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Laici in tonaca

imm.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti anni fa, dovevo essere in terza elementare, venni condotta una mattina  con l’inganno di una gita scolastica a Piazza San Marco, in patriarcato dove un alto prelato benedisse tutta la scolaresca. Vissi quella imposizione come un tradimento involontario allo spirito antiautoritario che animava la mia famiglia e che si esprimeva anche con una intransigente laicità, tanto da starne male. Mia nonna, donna pratica accorsa al mio capezzale, sorridendo mi fece una carezza e: sta tranquilla, un poca de acqua fresca non fa mal a nessun! E ammiccando mi fece intendere che così mi ero conquistata forse la considerazione della maestra che dalla prima mi aveva collocata in un banco da sola in qualità di bambina “che non voleva bene alla madonna”.

Molti anni dopo alla morte di mia mamma feci una lunga trafila al servizio del plateatico comunale per ottenere in permesso di dare un saluto alla defunta insieme ai familiari e agli amici nel bel campo antistante l’antico ospedale. Ma quando andai a saldare la fattura all’impresa di pompe funebri, gli addetti (cassamortari a Roma) mi chiesero di autorizzarli a rivendersi l’iniziativa creativa offrendola con un modico supplemento imputato alle procedure burocratiche, alla clientela a-confessionale che da sempre ha il diritto spesso negato al cordoglio laico.

Sorridendo e con le dovute differenze i due episodi tra tanti possono essere interpretati come concessioni a una laicità di mercato che propone aggiustamenti e elargizioni volti ad addomesticare la prepotenza del potere ecclesiastico ormai introiettata nella società tutta, sfoderata con sistemi, metodi, obblighi che vanno ben oltre l’ostensione del crocifisso in luoghi pubblici e in siti istituzionali, ma anche in palestre, alberghi, case vacanze e B&B, club nautici e perfino garage comunali. Così in questi anni le ingenue motivazioni e richieste di mia nonna o dei manager della necroforia si sono sviluppati sempre sotto forma di donazioni, permessi speciali e licenze necessarie a consolidare l’ideologia dominante.

Dobbiamo a questo la momentanea copertura di simboli religiosi, l’autorizzazione a ospitare moschee in cantine periferiche, mentre quella dell’archistar  assurge a monumento visitabile nei percorsi turistici più esclusivi, l’autocensura a canti e inni natalizi negli asili alla pari di Bella Ciao, la comprensione sia pure lievemente infastidita per liturgie altre” a cominciare dal ramadan, mentre sono guardate con rispetto e partecipazioni quelle caratterizzate da una connotazione commerciale: capodanni cinesi, Halloween, doverosi omaggi alla globalizzazione né più né meno delle hreosterie che propongono maialino e kebab, presepi con l’imam realizzato a San Gregorio Armeno, grazie a una festosa commistione che viene elegantemente chiamata melting pot: e infatti così si mescola tutto, odori, sapori e valori in una mefitica apparente pacificazione che dovrebbe nascondere la puzza, la xenofobia, lo sfruttamento e la mercificazione.

E infatti i promoter di questa indulgenza verso convinzioni, fedi, inclinazioni pongono tutta una serie di ragionevoli limiti: non vanno mai a incidere sull’imposizione del crocifisso negli uffici pubblici, promosso a simbologia comunitaria rappresentativa delle radici comuni e condivise che potrebbe spiegare l’europeismo come atto di fede che verrà officiato prossimamente e motiva l’ostilità alle Costituzioni nazionali per via di un eccesso di socialismo. Non si sognano di contrastare – e potrebbero – l’oltraggio a una legge dello Stato perpetrato mediante una esuberante e sospetta obiezione di coscienza. Conferma l’opinione che la procreazione assistita sia un capriccio malsano alla pari dell’utero in affitto e della compravendita di organi. Condannano come reato la possibilità di morire con dignità.

E in cambio concedono il minimo sindacale di licenze   autorizzando il riconoscimento di prerogative alle coppie di fatto, purché omosessuali, autorizzano la somministrazione di oppiacei negli ospedali, purché non venga intesa come eutanasia, permettono l’epidurale somministrata con oculata parsimonia, purché non venga meno il principio che la donna deve partorire con dolore e meglio ancora con cesareo il 13 agosto e il 30 dicembre onde favorire le vacanze meritate dei primari. Strizzano l’occhio al configurarsi “libertario” a loro dire di famiglie “anomale”, legittimate nella loro “diversità” e approvate in quanto aspirano a una omologazione piccolo borghese, mentre, alla pari con quelli del Family Day e dei congressi veronesi,  minano alla base i vincoli di affetto, di solidarietà, di reciproca assistenza, cancellano pari opportunità di genere, ripristinano le antiche disuguaglianze tra uomo e donna, grazie alla inevitabile soppressione di diritti e conquiste fondamentali in nome del bisogno, della necessità e anche come punizione per un passato di dissipato consumismo e di lassismo egoistico.

Marx avrebbe detto che così contribuiscono alla creazione di una falsa coscienza, ma ci arriverebbe a dirlo perfino Fusaro e perfino quelli della lista per Tsipras se non fossero anche loro posseduti da dall’aberrante trasformazione dello spirito critico in militanze di facciata, ispirate da un umanitarismo generico che non si permette mai di condannare il sistema neoliberista e i suoi feticci, in veste di avventizi dell’antifascismo, come se fosse un incidente nella storia sospeso e interrotto e che solo oggi si ripresenta, di femministe intente a una azione per la conquista dei posti di potere, dove sono e come sono, di ambientalisti che credono fideisticamente che i cittadini possano salvare il pianeta con comportamenti virtuosi e che il mercato voglia riparare i danni che ha prodotto. Di antirazzisti che ritengono che si fronteggi il “fenomeno” migratorio con una integrazione di chi arriva nelle miserie dei cittadini ospiti, e non andando alle origini:  guerre, furto di risorse, patti stretti di tiranni sanguinari e loro successiva criminalizzazione, effetti climatici determinati da uno sviluppo insostenibile e  diseguale. E che invece dei corridoi umanitari propongono un neocolonialismo con esportazione di rafforzamento istituzionale e civiltà, temi sui quali saremmo maestri. Di sostenitori di una crescita nella quale il bieco capitalismo si addolcisce per essere più efficace, regalando un po’ di tolleranza privata e repressione pubblica, concedendo quel tanto di permissivismo indispensabile a smussare gli angoli e anestetizzare i pazienti in modo che si prestino alla mutilazione di diritti, esibendo i fasti di un lavoro senza fatica a condizione che si sappia rinunciare a sicurezze e garanzie.

Ecco, essere laici (e dovrebbero esserlo anche i credenti in quanto cittadini) non significa solo rivendicare la propria libertà di culto e espressione, non basta esigere che la chiesa paghi l’Imu per i suoi edifici, contribuisca alla tutela del suo patrimonio artistico, che i suoi preti in tutte le gerarchie si sottopongano al giudizio dei tribunali degli Stati e non solo a quello di Dio, che non si verifichino offensive ingerenze nella società civile, quelle che hanno condizionato usi e scelte, se rappresentanti del popolo appena eletti corrono Oltretevere, omaggiano pubblicamente e da soggetti delle istituzioni Padre Pio o San Gennaro, se un feroce cialtrone che offende e oltraggia la dignità e le persone di connazionali e stranieri con preferenza per i poveracci in quanto “diversi”, se lo concede in nome della salvaguardia di una tradizione e una fede che dovrebbe invece parlare in nome della fratellanza e della pietas.

Per non essere come lui, sia pure sotto altra non più degna bandiera, non ci vorrebbe poi molto, basterebbe far propri principi costituzionali alla base della democrazia, non prestarsi alla coltivazione di pregiudizi, nemmeno quelli favorevoli che comunque condizionano indipendenza e autonomia di pensiero e azione, basterebbe non togliere beni e diritti e aspettative. Ma invece aggiungere alla critica ai servitori del sistema quella al sistema, e non voler spaccare il mondo in due: credenti e non credenti, perché invece si dovrebbe mettere fine alla frattura tra il potere dei padroni e gli sfruttati, perché è sempre quella la lotta in corso, che affrontiamo disuniti, sottomessi, soli e senza speranza come succede a chi non sa di avere le catene perché non si muove e accetta la servitù al Signore e ai signori come condizione naturale.

 

 

 

 

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Moretti, la tua croce

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un brand  potrebbe ridare lustro alla reputazione di imprenditorialità creativa del nostro Paese: siparietti autoportanti, tele e tendaggi apri e chiudi, sistemi di oscuramento motorizzato con drappi di tessuto sintetico, a coprire quello che è diventato doveroso celare all’occorrenza per non turbare sensibilità “altre”, come si fece con nerborute e impudiche colonne antropomorfe, con zampe di poltrone allusive e membri turgidi ostentati da statue e bassorilievi ai tempi di Vittoria imperatrice.

Il mercato c’è eccome, perché velari e schermi, secondo un’audace proposta di uno spericolato sindaco Pd del paese di Pieve di Cento provincia di Bologna, andrebbero a mascherare i crocifissi simbolo della fede e delle comuni radici cristiane dell’Europa che adornano tombe, sacrari, mausolei e sacelli nei cimiteri.  E auspicabilmente un domani,  a piacimento e in vista delle visite scolastiche di classi fusion, di frequentatori di pullman con annessa vendita di pentole officiata da un rabbino, un imam o un bonzo, potrebbe estendersi a musei e gallerie, opportunamente e castamente velando il Cristo di Cimabue sfuggito alla furia dell’acqua ma non dei cretini, il Crocifisso della Maddalena di Signorelli agli Uffizi, quello di Masaccio a Napoli, quello attribuito a Michelangelo in Santo Spirito. E chissà se una Europa propensa a celebrare il rispetto purchè in via solo simbolica e estetica, non vorrà estenderne l’adozione per via di direttiva anche in altri siti, al Louvre o al Prado, dove alloggiano immortali opere di artisti italiani, sotto forma di cortina di tela per far dimenticare quella di ferro e altri muri e reticolati.

L’insensata ipotesi difesa ad oltranza nel luogo dove è sorprendentemente scaturita, in quanto farebbe parte di un grande progetto di sistemazione del camposanto secondo regole urbanistiche e morali intese alla considerazione attenta che è doveroso riservare a altrui confessioni e convinzioni, è stata subito fatta propria da Alessandra Moretti, in lizza per la circoscrizione del NordEst alle europee, che in un colpo solo ha gettato alle ortiche la sua appartenenza al Veneto bianco, a una tradizione e una retorica bigotte e oscurantiste, lanciandosi, nel corso di una intervista, a una  difesa della trovata comprensiva di un’avventata illustrazione della tecnologia che si dovrà applicare alla temeraria iniziativa, ampiamente riportata anche dalla stampa “amica”.

La notabile del Pd è d’altra parte nota per certe sue esternazioni: oltre che per essere una perenne candidata a tutte le possibili elezioni salvo quella di Miss Universo cui sarebbe a suo dire autorizzata a partecipare per via della sua inossidabile leggiadria, oltre che per non concludere perciò nemmeno un mandato, se non quello di testimonial delle più ardite scemenze, per aver fatto della sua bellezza una qualità politica rivendicata come primaria e non come semplice e gradevole valore aggiunto: Sono un avvocato, laureata con 110, sono una professionista… tutto questo è inserito in un bel corpo e in una testa che ha un bel viso. Lo ha sempre ribadito con fermezza sottolineando quanto costi la manutenzione del suo giacimento in parrucchiere, estetiste e cerette e quanto la sua militanza venga osteggiata da irsute bruttone tra le quali annovera un’autorevole sindacalista donna in ritiro per raggiunti limiti d’età che avrebbe invitato all’astensione piuttosto che darle al preferenza alle prossime elezioni europee.

Secondo quella che si è autodefinita Ladylike, bella, brava, intelligente, e dei promotori di Pieve di Cento ai quali, c’è da giurarci si aggiungeranno altri fan di Voltaire secondi quanto appreso su Wikiquote, l’iniziativa risponderebbe  all’esigenza doverosa di non offendere con l’esibizione dei simboli della cristianità cittadini laici e appartenenti a altre religioni.

Siamo proprio mal ridotti se l’opposizione si esercita così, opponendo (lo dice la parola stessa) intolleranza idiota a intolleranza idiota, oscurando il crocifisso per guadagnare punti contro chi lo vorrebbe collocato anche nei supermercati, esibendo una accondiscendenza superiore in contrasto con il rifiuto violento di chi si vuole altrettanto superiore.

L’eterna trombata (e non mi si annoveri per questa semplice constatazione tra i suoi sgangherati detrattori sessisti) impugna la bandiera della tolleranza e della laicità obbligatorie ( quello che Marcuse definiva la tolleranza repressiva ovvero il momento nel quale la libertà va a coincidere col permissivismo e il lassismo che stravolgono regole  leggi per far eseguire solo quelle del mercato) .per dimostrare la sua diffèrence neanche tanto petite con i fanatici del rifiuto, del settarismo violento, pensando che ci crediamo, che davvero può convincerci che sfruttati dal Jobs Act, ignoranti grazie alla Buona Scuola, derubati dalle banche venete criminali ogni volta salvate, immigrati scacciati perfino dalle panchine e dai bus, poveracci criminalizzati da ordinanze comunali e leggi che interpretano il decoro come la cancellazione forzata agli occhi della brava gente di miseria e dolore, si riscattino con la rimozione di un simbolo che per molti è significa invece amore e accoglienza.

Per molti non è così, per molti non ha nessun significato, ma anche e soprattutto per loro la laicità, la libertà di credo o di non credere, la professioni di altri culti non può e non deve essere garantita da censure, proibizioni o ipocrisie che si addicono non all’emancipazione e al godimenti di diritti, ma solo al diritto all’ipocrisia e alla cattiva coscienza, che si addicono alle persone  brutte anche quando davanti c’è il velo autoportante della leggiadra forosetta. Aggiungo per concludere che illustro questo post con il “manifesto” immediatamente confezionato dalla Lega, a conferma di quello che accade naturalmente quando materie delicate e sensibili cadono nelle mani sbagliate-

 

 


Crocifisso di Stato e di governo

1280px-Cross_Lighting_Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siete proprio dei bei tipi.  Avrei voluto vedere tutti gli sdegnati contro la svolta confessionale di Salvini, non certo inattesa, insorgere con altrettanta riprovazione quando, in risposta ai giudici di Strasburgo che avevano sentenziato che i crocefissi nelle aule scolastiche italiane configuravano una forma di proselitismo religioso costituendo una “flagrante violazione” del diritto dei genitori di educare liberamente i propri figli, il presidente Napolitano si schierò a fianco del ricorso del governo di allora (siamo nel 2009), condividendo le infuocate dichiarazioni dell’allora ministro degli esteri Frattini secondo il quale il bando del crocifisso avrebbe rappresentato un colpo mortale all’Europa dei valori. E infatti con gli abituali toni vibranti Napolitano ribadì “la necessità di  salvaguardare e valorizzare il tradizionale patrimonio identitario espresso in particolare nei paesi europei e nel nostro, dalla millenaria presenza cristiana e cattolica”, insomma quell’insieme di principi cardine ispirati a accoglienza, pietas, amore per il prossimo e solidarietà al cui rispetto richiamano da parte nostra quelli che ritengono, loro,  di avere il diritto di tradire.

Ma non c’è da meravigliarsi. Un tempo Mussolini, poi via via dirigenti politici e uomini di governo, quando non esplicitamente appartenenti alla Dc, potrebbero essere definiti “atei devoti” come ebbe a dire Malaparte, tanto si fecero osservanti dei principi della chiesa e garanti del  Vaticano senza adesione alla fede e per ragioni di realismo politico, persuasi che in Italia sia obbligatorio fare così, convinti che questo vogliano i loro elettori, tanto che la laicità in barba a Cavour, è sempre stata un tabù, un’esclusiva criticabile di conventicole radicali, retrocessa con un escamotage semantico  a laicismo quindi ad esecrabile ideologia, ispiratrice di battaglie di retroguardia addirittura in aperta contraddizione con ben altre lotte per diritti e prerogative fondamentali e prioritarie. Così sono stati trattati quelli che negli anni ne hanno rivendicato la qualità morale, storica e sociale anche attraverso la contestazione dell’imposizione del crocefisso come oggetto di culto per tutti ma soprattutto come emblema di un passato e di una tradizione nazionale, come se non fosse vero che l’Italia unita è nata contro il papa di Roma, tanto che quelli che si successero sul Trono d’Oltretevere tuonarono dal soglio contro i nuovi lanzichenecchi, si dichiararono prigionieri politici in Vaticano.

Finché fu poi il fascismo a rovesciare il tavolo, rendendo i “secondini” e in sostanza gli italiani prigionieri del Vaticano.  E infatti la sua marcia su Roma doveva significare il trionfo dell’Italietta antimoderna, morale, perbenista, chiusa, provinciale e cattolica quindi “migliore”, sulla “peggiore”: esterofila, viziosa, atea, incarnata  da  molli intellettuali , disfattisti, giudei. E insieme allo strapaese di  reduci, contadini tirati su per strada proprio come descrive il magistrale film di Dino Risi, scontenti malmostosi in cerca di fortuna, piccoli avventurieri o signorotti di campagna, sfilarono baldacchini e immaginette, squadristi e preti che levavano il crocifisso come un’arma. Non a caso un mese dopo la marcia una circolare del sottosegretario Lupi rivolge ai sindaci l’invito perentorio a appendere sulle pareti delle scuole il ritratto del re e la croce, simbolo la cui rimozione offendeva non solo la “religione dominante” ma il “principio unitario della Nazione”. Tanto che la raccomandazione diventa obbligo per tutti gli edifici pubblici compresi i tribunali, in modo da sancire così il coincidere della mistica fascista e di quella cattolica, plasticamente rappresentata nel 1926, in occasione del settimo centenario della morte di  Francesco, dalla cerimonio della proclamazione del santo quale patrono d’Italia e a un tempo  del fascismo officiata da Agostino Gemelli celebrante a fianco di Mussolini.

Pare che mica sia cambiato tanto da quando il concordato del 1984 ha cancellato quello del 1929 e ha quell’articolo che recitava “la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato” si è cercato di porre riparo con quel protocollo addizionale secondo il quale “si considera non più in vigore il principio originariamente richiamato… della religione cattolica come la sola religione dello Stato Italiano”.

Si poco è successo da quando all’Assemblea costituente Nenni ebbe a dire che “la più piccola delle riforme agrarie deve interessarci di più della revisione del Concordato” se negli anni il Pci prima e via via le sue trasformazioni hanno evitato qualsiasi rottura col potere ecclesiastico, per assicurarsene il favore, con l’abiura da battaglie civili, o il tardivo consenso, dal divorzio e alla legalizzazione dell’aborto, l’astensione superciliosa sulla procreazione assistita, i distinguo avvilenti sulle coppie di fatto, la disonorevole elusione sulla morte – e la vita – con dignità, dove il prudente schierarsi è sempre stato in favore del minimo sindacale, compreso quello contro l’infame abuso dell’obiezione di coscienza.

Il fatto è che alla legge della convenienza piuttosto che della convinzione ubbidiscono in tanti nelle alte sfere vicine al paradiso e nell’inferno, dove i poveracci sono stati obbligati a credere a gerarchie e graduatorie di diritti, dei quali non sarebbero meritevoli in terra come in cielo. Basta pensare a quanti sono stati vittime del reato di vilipendio, della riprovazione per comportamenti e inclinazioni personali, a quante coercizioni sono state impiegate per imporre una morale confessionale alla stregua di un’etica pubblica, se secondo l’Accademia Pontificia sono invitati all’obiezione di coscienza medici e infermieri, giudici e parlamentari, “coinvolte nella tutela della vita umana” e perfino gli attori cui si raccomanda di declinare “ruoli giudicati moralmente negativi”.

La propaganda e i suoi simboli hanno funzionato a meraviglia tra gli atei devoti nei palazzi e nelle cattedrali ma pure nelle parrocchie e nelle sezioni, convertendo anche i Pepponi a doverosi compromessi, se la libertà di culto e di pensiero funziona a intermittenza come le lucine di Natale o quelle di Halloween, se esultiamo per il respingimento  virtuale di Salvini da parte delle Baleari che hanno chiuso da sempre i porti ai profughi, se diventiamo fan di Famiglia Cristiana per una copertina “antigovernativa”, autorizzando una illegittima ingerenza politica prima ancora che morale, se siamo entusiasti delle condanne dei reprobi e delle rumorose invettive lasciando correre su ben altri silenzi, quando un’autorità ecclesiastica si permette di sostenere che i suoi “appartenenti” sono legittimati a sottrarsi ai tribunali dello Stato in attesa del perdono di quello di Dio .. ma pure a quelli amministrativi se non sono tenuti a pagare le tasse anche per edifici convertiti a usi commerciali purché  inalberino  i necessari contrassegni anche in caso di proselitismo  turistico.

Siete dei bei tipi se sapete solo prendervela con Salvini e i suoi che hanno fatto finta di credere – come Berlusconi e Napolitano nel 2010, in un documento del governo in appoggio a quel ricorso cui accennavo prima, che “bisogna evitare sterili contrapposizioni e integralismi nei confronti di simboli che hanno assunto significati universali di pace e tolleranza”, senza ricordare che la promozione del crocifisso a emblema della cristianità che doveva vincere sugli infedeli, avviene appunto con le Crociate. E che di crociati contro gli ebrei, i pagani, i musulmani, i differenti, i liberi pensatori, quelli che rivendicano la loro autodeterminazione, quelli che vorrebbero viere in pace la loro vita e pure la loro morte senza ingerenze e con dignità, se ne sono state e ce ne sono anche troppe e che un po’ di pacifismo attivo della libertà non è roba da tifoserie, ma un esercizio da fare ogni giorno, faticoso ma irrinunciabile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Padova, crocifisso comunale

Crocifisso-a-scuola-obbligatorioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il Comune di Padova acquista e regala, ma rendendone obbligatoria l’ostensione in tutti gli uffici pubblici , il crocifisso. A imporre l’esibizione del simbolo religioso, “e guai a chi lo tocca”, il neosindaco della Lega Massimo Bitonci, che alla nomina si è proclamato “sindaco di tutti” e che si era già distinto nel 2009 quando aveva organizzato dei sit-in per distribuire gratuitamente esemplari del Cristo in croce agli istituti scolastici di Abano Terme sempre in provincia di Padova, dove una scuola era stata obbligata a togliere il crocefisso in accoglimento della richiesta della famiglia di uno studente. 

Radici cristiane o no, era stata la Corte europea per i diritti dell’uomo nel 2011, che, proprio in merito al caso di Abano Terme, aveva  stabilito che “le autorità scolastiche hanno agito nei limiti della discrezionalità di cui dispone l’Italia nel quadro dei suoi obblighi di rispettare, nell’esercizio delle funzioni che assume nell’ambito dell’educazione e dell’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire l’istruzione conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche”.

Ma si sa che l’ubbidienza ai diktat e anche alle raccomandazioni dell’Europa matrigna funziona ad intermittenza e così come per le unioni di fatto, per la fecondazione eterologa, per l’eutanasia, insomma per quel che riguarda le cosiddette questioni eticamente sensibili, il nostro Paese rivela una sorprendente indole all’indipendenza, a conferma che si vede rporpiro che gli italiani non possono no n dirsi cristiani e soprattutto che il Vaticano pesa più di Bruxelles.

Certo inquieta il gesto improvvido e liberticida del sindaco di Padova, il consenso ricevuto dai padovani che non potevano essere all’oscuro della sua indole ed anche la tempestività con la quale l’accadimento si manifesta, giustificato con i soliti mantra leghisti pronunciati in difesa di usi di casa contro le invasioni straniere, ma che evoca per affinità altri tempi, quelli nei quali si allestiva un partito unico intento ad assicurarsi il sostegno della Chiesa. Quando venne rivendicato che la marcia su Roma, la cui cronaca, quasi in streaming che dobbiamo a Malaparte, parla di “esercito agreste che inalbera grandi Crocifissi trionfanti”, aveva dato avvio a una rivoluzione clerico-fascista, mossa anche “contro gli italianucci assetati di vigliaccheria, di eguaglianza, di appiattimento, di coiti contro natura …. Romantici o filistei, oratori, giornalisti, rabbini, levantini graeculi, protestanti”, per restituire all’Italia i valori cancellati dalla breccia di Porta Pia. Così che nel novembre del ’22 Mussolini inviava una perentoria circolare ai sindaci, firmata dal sottosegretario Lupi, si, un altro Lupi al governo, “diffidandoli” perché fossero “immediatamente restituiti alle scuole che ne risultino prive i simboli sacri della fede e del sentimento nazionale” crocifisso e bandiera. Si deve al Lupi, toscano, ras di Arezzo, ideatore di una serie di riti e liturgie propagandistiche fino all’elevazione di San Francesco a patrono del regime e all’imposizione negli istituti scolastici di targhe in memoria dei caduti vittime del bolscevismo, l’estensione dell’obbligo della crocifisso in tutti gli uffici del Regno.

Oggi come allora sussiste quello che è stato definito un ateismo devoto, che si caratterizza con la tutela integralista della Chiesa per ragioni di realismo politico, senza intima e credibile adesione alla fede cattolica, che cerca un rapporto di dipendenza funzionale con il Vaticano e le sue gerarchie, nella convinzione che corrisponda a un pensare comune e che l’Italia si governi solo così, che fa dell’ipocrisia l’arte del consenso trasformando la fede in fidelizzazione, quando un omonimo di quel sottosegretario voleva persuadere che Ruby sia nipote di Mubarak e che i costumi sessuali dell’inverecondo leader fossero peccatucci, manifestazioni della generosa e focosa esuberanza di una tempra virile.

E’ che purtroppo nelle alte sfere, la laicità, anzi il laicismo – con quell’ismo si è data una valenza negativa, di futile e intollerante faziosità – è all’acqua di rose, anzi all’acqua santa. Certe intemperanze vengono accolte con indulgenza, come fossero fenomeni di arcaico e inoffensivo folklore, soprattutto quando si parla di simboli e del crocifisso, forse per una bonaria comprensione della volontà delle gerarchie ecclesiastiche di nascondere che alla difesa e all’ostensione del crocifisso nello spazio pubblico, corrisponda la sua eclissi nello spazio privato.

Non troverebbe spazio oggi un Don Milani che toglie il crocifisso dalla scuola di Celenzano perché nessun simbolo ingeneri il sospetto di una pedagogia condizionata da influenze confessionali. Meno che mai il cattolico Gozzini, contiguo del La Pira molto citato ma poco conosciuto dall’attuale ras di Palazzo Chigi, che sull’Unità fondata da Antonio Gramsci, anche lui molto citato e ancora meno conosciuto, nel 1988 auspicava che un giorno la rimozione della croce nelle scuole e nei tribunali venisse chiesta dai cattolici stessi, che “ la fede cristiana non ha bisogno di orpelli statali per essere testimoniata come fermento che rende più umano il tessuto sociale”.

Eh si, il Renzi parla di La Pira ma gli è più affine don Camillo, come lo era a Bersani secondo il quale la tradizione del crocifisso non può far male a nessuno, e che non si sa perché non figura nel suo Pantheon. Ed anche, mi azzardo a dire, in quello del papa, che ha già dimostrato una capacità domestica e insinuante di persuasione più potente delle omelie di Giovanni Paolo II rivolte all’ubbidiente ministra Moratti perché reintroducesse l’obbligo del crocifisso in tutte le scuole pubbliche o private, subito sostenuta dall’allora presidente della commissione Cultura della Camera, l’inossidabile Adornato, oppure della battaglia sui simboli condotta da Ratzinger, a conferma che il muro bianco è uno spazio dove il non credente ha vinto sul credente.

Siamo stati troppo leggeri, troppo disinvolti, troppo irriflessivi, credenti e laici: lasciare licenza di ipocrisia fa male a tutti, schiude le porte alla menzogna reiterata, all’abuso “politico” di credenze e convinzioni, alla sopraffazione da parte del potere di ogni forma di diversità, di religione, di opinione, di inclinazione, in nome di una identità omologata, appiattita, conformista, più simile all’ubbidire che al riconoscersi.


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