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I cori della quarantena

cori ep Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi mi conosce attraverso i post che pubblico su questo blog sa che di volta in volta sono accusata di essere velleitaria, frustrata, invidiosa, anarcoide e poi ribellista, snob, schizzinosa, sofisticata, sguaiata. Retorica se parlo di riscatto e di uguaglianza, cinica se non mi unisco al coro di Fratelli d’Italia affacciata al balcone.

Per via della mia idiosincrasia a farmi arruolare in una delle tifoserie che fanno finta di contrastarsi con le sciabolone di legno come i pupi in commedia, sarei ovviamente salviniana se non mi accontento di Carola Rackete e invece mi interrogo sulle correità personali e collettive che hanno fatto accettare guerre di conquista e sfruttamento. E probabile simpatizzante della destra se non mi basta cantare Bella Ciao perché sono convinta che il fascismo è una declinazione del totalitarismo che oggi si manifesta come supremazia dell’economia finanziaria.

Ah, dimenticavo, sarei populista se mi piacerebbe che fosse restituita al popolo partecipazione non solo in forma di quel consenso coatto e manovrato che si chiama voto, sovranista quando manifesto il mio   dissenso per l’espropriazione di poteri e competenze, avocate a sé da una entità sovranazionale che ha apertamente rivendicato il suo intento di limitare l’area di influenza e di decisione delle democrazie nazionali, ree di essere nate da guerre di liberazione.

L’elenco sarebbe lungo, mettiamoci anche che non sono una fan della povera Greta oggi oscurata da altra emergenza, portavoce di una propaganda che affida alla collettività e ai singoli individui la salvezza tramite azioni volontarie, comportamenti di ecologia domestica, consumi già peraltro forzosamente  più ragionevoli e sobri per il consolidamento di una crisi di sistema, nutrita dalla fine dell’economia produttiva, dall’eclissi dell’egemonia occidentale, dalle fortune della roulette globale, e che ci racconta la favoletta  della realizzazione di  una transizione industriale virtuosa e “responsabile”, “light”, “equa” e “sostenibile”, con meno CO2, ma più tolleranza per tutti gli altri inquinanti e veleni.

E nemmeno sono soddisfatta che a rompere il soffitto di cristallo della cultura patriarcale sia la fionda della meccanica sostituzione nei posti chiave di donne al posto dai maschi, che le piazze vuote quando è stata adottata una controriforma intesa a cancellare i diritti e le garanzie del lavoro, quando si è umiliata l’istruzione pubblica per convertire le scuole in fabbriche di esecutori  specializzati in obbedienza, si siano riempite per deplorare maleducazione come se invece fosse garbato, gentile e mite la pratica dello sfruttamento, della consegna a potentati e della frattura dell’unità nazionale.

Non può mancare l’estrema offesa sempre di moda: radical chic.  Insieme a supponente se cerco di non contribuire al processo di infantilizzazione in corso nel paese, tramite scuola affidata a manager che cercano di fare scouting di delfini di riccastri pronti a contribuire per conquistare una corsia preferenziale verso il successo die loro rampolli, informazione e intrattenimento necessariamente indissolubili, linee guida dell’università della strada indicate dai social network, e cerco di mettere a frutto anni di studio e di buone letture, cui si sono sdegnosamente sottratti esponenti del ceto dirigente che condannano la rozzezza dei plebei professando l’ignoranza dei signori.

Adesso però si è aggiunta una nuova accusa fresca fresca, la stessa che viene mossa quando muore un potente e subito salta su qualcuno che chiede silenzio, implora pietas, rinviando i giudizi della storia e pure della cronaca all’indomani, e peccato che l’indomani non arriva mai, perché si stende una pudico coltre di oblio, in modo che non si ricordi che il “povero” taldeitali è stato votato, lusingato, blandito, assolto da tribunali del popolo pronto pure a intitolargli una strada.

Così in questi giorni è sciacallo chi invece di avviarsi su per gli impervi sentieri della medicina, della virologia, della statistica applicata  all’epidemiologia, si interroga sugli effetti venefici della limitazione di libertà imperniate sulla disuguaglianza: profilassi e prevenzione per tutti salvo i pony, i metalmeccanici, gli operai delle fabbriche irrinunciabili, diventati eroi dopo essere stati parassiti.

È sciacallo chi non si stupisce che l’informazione delle autorità scientifiche sia contraddittoria, confusa, alla lunga inaffidabile, se anche in quel contesto fanno la parte del leone le star molto presenti sui media più che nei laboratori.

E’ sciacallo chi non è estasiato e commosso per le cavatine di tenori respinti dai teatri dell’opera, affacciati sul poggiolo, per i cori da ubriachi che si levano dalle finestre sul cortile che suscitano l’appassionato consenso del giornalismo investigativo impegnato a riferirci le cronache dall’interno 11. E’ sciacallo perché sa bene che questi  riti consolatori, che non comprendono mai l’aggiunta pepata della collera per la devastazione dei sistema sanitario, quella si causa prioritaria dei decessi, per l’impoverimento delle attività di ricerca e sperimentazione universitaria e pubblica, sono favoriti perché aiutano a persuadere la gente impaurita che è meglio il coraggio privato all’audacia di scegliere, criticare, opporsi.

E’ sciacallo chi si premette di criticare l’anatema lanciato contro la cittadinanza indisciplinata che fa rifornimento al supermercato, mentre non si condannano gli speculatori che in Borsa, in Europa, nelle imprese, nel mercato fanno profitti con l’aggiotaggio, l’accaparramento, il ricatto.

E’ sciacallo chi è preoccupato del passato, è preoccupato del presente, ma è ancora più preoccupato del futuro quando il sollievo del passato pericolo spingerà a far tornare tutto come prima, anzi peggio di prima, più gente a spasso ma nell’altra accezione anche se i parchi e i centri commerciali saranno riaperti, più alti i prezzi delle merci, più passivi in bilanci familiari e statali, messi alla prova dallo stato di necessità, che impedirà di realizzare le promesse fatte durante la crisi.

Si tornerà come prima, perché l’aspetto positivo dei comandi superiori e esterni è che esonera i governi dall’agire, per mancanza di quattrini e di potere decisionale. Anzi, peggio di prima perché ospedali al collasso, personale sfinito e umiliato, collettività sfiduciata concorreranno al successo di quelle pretese di autonomia e di consegna al privato rivendicate da regioni cui, alla prova dei fatti, occorrerebbe togliere le competenze.

E’ sciacallo chi stando a casa, con la rete che va e viene perché è molto frequentata, la fibra è peggio del rame, la banda larga è uno slogan della Leopolda, alla faccia dello smart work della telescuola, dei recapiti a domicilio delle major al collasso, fino a  ieri denigrate oggi promosse a Onlus, non si sente orgoglioso e fiero di essere italiano proprio come chi si è ingoiato la perdita di beni, diritti, garanzie, lavoro, istruzione, in cambio di promesse di ordine e ordini.

Vuoi vedere che sciacallo è solo il sinonimo di critico, raziocinante, indipendente?

 


Dio li fa e poi li accoppia

re s slAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se i vostri figli avranno l’occasione un domani di andare al cinema a vedere ascesa e caduta di due leader condannati dalla cronaca (si sa che noi abbiamo poca frequentazione della storia e delle sue lezioni) e costretti a un dorato esilio, nel corso del quale  e dopo si potrà assistere a una doverosa riabilitazione perché, va ammesso, avranno pure loro fatto qualcosa di buono.

E magari quel qualcosa riguarderà proprio la puntualità dei treni nelle stazioni, Matera e Sud esclusi, perché i due uniti dallo stesso nome, anche su quello andavano d’accordo, sulle fortune dell’indispensabile alta velocità, da realizzare a tutti i costi perfino sotto lo storico e celebrato selciato di Firenze.

E chissà se vi perdoneranno di non aver capito, che non ci voleva mica tanto: avrebbero dovuto accorgersene anche i gonzi più citrulli, quelli che pensavano, dall’uno ancor più che dall’altro, di poter trarre qualche benefits come succede con le aziende che se sono in crisi licenziano e delocalizzano, ma continuano a premiare oltre agli azionisti, manager, attendenti e caporali, che dietro alle scaramucce a quei duelli che parevano quelli dei pupi con le spade di legno e i lestofanti che gridano ai loro accoliti, tenetemi che l’uccido, strizzandosi l’occhio.

Ci voleva poco, bastava confrontare il pochissimo di idee dietro ai tweet e i selfie, e il molto di minacce e blandizie, bastoni e carote, voti di fiducia e ddl fotocopia, bugie e smentite, per capire che su quei due corpaccioni stava collocata una testa sola, un’unica mente, guidata da una unica ambizione e al servizio degli stessi padroni.

Perché stupirsi dunque, se finalmente – c’è un proverbio russo che dice che i matrimoni si fanno in cielo, ma in questo caso il connubio deve essere stato favori e concluso all’inferno – i due Matteo hanno fatto outing, uno più audace e perfino più trasparente con una pubblica dichiarazione come il suo parlamentare che ha chiesto la mano della fidanzata in piena Camera, l’altro, più pusillanime, che fa finta di tentennare, aspettando di mettere a punto le 140 battute – a lui interessa la qualità più che la quantità e si accontenta delle vecchie offerte di Twitter, nelle quali spiegherà al popolo non più populista grazie a lui,  le ragioni dell’intesa, dalla tutela della democrazia, alla rimessa in modo dello sviluppo, dalla comune matrice  antifascista, in fondo lo avevano sempre detto anche Cacciari e d’Alema, fino alla proposta condivisa di un’alta autorità, sindaco o podestà, lidèr maximo o supergovernatore, cui affidare le sorti del paese.

Certo, meglio sarebbe una di quelle figure della mitologia, figlie di amori sacrileghi, metà uomo e metà cavallo. Meglio ancora i due potrebbero incarnarsi in un ibrido metà bestia e metà bestia, fermo restando che uno dei due, come ha sostenuto il rappresentante ufficiale della sardine, essendo posseduto da un erotismo sia pur tamarro,  avrebbe diritto alla parte inferiore,  mentre nessuno dei due  merita la parte sormontata dalla testa.

A volte più delle elegie, delle agiografie e delle analisi di opinionisti e elzeviristi che tanto non ne imbroccano una, sarebbe stato più accorto affidarsi alla rubrica della Settimana Enigmistica: Trova la differenza.

Ho parlato della Tav e come è noto ambedue sono portatori insani del morbo delle grandi opere, quello che diffonde corruzione, pressione sul territorio, dissipazione degli anticorpi che dovrebbero proteggere da megalomania e dalla boria dei gradassi che vogliono lasciare un’impronta nel futuro mentre nel presente si portano a casa la gratitudine di speculatori e mafie integrate nella legalità grazie a apposite misure di legge.

Ma si potrebbe parlare di ordine pubblico, visto che il più gradasso che ha un fiuto speciale per suscitare e accreditare quelle miserie che si celano negli italiani brava gente, ha perfezionato un’ideale di sicurezza disegnato ben prima di lui, criminalizzando l’immigrazione come avevano fatto sì, indisturbati, Bossi e Fini, ma pure Turco e Napolitano, e completando l’edificio di misure care ai sindaci sceriffi dell’intero arco costituzionale, poi frutto dell’operato del Ministro più idolatrato da ambo i fronti, di penalizzare gli ultimi per tranquillizzare i penultimi, a suon di Daspo, protezione del decoro dai poveracci di tutte le etnie, repressione delle espressioni di critica.

E che dire dell’Europa? che per tutti e due è ormai un atto di fede, la cui abiura sarebbe punita con l’esclusione dalla possibilità di stare alla ribalta, tanto che dopo gli antichi sputacchi, insulti inintelligibili, diventati scodinzolii appena allestito il canile governativo, anche il burbanzoso leghista si è convinto che la fortezza è l’unico soggetto abilitato a difendere insieme ai comuni padroni, la loro ideologia e teocrazia, quella del mercato, della finanza e delle banche, ma pure quella che si fonda sulle comuni radici cristiane, baciando pile e madonnine, mangiando parmesan e cassoela, obbedendo ai diktat come se fossero fioretti indispensabili a salvare portafogli e anime.

Anche per il sovranismo, in virtù dell’accoppiamento è stata trovata una formula domestica, che riconosce poteri e competenze di una entità sovranazionale, che ha il merito indiscusso di rendere impossibile governare e investire nel Paese, mentre permette di spendere per la manutenzione dei palazzi e per la sopravvivenza dei residenti, e che concede spazi di autonomia a un terzetto di regioni che agiscono per provvedere alla desiderabile transizione verso la totale privatizzazione di scuole, servizi sociali, assistenza e sanità.

Va detto che il processo è stato preparato con cura, aiutato da emergenze che, dopo la temporanea ostensione di valori e slogan richiamano a deporre i tempi dell’antirazzismo, dei diritti civili, della uguaglianza di genere, dell’antifascismo, consigliano principi e procedure più sbrigative e realistiche, poteri e autorità eccezionali, tanto che anche quelli che erano considerati i leghisti buoni, a cominciare dall’antropologo di Bibano di Codega, che Camporesi e Levi Strauss a lui je spicciano casa, adesso si mostrano per quel che sono, senza sotterfugi, salviniani o diversamente salviniani,  odiatori del Sud né più né meno di un Bonaccini qualunque, cosmopoliti ma quando si rubacchia, si approfitta, si specula, populisti quando occorre mettere insieme un po’ di marmaglia, tra specie ittiche o fascistelli dichiarati, inferiori sempre per numero di quelli che lo nascondono dietro il politicamente corretto, per dimostrare chi comanda.

Non so se i vostri figli li vedranno in esilio, a noi spetterebbe mandarceli.


Ely Shining

elAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho ricevuto un’educazione confessionale e così non ho fatta mia la consuetudine di conservare nel portafogli una immaginetta sacra incaricata di proteggere il fiducioso possessore da ogni sorta di pericoli.

Tra l’altro, negli anni, il target di numi tutelari si è via via esteso ed anche l’esibizione dei loro ritratti in vari formati, materiali e media: poster e foto sul profilo del Che, ma anche di rapper, sindaci disubbidienti, vignettisti, replicati ed esposti in funzione di ispiratori, maestri di pensiero e modelli di vita e comportamento.

E’ quindi naturale che nei periodi di crisi si assista alla ricerca di icone di culto e ultimamente la preferenza è stata  riservata a figurine femminili, portatrici naturalmente di speciali valori attribuiti al codice di genere: sensibilità, indole all’ascolto, alla cura e all’accoglienza, legate indissolubilmente alla funzione materna, dei quali peraltro avrebbero dovuto essere dotate, oltre a Carola o Greta  o Sanna, anche la Fornero, la Lagarde, la Clinton.

È di oggi per esempio la notizia che il segretario del Pd candida alla presidenza del partito la sindaca di Marzabotto, affiancata da due vicepresidenti Anna Ascani e Debora Serracchiani (quella che lo stupro indigeno è meno  deplorevole di quello forestiero), che vanta nel suo curriculum politico e di amministratrice lodevolissime iniziative a sostegno della memoria dell’eccidio e niente più, a conferma che ormai conta  la “facciata” più di esperienza, competenza, programmi considerati controindicazioni a suscitare consenso e approvazione e delegati interamente a addetti ai lavori, tecnici, kapò e caporali.

E infatti la liturgia, in piena eclissi del sacro presso le sinistre tradizionali, propone l’ostensione  di una nuova Giovanna d’Arco, che unisce all’ardimento della guerriera, alla tenacia delle suffragette e all’instancabile perseveranza dei pellegrini, dimostrata, tra l’altro,  mettendosi a capo della campagna slowfoot, una mobilitazione collettiva, fatta a piedi e in mezzo alla gente per far girare l’ideale europeo in una simpatica riedizione del cammino di Compostela o della via Franchigena.

Parlo naturalmente di Ely Schlein, scesa in terra a miracol mostrare, incarnando il meglio della religione del politicamente corretto: impegnata femminista, appassionata ecologista, fervente europeista, orgogliosa omosessuale. E poi creativa (al Dams e negli anni di università si occupa di comunicazione, grafica e organizzazione di eventi)   cosmopolita per nascita, studi, esperienze e per la militanza sul campo, quello di Obama, alla cui elezione contribuisce formando i volontari durante la campagna elettorale. E anche pluridecorata al merito nientepopòdimeno che con il premio Maraini al Liceo di Lugano  per i migliori risultati dell’anno di maturità 2004 e nel 2017 come “miglior deputato europeo” dell’anno (cito dal suo sito).

Non le manca niente insomma per ricoprire un ruolo salvifico: ha dato vita  a Occupy Pd per denunciare le larghe intese che affossano la candidatura di Prodi a Presidente della Repubblica, europarlamentare dal  2015 nelle liste del Pd,  a seguito di fratture insanabili con il vertice, lascia il partito  insieme a Pippo Civati e con lui lancia  Possibile, che diventa ufficialmente partito nell’aprile 2016. Infine con la lista Emilia Romagna Coraggiosa, insider virtuale delle sardine, contribuisce al successo di Bonaccini entrando a far parte della sua squadra di governo regionale.

E infatti Left, che si autodefinisce spericolatamente l’unico giornale della sinistra, ci informa in estasi  che è stata animatrice qualche giorno fa di un costruttivo confronto  tenutosi “nell’ambito delle iniziative che precedono e accompagnano il percorso verso il congresso che terrà Sinistra Italiana”, e nel quale numerosi esponenti politici e personalità della cultura sono intervenuti: “dal messaggio di Cuperlo, alle appassionate analisi di Vendola, Mussi, Fratoianni, tra le più lucide riflessioni sullo stato della sinistra e insieme coniugate a tangibili sentimenti e passioni, mai scaduti in sterile nostalgia”.   

Non stupisce dunque che tutti quei simpatici attrezzi sopravvissuti a ogni tempesta e a ogni corrente,  contagiati dal suo ardore e ardire, abbiano convenuto sull’opportunità di estendere a tutto il Paese e in tutte le tornate elettorali il suo format vincente sul quale la record-woman di preferenze scommette per – sono le sue parole – “spostare a sinistra il Pd …. grazie al giusto equilibrio tra le spinte civiche e le forze politiche che hanno sostenuto il progetto di Coraggiosa: Articolo 1, Sinistra italiana, È Viva e Diem25 di Varoufakis”.

Rivendica il raggiungimento del suo obiettivo ambizioso la nuova vice presidente della giunta, ringraziando Bonaccini per essersi fatto contagiare dalla sua audacia per “coniugare in modo nuovo e incisivo la lotta alle diseguaglianze che segnano la nostra società e la transizione ecologica”,  incaricandola di prestarsi con “un impegno diretto sulle politiche sociali e sul coordinamento del Patto per il clima che abbiamo lanciato durante la campagna elettorale, con una forte vocazione europea e l’obiettivo di allineare le politiche regionali al raggiungimento dei nuovi obiettivi ONU per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030”.

A guardare il suo sito, a leggere le innumerevoli interviste, a prendere atto del suo poliedrico attivismo che sconfina nel simultaneismo marinettiano, dal volontariato alla regia, dalla presenza nel gruppo per la riforma del trattato di Dublino  a quella in ben 5 Commissioni europarlamentari, si può capire che le sia sfuggito qualcosa. Che nel suo fervore che non si sia accorta che la regione nella quale si accinge a coprire un ruolo strategico si propone di sperimentare un non nuovo  e nemmeno originale esperimento di disuguaglianza sociale, economica, morale, culturale, con la richiesta – allineata perfettamente all’avanguardia leghista di Veneto e Lombardia – di una autonomia regionale che spaccherà l’unità del Paese, penalizzerà le regioni meridionali, favorirà l’arrembaggio dei privati in settori già largamente “infiltrati” grazie alle riforme dei governi di centrosinistra, assistenza sanitaria, scuola e università.

Si può capire che probabilmente mentre era a Roma a unire i progressisti intorno alle parole d’ordine dell’ambientalismo non sia stata informata che il suo presidente ha sollecitato un incontro con il governo per contrastare  la  proroga dello stop all’attività estrattiva, che  “non porta con sé alcuna soluzione concreta e strutturale, aggravando le difficoltà e lasciando in una pericolosa incertezza l’intero comparto ravennate”,  replicando così il già visto a Taranto e in altri siti industriali nazionali, nei quali viene imposta come inderogabile l’infame alternativa ricattatoria tra occupazione o ambiente, salute o salario.

Adesso direte che non ci va mai bene niente. Ed è vero perché niente va bene nella resa al capitale e al mercato e alle loro regole ormai assunte a leggi naturali, alla constatazione che dovrebbe suscitare rabbia  e ribellione che al momento destra e sinistra “tradizionale” sono come giano, due facce del liberismo, che il riformismo, che raccoglie consenso negli strati più elevati in termini di reddito e di educazione delle classi medie ha svenduto i suoi valori dimostrando che le sue riforme non erano aggiustamenti per addomesticare la bestia feroce del capitalismo, ma al contrario medicine per tenerlo in vita senza critica, opposizione e reazione delle classi più penalizzate, anestetizzate dal bisogno e criminalizzate anche moralmente in quanto ignoranti, rozze, viscerali, perché se non sappiamo immaginare una salvezza di tutti, allora ci si adopera per il “si salvi chi può”, ognuno a modo suo e per i proprio miserabili interessi. Sicché la supposta contrapposizione destra e sinistra si riduce a quella tra compassione e cinismo, modernità e passatismo.

E niente va bene nella trasformazione del solidarismo comunitario in individualismo e leaderismo, dell’internazionalismo proletario in cosmopolitismo borghese, nell’egualitarismo in meritocrazia, nella interpretazione della sovranità di popolo convertita in trogloditico sovranismo e arcaico populismo. O nella riduzione del riscatto di genere in rivendicazione di parità perché se sfruttamento e repressione, lavoro di cura, rigida divisione di compiti e ruoli non verrebbero superati con la morte del “capitalismo”, meno che mai si aggirano con la sostituzione nei posti chiave di femmine al posto dei maschi, di sopraffazioni femminili su maschi e pure su donne che non possono aspirare all’appartenenza e all’affrancamento appannaggio di un ceto privilegiato.

Niente va bene nello sperare di addolcire la pressione del totalitarismo come si configura oggi, si rabbonirlo entrando al suo interno, di cambiarlo dall’interno come volevano persuaderci di poter fare quelli come Ely che non sappiamo quanto in buona fede promettono un’altra Europa grazie alla loro augusta presenza nelle segrete e nelle intendenze della fortezza, se ormai Sanders, Podemos, soggetti isolati che una volta  sarebbero stati l’incarnazione di un pacifico e inoffensivo riformismo nemmeno “strutturale” oggi paiono antagonisti e insurrezionalisti a fronte di certe piccole, grandi slealtà.


Erasmus, elogio dell’idiozia

erasmAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rimbocchiamoci le pinne!”. Anche solo per questo appello all’ittica attiva, le sardine meriterebbero di essere collocate in un cono d’ombra, la punizione più severa per loro come per il loro nemico n.1, il Male Assoluto, uniti come sono dalla stessa bulimia presenzialista.

Ma a volte parlare di loro è irresistibile e pure doveroso. Grazie a un’attenzione che copre l’arco costituzionale, stando a cuore a poteri forti dei quali sono evidente emanazione, godendo della simpatia di Soros e dei Benetton, ricevuti da ministri, vezzeggiati unanimemente dalla stampa ufficiale, oggetto del delirio passionale di pensatori e intellettuali navigati ridotti al ruolo di Humbert Humbert soggiogati dalla loro “innocenza” che si augurano possa farli galleggiare ancora un po’ seguendo le correnti modaiole, proprio come un movimento politico della contemporaneità dopo l’eclissi della democrazie e della partecipazione, dimostrano il medesimo disinteresse per il consenso e la stessa indifferenza per i bisogni della gente.

Gente, plebe,  massa, che come è noto serviva a portare acqua al loro candidato e al loro partito di riferimento (il Pd  “quello più vicino e affine”) e che adesso può restarsene a casa, lasciare deserte le piazze presidiate dalle forse dell’ordine con la mano di ferro grazie alla permanenza di leggi di sicurezza: vedi mai che ci vada qualche lavoratore incazzato, qualche antagonista anti sistema, qualche insorto anti-Tav settantenne.

È per quello, per la certezza che  è stata loro concessa di essere intangibili, intoccabili come dei santini lavacoscienza dai persuasori del politicamente corretto, che possono sparare cazzate un giorno si e l’altro pure.

L’ultima, una delle più invereconde, consiste nella proposta che hanno recato come viatico ai ministri che li hanno ricevuti con la benevola attenzione che un preside riserva agli alunni leccaculo, rampolli dei papà che pagano di tasca loro quei valori aggiunti che fanno più appetibili gli istituti dove non esiste quella rischiosa mescolanza di ceti sociali, quella, cito, di “ inaugurare una nuova stagione di politica sardina che passa dalla contaminazione tra Nord e Sud, tra giovani e pensionati, tra cittadinanza e politica …. che trasformi il Sud e tutta Italia in un acquario da riempire invece che in un bacino condannato a svuotarsi”.

E come? Ma è facile, ripristinando “fin dall’Università una sorta di Erasmus tra regioni del Sud e del Nord. Perché un napoletano non può farsi sei mesi al Politecnico di Torino e un torinese sei mesi a Napoli o a Palermo per studiare archeologia, arte, cultura o diritto?”.

Ora a nessuno sfugge che cosa sia Erasmus, perché abbia avuto tanta presa nell’immaginario di una classe agiata retrocessa per via dell’erosione di sicurezze, garanzie, beni, che si sente impegnata a pagare la colpa insinuata dal pensiero mainstream di aver dissipato, di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, di non avre saputo riservare alle generazioni future il benessere immeritato di cui hanno approfittato. Si sa che è un sacrificio e una condanna, ma anche uno status symbol e un obbligo sociale che si paga in cambio dell’appartenenza a un ceto superiore per conservare intatto il mito dei patti generazionali che la cultura e l’ideologia liberista ha invece fatto rompere per sempre.

Non a caso in occasione della Brexit a sottolineare la barbarie prevedibile nella quale sarebbe precipitata la perfida Albione c’era anche la possibilità che la Gran Bretagna uscisse dalla rete del progetto europeo, che da sempre ha l’obiettivo di consolidare una concezione della collaborazione e cooperazione colturale tarata sugli standard della Nato e della colonia europea dell’impero del male in modo da sostituire l’internazionalismo con il cosmopolitismo turistico. E infatti quanti genitori si sono indebitati (sfido chiunque sia pure sobrio come di volevano Fornero, Monti, Cancellieri a mantenere un figlio in Germania, Francia, Spagna con una borsa mensile di 250 euro) per regalare ai figli il loro sogno di qualche mese di manca, sbronze e sesso esotico, magari secondo il modello sardine:  “Salvini è un erotico tamarro e noi proponiamo un modello erotico romantico”, in collocazioni che ricordano loro l’atmosfera dei college americano dove i delfini del ceto abbiente si godono un parcheggio dorato in attesa di proseguire poi col loro bullismo a Wall Street o in qualche impresa di esportazione di democrazia.

Ecco, deve essere questa la chiave con la quale interpretare la Weltanschauung dei leader delle Sardine, applicare su scala regionale il volonteroso intento di portare e far provare al Mezzogiorno la bellezza dell’export-import di ideologia e pratica della crescita, del dinamismo laborioso di località e popolazioni che vantano primati di evasione fiscale, consumo di suolo, corruzione, speculazione, inquinamento anche sottoforma di conferimento al Sud di veleni. E al tempo stesso di favorire l’incremento della vocazione turistica di posti che non hanno e non meritano altro che diventare parchi tematici e disneyland nostrane, avendo mostrato l’inettitudine perfino a farsi sfruttare dal padronato interno e esterno, sottraendosi come  a Taranto all’obbligo civico di ammalarsi per conservarsi il posto e di essere sottopagati per conquistarsi il salario.

Non stupisce, in fondo le sardine sono state create per dare appoggio a una regione schierata in prima fila a favore dell’autonomia differenziata, alla stregua di Veneto e della Lombardia, legittimandola e rafforzando la retorica della disuguaglianza tra Nord e Sud come effetto incontrastabile di una legge naturale, riportando alle origini la cosiddetta questione meridionale ed il tema del dualismo e delle due velocità di un Paese troppo lungo, con le terre sotto il confine del sacro fiume affette da un ritardo antropologico e che beneficiano del contributo generoso delle ricadute dello sviluppo di quelle del Nord, prospere e dinamiche ormai logorate dall’obbligo di fare l’elemosina  a un Mezzogiorno borbonico, arretrato, indolente e spendaccione.

È in nome del riscatto che ispira secessione dei ricchi che parlano e agiscono la Lega di Bossi,  Maroni, Salvini e Zaia e di Bonaccini e di chi l’ha votato con l’ambivalenza equivoca di interessi sostenuti da un impianto ideologico divisivo e feroce, di un sovranismo regionale che sogna l’annessione alle province carolinge dell’impero, mentre giù in basso altre geografie vengono giustamente spinte verso l’Africa, verso la subalternità che meritano al servizio del turismo e dello sfruttamento coloniale di risorse, paesaggio, beni artistici.

E infatti possiamo immaginarcela questa scrematura della bella gioventù, che conosce il Sud attraverso i film con Bisio, le storie d’amore nei trulli, dove si realizzano le fortune di startup dell’accoglienza, al suono di mandolini, mentre si intrecciano carole e tarantelle, e in grandi cucine industriose si friggono melanzane e si fa la conserva di pummarola.

Peccato che il loro pensiero sia poi lo stesso di quelli che sul piatto di spaghetti vedevano la pistola fumante, condanna morale e sociale perpetua a essere inferiori, poveri e dunque criminali.


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