocano a golf, messa lì probabilmente da Veltroni a testimoniare che anche i rivoluzionari amano i giochi scemi da ricchi e dentro questa atmosfera , il padrino e il figlioccio Renzi firmeranno un patto elettorale, si daranno da fare per sistemare i loro affari di casta, assicurarsi che nulla cambi in questo Paese che al porcellum segua un qualche altro prodotto suinicolo in grado di confermare l’oligarchia di fatto anche stravolgendone le istituzioni. Cade una finzione e l’annuncio è stato dato in Tv come si conviene a un regime mediatico.

Ma mi chiedo anche in quali tane se stiano nascosti quelli che sono andati a votare il sindaco di Firenze alle primarie. Fingono di non respirare pensando che comunque questo frutterà loro una bella rendita di presenza e di clientela? Si, dico lo scrittorucolo gigione di partito, nato da famiglia strabaricca, pompato e pompante, l’intellettuale da tessera, la gentina da festival delle idee, la cretineria sociale in abito di gala cosa dice? Tanto più che il Renzi come un Calandrino a sua insaputa gli ha già dato  dei coglioni davanti al pubblico delle invasioni barbariche, effettivamente tali, dicendo: “Chi ha votato per me lo ha fatto non perché si è innamorato di me ma lo ha fatto nella logica dell’ultima spiaggia. Hanno detto: proviamo Renzi perché poi ci resta solo il Mago Otelma”.

Oddio non so se sia meglio Otelma o il cartomante di Firenze, la gara è aperta, ma certo grattando la pesante biacca della falsa modestia da infinocchiatore di provincia, è come dire avete votato l’ultima scartina disponibile e siete proprio fessi a presentarmi come l’uomo nuovo, a fingere di credere in un cambiamento reale, a pensare che far casino equivalga a trasformazione. Tanto più che la scartina è disponibile a che cosa? A fare finalmente il patto con il grande nemico che diventa a tutti gli effetti il grande amico dopo essere stato di volta in volta un alleato per necessità e poi un alleato scelto contro ogni cambiamento. E la cosa non viene certo a sorpresa: nel giugno del 2012, l’Espresso ora venduto nel bar di Renzi per suprema volontà del suo editore e per necessità di bilancio di Sorgenia,  riferiva con enfasi e quasi con indignazione il piano segreto del Cavaliere, poi compiutosi e intitolato “la rosa tricolore”: “Un piano in tre mosse. Primo, azzerare l’attuale Pdl, considerato in blocco «non riformabile» insieme a tutti i suoi dirigenti (con un singolare eccezione: Denis Verdini). Secondo, costruire un network di liste di genere (donne, giovani, imprenditori) tutte precedute dal logo “Forza”. E, infine, l’idea più clamorosa: candidare un premier a sorpresa, pescato come nel calcio mercato dalla squadra avversaria: non Luca Cordero di Montezemolo né Corrado Passera né tantomeno il povero Angelino Alfano. Ma il giovane sindaco di Firenze Matteo Renzi, oggi candidato in pectore alle primarie del Pd.”

Alla fine tutto si è realizzato: il Pd è di sinistra come Ruby è la nipote di Mubarak. E Renzi un segretario elegante.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: