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Archivi tag: case occupate

Carità pelosa

Imagoeconomica_cardinale-Konrad-Krajewski-845x522Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non fatemi dire si stava meglio quando si stava peggio, se per 12 anni la signora Lucia Massarotto ha potuto esercitare la sua opposizione alle tesi della Lega issando “provocatoriamente” il tricolore cartelli,  con tanto di eloquenti sul balcone di casa in Riva Sette Martiri, davanti al palco del raduno annuale della Lega a settembre, suscitando le ire di Bossi che le indirizzò il famoso invito “a mettere quella bandiera nel cesso”! mentre ieri non si sa quale alta autorità ha pensato bene di mandare i pompieri con gru di dotazione a calare giù lo striscione appeso da un’altra innocua signora di Brembate, reo di recare una scritta che è stata intesa come sfrontatamente provocatoria e ad alto contenuto “incendiario”: “non sei il benvenuto”, indirizzata, si suppone, a Salvini in visita pastorale.

La solerzia dimostrata (oggi ci sarebbe la rivelazione che a sollecitare l’azione repressiva sia stata la questura) fa pensare che il Ministro dell’Interno  viva una fase di particolare nervosismo, nella quale la proverbiale bulimia si combina con reazioni colleriche e inopportune: il giorno prima aveva avuto un diverbio molto animato con i poliziotti della sua scorta che non erano intervenuti tempestivamente per sedare le intemperanze di alcuni contestatori.

Ma c’è poco da esultare così come c’è poco da sperare sugli effetti positivi delle scaramucce tra alleati di un governo ridotto a un ring che rinvia ogni già stentato processo decisionale al dopo elezioni, scadenza che l’irascibile vice primo ministro in perenne trincea intende come  un referendum su se stesso, della “sua” Europa da salvare per salvarci da una catastrofe bellica profetizzata dal nostradamus della Bocconi , e soprattutto dei suoi “valori” minacciati da ogni parte.

Per dir la verità c’è poco da star contenti anche per altri capisaldi esibiti con potenti gesti simbolici: quello del cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere vaticano,  che ha riportato l’elettricità in uno stabile occupato a Roma, al buio e senz’acqua calda dal 6 maggio.   Sono intervenuto personalmente, ieri sera (sabato, ndr), per riattaccare i contatori, ha rivendicato. Io faccio l’elemosiniere e mi preoccupo dei poveri, di quelle famiglie, dei bambini.

E meno ancora c’è da star contenti del consenso che ha raccolto il gesto caritatevole, inversamente proporzionale al silenzio che aveva accompagnato la misura all’origine del provvedimento di distacco della corrente, il famigerato articolo 5 di una legge che appellata con il nome del ministro che la volle ad ogni costo, Lupi, peraltro attento ai bisogni delle famiglie (la sua) e alle aspettative delle generazioni future (suo figlio, appassionato di prestigiosi orologi) che disponeva che si devono tagliare luce e acqua agli edifici occupati da senza tetto, successivamente applicata scrupolosamente da alcuni sindaci (Marino e Raggi) in immobili nei quali si erano insediati abusivi senza tessera di Casa Pound, beneficati dalla concessione generosa del sindaco Veltroni che li ha resi legittimi e intoccabili detentori vita natural durante di alloggio, bollette e servizi gratis.

Senza nemmeno entrare nella materia dei continui attentati della Chiesa a una nazione che ne ospita la maggiore autorità, delle offese ai suoi tribunali come nel caso della pedofilia, in nome di un tribunale superiore, della derisione contenuta della carità offerta da un’organizzazione che non paga le tasse per i suoi hotel e B&B e case vacanze accreditati e accatastati come munificenti luoghi di cristiana accoglienza,  della tracotanza con la quale si esibiscono credenziali misericordiose a fronte di uno Stato che non garantisce una casa ai suoi cittadini, costretto però a custodire e assicurare la manutenzione di uno sterminato patrimonio immobiliare e monumentale, è il principio ispiratore del gesto dell’elemosiniere che dovrebbe disturbare chi non crede che si possa sostituire la solidarietà con la beneficenza e la giustizia con la pietas.

Invece pare che ormai ci sia una nobile gara a accontentarsi: di un europeismo esposto come male minore da sopportare con l’illusione che qualche demiurgo sappia convertire la feroce fortezza in amabile e longanime confederazione di liberi Stati sovrani, di un antifascismo che appaga coscienze democratiche in letargo con l’offerta di una integrazione utilitaristica e con l’adesione formale alla disubbidienza individuale altrui, condividendo i modi, i luoghi e gli slogan con chi ha cancellato i diritti del lavoro, incrementato le disuguaglianze sociali, aggredito il welfare e dunque le garanzie della cittadinanza, ridotto la libertà di espressione per nascondere le notizie scomode e incarcerare chi le rivela, estirpando le rare pianticelle della critica, di una laicità che prevede la temporanea sospensione di qualche simbolo religioso e l’estensione delle figurine del presepe a pastori colorati e re magi ancora più esotici, esultando per qualche esternazione papalina e qualche gesto di propaganda fide a spese della collettività. Interpretato da insospettabili come formidabile e potente “azione liberatoria”,  perfino dall’ex assessore Berdini che lo segnala come manifestazione incoraggiante e simbolica dell’esistenza in vita di “un ricco tessuto sociale che crede nella solidarietà, che porta quotidianamente concreto aiuto alle occupazioni romane..  Domenica uno straordinario esponente di questo mondo, il cardinale Krajewski, ha compiuto un gesto liberatorio che ha restituito la speranza non solo a 450 persone che vivevano nell’incubo dello sgombero”.

Ha ragione Berdini di levarsi qualche sasso dalle scarpe che lo hanno portato fuori dalla giunta Raggi, colpevole come sappiamo bene di non aver voluto – come i predecessori – mai affrontare il problema della casa se non con azioni poliziesche e repressive – salvo qualche eccezione nera, ha ragione di ricordare come la perdita di quel diritto fondamentale faccia parte della perdita complessiva del welfare urbano quando aree delle città vengono concesse alla speculazione edilizia e immobiliare, quando l’urbanistica è ridotta a pratiche quotidiane di cessione di territorio alla proprietà privata, quando intere aree edificate per il terziario sono in stato di abbandono e stabili che erano destinate all’edilizia popolare sono in stato di obsolescenza, incompleti e convertiti in desolati scheletri di archeologia abitativa.

Ma proprio per questo a chi lotta per la casa anche se ce l’ha insieme a chi ha il diritto di averla, a chi lotta contro le grandi opere, a chi lotta contro il Mose e i corsari e i pirati che vogliono il possesso unico delle nostre città d’arte, a chi lotta contro le trivelle e il Muos, a chi lotta per fabbriche risanate e città pulite contro un padronato che non ha mai investito in sicurezza e innovazione, per  giocarsi i profitti sul tavolo verde del casinò globale, a chi lotta per l’ambiente contro che lo vuol salvare dai danni del mercato affidandolo al mercato o a buona volontà e rinunce collettive e personali con preferenza per i poveracci, a chi ha lottato e lotta per i beni comuni danneggiati, espropriati, alienati, democrazia compresa se i suoi referendum vengono beffati, per tutti questi non può e non deve bastare la carità pelosa della cerchia dello Ior, degli attici sibaritici, della colpevolizzazione e condanna di inclinazioni e comportamenti e dunque della libertà personale, attuate grazie a un ceto politico che si accorge delle comuni radici quando servono alla propaganda della ferocia e a crociate contro i diritti.

C’è da temere altrimenti che a forza di bracioline buttate in bocca agli affamati, di mancette elargite ai troppi nullatenenti, di poveri cristi messi a far da carne per le fiere, anche quelle fameliche e denutrite, ci abbiano domati e ci acquietino con un po’ di carità pelosa.

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Roma Ball Club

onAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sono tempi duri per chi non è a suo agio nel “progressismo” liberal e nemmeno nello schieramento indicato come “populista”: in nessuna delle due tifoserie alberga il mutuo riconoscimento democratico,  men che meno il coltivare l’idea – considerata velleitaria e visionaria, di una alternativa allo stato di necessità e alla imprescindibilità della realpolitik. Tempi duri per chi si rifiuta di fidelizzarsi a uno dei due club di ultrà, per chi è recalcitrante ad aderire sotto coercizione morale, e per i mai contenti, che rifiutano l’arruolamento e si sentono addirittura autorizzati a esprimere critica con pari forza agli uni come agli altri, differenti, con buona pace dei crociani da tastiera, più nella forma che nei contenuti, gli uni primitivi e irrispettosi, gli altri più manierati nell’uso delle armi.

Per questo non posso compiacermi che ormai Roma sia come Palermo, dove il problema è il traffico. E non mi riconosco nella manifestazione aperta al popolo romano del web che si terrà il 27, partita da un gruppo di Facebook, “per dire basta al degrado della Capitale” in un evento “senza colore politico”, etichetta quest’ultima fortemente dissuasiva per chiunque rimpianga un colore e soprattutto abbia nostalgia della politica.  E che chiama a raccolta i “cittadini che sono stanchi, a quanto si legge sulla pagina di Tutti per Roma, Roma per tutti, di doversi sobbarcare le lacune di un’amministrazione”. Sulla pagina si possono vedere articoli e foto scattate dagli utenti sul degrado della capitale e un video che ha avuto più di 25 mila visualizzazioni  e che in meno di due minuti  informa  lo spettatore “sull’enorme momento di disagio vissuto da Roma, inguardabile vestita com’è di buche e spazzatura”. E infatti il 27 in piazza oltre a striscioni e cartelloni, saranno esposte anche foto che testimoniano il declino della capitale e apposite urne dove verranno raccolte e poi portate personalmente al sindaco Raggi le “proposte” costruttive che provengono dal territorio.

Non ho mai dubitato che l’iniziativa potesse non piacere a Repubblica che se ne è fatta testimonial prestigiosa, tanto assomiglia alla nobile e signorile fuffa del senonoraquando, allorché si scese in piazza per denunciare il laido puttaniere, senza il “colore politico” necessario a fare invece scendere dallo scranno il golpista, allorché sembrò lungimirante condurre una campagna elettorale senza nominarlo per uso di mondo a quella discrezione sobria e ragionevole, che ha sempre impedito di condannare i rei di conflitto d’interesse. E infatti abbiamo avuto modo di assistere al sollucchero con il quale è stato proposto in ritratto delle promotrici, “donne comuni unite in una battaglia comune”, con alla guida una che si definisce “esperta di attivismo e nuove forme di partecipazione”,  una giornalista, un’ architetta, una ricercatrice, una storica dell’arte e una militante per la tutela del paesaggio, per fornirci la versione più aggiornata, acculturata e corretta delle onorevoli Angelina di oggi, con tanto di contributo rivisto della paccottiglia comunicativa e virtuale che ha sancito il successo della rivoluzione virtuale dei vituperati  5stelle.

Non potevamo sperare di meglio, dopo la caduta notarile di Marino decretata dal fuoco amico per via dell’incontrollabilità temperamentale del soggetto. Dopo la candidatura di qualcuno segnato alla nascita dal destino di trombato, per via di un curriculum esageratamente scarso perfino per questi tempi, di un carisma ancora più scarso, per non dire del programma, a sancire l’interesse del partito  proponente a perdere, in modo da rifugiarsi per un po’ nella comoda cuccia dell’opposizione, magari finché si calmavano le acque agitate dal vento di Mafia Capitale, anche in vista delle impari difficoltà di governare un città soffocata dei vincoli di bilancio e da un passato bipartisan inqualificabile di speculazioni, malaffare, impotenza e incompetenza.

Eh sì, non potevano sperare che si andasse oltre le “cronache in città” della stampa locale tenuta saldamente in mano da costruttori penalizzati dal nuovo, da proprietà esplicitamente “nostalgiche” alla vecchia maniera, oltre alla monnezza, oltre alle buche, oltre agli zingari che borseggiano indisturbati, oltre ai tombini intasati. Temi che dopo l’età di Pericle di Petroselli e Argan, perfino di Vetere, sono stati promossi a prioritari e cruciali.

Che la sindaca Raggi non ha risolto, in effetti, ma che sono solo l’allegoria di una capitale che soffre degli stessi mali delle piccole e grandi città italiane sottoposte alle richieste del racket del patto di stabilità, ricattate dagli appetiti insaziabili di proprietà e rendite private, di costruttori e immobiliaristi che hanno retrocesso l’urbanistica e la pianificazione a attività negoziale sottoposta ai loro comandi,  nelle quali le aziende di servizio servono si, ma al voto di scambio, come riserve intoccabili di clientele, dove in presenza di amministratori incompetenti, poco preparati, molto ambiziosi, le scelte sono suggerite dalla megalomania della grandi opere, invece che dalla scienza della tutela e della manutenzione.

Ma proprio perché Roma è una vetrina, un laboratorio simbolico e esemplare, ce ne sarebbe di “trippa” per gatti che volessero fare vera opposizione e molto politicamente “colorata”. A cominciare dal problema della casa, ridotta a emergenza di ordine pubblico (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/02/la-repubblica-degli-sfratti/?fbclid=IwAR1SoPXseARmWY2bLmOXgiriqIgUGc98BcqOqeLNJw7I_7e82idyT68z7IM), anche qui nulla di nuovo se l’onesto Marino si era limitato a farne oggetto di commissioni di studio e a fronte di falansteri disabitati frutto di speculazioni in cui non vogliono risiedere nemmeno  i manager beneficati;  per proseguire con le oscillazioni miserabili sullo Stadio della Roma (e dire che in tanti avevano votato Raggi proprio nella speranza di fermare la smania costruttivista ben interpreta dal contendente in campagna elettorale, (ne ho scritto qui:https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/08/gli-ultra-del-cemento/?fbclid=IwAR0oMgIXL6PGsSTgKnKGMqSfsMtsasMBEnLrFhEJF86C3ccxsonXGXwBFzU) anche queste frutto di una pianificazione territoriale piegata agli appetiti padronali. Dall’accondiscendenza ai capricci dei padroni della città, con le pareti di un palazzo storico ricoperte di pelliccia: stesso pelo sullo stomaco che ha permesso che le giunte di centrosinistra alienassero un edificio storico di fianco a San Giorgio al Velabro e abitato da cittadini e artigiani, per consegnarlo alle sorelle Fendi, ai parcheggi di Via Giulia, accettati, perché pare che la maggioranza cittadina, come quella di governo del Paese, non sappia dire di no, in aperto contrasto con ragione e qualità ambientale che raccomanderebbero di portare le macchine fuori da centro e non di farle entrare. Fino alla normale attività di manutenzione, che non viene esercitata, anche perché pare largamente riconosciuto che il decoro consista nell’allontanamento di indesiderati allogeni, salvo topi e zanzare, e nell’occultamento di certe vergogne condivise e perciò sgradite.

Così quelli che hanno nostalgia del rosso, quelli che patiscono il rimpianto della politica, possono aggiungere al loro  rammarico anche il ricordo di certe piazze, dove suonavano parole e canti di collera e di amore.


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