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Crocifisso di Stato e di governo

1280px-Cross_Lighting_Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siete proprio dei bei tipi.  Avrei voluto vedere tutti gli sdegnati contro la svolta confessionale di Salvini, non certo inattesa, insorgere con altrettanta riprovazione quando, in risposta ai giudici di Strasburgo che avevano sentenziato che i crocefissi nelle aule scolastiche italiane configuravano una forma di proselitismo religioso costituendo una “flagrante violazione” del diritto dei genitori di educare liberamente i propri figli, il presidente Napolitano si schierò a fianco del ricorso del governo di allora (siamo nel 2009), condividendo le infuocate dichiarazioni dell’allora ministro degli esteri Frattini secondo il quale il bando del crocifisso avrebbe rappresentato un colpo mortale all’Europa dei valori. E infatti con gli abituali toni vibranti Napolitano ribadì “la necessità di  salvaguardare e valorizzare il tradizionale patrimonio identitario espresso in particolare nei paesi europei e nel nostro, dalla millenaria presenza cristiana e cattolica”, insomma quell’insieme di principi cardine ispirati a accoglienza, pietas, amore per il prossimo e solidarietà al cui rispetto richiamano da parte nostra quelli che ritengono, loro,  di avere il diritto di tradire.

Ma non c’è da meravigliarsi. Un tempo Mussolini, poi via via dirigenti politici e uomini di governo, quando non esplicitamente appartenenti alla Dc, potrebbero essere definiti “atei devoti” come ebbe a dire Malaparte, tanto si fecero osservanti dei principi della chiesa e garanti del  Vaticano senza adesione alla fede e per ragioni di realismo politico, persuasi che in Italia sia obbligatorio fare così, convinti che questo vogliano i loro elettori, tanto che la laicità in barba a Cavour, è sempre stata un tabù, un’esclusiva criticabile di conventicole radicali, retrocessa con un escamotage semantico  a laicismo quindi ad esecrabile ideologia, ispiratrice di battaglie di retroguardia addirittura in aperta contraddizione con ben altre lotte per diritti e prerogative fondamentali e prioritarie. Così sono stati trattati quelli che negli anni ne hanno rivendicato la qualità morale, storica e sociale anche attraverso la contestazione dell’imposizione del crocefisso come oggetto di culto per tutti ma soprattutto come emblema di un passato e di una tradizione nazionale, come se non fosse vero che l’Italia unita è nata contro il papa di Roma, tanto che quelli che si successero sul Trono d’Oltretevere tuonarono dal soglio contro i nuovi lanzichenecchi, si dichiararono prigionieri politici in Vaticano.

Finché fu poi il fascismo a rovesciare il tavolo, rendendo i “secondini” e in sostanza gli italiani prigionieri del Vaticano.  E infatti la sua marcia su Roma doveva significare il trionfo dell’Italietta antimoderna, morale, perbenista, chiusa, provinciale e cattolica quindi “migliore”, sulla “peggiore”: esterofila, viziosa, atea, incarnata  da  molli intellettuali , disfattisti, giudei. E insieme allo strapaese di  reduci, contadini tirati su per strada proprio come descrive il magistrale film di Dino Risi, scontenti malmostosi in cerca di fortuna, piccoli avventurieri o signorotti di campagna, sfilarono baldacchini e immaginette, squadristi e preti che levavano il crocifisso come un’arma. Non a caso un mese dopo la marcia una circolare del sottosegretario Lupi rivolge ai sindaci l’invito perentorio a appendere sulle pareti delle scuole il ritratto del re e la croce, simbolo la cui rimozione offendeva non solo la “religione dominante” ma il “principio unitario della Nazione”. Tanto che la raccomandazione diventa obbligo per tutti gli edifici pubblici compresi i tribunali, in modo da sancire così il coincidere della mistica fascista e di quella cattolica, plasticamente rappresentata nel 1926, in occasione del settimo centenario della morte di  Francesco, dalla cerimonio della proclamazione del santo quale patrono d’Italia e a un tempo  del fascismo officiata da Agostino Gemelli celebrante a fianco di Mussolini.

Pare che mica sia cambiato tanto da quando il concordato del 1984 ha cancellato quello del 1929 e ha quell’articolo che recitava “la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato” si è cercato di porre riparo con quel protocollo addizionale secondo il quale “si considera non più in vigore il principio originariamente richiamato… della religione cattolica come la sola religione dello Stato Italiano”.

Si poco è successo da quando all’Assemblea costituente Nenni ebbe a dire che “la più piccola delle riforme agrarie deve interessarci di più della revisione del Concordato” se negli anni il Pci prima e via via le sue trasformazioni hanno evitato qualsiasi rottura col potere ecclesiastico, per assicurarsene il favore, con l’abiura da battaglie civili, o il tardivo consenso, dal divorzio e alla legalizzazione dell’aborto, l’astensione superciliosa sulla procreazione assistita, i distinguo avvilenti sulle coppie di fatto, la disonorevole elusione sulla morte – e la vita – con dignità, dove il prudente schierarsi è sempre stato in favore del minimo sindacale, compreso quello contro l’infame abuso dell’obiezione di coscienza.

Il fatto è che alla legge della convenienza piuttosto che della convinzione ubbidiscono in tanti nelle alte sfere vicine al paradiso e nell’inferno, dove i poveracci sono stati obbligati a credere a gerarchie e graduatorie di diritti, dei quali non sarebbero meritevoli in terra come in cielo. Basta pensare a quanti sono stati vittime del reato di vilipendio, della riprovazione per comportamenti e inclinazioni personali, a quante coercizioni sono state impiegate per imporre una morale confessionale alla stregua di un’etica pubblica, se secondo l’Accademia Pontificia sono invitati all’obiezione di coscienza medici e infermieri, giudici e parlamentari, “coinvolte nella tutela della vita umana” e perfino gli attori cui si raccomanda di declinare “ruoli giudicati moralmente negativi”.

La propaganda e i suoi simboli hanno funzionato a meraviglia tra gli atei devoti nei palazzi e nelle cattedrali ma pure nelle parrocchie e nelle sezioni, convertendo anche i Pepponi a doverosi compromessi, se la libertà di culto e di pensiero funziona a intermittenza come le lucine di Natale o quelle di Halloween, se esultiamo per il respingimento  virtuale di Salvini da parte delle Baleari che hanno chiuso da sempre i porti ai profughi, se diventiamo fan di Famiglia Cristiana per una copertina “antigovernativa”, autorizzando una illegittima ingerenza politica prima ancora che morale, se siamo entusiasti delle condanne dei reprobi e delle rumorose invettive lasciando correre su ben altri silenzi, quando un’autorità ecclesiastica si permette di sostenere che i suoi “appartenenti” sono legittimati a sottrarsi ai tribunali dello Stato in attesa del perdono di quello di Dio .. ma pure a quelli amministrativi se non sono tenuti a pagare le tasse anche per edifici convertiti a usi commerciali purché  inalberino  i necessari contrassegni anche in caso di proselitismo  turistico.

Siete dei bei tipi se sapete solo prendervela con Salvini e i suoi che hanno fatto finta di credere – come Berlusconi e Napolitano nel 2010, in un documento del governo in appoggio a quel ricorso cui accennavo prima, che “bisogna evitare sterili contrapposizioni e integralismi nei confronti di simboli che hanno assunto significati universali di pace e tolleranza”, senza ricordare che la promozione del crocifisso a emblema della cristianità che doveva vincere sugli infedeli, avviene appunto con le Crociate. E che di crociati contro gli ebrei, i pagani, i musulmani, i differenti, i liberi pensatori, quelli che rivendicano la loro autodeterminazione, quelli che vorrebbero viere in pace la loro vita e pure la loro morte senza ingerenze e con dignità, se ne sono state e ce ne sono anche troppe e che un po’ di pacifismo attivo della libertà non è roba da tifoserie, ma un esercizio da fare ogni giorno, faticoso ma irrinunciabile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Padova, crocifisso comunale

Crocifisso-a-scuola-obbligatorioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il Comune di Padova acquista e regala, ma rendendone obbligatoria l’ostensione in tutti gli uffici pubblici , il crocifisso. A imporre l’esibizione del simbolo religioso, “e guai a chi lo tocca”, il neosindaco della Lega Massimo Bitonci, che alla nomina si è proclamato “sindaco di tutti” e che si era già distinto nel 2009 quando aveva organizzato dei sit-in per distribuire gratuitamente esemplari del Cristo in croce agli istituti scolastici di Abano Terme sempre in provincia di Padova, dove una scuola era stata obbligata a togliere il crocefisso in accoglimento della richiesta della famiglia di uno studente. 

Radici cristiane o no, era stata la Corte europea per i diritti dell’uomo nel 2011, che, proprio in merito al caso di Abano Terme, aveva  stabilito che “le autorità scolastiche hanno agito nei limiti della discrezionalità di cui dispone l’Italia nel quadro dei suoi obblighi di rispettare, nell’esercizio delle funzioni che assume nell’ambito dell’educazione e dell’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire l’istruzione conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche”.

Ma si sa che l’ubbidienza ai diktat e anche alle raccomandazioni dell’Europa matrigna funziona ad intermittenza e così come per le unioni di fatto, per la fecondazione eterologa, per l’eutanasia, insomma per quel che riguarda le cosiddette questioni eticamente sensibili, il nostro Paese rivela una sorprendente indole all’indipendenza, a conferma che si vede rporpiro che gli italiani non possono no n dirsi cristiani e soprattutto che il Vaticano pesa più di Bruxelles.

Certo inquieta il gesto improvvido e liberticida del sindaco di Padova, il consenso ricevuto dai padovani che non potevano essere all’oscuro della sua indole ed anche la tempestività con la quale l’accadimento si manifesta, giustificato con i soliti mantra leghisti pronunciati in difesa di usi di casa contro le invasioni straniere, ma che evoca per affinità altri tempi, quelli nei quali si allestiva un partito unico intento ad assicurarsi il sostegno della Chiesa. Quando venne rivendicato che la marcia su Roma, la cui cronaca, quasi in streaming che dobbiamo a Malaparte, parla di “esercito agreste che inalbera grandi Crocifissi trionfanti”, aveva dato avvio a una rivoluzione clerico-fascista, mossa anche “contro gli italianucci assetati di vigliaccheria, di eguaglianza, di appiattimento, di coiti contro natura …. Romantici o filistei, oratori, giornalisti, rabbini, levantini graeculi, protestanti”, per restituire all’Italia i valori cancellati dalla breccia di Porta Pia. Così che nel novembre del ’22 Mussolini inviava una perentoria circolare ai sindaci, firmata dal sottosegretario Lupi, si, un altro Lupi al governo, “diffidandoli” perché fossero “immediatamente restituiti alle scuole che ne risultino prive i simboli sacri della fede e del sentimento nazionale” crocifisso e bandiera. Si deve al Lupi, toscano, ras di Arezzo, ideatore di una serie di riti e liturgie propagandistiche fino all’elevazione di San Francesco a patrono del regime e all’imposizione negli istituti scolastici di targhe in memoria dei caduti vittime del bolscevismo, l’estensione dell’obbligo della crocifisso in tutti gli uffici del Regno.

Oggi come allora sussiste quello che è stato definito un ateismo devoto, che si caratterizza con la tutela integralista della Chiesa per ragioni di realismo politico, senza intima e credibile adesione alla fede cattolica, che cerca un rapporto di dipendenza funzionale con il Vaticano e le sue gerarchie, nella convinzione che corrisponda a un pensare comune e che l’Italia si governi solo così, che fa dell’ipocrisia l’arte del consenso trasformando la fede in fidelizzazione, quando un omonimo di quel sottosegretario voleva persuadere che Ruby sia nipote di Mubarak e che i costumi sessuali dell’inverecondo leader fossero peccatucci, manifestazioni della generosa e focosa esuberanza di una tempra virile.

E’ che purtroppo nelle alte sfere, la laicità, anzi il laicismo – con quell’ismo si è data una valenza negativa, di futile e intollerante faziosità – è all’acqua di rose, anzi all’acqua santa. Certe intemperanze vengono accolte con indulgenza, come fossero fenomeni di arcaico e inoffensivo folklore, soprattutto quando si parla di simboli e del crocifisso, forse per una bonaria comprensione della volontà delle gerarchie ecclesiastiche di nascondere che alla difesa e all’ostensione del crocifisso nello spazio pubblico, corrisponda la sua eclissi nello spazio privato.

Non troverebbe spazio oggi un Don Milani che toglie il crocifisso dalla scuola di Celenzano perché nessun simbolo ingeneri il sospetto di una pedagogia condizionata da influenze confessionali. Meno che mai il cattolico Gozzini, contiguo del La Pira molto citato ma poco conosciuto dall’attuale ras di Palazzo Chigi, che sull’Unità fondata da Antonio Gramsci, anche lui molto citato e ancora meno conosciuto, nel 1988 auspicava che un giorno la rimozione della croce nelle scuole e nei tribunali venisse chiesta dai cattolici stessi, che “ la fede cristiana non ha bisogno di orpelli statali per essere testimoniata come fermento che rende più umano il tessuto sociale”.

Eh si, il Renzi parla di La Pira ma gli è più affine don Camillo, come lo era a Bersani secondo il quale la tradizione del crocifisso non può far male a nessuno, e che non si sa perché non figura nel suo Pantheon. Ed anche, mi azzardo a dire, in quello del papa, che ha già dimostrato una capacità domestica e insinuante di persuasione più potente delle omelie di Giovanni Paolo II rivolte all’ubbidiente ministra Moratti perché reintroducesse l’obbligo del crocifisso in tutte le scuole pubbliche o private, subito sostenuta dall’allora presidente della commissione Cultura della Camera, l’inossidabile Adornato, oppure della battaglia sui simboli condotta da Ratzinger, a conferma che il muro bianco è uno spazio dove il non credente ha vinto sul credente.

Siamo stati troppo leggeri, troppo disinvolti, troppo irriflessivi, credenti e laici: lasciare licenza di ipocrisia fa male a tutti, schiude le porte alla menzogna reiterata, all’abuso “politico” di credenze e convinzioni, alla sopraffazione da parte del potere di ogni forma di diversità, di religione, di opinione, di inclinazione, in nome di una identità omologata, appiattita, conformista, più simile all’ubbidire che al riconoscersi.


Crocefisso, la sentenza ad papam

Mi piacerebbe conoscere la storia personale dei giudici di Strasburgo, la loro formazione culturale e anche il loro conto in banca. Premetto che abbiamo problemi più urgenti del crocefisso nelle scuole, ma la sentenza con cui la corte europea  ha assolto l’Italia per i simboli religiosi nelle aule, è davvero stravagante.

Dice la corte nella sentenza: “se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni”

Non posso provare che imbarazzo per questa formulazione ipocrita che si è messa le ventose per arrampicarsi su impossibili specchi. La prime 13 parole ammettono che si tratta di un simbolo religioso e che quindi contrasta con la laicità dello Stato Italiano.

Però dopo si dice che non si può sapere se il simbolo in questione ha un’influenza o meno, argomento assurdo, evasivo, sconclusionato. Assurdo perché un simbolo per definizione è sempre un atto comunicativo e contiene dentro di sé ciò che vuole significare. Tutta la cultura europea da molti secoli attribuisce grande importanza alla comunicazione simbolica e questa tendenza si è accentuata nel Novecento trovando peraltro riscontro anche nelle neuroscienze. Quindi c’è da chiedersi da dove vengano questi giudici e se per caso non abbiano frequentato la scuola radioelettra o qualche equivalente nel loro Paese.

Evasivo perché semmai toccava alla corte disporre accertamenti in merito alla causa in atto e dunque scoprire se c’è o meno questa influenza sugli alunni.

Sconclusionato perché in mancanza di conoscenze precise e di possibilità procedurali per acquisirle, la giurisprudenza universale salvaguarda sempre  il principio di precauzione, ossia l’ipotesi che un ‘influenza ci sia.

Se stiamo alle parole della corte europea allora si potrebbe tranquillamente esporre nelle aule la croce uncinata o il fascio o la falce e martello, tanto per essere bipartisan, senza che questo possa suscitare lecite proteste. Ora si dirà che le leggi di molti Paesi, Italia compresa, lo proibiscono e dunque le cose sono diverse. Però lo proibiscono proprio in base al principio di precauzione che invece la corte europea rifiuta e alla supposizione che ogni simbolo determini una comunicazione. Cosa che invece sembra essere del tutto sconosciuta a Strasburgo.

E allora come la mettiamo? Non vi preoccupate la scappatoia c’è,  quelle due paroline messe lì e che sembrano superflue: la sentenza dice per salvarsi l’anima, nella fattispecie. Cioè in questo e unico caso diciamo che non si può valutare l’impatto, perché altrimenti apriremmo il caso di Pandora.

Insomma una sentenza ad papam.


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