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Masochisti con le ali

dominantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo detto che per fare una diagnosi del confronto politico in corso, del palcoscenico dove è in scena e dei suoi attori ci vorrebbe lo psichiatra, tra delirio di onnipotenza, perversioni sessuali, caratteri distruttivi, paranoia, schizofrenia e doppia personalità e poi altri disturbi e varie sindromi, di Tourette a vedere il turpiloquio impiegato in sostituzione di pacato ragionare, quella di Capgras che porta a ritenere che un proprio ministro o consigliere sia stato sostituito da un impostore, della Mano Aliena, per la quale chi ne è colpito vive nella falsa convinzione che uno sei suoi arti non gli appartenga ma che agisca autonomamente (molto diffusa tra i perseguiti per appropriazione indebita, reati contro il patrimonio, reati tributari), o di Cotard – convinzione illusoria id essere morti – che a volte affligge ex notabili in disgrazia che ultimamente per combatterla si affrettano ad aderire a Italia Viva.

Oggi però vorrei indirizzare l’attenzione sul masochismo, trattato come degenerazione da Krafft Ebing, che in modo semplicistico può essere definito come ricerca dell’appagamento attraverso il dolore o l’umiliazione, di conseguenza come il desiderio d’essere sottomesso e rimanere in balia di qualcuno. Ma qualcuno poi ha ampliato la definizione di masochismo morale di Freud  per descrivere quello sociale,  come un istinto comune, una possibilità presente in tutti gli esseri umani e che può diventare patologico solo superando certi limiti.

Ecco mi viene da pensare che i 5Stelle stiano superando quei certi limiti, sia che a muoverli sia il “piacere” di mantenere le poltrone, sia, non è impossibile, per spirito di servizio, per obbedienza al credo del “non c’è alternativa” che persuade a farsi possedere dal principio di realtà declinato in forma di scienza del compromesso. E che fa pensare che quell’istinto comune esasperato li consegni a qualche padrone da cui farsi soggiogare, oggi il Pd dopo la Lega che li condurrà a fine certa benché si tratti della violenza di un morto che cammina dominato da un morto in marcia.

Basterebbe rifarsi all’ultimo caso  sul quale ci ha informati con sconcerto e indignazione lo storico dell’arte fiorentino Montanari a proposito dell’Aeroporto di Firenze e del ricatto montato da Renzi attraverso la sua cerchia di irriducibili estesa al presidente della Toscana, che pur tra distinguo di schieramento proprio non vuole rinunciare all’affaronissimo, cui si aggiunge il Mibact guidato dal ministro  Franceschini  determinato a impugnare la sentenza del Tar che dichiarava nulla la Valutazione di Impatto ambientale, fermando l’iter di realizzazione della nuova pista.  Abbiamo così saputo che il programma del sindaco Nardella che comprende un’agenda di oltraggi: Aeroporto dunque, Alta Velocità e incremento turistico nella città sotto osservazione dell’Unisco proprio a causa del suo cambio di destinazione, da città d’arte a disneyland, è stata votata anche dai 5stelle.

Racconta Montanari: “I pentastellati del consiglio comunale di Firenze si sono affrettati a votare il programma di mandato di Dario Nardella (clamoroso salto dall’opposizione all’appoggio esterno), che hanno scoperto essere “del tutto in linea con il programma per le elezioni comunali presentato ai cittadini la scorsa primavera in occasione della tornata elettorale”. Dopo che i loro elettori, inferociti, hanno fatto notare che quel programma contiene anche il pacchetto delle Grandi Opere del Giglio Magico, hanno chiarito che non avevano capito su cosa si votasse, e dichiarato che “è diverso il giudizio sul completamento del nodo Alta Velocità (n.d.r. La linea sotterranea di collegamento tra le tratte AV che, da nord e da sud, arrivano a Firenze,  composta da un doppio tunnel di circa sette km e una stazione interrata 25 metri sotto il livello del suolo, compresa la Fortezza Basso), così come concepito che, nella sua natura di opera costosa e inutile, riteniamo sia l’ennesima occasione dell’incredibile sperpero di denaro pubblico che nulla ha a che vedere con il bene collettivo”.

Accidenti pare di stare all’Europarlamento dopo il voto sulla famosa risoluzione che equiparava nazismo e comunismo, sulla quale ci tocca leggere gli autodafè fino ai non sorprendenti  Sassoli o Pisapia, di quelli che se c’erano dormivano, di quelli che si erano distratti, di quelli che non avevano capito bene, di quelli “che nessuno ce l’aveva spiegato di cosa si trattava”.

C’è davvero da domandarsi se ci sono o ci fanno, se dopo essersi associati alle infamie di Salvini, adesso è arrivato il momento di associarsi all’altrettanto indecente comitato d’affari toscano, che ha riconquistato la festosa accondiscendenza della ministra De Micheli, accusata prima  di partigianeria campanilistica dando la priorità agli interventi emiliano-romagnoli.

Per carità se di masochismo si tratta chissà se sono stati soggiogati fino alla sottomissione dall’immagine del grado più elevato delle quote rosa di Italia Viva, in stivali alti (ci ha appena fatto sapere  nei suoi interventi programmatici  che non rinuncerà mai ai tacchi a spillo, il suo marchio) e frustino. In questo caso dopo il dolore e la gradita umiliazione, la ricompensa parlerebbe la lingua del cemento,   della speculazione, dello sfruttamento del territorio e dei profitti che ne derivano.

Le vicende del nuovo aeroporto di Firenze riproiettano il film già visto di Tav, Mose, Expo, quello  dell’aggiramento delle regole poste a tutela della sicurezza e della salute delle popolazioni, di annullamento della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, delle scelte decise da una cerchia opaca locale ma con la complicità delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche nazionali e confortate dall’appoggio della stampa, con la sostituzione della necessaria informazione dovuta con le inserzioni a pagamento e con ineffabili offerte di referendum a posteriori e limitati alla cittadinanza locale, dopo che i proponenti: Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge e proprio come ogni tanti si sente riproporre per la Tav.

E infatti la sentenza del Tar – dopo che il Governo Gentiloni aveva tentato per decreto di annacquare gli aspetti più evidentemente “sporchi” della faccenda,  ipotizzando perfino che le decisioni finali fossero attribuite a un Osservatorio dal quale erano estromessi i sindaci interessati all’infuori di Nardella – serviva a ripristinare delle condizioni di legalità, contestando che l’iter precedente e seguente la Valutazione di impatto ambientale del progetto presentava caratteri di illegittimità, a partire dalla variante del Piano di indirizzo di previsione della nuova pista, dalla presentazione alla Via non di un progetto definitivo come prescrive la legge, bensì di un masterplan.

Ma non basta, come al solito intorno all’opera si sono intrecciate varie leggende e narrazioni fasulle, a cominciare dalle previsioni sul traffico aereo che altro non sono che auspici messi alla prova dalla realtà, da quella sul “volano occupazionale”,  quando  già da tempo negli aeroporti della Toscana si assiste alla riduzione ed alla precarizzazione del lavoro e quando si tratta di mansioni poco qualificate, quella sui costi a carico dei privati che esonererebbero gli investimenti pubblici (che ammontano già 50 milioni a fondo perso), o da quella che attribuisce agli aeroporti un ruolo di motore di  progresso, quando gli esempi degli aeroporti di Roissy-Charles de Gaulle,  Nantes, Frankfurt, Narita, e Shiphol stanno a dimostrare che si tratta di città artificiali dentro alle città.

E che comportano interventi pesanti che determinano un tremendo impatto costruttivo, per via del commercio, della logistica e del terziario   che viene sviluppato per rendere economicamente sostenibile l’investimento, una pressione formidabile sul traffico imponendo la creazione di infrastrutture stradali e ferroviaria di collegamento, un impatto inquinante acustico, atmosferico ma anche in termini di consumo di suolo e trasformazioni territoriali e sociali, quelle che hanno mobilitato l’opposizione degli abitanti a Heathrow e Manchester.

Speriamo che i cittadini non siano masochisti e si ribellino perché proprio come la Tav si tratta di un’opera che corrisponde a una aspirazione più velenosa del cherosene,  quello della definitiva trasformazione delle nostre città e del nostro Paese in una parco tematico, con gli abitanti retrocessi a inservienti, affittacamere, osti, facchini, camerieri. Perché è questo che intendono per Italia Viva.

 

 

 

 

 

 


Utopia sotto Spirito …. Santo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stiamo proprio vivendo il tempo della rinuncia, solo apparentemente ragionevole, stiamo proprio vivendo il tempo dell’abiura, solo apparentemente necessaria.

Qualcuno, Freud, ha detto che “in mancanza della felicità, gli uomini si accontentano di evitare l’infelicità”. Così il vero imperativo morale è accontentarsi, farsi bastare il mediocre, sperando che sia certo, la “sicurezza” intesa come limitazione di libertà, diritti, speranze in cambio della sopravvivenza, del poco garantito. E cancellare dal nostro vocabolario esistenziale le parole con la maiuscola, tutte catalogate nel dizionario della retorica e che sarebbe moderno, giudizioso, progressivo, burlarsi, in quanto mesti e arcaici avanzi del passato, cari a chi ha nell’indole il talento maligno di ostacolare iniziativa sfrenata, dinamico pragmatismo, insomma quel Fare, sì, con la maiuscola, che anima l’azione di regimi che temono Pensiero, Critica, Pace, Memoria e pure il Domani, ambedue considerati eversivi perché agitano concetti e rappresentazioni di Libertà e Speranza aborriti da chi è ripiegato su un presente istantaneo, immediato come uno spot che  propaganda l’ora e subito per cancellare Storia e Futuro.

Così quelle che erano le parole delle ideologie, anche quelle criminalizzate tutte – che per carità non suscitino idee e convinzioni naturalmente pericolose, sono uscite dal bagaglio di partiti, movimenti, che avrebbero dovuto testimoniarne ed esprimerle. Proprio oggi, mentre soffiano sempre più impetuosi venti di guerra, in questo Paese impoverito, demoralizzato, umiliato, ci si trova a difendere una carta che di quei principi e di quei valori continua a parlare, attribuendole il senso di un contratto, di un patto sottoscritto in momenti più eroici e ereditata, con una democrazia talmente cancellata e vilipesa, talmente rosa e screditata che forse sarebbe da abbandonare al nemico.

Ma il fatto è che quella sinistra che avrebbe dovuto tutelarla, si è accontentata di pallide imitazioni, di riduzioni progressive, quelle di un riformismo cui bastava addomesticare, ma poco, ma prudentemente, ma apparentemente, un capitalismo sempre più feroce, inafferrabile, bellicoso, avido, grazie a mediocri aggiustamenti negoziati, compromessi mercanteggiati, abdicazioni ineludibili. E ha rinunciato alla stampella ideale cui appoggiare le visioni radiose del futuro, il binocolo con qui guardare a quelle stelle che dovevano indicare il cammino: Uguaglianza, Solidarietà, Libertà, Riscatto, Pace, insomma all’Utopia.

Anche su quelle parole c’è un soggetto che ha esercitato un potere sostitutivo: la Chiesa, acquisendo autorevolezza anche presso agnostici e infedeli, pronti a offrire un riconoscimento ufficiale che va ben oltre quello legato a principi ispiratori e largamente traditi di amore e fratellanza, attribuendole un ruolo laico e temporale grazie a una delega improntata all’impotenza e alla negazione del proprio mandato e della mitopoiesi che ne dovrebbe derivare, quella meta evolutiva, perfino irraggiungibile ma entusiasmante e unificante, che sa immaginare affrancamento dallo sfruttamento, giustizia, amicizia,

Così capita di scoprire in rete che è stato un padre stimmatino a promuovere una grande kermesse sull’Utopia, in corso proprio ora:   la prima “Conferenza nazionale sull’Utopia”, ospitata nel monastero di Sezano con laboratori, proclamazione di dottori honoris causa in utopia, esperienze di impossibili resi possibili, compresa di una cena utopica, necessaria concessione  non si sa se all’egemonia intellettuale dei nuovi sacerdoti dell’escatologia culinaria, o invece alla semplice constatazione che il cibo per milioni di uomini è esso stesso una chimera.

Leggo da uno degli organizzatori: «…  occorre rendere possibili altri scenari dove l’umanità e gli esseri possano semplicemente vivere gli uni assieme agli altri e gli uni per gli altri…. la realizzazione di una umanità che non toglie a nessuno i beni necessari alla vita per destinarli alle logiche del mercato. Si tratta di un altro modo di vivere più rispettoso di tutto e di tutti, in armonia con tutto ciò che abita e si muove nella “casa comune”».

Dobbiamo subire il peso di una colpa collettiva, se in troppi si sono piegati a farsi contenere dentro a una distopia, quella del realismo che sconfina nella realpolitik, quella di chi condanna la ricerca di una alternativa come fosse un trastullarsi infantile e velleitario che nulla può contro la potenza teocratica del capitale, cui è meglio dichiarare la resa, accomodandosi dentro ai suoi “stili di vita”, lasciandoli intoccati e addirittura partecipandovi, costringendo il proprio immaginario  di un altro mondo possibile, dentro alla gabbia delle aspirazioni a raggiungere obiettivi minimi, personali, ridotti al contrasto dell’infelicità e della paura.

Nemmeno quello si è raggiunto, di giorno in giorno crescono le minacce e aumentano i timori, quelli autentici e quelli alimentati per toglierci tutto nella speranza di mantenere almeno la nuda vita. Dobbiamo essere diventati davvero e inguaribilmente poveri se non sappiamo toglierci il peso delle pietre con le quali ci fanno costruire le loro piramidi, per alzare la testa dal fango delle nuove trincee e guardare su.


Effetto Althusser

Louis Althusser

Louis Althusser

Anna Lombroso per il Simplicissimus

” Ecco la scena del delitto proprio come l’ ho vissuta…. Sono in piedi, in vestaglia, ai piedi del mio letto nel mio appartamento dell’ ‘ Ecole normale’ ….  Davanti a me, Hélène … Inginocchiato vicino a lei le massaggio il collo. Mi è capitato spesso di massaggiarla in silenzio, la nuca, la schiena, e i reni… Ma questa volta, è la parte anteriore del suo collo che massaggio… Il volto di Hélène è immobile e sereno, i suoi occhi aperti fissano il soffitto. E all’ improvviso sono colto dal terrore…Mi sollevo e urlo: ho strangolato Hélène…”. Quando si seppe che Louis Althusser aveva ucciso l’amatissima moglie, si cercarono mille risposte ad un unico perché. Perché su un’intelligenza così luminosa fossero cadute quelle tenebre. Perché un uomo così dolce, in un mondo nel quale la mitezza è qualità civile,  fosse stato posseduto da un impulso parossistico così ferino. Perché un marxista in un tempo nel quale il marxismo era ancora riconosciuto come utopia possibile, avesse negato con un gesto  l’eventualità di contribuire a realizzarla, forse in una profetica commistione di tragedia privata e fallimento politico.

Eppure si sapeva che il filosofo già dalla fine della guerra aveva attraversato fasi di elettrizzante dinamismo creativo e fasi di depressioni, che  gli psichiatri gli avevano applicato più volte l’ elettrochoc, del quale filosofo fa un’ accurato racconto nella sua autobiografia, una dolorosa confessione dell’alternanza    dei grigi momenti di follia e di quelli luminosi della riflessione filosofica, che fa di lui  l’ incarnazione della figura quasi mitica del pensatore folle, che, dopo Nietzsche e Wittgenstein, ci costringe ad ammettere la fragilità e l’ incertezza del confine tra ragione e pazzia.

Il fatto è, ed  è banale ammetterlo, che è difficile accettare che una mente brillante, nella quale sembra albergare generosamente la ragione al servizio della conoscenza, degli altri, del loro riscatto, possa essere violata sorprendentemente dai mostri: delirio, insensatezza, alienazione, malattia. il fatto è, ed è banale dirlo, che non sopportiamo che si rivelino in chi ci sta vicino, che ci impaurisce che si manifestino in chi conosciamo, che ci sconvolge che si annuncino in chi ammiriamo, che ci disorienta che diventino palesi in coloro cui affidiamo la nostra vita. Ma, ed è ancora più banale riconoscerlo, ci fa paura soprattutto il rischio sepolto e rimosso che stiano dormendo, nascosti e silenziosi dentro di noi. E che d’improvviso “l’io non sia padrone in casa propria“, e con lui la cognizione di sé. E che si spengano la ragione e la sua irriducibile volontà di erigersi al di sopra di tutto, la iattanza di controllare tutto, istinti, violenza, odio, pudore, bestialità.

È per via di  questa paura, quella dell’altro da noi che forse dorme in noi,  che da sempre il folle viene collocato ai margini della comunità, fino all’esclusione, prigioniero prima di tutto di se stesso,  “in mezzo alla più libera, alla più aperta delle strade e non si conosce il paese al quale approderà, come, quando mette piede a terra, non si sa da quale paese venga. Egli non ha né verità né patria se non in questa distesa infeconda fra due terre che non possono appartenergli”, come scrive Foucault, che pure lo dipinge come detentore di un sapere oscuro e impenetrabile, in possesso di realtà trascendenti intrise di segreti misteriosi la cui conoscenza è preclusa all’uomo comune.

Così a un tempo viene indicato come folle chi è diverso, anticonformista o anarchico, ribelle o visionario, mistico o profetico. Ma anche il criminale, la belva  sadica, il tiranno implacabile,   il despota sanguinario, che vogliamo alieno dalla banalità del male e dalle convenzioni del bene per rassicurarci della sua estraneità, per assolverci dalla responsabilità di averlo lasciato fare, di aver sottovalutato la sua potenza, di aver bevuto i suoi veleni e di aver ceduto alle sue stregonerie malvagie, di aver ubbidito ai suoi comandi. Ci consola convincerci dell’anomalia, persuaderci dell’incidente che rompe l’armonia programmata delle esistenze normali, credere che chi delira, chi vaneggia sia alienato ed alieno, stonato, come  “un’orchestra senza direttore” e non “un direttore che cerca di far funzionare la sua- per noi cacofonica- orchestra secondo nuovi, improvvisati programmi”.

È per questo che per stare indisturbati nella tranquillizzante normalità del pensiero comune è più accettabile pensare che sono pazzi fanatici i tagliagole dell’Isis e non chi muove “guerre umanitarie” con l’impiego di armi di distruzione di massa, come epilogo naturale e ineluttabile della politica e della diplomazia. Che siano macellai folli i dittatori degli estremi del mondo, il contrario della ragionevolezza amministrativa del grigio ministro occidentale che ordina di bombardare il Kosovo.

È che ha ragione quel proverbio delle mie parti “manicomio xe scrito per  fora”. E forse se cominciassimo a guardare in fondo alle nostre diversità, alle nostre paure, alle nostre ossessioni, forse  isoleremmo  l’abnorme, il disumano, il bestiale, il barbaro. E probabilmente  riconosceremmo meglio il malessere degli altri, perché non diventi dolore  così insopportabile da diventare violenza e morte.

 

 


Berlusconi condannato, Pd in terapia

BerlusconiDopo vent’anni di impunità assoluta, nel giro di pochi mesi Berlusconi ha accumulato condanne per 12 anni che sarebbero in realtà molti di più senza le prescrizioni, senza gli infiniti rinvii, le leggi ad personam, lo scasso delle regole, i ricatti e il mercato delle vacche per salvarlo. Il nodo gordiano della seconda repubblica è venuto al pettine e non per un casuale accumulo di eventi processuali o comunque non solo per quello: le disgrazie giudiziarie del Cavaliere aumentano col diminuire della sua presa sulla società e sulla capacità di intimorire e ricattare.

Non c’è dubbio che lui in qualche modo se la caverà, ma l’ultima condanna a sette anni con l’aggiunta dell’ interdizione perpetua ai pubblici uffici è come un macigno sulla casta politica, sulla ex opposizione e sulle alte cariche che adesso per salvarlo con qualche escamotage legislativo dovrà perderci la faccia. Voglio vedere chi farà senatore a vita un condannato per prostituzione minorile e per evasione fiscale: ci vorrebbe più faccia tosta della sua. Voglio vedere quelli che voteranno un codicillo per eliminare l’interdizione dai pubblici uffici o addirittura il reato stesso o porteranno la prescrizione a dieci minuti dopo il fattaccio.

Ma è certo comunque che la pesantissima sentenza di Milano a cui si replica, senza un minimo lume di intelligenza e di fantasia, sempre con lo stesso disco rotto dei complotti, non mette minimamente in crisi il patto consociativo, anzi lo rafforza, nonostante Silvio sia costretto a far suonare il tamburo di guerra dai suoi fidi: il Cavaliere adesso ha bisogno di essere nella stanza dei bottoni per contrattare il suo salvacondotto, non può mettersi sulla strada di elezioni rischiosissime per lui, può solo minacciare la fine delle larghe intese per ottenere in cambio una via d’uscita.  E d’altra parte il Pd si vede sfuggire uno degli elementi che lo tenevano insieme, il grande nemico che adesso fa meno paura e non può essere – non come prima almeno – un surrogato della politica: nemmeno lui può rischiare. La condanna di Berlusconi è un macigno per un’intera stagione della politica che non può fare un passo con lui e nemmeno senza di lui.

Il Pd ha infatti già chiesto un appuntamento al dottor Freud: la cautela spaventosa delle dichiarazioni, sentire Vendola attaccare il motivetto “vorrei sconfiggerlo politicamente” dopo vent’anni di rotta continua o sul piano delle elezioni o sul piano della sostanza in caso di striminzita vittoria, ha qualcosa di drammaticamente patetico: la narrazione del centro sinistra rischia di rimanere quella di Cappuccetto rosso senza più il lupo. Tanto per non essere in sintonia con l’elettorato ancora una volta. Quindi se da una parte è liberatorio assistere al dissolversi di una stagione del Paese nelle quali ha messo radici il suo declino, dall’altra si rischia una sindrome di immobilismo alla messicana con un partito unico delle cosiddette riforme, alias massacri, che ha bisogno di sostituire la falsa dialettica amico – nemico con quella delle falsa necessità e dei diktat europei. “Dottore, perché invece di provare schadenfreude per il colpo al mio avversario, mi trovo una crisi di panico?”

Forse perché l’avversario non era ormai che una parte di sé. Ed è proprio in questo che Berlusconi non è andato in prescrizione.


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