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C.Carrà: Ciò che mi ha detto il tram

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si dovrebbero comminare pene severe per l’abuso della parola “intelligente”, consumata in tutte le situazioni, vacanze, materassi, lampadine, città, soprattutto da cretini che ci vogliono far diventare più cretini di loro. E talvolta sostituita da termini stranieri che dovrebbero dare autorevolezza a propositi osceni, come, per esempio, fare di Pompei una smart city, trovata fortunatamente caduta nel dimenticatoio frutto avvelenato di una meteora della politica anche quella obliterata dopo una effimera fortuna come aspirante leader alternativo.

Bisognerebbe farlo in fretta, anche prima di domani quando – se è vero che il problema di una città consegnata anche da questa giunta ai poteri forti, costruttori, chiesa,  immobiliaristi, finanza, e altri clan non diversamente criminali, è, come a Palermo, il traffico- i cittadini romani saranno chiamati a pronunciarsi per avere trasporti “intelligenti” e più efficienti grazie all’ispirato e salvifico intervento dei privati.

E appunto i fan del Si si pensano che siamo più cretini di loro e che ci beviamo questa fake smentita ogni giorno e in ogni latitudine. In Gran Bretagna dove la stagione thatcheriana delle privatizzazioni non è finita con la lady di ferro e i suoi insuccessi vanno dal continuo incremento della disoccupazione, al fallimento della gestione mista delle ferrovie voluta da Blair: i biglietti costano di più e il servizio è vergognoso, dalla Sanità occupata da esose assicurazioni, al sistema pensionistico; in Italia dove i ponti crollano perché si tutela il rapporto costi benefici e  o il risparmio su materiali,  manutenzione e vigilanza più che le vite umane, dove abbiamo speso di tasca nostra una trentina di miliardi per il salvataggio di banche private e dove Bankitalia è stata sottratta di fatto al controllo del governo e dunque dello Stato grazie al divorzio officiato da  Andreatta in qualità di ministro del Tesoro e dal governatore di allora  Ciampi, senza nemmeno interpellare il Parlamento e dando in pasto il Paese al mercato e alla speculazione. E in tutta Europa dove si segue la tendenza che viene dallo stato canaglia che ha fatto circolare la sua pestilenza nel mondo, e dove si gonfia a dismisura una crisi di un settore a alto contenuto sociale per offrire la soluzione sotto forma di benevolo intervento di investitori generosi, si tratti si salute, assistenza, pensioni, patrimonio culturale, infrastrutture, servizi.

La fuffa che vendono insieme ai nostri beni comuni, ai nostri immobili, alle nostre coste ha bisogno di certe cerimonie rituali per dare l’impressione che si ascolta la voce popolare, salvo poi tradirla come è successo con l’acqua  e come non deve succedere con i trasporti romani, ha un forte retroterra fideistico  secondo il quale l’avidità privata e finanziaria è l’unico motore della crescita, lo stato è  solo un grande peso, il popolo è di serie B obbligato a contribuire alla crescita e alla ricchezza di una scrematura di serie A.

E così chi dirà No è già condannato preliminarmente alla riprovazione in quanto misoneista, arcaico conservatore, bieco oscurantista e, non manca mai, gufo disfattista.

Come al solito il mantra dei promotori (Radicali, Fi e Pd romano) dovrebbe far breccia, grazie alla polarizzazione dei due corni della questione: monopolio vizioso, intervento privato virtuoso,  nella pancia della plebe malcontenta  che rumoreggia per via dell’oscena voragine di 800 milioni contratto da un ente occupato militarmente dalla malapolitica: voto di scambio, familismo, giri di poltrone con liquidazioni milionarie e che in cambio ai cittadini  offre attese millenarie, mezzi fatiscenti, rari, inefficienti soprattutto per quanto riguarda le periferie, che è bene ricordarlo, sono servite già da un’azienda interamente privata Tpl,   che gestisce più del  40% dell’offerta di trasporto, dimostrando emblematicamente con la sua inadeguatezza e improduttività che il rattoppo è peggio del buco.

Male ha fatto il Comune ad arroccarsi non dando la necessaria informazione con la speranza che il referendum vada deserto senza colpo ferire: ben altro avrebbe comunicare in difesa del proprio ruolo di tutela dell’interesse generale. Perché quella che viene proposta non è nemmeno una liberalizzazione bensì addirittura la vendita in blocco delle azioni dell’Atac S.p.a. (e le tre competenze ora disperse in tre aziende: Roma Servizi,    per la pianificazione della mobilità,Roma Metropolitana e la progettazione di metro e tram, e la stessa Atac che assolve altre funzioni insieme alla produzione, in particolare la gestione del sistema tariffario e delle proprietà dei depositi e delle infrastrutture) o la sua automatica sostituzione con una impresa privata vincente per sua natura – e l’esperienza lo ha dimostrato – interessata a convertire l’inefficienza in una rendita a proprio vantaggio, facendo pagare il conto ai cittadini con tagli ai servizi, ai  salari dei dipendenti e alla manutenzione delle vetture,  in aumenti tariffari ed esercitando ogni sorta di intimidazioni sul comune ricattato compreso il blocco dei trasporti. E peggio ha fatto la giunta Raggi, dopo i gesti simbolici da divino sprovveduto dell’onesto Marino,  a scaraventare l’azienda  nella procedura fallimentare seppure in forma concordataria con i creditori,  mettendo le premesse per una emergenza  che prevede le abituali misure eccezionali di “salvataggio”:  concessione, cessione   e svendita.

Non stupisce, ormai siamo abituati a una continuità col passato rivendicata in nome di una miserabile realpolitik per via della quale è impossibile dire di no, pensare soluzioni di rottura davvero alternative, alla fine meno costose delle minacciate penali e sanzioni economiche, politiche o “morali”.  Mentre invece era questo il momento di aprire, ebbene si, all’intelligenza proponendo un piano dei trasporti che si avvalga della tecnologia che oggi già permette di aggregare la domanda in tempo reale e di rispondere con un trasporto senza linee fisse, modificando il percorso per servire i cittadini che si muovono contemporaneamente nel medesimo bacino. Che si adegui a cambiamenti di stile di vita che suggeriscono di potenziare le formule di spostamento collettivo. Che faccia proprie le esperienze di città che hanno promosso la rete del ferro al posto degli autobus obsoleti che restano imprigionati nel traffico. E che preveda un vero risanamento con la sostituzione di vertici che hanno dimostrato incapacità e opacità, con soggetti di controllo e gestione svincolati dalla cosca del malaffarismo amministrativo, imprenditoriale e finanziario.

Si racconta che Gianni Agnelli interrogato sulle disuguaglianze sociali abbia risposto, e se ne intendeva, che uno dei discrimini fondamentali era il trasporto. E infatti si spostava non con le sue auto delle quali non si fidava, ma passando sulle nostre teste con elicotteri e arei di proprietà. Votare Si se non si è Agnelli o quella cerchia di cagnolini che chinano la testa dietro al lunotto delle macchine blu  in cambio di un passaggio in TV, tra starlette, cinepasticceri, funzionari in carico a stampa e partiti morenti,  commentatori e opinionisti un tanto al chilo, è autolesionista. E non è intelligente.

 

 

 

 

 

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Il norcino del re

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Guai fare indispettire il norcino del re: potrebbe mollare tutto e delocalizzare il brand della ribollita d’arte, trasferendo, armi bagagli, l’Italia della pizza e fichi, del lardo di colonnata e dei pistacchi di Bronte  a Detroit, in Olanda, in Gran Bretagna come hanno fatto altri illustri quanto permalosi imprenditori e manager a dispetto di governi che li idolatravano, assecondavano e gratificavano con   aiuti e prebende.

A far stizzire Farinetti – a un tempo industriale, pontefice della svolta confessionale del cibo officiata dai masterchef quando non dalla Parodi, mecenate di ravanelli come del Rinascimento (è tristemente noto il   “percorso museale” tra le mura del suo emporio fiorentino, che “racconta con  pannelli didattici i luoghi, i valori e le figure storiche che hanno contribuito al periodo artistico e culturale più fulgido di sempre” tra le quali campeggia immancabile il suo ritratto), finanziatore generoso e fiore all’occhiello della Leopolda anche in quanto sperimentatore in proprio del Jobs Act, ancora prima della “riforma”, attraverso un uso massiccio del precariato: 8 euro lordi l’ora, e perciò denunciato dai suoi sventurati dipendenti che lo chiamano lo “squalo” – è stato Raffaele Cantone, il magistrato collocato a capo dell’autorità nazionale anti corruzione. Esuberando dalla sua funzione simbolica e dimostrativa alla quale è stato condannato a fronte dell’inerzia ormai proverbiale di governo e parlamento,  il presidente dell’Autorità a seguito di un’interrogazione di Sel, ha chiesto di  verificare le procedure dell’aggiudicazione diretta degli spazi  per realizzare “l’osteria più grande del mondo” all’interno dell’Expo 2015: due ‘stecche’  (si chiamano così) da 4mila metri quadrati, in  ciascuna delle quali  funzioneranno 20 ristoranti, uno per ciascuna regione italiana.

Apriti cielo. La reazione del Farinetti furioso non si è fatta attendere: “Se continuano le polemiche di gente che non fa e che ha un sacco di tempo da perdere per criticare chi fa, noi ci ritiriamo senza problemi”. E nemmeno la difesa d’ufficio del commissario Sala: “Possiamo non fare una gara quando c’è unicità. E dal nostro punto di vista, Eataly è unico”.

Eh si, Eataly deve essere proprio unico, tanto è vero che ben oltre la protezione del premier che aveva chiesto al suo patron di ricoprire un incarico di governo in festoso conflitto d’interessi, il Comune di Bologna non ha mai smentito la congrua partecipazione con 55 milioni alla realizzazione di una “esperienza sensoriale” anche quella “unica”: il monumento a Eataly,  un polo della gastronomia  in mezzo a svincoli e viadotti, in una radura larga e lunga 72 ettari, due volte il Vaticano, a 10 chilometri dalla città.  Anche là partner d’eccezione, come all’Expò, sono le Coop, che hanno annusato insieme a quello della mortadella, il profumo ineffabile dei soldi, se verranno mantenute le promesse dello squalo in veste di  “ Disney  del cibo tricolore”, come ebbe a definirsi:  “datemi 100 milioni di euro, un treno veloce e vi porto 10 milioni di donne, bambini e uomini”.

Davvero unico, se il sindaco Pisapia, incurante del ridicolo e la curia di Milano, incurante dell’esuberante ingresso dei mercanti nel tempio, hanno acconsentito che il  Duomo facesse “il suo debutto nel Flatiron District con la mostra “Eataly per Duomo” ospitata dal fondatore Oscar Farinetti, in cui sono esposti storici tesori architettonici datati oltre sei secoli:  la statua di Santa Lucia, un’immagine della Vergine ed un assortimento di guglie uniche,  organizzata per promuovere la Expo Milano che prenderà il via a maggio 2015”. “La mia presenza a New York – ha spiegato in quell’occasione il sindaco Pisapia – soprattutto è per rafforzare l’amicizia tra Milano e la City, in secondo luogo per far conoscere le offerte che Milano farà sia prima che durante e dopo l’Expo”.  Insomma come non cogliere l’opportunità di approfittare della notorietà di Farinetti, dell’avvio della “food policy”  per promuovere il misconosciuto Duomo di Milano, proprio come il logo lanciato dal sindaco d’Italia doveva accreditare Firenze, notoriamente ignota ai più? Sarebbe quello l’obiettivo della  campagna pubblicitaria “Do You Duomo”,  corroborare l’immagine di Milano e del suo edificio simbolo, con l’intento secondario di raccogliere quei fondi per il restauro che, malgrado il trattamento di favore, il patron non sgancia preferendo il ruolo di oculato sponsor a quello di munifico mecenate .

Unico eccome, Farinetti che in tempi di carestia si propone di riempire la pancia .. peccato sia la sua.

 


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