Archivi tag: bitcoin

Strenne avvelenate

13308221-albero-di-ricchezza-con-il-denaro-e-lingotti-appeso-creare-un-vettoreIn questo ultimo scorcio del 2017, quasi che fosse una premonizione, si parla tanto di denaro. Si parla delle criptomonete e soprattutto del Bitcoin che ha avuto un’impennata epocale simile a quella del bulbo dei tulipani, ma che è sceso drammaticamente del 40 per cento proprio per le feste di Natale di cui avrebbe dovuto essere un motore secondo alcuni illustri acchiappa citrulli, ci si sbrana ferocemente su questo nuovo palcoscenico che a quanto pare ha già i sui futures, si osserva il debito pubblico che ci manderà nel carcere della troika il prossimo anno, ma  di cui qualcuno dice, non senza ragioni, che nemmeno esiste (qui ). Qualcun altro infine, come nel coro di una tragedia di Sofocle, lamenta che il denaro viene creato artamente dalle banche cosa che non è una grande scoperta, anche se suona come improprio e inquietante. Ma tutti questi discorsi fra il tecnico e il faceto, fra il drammatico e l’ignoto dimostrano come 40 anni di neoliberismo  abbiano completamente fatto perdere la bussola facendoci inoltrare in una landa senza sentieri e senza senso: il denaro è ormai diventato una merce che viene determinata dal mercato, ovvero da qualche migliaia di persone fra i sette miliardi di abitanti del pianeta e a sua volta determina il mercato in un circolo vizioso che galleggia sul nulla.

Se qualcuno accusa Bitcoin & C di non  avere nulla alle spalle, Paesi, economie, beni materiali, riserve auree e alimentari,  di essere soltanto composto da segnature elettroniche, gestite non si sa come e non si sa da chi, completamente prive di soggetto e dunque anche di identità giuridica, condite dalla favola che nessuno sia in grado di decriptare il tutto e di fare strage di illusi, ha perfettamente ragione. Peccato che anche le monete normali sono diventate ormai essenzialmente speculative visto che la somma del loro valore nominale è molto superiore a ciò che si produce, nonostante le banche centrali o forse a causa delle stesse e della loro politica di costo zero o quasi del denaro che finiosce poi nelle bolle borsistiche. Sono soldi insomma che in gran parte hanno una copertura puramente ipotetica e non effettiva. Ma l’economista ci dirà che in fondo non conta perché il denaro ha valore solo se ci sono apparati e comunità che glielo attribuiscono e lo accettano in cambio di beni d’uso e servizi di un qualche tipo: i soldi, siano essi mediati e rappresentati da banconote, monete d’oro e argento o leghe metalliche vili o conchiglie intarsiate, fagioli per il lotto o bit, valgono nel momento in cui sono accettati dal vicino, dal negoziante, dall’azienda che a loro volta li scambieranno, secondo una schema di valori e variazioni contabili determinati dal mercato, sia in un sistema anelastico come il gold standard, sia in  uno fin troppo fluido come l’attuale che espande la base monetaria senza alcun freno.

Dentro questo dedalo pare che niente possa fondare un valore reale, che tutto si fermi al livello simbolico o di convenzione che dovrebbe funzionare secondo leggi astratte. Ma in realtà nel bailamme della modernità e della contemporaneità si è dimenticato che il fondamento di qualsiasi possibile valore è solo il lavoro umano sotto qualsiasi forma: non c’è oggetto, bene, servizio, accesso, risorsa che possa valere qualcosa se non vi è incorporato questo elemento. Parrebbe quasi un’ovvietà eppure sembra un concetto talmente scomparso nelle dense nebbie del neo liberismo che si possono facilmente accreditare valori e/o asset assolutamente fittizi, unicamente basati sulla loro scarsità determinata a priori – è il caso delle criptomonete – senza alcun rapporto col mondo reale, ossia degli scambi concreti, dei bisogni e delle speranze. D’altronde ammettere che la radice di ogni valore concepibile è il lavoro significherebbe attribuirgli un valore centrale, cosa che il capitalismo aborre, sia per motivi politici contingenti ( chi lavora è soggetto di istanze e diritti determinati da un contratto sociale e non o comunque non solo dal mercato), sia perché una volta che si sia spostato il centro della società sull’accumulazione di capitale il lavoro stesso diventa una merce.

Così invece di lavoratori, siano essi operai, fruttaroli o scienziati il neoliberismo propone una specie di soggetto contabile e concorrenziale che viene valutato e si autovaluta con criteri di mercato e che per di più spera di vincere senza lavorare davvero, senza fatica studio, sudore, come fosse dentro una lotteria a premi: egli non è più una fonte di valore, ma diventa quasi un oggetto e deve aderire completamente alle regole del gioco nel quale è sempre solo una trascurabile pedina destinata quasi sempre a perdere il valore monetario che rappresenta, dopo aver perduto fin dall’inizio la propria dignità. Ora visto che siamo in un tempo di passaggio che favorisce di per sè l’allungamento della vista, mi avventuro in una profezia: tutto questo farà la fine del bitcoin semplicemente perché questa orrenda antropologia che è anche dogttrina sociale è troppo inefficiente e quindi troppo gravosa da alimentare come un’auto che consumi come un jet: anche al di là di reazioni di massa il pianeta non ha risorse sufficienti per perpetuare un paese dei balocchi dove il 99,9 per cento dei perdenti deve essere saldamente tenuto all’interno della favola stimolando continuamente la sua parte desiderante e infantile affinché non rischi prima o poi di riconoscere se stesso.


Putin gioca l’occidente e crea la sua criptomoneta

1508339423067_1508339443.jpg--nasce_il_criptorublo__la_versione_russa_del_bitcoinPutin ne ha fatta un’altra delle sue, è ormai il Franti dell’occidente, quello che rompe le uova nel paniere. E questa volta è entrato come un bufalo infuriato negli oscuri recessi delle cripto monete come Bitcoin e centinaia di altre, preannunciando che Mosca entrerà ufficialmente in questo mercato parallelo con una propria criptovaluta, la quale però non sarà in mano a opachi meccanismi, ma verrà emesso direttamente ed esclusivamente dal governo federale russo. La decisione è stata presa ufficialmente, secondo quanto riferito dal ministro delle comunicazioni  Nicolaj Nikifirov, per impedire che la mossa venga fatta ” dai nostri vicini dell’Euroasec” ovvero di quei Paesi, soprattutto dell’Asia centrale nati dalla dissoluzione dell’ Urss.

E’ facile vedere che l’obiettivo reale non è certo di impedire che il Kazachistan o la Bielorussia mettano in piedi sistemi per drenare soldi dalla Russia, obiettivo per il quale avrebbero quantomeno bisogno di un grande fratello dietro le spalle, ma si prefigge due scopi principali. Uno più contestuale è di quello di mettere in piedi un meccanismo con il quale aggirare le sanzioni e attirare investimenti in Russia sapendo che i profitti tradotti in criptorubli saranno scambiabili immediatamente in qualche altra criptovaluta a scelta ed evitando ogni tassazione fino a che essi non verranno cambiati in una divisa ufficiale, per esempio in dollari. Una buona mossa di judo.

Per quanto riguarda la Russia al suo interno il criptorublo sarà immediatamente traducibile in rubli ufficiali, il che apre numerose possibilità pure agli operatori stranieri anche in considerazione del fatto che di fronte a transazioni diciamo così opache la tassazione massima sarà del 13 per cento. Ma l’obiettivo vero è un altro, ovvero riportare la moneta alternativa sotto la sovranità dello stato, impedendo che queste neomonete siano strumenti acefali per affermare definitivamente la sovranità assoluta del mercato. Bitcoin Ethereum e compagnia cantante si chiamano criptomonete non per la loro segretezza o la loro illegittimità, ma perché la loro gestione diffusa, priva, almeno apparentemente, di centri decisionali (poi ovviamente questi ci sono eccome), la contabilità delle transazioni viene operata attraverso sistemi criptati che dovrebbero imperire truffe o creazioni indebite. Tuttavia esse hanno qualcosa di inedito e al tempo stesso di molto antico nel loro dna, qualcosa di profondamente reazionario, mischiato a qualche carattere delle originarie teorizzazioni del capitalismo: non derivano da una qualche lavoro umano, vista che l’operazione di mining, ossia di acquisizione della moneta, viene fatta da algoritmi presenti nei computer dei cripto accumulatori o viene attuato presso agenzie dotate di macchine abbastanza potenti per questo compito, di fatto simile a un videogioco; hanno un carattere effimero simile alla celebre bolla dei tulipani in Olanda;  basano il loro valore sul fatto che il numero di criptomonete creabili è limitato, facendo propria la teoria della scarsità che è il fondamento dell’economicismo ontologico del capitale; per qualche verso rassomigliano a uno schema Ponzi sia perché  queste monete nella realtà concreta non implicano un reale scambio di beni e servizi e dunque il loro valore è esclusivamente autoreferenziale, sia perché chi le possiede non ha alcun interesse a tradurle in divise ufficiali per qualche operazione visto che in questo caso il valore sarebbe sottoposto a tassazione e questo vale a maggior ragione per eventuali venditori.

Di fatto esse sono nate dopo la grande crisi del 2008 non in polemica col sistema finanziario, ma anzi come suprema incarnazione di esso costituendo una forma di valore che si crea dal nulla, che viene gestito unicamente da un mercato al suo stato puro senza riferimenti a nessun altra realtà e che non viene garantito da nulla se non da chi ha le capacità finanziarie reali di crearlo e/o di procurarselo e di asseverarne il valore. Dunque una moneta solo apparentemente senza testa, ma nel concreto guidato da privati sconosciuti e non da istituzioni, nel caso concreto da Stati. Una moneta per creare false illusioni di libertà. Già la nascita stessa del Bitcoin primogenito della specie è avvolto dal mistero, essendo l’inventore ufficiale un improbabile Satoshi Nakamoto, nom de plume, anzi di soldi che sa lontano un miglio di operazione coperta. Questo ad onta delle critiche ufficiali che una certa finanza rivolge a queste divise parallele.

In ogni caso la mossa di Putin è stata quella di decostruire tutto questo, non semplicemente criticandolo o vietandolo, ma anzi buttandocisi dentro per svuotarne il significato e il pericolo, ovvero ritornando a fare dello stato il garante e l’emittore della cripto valuta pensata nelle sue premesse con con l’intenzione di spazzare via i residui ambiti di sovranità, cittadinanza e valore del lavoro, per giunta fingendosi alfieri di una battaglia contro la finanza per così dire ufficiale, in modo da attirare tutti i polli possibili.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: