Archivi tag: family day

Laici in tonaca

imm.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti anni fa, dovevo essere in terza elementare, venni condotta una mattina  con l’inganno di una gita scolastica a Piazza San Marco, in patriarcato dove un alto prelato benedisse tutta la scolaresca. Vissi quella imposizione come un tradimento involontario allo spirito antiautoritario che animava la mia famiglia e che si esprimeva anche con una intransigente laicità, tanto da starne male. Mia nonna, donna pratica accorsa al mio capezzale, sorridendo mi fece una carezza e: sta tranquilla, un poca de acqua fresca non fa mal a nessun! E ammiccando mi fece intendere che così mi ero conquistata forse la considerazione della maestra che dalla prima mi aveva collocata in un banco da sola in qualità di bambina “che non voleva bene alla madonna”.

Molti anni dopo alla morte di mia mamma feci una lunga trafila al servizio del plateatico comunale per ottenere in permesso di dare un saluto alla defunta insieme ai familiari e agli amici nel bel campo antistante l’antico ospedale. Ma quando andai a saldare la fattura all’impresa di pompe funebri, gli addetti (cassamortari a Roma) mi chiesero di autorizzarli a rivendersi l’iniziativa creativa offrendola con un modico supplemento imputato alle procedure burocratiche, alla clientela a-confessionale che da sempre ha il diritto spesso negato al cordoglio laico.

Sorridendo e con le dovute differenze i due episodi tra tanti possono essere interpretati come concessioni a una laicità di mercato che propone aggiustamenti e elargizioni volti ad addomesticare la prepotenza del potere ecclesiastico ormai introiettata nella società tutta, sfoderata con sistemi, metodi, obblighi che vanno ben oltre l’ostensione del crocifisso in luoghi pubblici e in siti istituzionali, ma anche in palestre, alberghi, case vacanze e B&B, club nautici e perfino garage comunali. Così in questi anni le ingenue motivazioni e richieste di mia nonna o dei manager della necroforia si sono sviluppati sempre sotto forma di donazioni, permessi speciali e licenze necessarie a consolidare l’ideologia dominante.

Dobbiamo a questo la momentanea copertura di simboli religiosi, l’autorizzazione a ospitare moschee in cantine periferiche, mentre quella dell’archistar  assurge a monumento visitabile nei percorsi turistici più esclusivi, l’autocensura a canti e inni natalizi negli asili alla pari di Bella Ciao, la comprensione sia pure lievemente infastidita per liturgie altre” a cominciare dal ramadan, mentre sono guardate con rispetto e partecipazioni quelle caratterizzate da una connotazione commerciale: capodanni cinesi, Halloween, doverosi omaggi alla globalizzazione né più né meno delle hreosterie che propongono maialino e kebab, presepi con l’imam realizzato a San Gregorio Armeno, grazie a una festosa commistione che viene elegantemente chiamata melting pot: e infatti così si mescola tutto, odori, sapori e valori in una mefitica apparente pacificazione che dovrebbe nascondere la puzza, la xenofobia, lo sfruttamento e la mercificazione.

E infatti i promoter di questa indulgenza verso convinzioni, fedi, inclinazioni pongono tutta una serie di ragionevoli limiti: non vanno mai a incidere sull’imposizione del crocifisso negli uffici pubblici, promosso a simbologia comunitaria rappresentativa delle radici comuni e condivise che potrebbe spiegare l’europeismo come atto di fede che verrà officiato prossimamente e motiva l’ostilità alle Costituzioni nazionali per via di un eccesso di socialismo. Non si sognano di contrastare – e potrebbero – l’oltraggio a una legge dello Stato perpetrato mediante una esuberante e sospetta obiezione di coscienza. Conferma l’opinione che la procreazione assistita sia un capriccio malsano alla pari dell’utero in affitto e della compravendita di organi. Condannano come reato la possibilità di morire con dignità.

E in cambio concedono il minimo sindacale di licenze   autorizzando il riconoscimento di prerogative alle coppie di fatto, purché omosessuali, autorizzano la somministrazione di oppiacei negli ospedali, purché non venga intesa come eutanasia, permettono l’epidurale somministrata con oculata parsimonia, purché non venga meno il principio che la donna deve partorire con dolore e meglio ancora con cesareo il 13 agosto e il 30 dicembre onde favorire le vacanze meritate dei primari. Strizzano l’occhio al configurarsi “libertario” a loro dire di famiglie “anomale”, legittimate nella loro “diversità” e approvate in quanto aspirano a una omologazione piccolo borghese, mentre, alla pari con quelli del Family Day e dei congressi veronesi,  minano alla base i vincoli di affetto, di solidarietà, di reciproca assistenza, cancellano pari opportunità di genere, ripristinano le antiche disuguaglianze tra uomo e donna, grazie alla inevitabile soppressione di diritti e conquiste fondamentali in nome del bisogno, della necessità e anche come punizione per un passato di dissipato consumismo e di lassismo egoistico.

Marx avrebbe detto che così contribuiscono alla creazione di una falsa coscienza, ma ci arriverebbe a dirlo perfino Fusaro e perfino quelli della lista per Tsipras se non fossero anche loro posseduti da dall’aberrante trasformazione dello spirito critico in militanze di facciata, ispirate da un umanitarismo generico che non si permette mai di condannare il sistema neoliberista e i suoi feticci, in veste di avventizi dell’antifascismo, come se fosse un incidente nella storia sospeso e interrotto e che solo oggi si ripresenta, di femministe intente a una azione per la conquista dei posti di potere, dove sono e come sono, di ambientalisti che credono fideisticamente che i cittadini possano salvare il pianeta con comportamenti virtuosi e che il mercato voglia riparare i danni che ha prodotto. Di antirazzisti che ritengono che si fronteggi il “fenomeno” migratorio con una integrazione di chi arriva nelle miserie dei cittadini ospiti, e non andando alle origini:  guerre, furto di risorse, patti stretti di tiranni sanguinari e loro successiva criminalizzazione, effetti climatici determinati da uno sviluppo insostenibile e  diseguale. E che invece dei corridoi umanitari propongono un neocolonialismo con esportazione di rafforzamento istituzionale e civiltà, temi sui quali saremmo maestri. Di sostenitori di una crescita nella quale il bieco capitalismo si addolcisce per essere più efficace, regalando un po’ di tolleranza privata e repressione pubblica, concedendo quel tanto di permissivismo indispensabile a smussare gli angoli e anestetizzare i pazienti in modo che si prestino alla mutilazione di diritti, esibendo i fasti di un lavoro senza fatica a condizione che si sappia rinunciare a sicurezze e garanzie.

Ecco, essere laici (e dovrebbero esserlo anche i credenti in quanto cittadini) non significa solo rivendicare la propria libertà di culto e espressione, non basta esigere che la chiesa paghi l’Imu per i suoi edifici, contribuisca alla tutela del suo patrimonio artistico, che i suoi preti in tutte le gerarchie si sottopongano al giudizio dei tribunali degli Stati e non solo a quello di Dio, che non si verifichino offensive ingerenze nella società civile, quelle che hanno condizionato usi e scelte, se rappresentanti del popolo appena eletti corrono Oltretevere, omaggiano pubblicamente e da soggetti delle istituzioni Padre Pio o San Gennaro, se un feroce cialtrone che offende e oltraggia la dignità e le persone di connazionali e stranieri con preferenza per i poveracci in quanto “diversi”, se lo concede in nome della salvaguardia di una tradizione e una fede che dovrebbe invece parlare in nome della fratellanza e della pietas.

Per non essere come lui, sia pure sotto altra non più degna bandiera, non ci vorrebbe poi molto, basterebbe far propri principi costituzionali alla base della democrazia, non prestarsi alla coltivazione di pregiudizi, nemmeno quelli favorevoli che comunque condizionano indipendenza e autonomia di pensiero e azione, basterebbe non togliere beni e diritti e aspettative. Ma invece aggiungere alla critica ai servitori del sistema quella al sistema, e non voler spaccare il mondo in due: credenti e non credenti, perché invece si dovrebbe mettere fine alla frattura tra il potere dei padroni e gli sfruttati, perché è sempre quella la lotta in corso, che affrontiamo disuniti, sottomessi, soli e senza speranza come succede a chi non sa di avere le catene perché non si muove e accetta la servitù al Signore e ai signori come condizione naturale.

 

 

 

 


Ma che gran figli di …

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve lo ricordate Hoffman? certo eravamo giovani, eravamo arroganti, eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, ma avevamo ragione? Pare che avessero invece ragione il cinismo ribaldo e il vetriolo fascistoide di Longanesi con il suo motto idealmente impresso sul tricolore: tengo famiglia.

E siccome siamo moderni,  teniamo famiglie allargate a amici, affini e complici,  e pure “combinatorie” come diceva il Censis nella sua fase più immaginifica, quelle “impegnate  nella moltiplicazione delle attività lavorative e  nell’aggregazione di una pluralità di redditi di lavoro. Tutti cercano di contribuire all’obiettivo di accrescere la capacità complessiva di spesa e di risparmio: si ricorre al doppio lavoro….  ai lavoretti stagionali, a quelli informali e tipici dell’economia del sommerso”.

Invece del Cnel in via di cancellazione come la democrazia, invece del Censis e dell’Istat sempre meno ascoltati e celebrati a meno che non si prestino con rinnovato fervore a soffietti di regime, invece di sociologi del familismo amorale, ormai annoverati tra molesti e arcaici sapientoni, a occuparsene è la cronaca giudiziaria, che ogni tanto rivela a noi, possessori di vincoli di serie B, ben poco riconosciuti e ancora meno tutelati, l’esistenza e la sussistenza di stirpi illustri che, nei vari gradi di parentela e contiguità godono di sostegni, assistenza, sussidiarietà, rendite e privilegi dinastici sempre più ingenti e pingui, ben oltre i modesti e innocenti Rolex d’oro, ormai equiparati alle ingenue medagliette della Cresima elargiti dalle madrine e dai padrini.

Anche se di padrini ce ne sono e sono poi un po’ sempre gli stessi, cordate di imprese multitasking, progettisti visionari di ponti e piramidi, faccendieri dinamici quanto avidi, finanzieri dotati di quella ubiquità necessaria a prodigarsi qui nel supporto a politici rampanti come in ben protetti paradisi, ministri e boiardi di Stato. E a spartirsi il pane poco eucaristico non ci sono solo virgulti della nomenclatura, ma anche patriarchi beneficati dalle carriere di figli che hanno ben appreso la lezione e seguito l’esempio genitoriale e premiati perfino tramite leggi ad personam, salvataggi bancari ad familiam, timide sentenze assolutorie quando proprio era impossibile affidarsi alla compassionevole prescrizione.

Abbiamo saputo di fratelli che in mancanza di un gabinetto di rango ministeriale, vengono omaggiati con opportuni succedanei sotto forma di toilette ad personam, forse inutile vista la scarsa frequentazione della sinecura della quale possono beneficare. Mogli e mariti di sprecano, nelle vesti di guardie del corpo e portaborse, di addetti stampa e sbrigafaccende, di consiglieri e consulenti giudiziosamente previsti nei regimi di fuori busta e indennità irrinunciabili a tutti i livelli territoriali, non dissimili in fondo da igieniste dentali e olgettine avide, della quali almeno si conosce la natura dei servizi prestati.

Ma i figli, beh i figli so’ piezzi ‘e core, cosa non farebbero per i figli i nostri “eletti” e non, in esercizio o in pensione, che hanno provveduto a sistemarli perché non debbano patire in caso di oscuramento di cariche e popolarità. Se avevamo dei dubbi sulla loro competenza, sulla loro onorabilità, non ne abbiamo sul loro attaccamento alla prole, sulla cura dei cuccioli, alla notizia del cursus honorum del giovane Lunardi o di Monorchio jr, come avevamo appreso anche prima a proposito dei successi e dei premi produzione del ragazzo Cancellieri, della piccola Fornero, e tanti altri saliti all’onore delle cronache, ma per poco, per via di prudenti eclissi informative.

Della loro Fertility, benedetta e officiata in vari Family Day, come hanno rivendicato in forma bipartisan da Lupi a Galletti, sappiamo che è l’unica riconosciuta e approvata, che sia istituzionale, legale o criminale o tutte e tre insieme, eventualità non remota ricordando le frasi celebri di Lunardi Senior a proposito nella doverosa convivenza con la mafia. Sono ammesse e tutelate solo le loro dinastie, discendenze, eredi e delfini, parenti di tutti i gradi, patriarchi anche sotto forma di zii esigenti e tirannici: abbiamo notizie oggi dell’ira di un ascendente della stirpe Salini Impregilo molto temuto, anche dal premier che ha dovuto promettere un Ponte alla sua impresa. Dimostrano ogni giorno che le nostre di famiglie sono meno di zero, figuriamoci le progenie di chi arriva della quali è sacrosante non gliene freghi un cazzo, secondo una ideologia discesa per li rami anche a livelli popolari. Al Ministro dell’Ambiente infatti “non frega un cazzo” dei figli degli operai dell’Ilva e manco dei padri, alla first lady poco deve interessare della scuole che crollano sulle teste degli scolari, salvo di quella dove ha ottenuto un sorprendente incarico, visto che il suo prverbiale riserbo la induce al silenzio anche su questo tema così domestico, a Monorchio poco gli cale di cemento colloso messo alla prova da un susseguirsi di terremoti non certo inaspettati.

Dell’ultimo “scandalo” sappiamo che un loro ideologo chiama Amalgama il collante protofamiliare e mafioso che lega interessi opachi  e che “ consente di stare «tutti a coltivare l’orticello»”, come rivela al telefono in una intercettazione, che presto potrebbe diventare fuorilegge, grazie a «un’organizzazione stabile composta da tecnici, imprenditori e professionisti che si sono accordarti per un reciproco scambio di utilità ai danni dei contribuenti», come sostiene l’accusa, e che «apparteneva a una logica illecita che, come abbiamo già visto, non era nuova all’ interno di questi appalti per le Grandi Opere».  Di modo che i loro figli traevano profitto e i nostri che protestavano contro Tav, Mose, Ponte, Muos, trivelle, andavano dentro, perché pare siano i nostri  i soli “figli di…”.

A sentirli non sai se a parlare sia tal Domenico Gallo al servizio del boss De Michelis o Don Vito  “gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”, oppure “un uomo che sta troppo poco con la famiglia non sarà mai un vero uomo” o “ci vuole spirito unitario, perché se ognuno tira e un altro storce non si va mai avanti».   E c’è da scommettere che come ormai succede di continuo, pietosi istituti vigenti e inclini a perpetuare nel rispetto delle leggi disuguaglianze anche nell’impunità, i rampolli celebri torneranno presto in libertà, onorati in famiglia allargata dopo la cattiva esperienza in collegio e premiati da nuovi incarichi in nuove cordate di nuove e vecchie irrinunciabili grandi opere.

A conferma che a governarci c’è sempre la stessa cupola che combina ormai esplicitamente crimine solo apparentemente legale e  crimine mafioso, boss malavitosi e boss di grandi impresa, Cosa Nostra e Cosa Loro.


Mazziati e fecondati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte prende uno scoramento così amaro che l’unica sarebbe “buttarla in vacca”, che certe iniziative non meritano l’eleganza del “o si feconda o si muore” di Woody Allen e nemmeno la saggezza popolare de “u cazz nun vole pensieri”, che è perfino troppo banale dire che insieme a tutto il resto ci hanno tolto anche la voglia di far l’amore  figuriamoci di procreare.

C’è poco da sorridere di una  pensata di pura stoffa nazi fascista:  in attesa di dare le fedi d’oro alla patria magari per finanziare il contrasto al terrorismo e comprare un po’di bombardieri, si mettono le basi per fornire all’impero un po’ di carne, da cannoni o da lavoro che sia. C’è poco da sorridere che sistemi persuasivi così miserabilmente nostalgici si riscattino dal vecchio regime per approdare in quello nuovo e  trionfalmente, grazie a anglicismi da Nando Mericoni, già sdoganati in forma bipartisan dal Family Day, dal Very Bello, da Rome & You, aspettando il probabile Oh Yes del referendum.

E con una campagna così arcaica nei motti e nelle icone,  che pare pensata da un oscuro funzionario del MinCulPop ignaro delle tecniche subliminali e illustrata da un Boccasile redivivo, così mediocre che da suscitare sconcerto perfino nella stampa solitamente sottomessa, salvo nel caso di qualche Appelius che non si vergogna di dare la parola alla ministra in modo che esponga le sue ragioni.  Non di mamma attempata a concreta dimostrazione che si tratta dell’ennesimo manifestarsi di quella sindrome che potremmo definire del Grillo, lei è lei e noi non siamo un cazzo, sicché tutto quello  che è autorizzato, concesso, esercitato in regime di monopolio esclusivo per il ceto dirigente, quando invece riguarda noi, le nostre esistente, i nostri diritti, le nostre scelte e le nostre inclinazioni è osteggiato, deplorato, condannato. Macché, gli intervistatori doverosamente proni, ginocchioni davanti alla madonnina del parto recente, le porgono la battuta in modo che esibisca la sua concezione specialistica di ministro competente, che ha voluto entrare solo nel merito degli aspetti sanitari della questione, per carità, nel rispetto delle convinzioni delle persone e della loro libertà, per dispiegare una pedagogia indirizzata alla prevenzione delle brutte malattie,  alla promozione di misure per promuovere il sesso sicuro, perfino di fecondazione.

C’è poco da sorridere anche di un’opinione pubblica talmente soggetta a condizionamenti spettacolari e mediatici, che si indigna con un paio d’anni di ritardo – i primi annunci della campagna per la fertilità risalgono alla sconcertante nomina a partire dal 2014 e il Piano Nazionale è del maggio del 2015 – solo quando appaiono le cartoline e si proclama la celebrazione del giorno fatidico. Mentre ogni giorno bisognerebbe andare a protestare sotto le finestre della signora, pur nel timore di disturbare la sua montata lattea speciale e esclusiva, per via delle sue esternazioni in materia di aborto, fecondazione, matrimoni omosessuali, adozioni, accoglienza degli immigrati, scuola e ricerca pubblica, ma ancora di più per il fatto di prestarsi a fare da kapò entusiasta per la soppressione di assistenza, cura, stato sociale.

Ora si dirà che è solo una sciocchina,  ignorante e ottusa, che magari si sente investita dell’alto compito di contrastare il meticciato che minaccia la’Europa, l’islamizzazione che contaminerebbe le nostre radici cristiane. Che non desta preoccupazione una che non è nemmeno una maestrina, perché pare che i suoi studi si siano fermati prima ancora di possedere i requisiti per accedere a una professione di utilità sociale, quindi perfetta per ricoprire un ruolo autorevole in un governo che quando si parla di interesse pensa a quello provato e possibilmente al suo, e se sente dire sociale imbraccia il mitra, che impartisce una lezioncina sotto dettatura. Ed è certamente così.  Il  compitino nel quale si è prodigata è così banale e ordinario, che lo sono altrettanto le obiezioni spontanee, così ovvie che le  potrebbe pronunciare perfino l’Istat:  si fanno meno figli perché c’è la crisi; assistiamo a uno spostamento in avanti dei tempi e delle scadenze esistenziali; non c’è lavoro, non c’è indipendenza economica, non ci si può permettere una casa e figuriamoci una famiglia; è stata promossa una sospensione di conquiste e diritti per cui spesso le donne devono sottoscrivere un patto scellerato, anche se bilaterale quanto illegale, di rinuncia alla maternità; gli orari sono rigidi e non aiutano i genitori che devono e vogliono accudire la prole; non esistono servizi se non  a pagamento.

Il fatto è che c’è una ideologia, c’è un modello che fanno da suggeritori all’improvvida stupidina, che hanno scelto la riprovazione pubblica per ingerirsi in scelte che non sentiamo nemmeno più come private e personali tanto sono invece condizionate dalla perdita di beni, di futuro, di stabilità, di garanzie e di diritti, perfino di desideri, che condannano, e non a caso, chi vorrebbe vivere compiutamente le proprie aspettative, i propri talenti, le proprie vocazioni e inclinazioni, cercando a fatica di conciliare sfera affettiva, ambizioni e desiderio di realizzazione   appagante. Perché c’è un disegno nel rendere impossibile quell’equilibrio. Ormai non si tratta nemmeno più di imporre la scelta tra carriera e maternità, tra casa e posto:  in una società, in una civiltà superiore che non teme confronti e che vuole trasformare i cittadini in eserciti di schiavi sottomessi che devono spostarsi secondo i comandi di generali-padroni, le persone che cercano equilibrio, compatibilità tra diritti e desideri, felicità e affermazione di sé, sono collocate tra gli indesiderabili. Ormai alle donne  non viene più concessa la parvenza dell’alternativa, l’illusione dell’opzione: alla guerra, al lavoro, alla caccia, ci vanno i maschi. A noi è dato il dono della procreazione, come un benigno segno divino, come una gratificazione generosa della natura, restiamo dunque nelle caverne, come è doveroso per le femmine della specie, come vuole il nostro destino biologico. E allora a Altamira e ovunque, non ci resta che impadronirci della clava.

 

 

 


Annunciazione, annunciazione

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ha fatto proprio bene il premier, ancorché lontano dal suolo patrio, a inviare una corbeille di fiori riparatrice alla trepida mammina che aveva tempestivamente scoperto di essere incinta, dando un’occhiata al calendario del salumiere appeso in cucina, come un’ingenua adolescente improvvida, proprio, ma è solo una felice coincidenza, il giorno del Familiy Day.

Ha fatto proprio bene e chi meriterebbe più di lei anche qualche aggiustamento altrettanto risarcitorio al Ddl Cirinnà, lei che è stata oggetto di una infame campagna di violenza verbale proprio nel momento nel quale è più dolcemente vulnerabile? Lei, esperta di nascite e rinascite, quelle della destra, autoritaria, xenofoba e razzista, cui non manca mai con la triade di Gianni e Pinotto (Giovanardi e Gasparri) e  del profeta delle ruspe, lei che ama tutti i focolari, purché secondo natura: maschio, sia pure turista sessuale, sia pure manesco, femmina e prole, magari adornati del presepe coi marò, lei che ama tutti i giovani – dei quali si sente parte e è stata “ministra” rappresentativa nel governo del puttaniere, quello delle cene eleganti alle quali avrebbe potuto presenziare mascherata da piccola italiana – slavo naturalmente quelli che vengono qui in cerca di fortuna, lavoro e futuro, che lei ha contribuito a vario titolo a negare prima ancora agli indigeni. Lei che ama tutti i bambini purché non arrivino su barconi pericolanti da lidi non troppo lontani.

È sempre da condannare, eccome, la violenza, anche quella verbale, anche quella dei toni, delle parole e delle vignette. Anche quella che dileggia la statura di un politico, il parrucchino di un altro, i tacchetti di un altro ancora, l’accento pesantemente vernacolare di un’altra. Figuriamoci se non si deve essere d’accordo su questo principio irrinunciabile, che ha sempre segnato la “diversità” della sinistra, quella di una volta, tradizionalmente vocata a nutrire dialogo e comunicazione, anche a fini pedagogici, a  rivendicare il primato di  ragione e tolleranza contro bestialità e sopraffazione. Figuriamoci se non dobbiamo sempre confermare nei fatti che l’antifascismo è fatto anche di rigetto della brutalità ottusa e aggressiva, spesso sintomo di impotente frustrazione, inadeguatezza ignorante, segnale di complessi di inferiorità che suscitano reazioni rabbiose e veementi e prove di forza bruta ai danni dei più deboli. Figuriamoci poi se questa violenza prende di mira una donna, sia pure in vista, sia pure colpevole di aver approfittato di una particolare condizione, per accattivarsi consensi, per suscitare  sentimenti di simpatia sodale perfino presso il pubblico buonista, anche essendo una proverbiale  “cattivista”.

Figuriamoci ..  si, si, però. Però a me tutto questo bon ton, tutta questa mostra di buona educazione dimostrativa di democrazia profusa a tutela di leggendari  educatori e pedagoghi  a suon di repulisti, olio di ricino, botte, anche tramite forze dell’ordine molto schierate e fiancheggiatrici perfino sugli stessi palchi in piazza,  ma soprattutto tramite leggi razziali o ad personam,  proclami golpisti, lettura revisionista del passato – che si sa Mussolini non è da condannare, ma semmai  da storicizzare,ipse dixit –  proprio  non mi va giù.

Perché con tutta franchezza invettive sul web, prese per i fondelli, anche velenose, battute sia pure infelici,   mi sembrano manifestazioni di violenza  certamente deplorevoli, ma veniali rispetto a quella che viene ogni giorno perpetrata, concreta e ferina da quel ceto del quale la signora in questione fa parte con una certa dose di responsabilità. E che si accanisce in particolare contro soggetti più deboli, contro le donne e la maternità consapevole, resa ardua come un capriccio non soddisfabile dalla cancellazione di lavoro, assistenza, stato sociale, asili, scuole pubbliche, contro chiunque venga presentato come altro dalla “maggioranza”: straniero, malato, omosessuale, matto, ribelle, contro chiunque esprima critica, contro chi esige rispetto della dignità e  dei diritti, a cominciare da quelli della democrazia e della Costituzione nata dalla resistenza all’antifascismo, contro chi pensa che mai come ora il pacifismo non sia un esercizio da disfattisti codardi, ma  l’unica arma vera per fare guerra alla guerra e ai suoi signori, quelli che costringono intere popolazioni alla fuga verso posti dove nessuno li vuole.

Si, lo ammetto,  a disturbarmi più che l’inurbanità, la volgarità sboccata di certe invettive, è l’inopportunità incauta che finisce per costringerci a prendere le difese ufficiale di certi arnesi solitamente indifendibili. Inopportunità inutile oltre che dannosa, con buona pace di Wladimir Luxuria che ha augurato alla Meloni un figlio trans capace di scuotere la sua coscienza e di ispirarle sentimenti più solidali e tolleranti. Istanza vana, quelli sono irriducibili come gli ultrà, impermeabili a sensi di coesione umana e sociale, inviolabili, malgrado il nome,  dai valori della fratellanza  e dell’uguaglianza, che si esprime nella accettazione del pensiero e delle inclinazioni degli altri, così nessuna lezione li persuade né quella dell’esperienza personale, né tantomeno quella della storia. Che purtroppo ha insegnato poco anche a noi, se ce li teniamo,  a cominciare da chi preferisce i fiori alle opere di bene.

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: