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Avvocato del Diavolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gentile Avvocato, permetta a una cittadina che ha maturato una lunga esperienza professionale nel settore della comunicazione -anche se non può annoverare nelle sue referenze quella scuola di percezione dell’opinione pubblica offerta da un reality – di darle qualche consiglio a titolo gratuito, a differenza delle alte autorità che ha scelto per indicare la strada al governo in sostituzione del dibattito parlamentare.

Mi pare chiaro che l’esecutivo da Lei presieduto con mano ferma ha scelto una strada, quella per la quale se le cose funzionano anche grazie alla massa di dati e informazioni spesso contraddittorie e criptiche che ci mette a disposizione, il merito è suo e perfino delle regioni, se con giudiziosa indulgenza ha scelto di non commissariarle. Se invece le cose si mettono male la colpa è di questo popolino capriccioso e viziato che ha preso il suo semaforo verde per l’autorizzazione a scriteriate vacanze, licenze dissipate, ammucchiate imprudenti.

E da ieri si è aggiunto un altro potenziale capro espiatorio costituito dai sindaci con tutta evidenza non sufficientemente occhiuti  per disperdere tavolate di 7 convitati, per impedire fiere di paese da ora proibite a differenza di prestigiosi meeting nazionali e internazionali.

Ora siamo rassicurati dal fatto che le nuove misure non menzionino provvedimenti organizzativi in materia di trasporti pubblici: vuol dire che le autorevoli personalità scientifiche che ha selezionato per fornirle le linee guida della strategia antipandemica confermano le tesi della ministra De Micheli e del governo tutto, secondo le quali un virus particolarmente insidioso dopo le 21 e potenzialmente pericoloso anche dopo le 18 tanto da proibire dopo quell’ora consegna e consumo del cibo da sporto, aborrisce la marmaglia che sale sul 56 o sulla metropolitana di Scampia, evitandoli con lo stesso sdegno che riservano loro i frequentatori di auto blu.

Oppure, e questo sarebbe dirimente, le mascherine la cui produzione con lungimirante capacità di previsione avete affidato a una dinastia così beneficata anche nel recente passato da doversi prestare per il pubblico interesse, sono davvero un dispositivo salvavita, che allora, c’è da dire, risparmierebbe il ricorso alle misure eccezionali messe in atto.

Però, però, gentile Avvocato, dovrà prendere atto che comincia a tentennare perfino il consenso dei promotori e firmatari del noto appello pubblicato dal quotidiano “comunista” inteso a darle sostegno contro gli attacchi strumentali di soggetti interessati a spartirsi torte italiane e sovranazionali.

Perché se è vero che i suoi connazionali sono facilmente preda di populismi arrischiati, a maggior ragione sarebbe consigliabile che dopo tanto bastone si eroghi anche qualche carota, magari per contrastare quei tumulti, finora evitati sventolando la bandiera gialla della peste, quei fermenti dei margini della società temporaneamente contenuti o occultati con qualche mancetta.

Voglio farLe una rivelazione che le sarà stata tenuta nascosta dai suoi fidi consiglieri, per molti che pure hanno presa per buona la narrazione millenaristica sui pericoli del virus tanto da assoggettarsi sia pure a malincuore a quelle rinunce necessarie e quindi “doverose” agli spazi di libertà, come perorate dal Grande Malato Giannini (da non confondersi con altro più autorevole qualunquista), si presenta la drammatica scelta tra crepare di Covid o di fame, tra salute e salario, tra sicurezza e pagnotta, alternativa già in voga in alcune aree del Paese, Taranto per fare un esempio.

Tanti poi si sono accorti che è meno facile morire di Covid che di malattie trascurate, di terapie sospese, di prevenzione già da prima concessa solo ai ceti che potevano permettersela, che è più difficile morire di Covid che di infezione ospedaliera e o di cure sbagliate, eventualità che da anni tutti i “clienti” della sanità pubblica affrontano come rischio calcolato.

Allora le carote che sarebbero auspicabili consistono in una chiara e trasparente strategia per la salute pubblica, che non si limiti ai cerotti richiesti dall’emergenza ma ripari i danni del passato e prepari un futuro “sicuro”.

Invece….

Invece, anche tra i suoi fan persuasi dalla bontà della sua azione e della esigenza fatale di imporre provvedimenti drastici e restrittivi dei diritti, cominciano a dubitare della loro efficacia se a risentirne è proprio quello che si doveva tutelare come primario e “sostitutivo” degli altri, lavoro, istruzione, la “salute”. Perfino loro sospettano che le notizie incoraggianti che hanno persuaso a prendersi qualche licenza coincidessero con  i riti elettorali e referendario, quest’ultimo indispensabile a rafforzare il governo. Perfino loro pretendono ormai qualcosa di più dei lucidi proiettati sugli schermi di Villa Pamphili, con 130 cantieri per la ricostruzione, che, vedi un po’, non prevedono investimenti e opere per la sanità.

Così o decide con apposito Dpcm che siamo tutti sani, tutti guariti, tutti negativi oppure dovrà proprio pensare a offrire qualcosa in cambio di tasse e obbedienza, all’esecutivo, a Confindustria, all’Ue.

Non so se ricorda la storia della ricottina, con il contadino che si reca al mercato portando il suo formaggio e comincia a fantasticare sulla possibilità di prendere con i quattrini ricavati una gallina, che farà le uova che rivenderà per acquistare una capra il cui latte …e così via. Peccato che l’incauto contadino inciampi e la ricottina cade rovinosamente sul sentiero.

Ecco, funziona così anche la favola del Mes, o per meglio dire del suo “sportello sanitario“: il Documento di programmazione di bilancio, la sintesi della “Finanziaria”, approvata dal consiglio dei ministri  e che stiamo inviando a Bruxelles, non contempla le risorse del Mes, limitandosi a finanziare la sanità ricorrendo per 4 miliardi a deficit ordinario e per 6 miliardi, nei prossimi anni, con le “promesse” del Recovery fund, quella partita di giro che se verrà e quando verrà, sarà condizionata secondo le regole imperiali, quelle scritte nella famosa letterina a firma congiunta Trichet e Draghi e che comprendeva la obbligatoria austerità applicata anche alle spese sanitarie.

Altro che carote, con quei 4 miliardi si conferma per il 2021 l’assunzione “a tempo determinato per il periodo emergenziale” di  30mila fra medici e infermieri e un sostegno alle “indennità contrattuali” per queste categorie di lavoratori promossi a eroi nazionali. E soprattutto viene introdotto  un fondo speciale per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza sanitaria in atto, in modo da “ fronteggiare in modo efficiente l’emergenza Covid e migliorare la sanità”.

I quattrini servono anche ad aumentare di un miliardo la dotazione del Fondo sanitario nazionale, che ha dimostrato la sua efficienza in questi anni, quello che ha ripartito per il 2020  tra le Regioni oltre 113 miliardi, tra fabbisogno sanitario standard e quote di premialità di cui 113,069 miliardi di fabbisogno standard e 291,648 milioni di premialità aggiornata in conseguenza dell’aumento del Fondo di 2 miliardi di euro come stabilito dalla Legge di Bilancio 2019, con i risultati che conosciamo.

Vallo a spiegare ai cittadini delle regioni che hanno registrato maggiore mortalità attribuibile alla cattiva gestione dell’emergenza combinata con le politiche di tagli e con la consegna della sanità ai privati, compresi finanziamenti straordinari, come è avvenuto in Lazio, come avviene in Lombardia, in Veneto, in Emilia dove il presidente Bonaccini pronto a esigere quella maggiore autonomia pretesa con le due regioni leghiste, decanta la bontà del modello sanitario privato, grazie anche a quell’insieme dei servizi erogati dal datore di lavoro in sostituzione di un incremento stipendiale, che viene chiamato welfare aziendale, le cui regole sono state sottoscritte dai sindacati.

E che riguarda anche i dipendenti della Regione accontentati sotto forma di “rimborsi di prestazioni sanitarie non coperte dal servizio sanitario regionale, ad esempio spese dentistiche, farmaci non inclusi nel prontuario e parafarmaci” con la diffusione di forme assicurative  spesso vicine alle forze politiche al governo della Regione.

Vede, gentile Avvocato, a quasi otto mesi dallo scoppio della bomba, dal tragico incidente della storia, peraltro più prevedibile di ben altri cigni neri, non crede che dovrebbe dare qualcosa di più delle sanzioni, delle proibizioni, delle toppe su buchi prodotti da anni sui quali i “poteri” vogliono stendere un velo pietoso?

Non si dovrebbe immaginare un rafforzamento della medicina di base, non sarebbe indispensabile rivedere la gestione delle Asl, diversamente pubbliche: non a caso si chiamano aziende, nelle forniture, negli appalti, dell’organizzazione di servizi, non si dovrebbe impegnare gli organismi di controllo nella sorveglianza all’attività degli enti privati a cominciare dalle case per anziani?

 Altrimenti ci toccherà dar ragione a Cacciari che pretende di non essere trattato da deficiente, esigendo di essere trattati invece non da clienti, non da utenti, non da imbecilli, ma semplicemente da  cittadini.


Un governo eccezziunale…veramente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono personaggi che possiedono un privilegio in più, quello di potersi sottrarre alla damnatio memoriae, prerogativa concessa loro per via dell’indole italiana al culto dei potenti  e all’idolatria degli influenti e perfino degli influencer.

Non succede mai infatti che un cronista o uno del pubblico in giornate organizzate da quotidiani promossi sul campo tanto da godere della presenza di un Presidente del Consiglio (alla pari con il Forum Ambrosetti cui non si sa perché fa atto di presenza la prima carica dello Stato), chieda conto di pubbliche dichiarazioni poi contraddette nelle parole e nei fatti, né tantomeno che si esigano quei riti sconosciuti da noi: autocritica o autodafé. E se il settimanale della Fca ex Fiat presenta la influente rappresentante  eletta che tace sulla pretesa di autonomia secessionista della sua regione in vista di privatizzazioni più energiche in materia sanitaria, o energetica in favore delle trivelle, come  sua candidata  in veste di incarnazione del Coraggio anticonformistico e antiautoritario.

Non stupisce quindi che sia scomparso dal nostro orizzonte mediatico quell’appello (Basta con gli agguati era l’incipit)sottoscritto da intellettuali e pensatori nostalgici delle firme in calce, che per ricordarci di essere al mondo  per la prima volta nella storia italiana (fatto salvo quello unanimemente e pudicamente taciuto dell’aprile 1925) hanno pubblicamente dato entusiastico consenso al governo in carica per fermare gli attacchi strumentali al governo Conte,  riconoscendogli “la prudenza” e “il buon senso” per “l’azione antiCovid messa in campo”.

A quelle prime firme del quotidiano “comunista” che le aveva anticipate precedentemente raccomandando la formazione di un esecutivo Pd-5Stelle, si sarebbero aggiunte poi migliaia di adesioni di semplici cittadini, tra i quali spiccavano, a detta della dell’entusiasta direttora, insegnanti, medici, baristi, preti di frontiera.

Non so dei preti di frontiera, ma credo sia lecito interrogarsi  se invece medici, docenti, addetti al ristorazione, esercenti e camerieri a spasso e meno assistiti di organizzatori di concerti e gestori di stabilimenti balneari non  abbiano in animo  la loro abiura dall’appello a posteriori, proprio come quelli che  vogliono sbattezzarsi a vedere  che Dio non c’è per tutti.

C’è da immaginare che siano pronti a sfidare la bolla contro negazionisti e complottisti, a tener testa all’anatema lanciato contro chi osa contestare l’azione del governo adesso che sono passati lunghi mesi da quando la parola d’ordine era “non disturbare il manovratore”, rinviando la richiesta pressante di aziono che andassero oltre la gestione dell’emergenza trattata come un problema di ordine pubblico con scomuniche, sanzioni, condanne, promozione della delazione e  del sospetto come virtuosa qualità sociale.

Certo non piace a nessuno che il fondamentale esercizio della partecipazione e della democrazia, l’esigenza di entrare nel processo decisionale e quella di opporsi manifestando la critica, arruoli a forza nelle file dei buzzurri, nelle curve sud dei soliti energumeni che sembrano fatti apposto per suscitare sdegno contro gli odiatori ma consenso verso quelli che sanno agire con violenza e prevaricazione a norma di legge e col favore delle autorità, anzi imponendo le regole come Confindustria o la Commissione  mentre l’esecutivo scrive sotto dettatura.

Qualche medico promosso sul campo martire, qualche infermiera reclutata tra le eroine saranno ragionevolmente incazzati se non sono state commissariate regioni criminali, e dal silenzio frugale caduto sugli investimenti per la sanità così urgenti nei mesi di marzo e  aprile e ora trasferiti tra le brevi in cronaca in attesa dell’elemosina comunitaria, elogiata ogni giorno da Mattarella in qualità di riesumazione dei principi di Ventotene.

Qualche insegnante firmatario e qualche genitore che per mesi ha esercitato il potere sostitutivo dello Stato con la didattica distanza, ora persuaso che forse sia il momento di indebitarsi per rispolverare la figura ottocentesca dell’aio  o per mettere la prole in un istituto privato,  sarà punto dal sospetto che per sancire il diritto primario alla salute si sia esautorato quello altrettanto primario all’istruzione. E che sette mesi fossero un lasso sufficiente per riparare, agire e prevedere, a meno che non si nasconda dietro a inefficienza e inadeguatezza un disegno preciso, quello di adattare la scuola alle esigenze dei poteri economici che se le vogliono accaparrare come brand profittevole e senza concorrenza, per farne le fucine di dalle quali far uscire prodotti pronti alla servitù di mansioni esecutive.  

Qualche impiegato non beneficato dal lavoro agile, che ha ricevuto a mala pena un mese di cassa integrazione quando c’è, qualche piccolo imprenditore a partita Iva costretta alla serrata, qualche commerciante che ha tirato giù la saracinesca col cartello “chiuso per ferie” a nascondere la vergogna del fallimento, qualche dipendente delle cosiddette attività essenziali che per mesi ha sfidato il morbo per assicurare prodotti e servizi ai resilienti sul sofà, e che adesso deve affrontare la concorrenza di nuovi disperati che guardano a caporalato e precarietà come alla salvezza, si domanderanno se questo sia davvero il miglior governo che potesse capitarci, davanti all’unica prospettiva di riconvertirsi in confezionatore di mascherine o di prestarsi come manovale sulle impalcature di 130 cantieri.

Insomma qualcuno che non ha tempo né testa per prestarsi alla logica delle beghe dei retrocucina dei partiti e dei movimenti, quella che nel nostro paese riduce ogni scontro in petardi delle tifoserie fintamente contrapposte nelle perenni competizioni elettorali, si domanderà se tra questo governo o quello precedente o quello di prima ancora, a parte alcune presenze irrinunciabili e incontrastabili come l’erba sempreverde detta miseria, ci siano tali differenze da giustificare il consenso obbligatorio e doveroso riservato a questo esecutivo, al suo Presidente.

E pure ai suoi ministri oggetto di test guidati che dovrebbero accertare che l’Azzolina sia meglio della Gelmini, che dovrebbero confermare che il blocco dei porti, i respingimenti, la vigenza e applicazione dei decreti sicurezza, il patto sottoscritto con la Libia di Lamorgese possiedano uan qualità civile superiore a quella dimostrata dall’empio predecessore. O che Grandi Opere, solitamente inutili e precorritrici di malaffare e corruzione, Ponte sullo Stretto compreso, basta che abbiano il marchio De Micheli per costituire un indispensabile e progressivo motore di sviluppo.  

Qualcuno che come me non pensa che il virus sia stato liberato per dar corpo a un complotto, che non ne nega l’esistenza e che in sua presenza ha adottato e applicato consuete misure di profilassi come ha sempre fatto in presenza di un rischio, che non si è dato a rave party, non ha frequentato locali per scambisti, non si è dato a orge bilionarie, sarà legittimato a ritenere, senza essere assimilato alla cerchia di Salvini & Meloni, unica opposizione permessa e promossa per via della sua pittoresca e folcloristica rozzezza, che il consenso accordato a questo governo nasca dalla stessa matrice di quello dato alla deplorevole cricca fascista: paura, diffidenza, risentimento. Sentimenti indirizzati verso un oggetto che cambia di volta in volta ma che ha sempre l’obiettivo di trasformare una crisi in emergenza in modo da muovere una guerra, da trasformare il diritto  per cancellare, in nome della lotta al terrorismo, dell’austerità, della salute, l’essenza delle libertà collettive e individuali, abolendo o sospendendo a tempo indeterminato le leggi, gli altri diritti retrocessi rispetto a quello sanitario.  

Qualche eretico come me si interrogherà se tutto questo non faccia di questo uno dei peggiori governi che hanno preso il potere e se lo conservano per motivi che nulla hanno a che fare con la democrazia e il voto per una rappresentanza esautorata grazie alla supremazia di esecutivo e task force, un governo che deve piacerci per forza, volenti o nolenti, proprio perché la sua egemonia si fonda e si è consolidata sull’equivoco dell’eccezionalità, della sua imprescindibilità e insostituibilità, sicchè è diventato un dovere civile dargli credito in bianco, sostenerlo senza opposizione e contestazione, concedergli fiducia secondo la prassi in uso da anni, quella di non immaginare alternative perché anche solo ipotizzarle richiede responsabilità e impegno personale e collettivo.

Tempo fa ho scritto (qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che votare No è un residuo atto di fede nella qualità della democrazia piuttosto che nella sua ormai ridotta quantità. Via via sono persuasa che il No sia anche un voto contro questo governo e contro la sua opposizione uniti nel Si non sorprendentemente, in difesa di un sistema formale che ha sostituito quello sostanziale grazie a leggi elettorali che hanno conferito alle elezioni la funzione di firma su un atto notarile stipulato in alto, o peggio, come in questo caso, di un attivismo di un anno prodigato per non farle.

Per una volta non crediamo ai coraggiosi della stampa di regime, mostriamo noi un po’ dell’audacia di chi vuole decidere in libertà.


Scuola delenda est

kinAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è accertato: è stato sottoscritto un patto di ferro tra padronato e progressismo neoliberista. Confindustria dice e quelli scrivono sotto dettatura regole, leggi, circolari, strategie dando una parvenza civilmente accettabile, ideologicamente consona alla religione del politicamente corretto, alle aspirazione e bisogni dell’oligarchia.

Anche restasse a impolverarsi in un cassetto, il piano Colao iniseme con gli ammaestramenti di Cottarelli e degli altri profeti dell’austerità combinata con i nuovi miti della digitalizzazione, ne fa testo la strategia per la “scuola che verrà” e che – lo dice la parola stessa – è il coronamento della Buona Scuola dopo il Covid, con l’apoteosi del distanziamento fisico e sociale, l’esaltazione della funzione decisionale dei dirigenti-sceriffi e adesso sanificatori, l’irruzione in gran spolvero dei privati, anche sotto forma di organizzazioni a alto valore simbolico dedicate a ammaestrare i pupi alle magnifiche sorti educative del Terzo Settore, il consolidamento dell’utopia digitale con la “telescuola” che fa rimpiangere il maestro Manzi a uso e consumo di una selezione di alunni favoriti da pc, rete, genitrici disposte a arrendersi al complementare smartworking in modo da assolvere anche al ruolo pedagogico oltre che al tradizionale lavoro di cura, gratuitamente, è ovvio.

Scorrendo le linee guida della ministra Azzolina, apprendiamo che si andrà a scuola di sabato, che la didattica   sarà “in parte in presenza e in parte digitale” per gli studenti delle scuole superiori; che le discipline saranno aggregate in aree e ambiti settoriali e che per fare lezione si useranno anche cortili, teatri, cinema e biblioteche, a patto di   evitare assembramenti e raggruppamenti.

Dovranno inoltre essere previste entrate e uscite diversificate e distanziamenti adeguati,  mense con più turni, tutte misure affidate appunto a presidi e dirigenti scolastici “nel rispetto dell’autonomia scolastica” ma con una feconda apertura a personale educativo esterno responsabile di attività integrative o alternative alla didattica grazie alla sottoscrizione di “patti di comunità”, Onlus, associazionismo  teatrale (mimi? guitti? soubrette?  acrobati e circensi?) e culturale presenti sui territori.

E per i più piccoli esonerati dalle mascherine, si “dovrà prevedere la valorizzazione e l’impiego di tutti gli spazi esterni ed interni”, promuovendo un’organizzazione “dei diversi momenti della giornata che dovrà essere serena e rispettosa delle modalità tipiche dello sviluppo infantile, per cui i bambini dovranno essere messi nelle condizioni di esprimersi con naturalezza e senza costrizioni”, lasciando però a casa il rischioso orsetto di peluche o l’imprudente Barbie proverbialmente promiscua.

In questi anni la  corporazione degli insegnanti non ha avuto buona stampa.  E non li ha aiutati a guadagnare quell’appoggio della cittadinanza, che sarebbe dovuto a chi è incaricato di istruire le generazioni a venire, una certa indole alla sopportazione delle  umiliazioni economiche e morali in cambio di una modesta pagnotta “sicura”, per  la tendenza a assoggettarsi al tacito mandato di trasmissione dei messaggi e dei valori propri dell’establishment quando non del regime,  per l’indifferenza castale mostrata nei confronti delle lotte di altri lavoratori, che è costata loro un’analoga noncuranza in occasione del susseguirsi di contro-  indecenti, di tagli inverecondi che colpiscono i docenti certo, ma tutta la società di oggi e di domani.

È di questi giorni una intervista allo storico Barbero che, richiesto di esprimersi sul “bornout”, quella sindrome di defezione, depressione, insoddisfazione diventata una malattia  professionale dei docenti, dichiara che per combatterla basterebbe che  gli insegnanti fossero assunti regolarmente, pagati bene e lasciati lavorare in pace. “Ma siccome, sostiene,   queste appaiono oggi condizioni da favola, del tutto irrealizzabili, fare l’insegnamento non è più soltanto uno dei lavori più faticosi del mondo, come è sempre stato, ma anche uno dei più frustranti”.

Eppure e non a caso, la loro è una categoria sotto attacco, da quando  l’ideologia unica del profitto, dell’iniziativa imprenditoriale sregolata,  della competizione e del marketing ha convertito i valori della cultura, dell’istruzione e di conseguenza dello spirito critico  in pericoli da neutralizzare.

Basta pensare al consenso per l’alternanza scuola-lavoro che vanifica quella conquista civile che è il diritto allo studio per cui generazioni hanno combattuto, sicchè  passare l’infanzia e l’adolescenza a scuola, senza essere obbligati a lavorare,   è diventato una sterile perdita di tempo, che allontana dal mondo reale e penalizza i talenti e le ambizioni della futura classe dirigente che dovrà essere costituita di tecnici, esecutori specializzati.

Quelli cioè che anche grazie alla criminalizzazione dei parassiti: : 3 mesi di vacanza!  un mestiere da donne sempre in malattia o in stato interessante! l’ultima opportunità di avere un reddito modesto ma sicuro per matematici, filosofi, economisti, matematici frustrati e neghittosi, e in virtù di tagli all’istruzione pubblica vengono sospinti ragionevolmente a approfittare dei servizi di quella privata, che non è lecito chiamare parificata se gode di trattamento e sostegno economico e superiore, quindi impari.

Eppure oggi credo vada  riconosciuto che, se dopo questi mesi, resiste il “simulacro” dell’istruzione pubblica, lo si deve proprio ai docenti, una volta registrato il fallimento della didattica a distanza non appena sperimentata da insegnanti, personale, famiglie, alunni.

Sono stati loro a cercare di tenere in piedi il sistema, hanno sperimentato e messo in pratica forme spontanee di aggiornamento e di acquisizione di competenze digitali, senza tante piattaforme SOFIA e corsi di formazione fasulli e a pagamento, sono loro che hanno mostrato un inusuale spirito di servizio e una certa creatività, e, non ultimo, forse inconsapevolmente, fatto comunità con alunni e famiglie, come dovrebbe essere, come non è più da tempo e come non sarà se, come c’è da temere, prenderà piede la didattica a distanza, agile come lo smartworking, selettiva già all’origine e che dopo l’esperienza del lockdown è piaciuta non  a caso al governo, alla ministra capitata per caso e all’Anp, l’associazione dei dirigenti scolastici, impegnati unicamente nella gestione amministrativa e burocratica del sapere, con il valore aggiunto di quel po’ marketing e di iniziativa commerciale ormai ineludibili.

Sono questi ultimi che vogliono, unanimemente e grazie al Covid19, imporre drastici tagli alla categoria, proprio quando distanziamento e alternanza imporrebbero di incrementare il numero degli addetti, e retrocederla a compiti di sorveglianza sanitaria, gestione dell’ordine, e, in sottordine, di una pedagogia di varia umanità non umanistica, quella che piace alla scuola della vita frequentata dagli influencer su Facebook, come camouflage decorativo di una formazione indirizzata unicamente a accedere a lavori esecutivi e specialistici, per i quali intelligenza, razionalità, logica, senso critico rappresentano vizi da nascondere nel curriculum, insidiosi ostacoli alla carriera.

Sono loro che  usano l’emergenza per consolidare quel disegno di sottomissione alle dinamiche di mercato che favoriscono la privatizzazione dell’educazione attraverso la dismissione e l’esternalizzazione di interi settori o    l’ingresso del privato nella gestione e nella determinazione degli indirizzi.

Negli anni passati ha suscitato un certo scandalo presto dimenticato l’attività di marketing e commercializzazione del “sapere” svolta da dirigenti scolastici che mutuano dall’aziendalismo gli espedienti e i messaggi pubblicitari per attrarre la clientela delle famiglie che vogliono collocare i delfini in istituti esenti dal meticciato, pronti a questo scopo a contribuire con donazioni e assistenza economica.

Adesso con le linee guida che affidano proprio ai burocrati della scuola il distanziamento, la politica delle inique disuguaglianze perfino sui banche della prima B è legalizzata. E un aiuto in più verrà se a fronte del fallimento accertato del decentramento regionale, passeranno le istanze di autonomia del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna che esigono maggiori e libere competenze su programmi scolastici, investimenti, organizzazione, assunzioni e trasferimenti. Così a decidere come saranno le basi e i fondamenti culturali e educativi dei nostri figli e nipoti sarà Zaia, sarà Fontana ancora al suo posto, irriducibilmente, sarà Bonaccini che, se appartengono a ceti disagiati meritevoli di assistenza pubblica, li manderà a raccogliere pomodori gratis.

Però saremo tutti connessi, grandi e piccini, in un total time (mica si può rinunciare tra lockdown, smartworking, sneeze, droplet, a un supplemenro di gergo imperiale) che comprende impegno professionale, lavori domestici, apprendimento, svago, assistenza (preferibile a domicilio come dimostrano le poche statistiche certe), relazioni umane.

Dimenticando, grazie alle baggianate dei pensatori da talkshow, le perdite che subiamo e  che sono a nostro carico, quei danni irreversibili inflitti alla socialità, che fa parte del bagaglio da mettere nelle mani di bambini e giovani,  con la riduzione dei processi culturali a sistemi rigidi di algoritmi e operazioni messi a punto per  distruggere ciò che resta    del pensiero critico e autonomo,  imballandolo in quel cartone da commercio online dove tutti   sono al tempo stesso produttori e consumatori  di dati e conoscenze.

Ecco pronta la scuola senza scuola, quella dell’Umanesimo digitale come la dipingono i sacerdoti del cambiamento ma in peggio, della gara, dove vince sempre il solito Golia, gigante per nascita, rendita o affiliazione ai cattivi della terra, della meritocrazia che invece di correggere le ingiustizie, le consolida all’origine della lotteria maturale o della selezione di classe. Quella senza aule, senza dispetti e senza risate, senza gesso e senza lavagna. No, quella c’è e noi, come al solito,  siamo dietro, in punizione.


Vedi Milano e poi muori

milanAnna Lombroso per il Simplicissimus

La Milano che prima era da bere, poi da mangiare, adesso è da vergognarsi.  Come al suono delle trombe dell’Apocalisse sanitaria sono cadute le mura della Capitale morale, mentre tace il rombo futurista del motore dello sviluppo nazionale.

Con ferocia voluttuosa i calabresi guidati dalla Santelli, i veneziani elettori di Brugnaro, i laziali sotto il magister elegantiarum delle mascherine, gli emiliani sollecitati dal loro presidente a prestarsi in qualità di festosi volontari per infoltire  la schiera di braccianti o di ronde, in modo da meritarsi reddito di cittadinanza e altre risorse parassitarie, possono prendersi il lusso a poco prezzo di criminalizzare lombardi e milanesi per la fiducia accordata ai loro rappresentanti, per aver subito l’onta delle morti dei loro cari lasciati soli, l’umiliazione di essere la popolazione più contagiata e contagiosa.

E dire che per capire che un giorno un qualche accadimento naturale o non, più dello straripamento annuale del Lambro o del Seveso più di licenziamenti a raffica, più di un terremoto, più di una nube tossica che avvelena l’aria, avrebbe avuto la funzione di rivelare cosa si nascondeva dietro a orgogliose rivendicazioni e narrazioni epiche, bastava poco.

Bastava poco per diagnosticare che i mali del “caso Lombardia” fanno parte di un contagio nazionale, che non si voleva e non si vuol vedere, per non dover prendere atto che dietro il festoso barzellettiere, il gioviale sciupafemmine a pagamento, il generoso mecenate che si pagava anche il rinfresco del G8 c’era il golpista, il colluso con le mafie, lo speculatore intento a trasferire la sua città ideale della corruzione e del malaffare, le Milano 2 e 3, perfino nel cratere di un sisma.

E mica è colpa dei soli milanesi o dei lombardi se parte delle morti in concorso col Covid sono da attribuire ai furti e agli espropri perpetrati ai danni della sanità pubblica, se poi il divino ladrone celeste pontifica su igiene, salute e profilassi sanitaria e sociale dalle colonne di un autorevole quotidiano nazionale.

O se tuttora il vertice, le teste insomma, del governo regionale che meriterebbero la ghigliottina, perseverano nell’infamia idiota e diabolica, reclamando che si incrementi la loro indipendenza, alla luce delle performance ottenute in cima alla graduatoria di assassinii,  e restano al loro posto pur suscitando la collera della plebaglia, che però è la stessa che riserva un  consenso ammirato per la figura iconica di altro bramino del secessionismo regionale che pretende di  esercitare la dovuta superiore autonomia in materia sanitaria, per via di una statistica meno ferale, e in quella dell’occupazione e della scuola, per fare un severo collocamento di immigrati e percettori di mance e redditi improduttivi nell’ambito del cottimo di stato.

C’è un proverbio che la dice tutta sul disincanto tossico dei romani: er più pulito c’ha la rogna. Ma pare possa funzionare egregiamente a tutte le latitudini, se il Pisapia che viene a cadenza regolare tirato fuori dalla naftalina in qualità di leader di un rinascente progressismo, è stato artefice del processo di svuotamento del centro di Milano dai residenti, proprio come un Brugnaro o un Nardella qualsiasi, per consegnarlo a multinazionali della speculazione, al terziario del lusso, alle finanziarie e alle banche che hanno bisogno di sfolgoranti vetrine per esibire al loro avida smania di accumulazione, agli emiri del Qatar intenti a fare shopping di terreni e di club sportivi a Milano come in Sardegna.

Si adatta a tutto lo stivale se  tutta la stampa nazionale ha partecipato alla narrazione della nuova Grande Milano guidata con destrezza dall’ex commissario di un epico fallimento, segnato da infiltrazioni mafiose sulle quali l’autorità anticorruzione ha dovuto chiudere un occhio anzi due, in nome dell’ineluttabile e incontrastabile “interesse generale”, da un primo cittadino che accoglie il collega disobbediente di Riace come un eroe e permette in contemporanea i repulisti repressivi di immigrati, da un sindaco che sta realizzando le più famigerate espropriazioni di beni comuni per cederli a società immobiliari e costruttori posseduti dal demone dei faraoni, che sognano di lasciare un’impronta indelebile sotto forma di grattacieli che non vogliono più a Dubai, frutti delle visioni tossiche di archistar  la cui reputazione crolla alla prova di un’ovovia o di un colpo di vento.

Sicchè la bulimia costruttiva fa il paio con il gigantismo megalomane di chi concede il passaggio attraverso Venezia delle Grandi Navi da crociera, oggi rimpiante e richieste a gran voce per contribuire alla ricostruzione dopo la guerra al virus,  o con la compulsiva volontà di riaprire i cantieri delle opere infrastrutturali, da anni rivelatesi come formidabili macchine mangiasoldi pubblici per appagare gli appetiti delle solite cordate, o con i propositi del Ministro Franceschini per il rilancio turistico del Paese, grazie alla sua immaginifica visionarietà, la stessa di Farinetti e di Renzi, fare del Sud la Sharm el Scheik d’Italia, della Sicilia un immenso campo da golf, degli Uffizi un juke box, di Venezia un museo a cielo aperto.

Vi avevano detto di stare tranquilli, che niente sarà come prima.

E per una volta mantengono la parola, tutto sarà peggio di  prima se la cifra antropologica degli italiani pare non sia l’arroganza meneghina, la spocchia veneziana, l’indolenza napoletana, la spilorceria genovese, l’ostentazione palermitana,  ma invece un’arrendevolezza brontolona ma docile, la licenza e la piccola trasgressione del così fan tutti al posto della ribellione.

E succede perfino quando tra Franza e Spagna non si magnerà più in un Paese sull’orlo del fallimento, nel quale centinaia di migliaia di persone si affacciano cautamente di casa, con la fierezza del loro finalmente riconosciuto senso di responsabilità, che nasconde la paura di misurarsi col disastro legittimato dalla minaccia apocalittica, con il tentativo di rimuovere o almeno rinviare la catastrofe, pagando pegno per il loro sabbatico con  proibizioni, quarantene, forme di controllo sociale  tecnologiche, bastonate,  controlli perfino con droni e elicotteri, divieti di spostamento, sanzioni  presto comminate dalle ronde che fino a ieri erano l’inaccettabile format ideale poliziesco salviniano, ora irrinunciabile sistema di necessaria vigilanza e contenimento delle disobbedienze oltre che immaginifico bacino occupazionale insieme agli steward sulle spiagge, o ai braccianti al tempo delle ciliegie.

Il poco che ci hanno fatto sapere, fatto di avvertimenti trasversali e minacce, di come immaginano il nostro futuro prossimo dall’Alpi alle Madonie parla di una condanna alla servitù, nel migliore dei casi, quella già ampiamente avviata nella normalità malata di prima della malattia, subendo i ricatti padronali, le ipotesi non remote per i più fortunati di riduzioni del salario a  fronte di aumento dell’orario di lavoro, il caporalato tramite smart working, con l’assillo di dover rendere i prestiti benevolmente concessi, quelli personali erogati da quelle banche oggetto di salvataggi dagli effetti del loro avventurismo finanziario effettuati a nostre spese,  e quelli dovuti all’Ue,  sotto l’intimidazione di nuove e sempre più severe privazioni in qualità di pena meritata per aver dissipato, goduto, consumato in merci e libertà.

E dire che per anni i risparmi dei cittadini, i fondamenti sani del Paese, hanno costituito un orgoglio oltre che la fonte cui attingere al bisogno, e si sa che il bisogno si presentava sempre più frequentemente per ovviare alla distruzione dello stato sociale, a quella del lavoro, della scuola pubblica. Da oggi risparmiare è un lusso come succede durante le carestie, se chi tiene la cassa comune non ha fatto come gli antichi, che riponevano le scorte nei granai. Ed è ancora di più un privilegio curarsi, nutrirsi, istruirsi, viaggiare, studiare, scaldarsi o rinfrescarsi, e poi amarsi, convivere sotto un tetto dignitoso, andare al mare, visitare un museo.

Non sarà stato un complotto di un impero del male quello che ha liberato e fatto circolare il virus, ma dovremmo trovare una parola adatta per definire questa prova generale, che sembra non finire, di repressione delle aspettative in cambio della sopravvivenza, della libertà di decidere di sé in cambio della “salute”, secondo criteri intesi a imporre una autorità morale abilitata a decidere che cosa è il meglio per noi, alcuni di serie A protetti dentro le mura di casa, altrui di serie B incaricati di garantirci i beni e i servizi elementari, come esige lo stesso sistema che vuol farci pagare i danni che ha prodotto, secondo la regola aurea che socializza le perdite e privatizza i profitti.

Forse è ormai troppo tardi per conservarci il diritto di resistere all’ingiusto e di disobbedire all’illegittimo, la malattia ci ha contagiati molto prima del virus.

 

 

 


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