Archivi tag: Autonomia regionale

Magna Letizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non vorrei  che occupati a approfittare dell’opportunità  offerta dalla rete di emettere una condanna giudiziaria, purtroppo solo virtuale, vi foste dimenticati di quella morale nel caso ricordaste la toccante immaginetta della ministra dell’Istruzione, candidata sindaco di Milano, Letizia Moratti Brichetto Arnaboldi  che un 25 aprile 2006 in piena campagna elettorale spinge spudoratamente la sedia a rotelle dell’anziano padre, in qualità di testimonial del suo antifascismo, “dinastico” come il talento per le assicurazioni e le intermediazioni.

 Ma della persona giusta al posto giusto, in questo caso quello di Assessora alle Politiche sociali della Regione Lombardia, ben altro potremmo dire oltre all’inanellarsi di accuse e pendenze, nonostante che  solo per quello si dovrebbe ricorrere a quella misura non eccezionale:  commissariare il Pirellone,  come si è fatto in passato con una determinazione attribuibile più che all’ardimento degli Esecutivi di allora al fatto che si trattava di enti che non possedevano l’autorevolezza politica e morale della operosa Lombardia e del suo capoluogo.

Eh si, non occorreva assistere al simpatico siparietto del leccaculo di tutti regimi, anche lui perenne e infestante come l’intervistata, per sapere che cosa aspetta la regione più colpita dal Covid, per effetto di anni di demolizione del sistema sanitario, dei guasti ambientali, di una urbanizzazione selvaggia compiuta per appagare gli appetiti di una cupola bancaria e imprenditoriale della quale la Moratti, da pochi mesi in temporaneo riposo dopo le dimissioni da presidente di UbiBanca,  è la plastica incarnazione, la figura allegorica ritratta sul frontone del tempio dei mercanti che impartiscono i comandi per quello che poi la politica scrive sotto dettatura.

E il delicato quadretto che ho richiamato alla memoria è davvero simbolico della sfrontatezza irriguardosa di certi personaggi durevoli.

Rivela il segreto della loro condizione di intoccabili e intangibili, con le mani in tutte le paste e in tutti i vasi di marmellata, invidiati e imitati per aver combinato una impudente spregiudicatezza con le benemerenze frugali e morigerate degli “anonimi lombardi” che crollano quando i cuori di mamma e i portafogli di papà devono ammorbidirsi per figli un po’ discoli. Come successe per il suo candidato assessore all’atto dell’elezione a sindaco, quel Maurizio Lupi già incaricato dell’urbanistica dal 1997 al 2001, con Albertini, poi deputato Pdl,  proponente di una legge che per miracolo non venne approvata e che sanciva  le amministrazioni pubbliche e la proprietà fondiaria devono avere  le stesse prerogative nel governare il territorio, infine poi titolare dei Trasporti coinvolto in uno scandalo per incarichi opachi. E anche lui afflitto da un junior ingombrante almeno quanto il proprietario della Bat-casa, il loft abusivo dello scapestrato rampollo della Letizia. 

Anche Lupi era un esponente di spicco di Comunione e Liberazione, un’appartenenza che distingue da subito la solida ragazzona, avviata dal babbo alla carriera di broker quando le altre festeggiavano il debutto in società al Circolo, in combinazione con quel piglio dinamico e spiccio di rito ambrosiano, interpretato magistralmente dalla Franca Valeri nel “Vedovo”.

E deve essere davvero una miscela vincente insieme a un arrivismo sfrenato e a una bulimica avidità in grado di garantire successo e incarichi politicamente e socialmente prestigiosi a soggetti  eternamente indagati e troppo spesso prosciolti, che restano là e si rinnovano indeformabili e  inviolabili.

Basta pensare a lei come  all’iniziatrice del sacco di Milano, anche se poi la sua opera sarà completata da due sindaci che hanno preso sul serio la missione di esecutori del suo disegno, ispirato alla trasformazione della pianificazione del territorio in una pratica negoziale per la cessione ai privati di territorio e beni comuni, la cancellazione dell’urbanistica dal panorama legislativo.

Si deve a lei il programma di scaricare  sulla città, grazie a un Pgt poi ritoccato addirittura in peggio dal successore, 18 milioni di metri cubi di nuove costruzioni  che dovevano essere  realizzate entro il 2030, un volume di quasi 160 nuovi Pirelloni che, uno sopra l’altro, formerebbero una torre di 20 chilometri, un frontline irto di grattacieli – secondo i suoi visionari amministratori dovevano essere almeno 50 nella Dèfense meneghina della Zona Nord, per far compagnia alle cinque torri di proprietà del gruppo Ligresti, destinate al terziario e già allora ridotte a inquietante archeologia a fronte della statistica che denunciava almeno un milioni di uffici sfitti. 

E sempre lei è la fanatica profetessa della “valorizzazione” grazie all’operazione  che ha come teatro l’ex Fiera/Citylife, il Porta Nuova District degli ex scali ferroviari FS/Sistemi Urbani, l’ex Piazza d’Armi, le ex caserme, le cui quantità edificatorie permesse dal Comune  sono state e sono “consensualmente contrattate” in base ad accordi con le proprietà fondiarie e gli investitori:   Intesa San Paolo, Generali, Hines-Catella, Fondo Sovrano del Qatar.

Nemmeno i fallimenti dei suoi sodali, le voragini in bilancio delle banche amiche aveva potuto dissuaderla perché intanto si mettevano le basi per il Grande Evento del secolo, l’Expo, con la sua Grande Corruzione malgrado la nomina di un Commissario che casualmente in seguito diventerà primo cittadino malgrado il flop e oggi ricandidato, malgrado il controllo dell’Autorità anticorruzione costretta a prendere atto del capolavoro di illegalità realizzato grazie alla conversione di un intervento  definito “di interesse generale” in “benedetta emergenza” da fronteggiare stravolgendo le regole e le procedure d’appalto, nominando autorità speciali, producendo varianti, comprando a caro prezzo terreni che ancora oggi sono ridotti a mesta discarica delle vestigia del Bal Excelsior della nutrizione.

Era quella la Città Ideale, l’Utopia di Letizia, laboratorio a un tempo della concezione di cittadinanza di Comunione e Liberazione e del New Public Management meneghino degli indagati dopo ManiPulite  che non si fecero mancare qualche imputazione di intreccio con la ‘ndrangheta.  

D’altra parte questa commistione tra marketing del bene comune   e il  bigottismo da inveterata baciapile aveva lasciato un’impronta indelebile con la sua riforma dell’istruzione , quella della Scuola delle Tre I – Impresa, Inglese, Internet,  ostaggio del pensiero quantitativa e dell’ideologia  del saper fare, dell’aziendalizzazione dell’istruzione fino alla fornitura gratuita di manodopera alle aziende con l’Alternanza scuola-lavoro, con le premesse per la creazione della figura del Dirigente Scolastico  e la premialità per docenti coinvolti in attività di tipo organizzativo o in base ad un “merito” valutabile attraverso test per infiltrare nel sistema didattico gli imperativi e  i criteri del mercato: debiti, crediti, successo formativo, performance, obiettivo, risultato, servizio all’utenza, open day. Anche grazie a una pedagogia selettiva rivolta a studenti-clienti.

E mentre al tempo stesso lanciava l’ipotesi di cancellare l’odiato evoluzionismo e Darwin dai programmi scolastici, preferendogli la narrazione mitico-simbolica della “creazione” con tanto di serpenti, mele, diavolacci e quella troietta di Eva .

E sempre lei in veste, come ama definirsi, di “civil servant”, si prodiga da presidente del servizio pubblico per dare concretezza al progetto di RaiSet, definendo la Rai doverosamente “complementare a Fininvest”, immaginando una felice ristrutturazione secondo i criteri dell’impresa privata per esaltare competitività e promuovere concorrenza interna, per incrementare i budget pubblicitari, ipotizzando la svendita del patrimonio immobiliare e la messa sul mercato con vari “scivoli” delle risorse umane, promettendo agli italiani un’ azienda “miliardaria” instancabile produttrice di intrattenimento, leggero come la scuola,  più che di molesta informazione.   

Insomma anche senza l’enunciazione dei suoi programmi, sappiamo cosa possiamo aspettarci da lei che non avrà nemmeno bisogno del fertile humus   dell’autonomia differenziata  per consegnare definitivamente i rottami della sanità pubblica a privati efficienti e officianti il rito della caritatevole assistenza a caro prezzo: obiettori di coscienza, preti, monache, aziende, “comunità” e ong opache e fondazioni sospette, come ormai è uso globale da quando tutto quello che riguarda l’interesse collettivo a cominciare da salute, ricerca, scuola è delegato alle major confessionali del Mercato.

Non c’era da credere a Cacciari quando disse che bisognava eleggere rappresentanti ricchi che così non erano costretti a  rubare, se nessun ente preposto cercherà l’antidoto per la malattia che affligge il privilegio, l’avidità.


Mala tempora currunt

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il maltempo si è abbattuto sull’Italia: precipitazioni  nevose sui settori alpini, colpiti il Veneto e il Friuli investiti da  raffiche di bora e mareggiate,  in Toscana voragine nel grossetano, nubifragio a Roma, a Ostia il vento ha devastato lo stabilimento della Vecchia Pineta dove si recavano i gerarchi e le loro signore e finora rimasto intatto, fenomeni a carattere temporalesco al Centro-Sud  dove notevoli accumuli di pioggia che hanno ingrossato i fiumi, portando esondazioni e frane in Campania, Basilicata e Calabria, venti forti  sulle regioni meridionali e sulle isole maggiori. In Sardegna è esondato esonda lo stagno di S’Ena Arrubia nell’Oristanese, tanto da richiedere la chiusura della strada provinciale. E a Venezia “San Marco non regge più” dice il Procuratore della Basilica.

 Nel  calendario lunare  cinese, ogni anno è legato a un animale. Fosse così in Italia, questo per le autorità sarebbe l’anno del cigno nero, tanto è loro cara l’applicazione  della  metafora che descrive così un evento non previsto, che prende di sorpresa con ricadute rilevanti e drammatiche. Così una crisi sociale che dura da anni e che si è concretizzata in emergenza sanitaria viene razionalizzata come un accadimento fulminante e fatale e non come l’esito certo di una catena di fattori di propagazione e incremento dei danno di una malattia, dall’inquinamento alla inadeguatezza del sistema sanitario a prevenire, curare assistere.

E benché ad ogni autunno un paese malandato, trascurato, trasandato, oggetto di sfruttamento delle risorse e del territorio, di consumo di suolo, speculazione e abusivismo, celebri un rito di rovina e di morte, la reazione è quella della sorpresa inaspettata, cui seguono gli atti ogni volta ripetuti e sempre uguali, richiesta del riconoscimento della stato di emergenza che produce misure speciali, commissariamenti di territorio, poteri eccezionali e risorse buttate senza risparmio per la riparazione che – lo sanno anche gli amministratori di condominio, costa di più dell’ordinaria manutenzione, e che viene affidata con agguiramenti di regole e controlli.

Quest’anno non viene riservato nemmeno il doveroso pensiero ad eventuali vittime, non catalogabili in assenza di opportuno tampone, così anche i titoli e  le passerella delle tv del dolore fanno scivolare il maltempo tra le brevi in cronaca.

Non desta sorpresa che ormai il maltempo sia, alla pari della criminalità, un elemento unificante del Paese troppo lungo: al nord operoso come nel mezzogiorno renitente crollano strade, franano montagne, si aprono voragini, straripano fiumi e torrenti, nella Calabria diventata allegoria del malgoverno come nell’operosa Lombardia dove il piano per il risanamento e la messa a regime di Lambro, Seveso e Olona giace nei cassetti ministeriali e regionali da ben più di trent’anni,  nella Sicilia i cui dirigenti politici sono concentrati sul ponte dei miracoli che dovrebbe collegarli a un sogno di sviluppo fatto di cemento, soldi sporchi, pastette e rischi, come nel Veneto diventato un posto dove si stoccano in discariche abusive rifiuti tossici, dove il brand del prosecco largamente infiltrato dalla mafia contribuisce  al dissesto di un territorio un tempo felice e pingue.

E per caso vi ricordate quando lo storico inglese Donald Sassoon sostenne che il buongoverno in Italia veniva percepito come una specificità̀ tipicamente emiliana, grazie a un modello di governo locale   capace di promuovere il benessere attraverso la stabilità politica e un’efficace azione amministrativa?

Qualcuno attraverso i dati di centri studi sostiene che la vittoria alle elezioni regionali di Bonaccini sulla candidata di Salvini sia dipesa da un “tesoretto” di fiducia che ancora resiste  nei confronti delle istituzioni locali e delle associazioni di rappresentanza con livelli di credibilità di Comuni e la Regione superiori al dato nazionale.

Verrebbe da chiederlo agli abitanti di Nonantola a quanto ammonta il gruzzolo di autorevolezza su cui conta il ceto dirigente locale, dopo lo straripamento del Panaro, la falla di 70 metri degli argini del  fiume che ha richiesto 4 squadre di operai, 150 mezzi pesanti per il trasporto di 4500 tonnellate di materiali   e chissà quanti quattrini in previsione dei fondi statali richiesti immediatamente dal presidente, partner con i colleghi di Lombardia e Veneto della sempre più singolare pretesa di autonomia dal governo centrale.

Anche Nonantola alluvionata deve essere stata una tremenda e inattesa rivelazione, malgrado nel 2017 il modenese fosse stato investito da fenomeni altrettanto estremi, malgrado la Padania, espressione cara a a pari merito ai leghisti con l’elmo con le corna in testa mentre suggono l’acqua benedetta del sacro fiume, come ai progressisti/riformisti reduci del sogno rosso, abbia dimostrato di essere una zona a rischio di eventi climatici e pure sanitari, che, si sa, le due cose non sono estranee l’una all’altra.

Le persone, le famiglie e le attività colpite sappiano che la Regione è al loro fianco, da subito- ha dichiarato Bonaccini nello spirito della rinascita tempestiva, un po’ come quella di Conte che ha annunciato urbi et orbi all’Avvenire che dalla primavera “decollerà la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia!”.   La cosa più importante, ha detto, è fare tutto ciò che è necessario per tornare in pochi giorni alla maggiore normalità possibile, facendo rientrare nelle proprie case chi le ha dovute lasciare e far ripartire pubblici esercizi e piccole attività, cominciando da chi era già stato penalizzato dalle misure restrittive anti-Covid”. 

E difatti ha stanziato nel ruolo di elemosiniere due milioni di euro per i ristori economici dei pubblici esercizi colpiti: commercio, piccoli negozi, bar e ristoranti, combinando le mancette della carità pandemica con quelle altrettanto arbitrarie della beneficienza climatica. Non è stato altrettanto sollecito nel fornire dati e preventivi su misure di tutela e salvaguardia del territorio, malgrado abbia a capo della sua compagine in qualità di vice presidente la grande speranza del progressismo “coraggioso”, quella copertina dell’Espresso della Gedi che rivendica di avere al primo posto tra i suoi “valori” l’ambiente.

E come non dare ragione a Chico Mendes quando diceva che  “l’ ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio”, infatti par di vederla la Elly Schlein con cappelluccio in testa come una eroina di Barbara Pym che zappetta audacemente tra i rosai mentre il suo capo esige che venga rivisto il regime di autorizzazioni per le trivelle davanti ai litorali della regione, mentre mobilitava più di 70 unità mobili specializzate per girare in tutta la regione, provincia per provincia, per andare a cercare chi si sottraeva agli obblighi di isolamento, i positivi renitenti alla quarantena.

O mentre perfino in piena pandemia reclamava a fini turistici una nuova stazione della linea di Alta Velocità in corrispondenza della Fiera di Parma che faccia da pendant con quella di Reggio Emilia, o mentre autorizza la realizzazione di un polo logistico ad Altedo, una distopia costruttiva da  400.000 mq di superficie utile pari a 80 campi da calcio, al centro di una zona priva di collegamenti ferroviari, o mentre si espone personalmente, lui si che è un ardito, per rivedere la legge del 2017 sul consumo di suolo in modo da  renderla ancora più consona alla spirito della semplificazione, quindi più permissiva.

È che l’ambientalismo che piace alla gente che piace è quello della gran balla della green economy che pretende di sanare i guasti del mercato con il mercato, facendo raccogliere lattine, promuovendo il commercio delle licenze di inquinale e eliminando il famigerato olio di palma, è quello che denuncia lo scioglimento dei ghiacci nelle zone artiche, mentre si scioglie di gratitudine per costruttori e immobiliaristi, è quello che si commuove per le foche ma ha girato lo sguardo dallo spettacolo degli allevatori colpiti da terremoto del 2012 che hanno dovuto indebitarsi per rimettere in piedi stalle e attività.

Eh si hanno davvero un bel coraggio, la regione Emilia Romagna diversamente leghista e gli altri gaglioffi di Veneto e Lombardia,  a esigere, dopo le prestazioni in campo sanitario a ambientali come fosse meritata la secessione dei ricchi per liberarsi dalla zavorra meridionale e proprio in materia appunto di salute, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro, giustizia di pace, beni culturali, tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico, commercio con l’estero, agricoltura e prodotti biologici, pesca e acquacoltura, politiche per la montagna, sistema camerale, coordinamento della finanza pubblica regionale, enti locali.

È che il coraggio dobbiamo averlo noi invece, di stanarli e poi confinarli perché non nuocciano gravemente alla salute e all’onore.


La smania della Regione genera mostri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tornei, giostre, duelli, tenzoni cavalleresche, non sono mica guerre. In quelle ci mandano a morire i soldati semplici, mentre la recita bellica dei signori e padroni di solito non è cruenta, non sgorga sangue dalle ferite dei paladini del teatro dei pupi e le spadone di latta fanno un gran rumore di ferraglie, ma non feriscono.

Teniamolo a mente in questi giorni nei quali va in onda con gran “tenetemi che l’uccido” e “vile, te la faccio pagare” o “guai ai vinti” la battaglia del governo contro le regioni e delle regioni contro il governo. E la verità è che in questa commedia delle parti tutti abbaiano e menano colpi, attenti però a non farsi male, funzionali come sono gli uni agli altri.  

Non fosse così, un Presidente del Consiglio potrebbe esercitare le facoltà e i poteri per commissariare una regione e un assessore reo di incompetenza, infedeltà alla sua missione, conflitti di interesse.

E’ successo – e inutilmente si è chiesto dopo le prestazioni di Fontana e Gallera – in casi di evidente emergenza, sanitaria, ambientale. Con una certa attenzione riservata alle regioni del Sud – forse antropologicamente  infiltrate o condizionate da poteri opachi a differenza della laboriose omologhe del Nord che, tanto per fare un esempio calzante, i rifiuti tossici e l’inquinamento lo esportano in zone meridionali un tempo fertili e felici? –  come racconta la storia recente. 

Ma a conferma che il teatro della politica copia i talkshow, con i figuranti che inveiscono a beneficio del pubblico non pagante, tutti si prestano a recitare il solito copione che prevede uno scaricabarile reciproco che non faccia danni a nessuno degli attori delle compagnie di giro.

C’è chi suppone che per evitare scomode rivelazioni di antica inettitudine, la Regione Lombardia avrebbe esagerato l’emergenza sanitaria con la complicità delle lobby farmaceutiche, imponendo all’esecutivo di seguire la sua pista. Fatto sta il governo da parte sua ha steso una cortina di nebbia in Val Padana, lasciando correre su colpe passate e contemporanee, approfittando dell’opportunità di imporre uno stato di eccezione che fa rimpiangere la normalità malata di prima.

Che poi se invece si colloca una testa di legno a fare l’amministratore, il parafulmine, il commissario, quando non se ne sceglie uno di prestigio e moralità inattaccabile candidato a rapide dimissioni dopo aver saggiato l’amaro dell’impotenza (c’è da immaginare che sia capitato ultimamente a uno degli avvocati dello Stato chiamato a gestire opere e conti del Mose), allora è meglio che la selezione del personale, se non ha pronto un fedelissimo, ben disposto a eseguire ordini e fare affarucci,  individui un improbabile, un incandidabile per evidente carenza di meriti, uno disposto a essere esibito nelle fiere per il gioco di tre palle un soldo. Come è capitato al povero generale Cotticelli, costretto alla gogna per aver ingenuamente dichiarato di essere l’uomo sbagliato al posto sbagliato, ignaro che fosse in carico a lui, commissario alla Sanità in Calabria, la predisposizione del Piano per l’emergenza Covid, ora affidata a nuova autorità nota solo per aver dettato le regole in materia di durata profilattica e cautelativa dei baci . 

E figuriamoci se non capitava nelle periferie meridionali. Doveva essere proprio inadeguato il prescelto se non ha pensato di fare copia incolla con il piano d’azione, che ne so, della solerte Lombardia, della scrupolosa Val d’Aosta, del coscienzioso Piemonte o di altre risparmiate dalla lettera scarlatta (dal Veneto, all’Emilia Romagna, alla Campania) che si sono rivelate alla prova dei fatti pasticcione, inidonee, come minimo “arruffone”, dopo anni  nei quali erano state invece “arraffone”, incamerando fondi che non bastavano mai anche perché si spargevano in fiumi sotterranei di malagestione, clientelismi, incapacità, speculazioni, ruberie e generose mance ai privati.

Alcune di queste, per ora tre, incuranti delle loro vergognose performance hanno ripreso a muso duro la loro pretesa di indipendenza in modo da avere più mezzi per demolire con ancora maggiore determinazione la scuola, la sanità, l’università.

Si tratta di una secessione ancora più disonorevole di questi tempi, che  accomuna la Lega e il Pd sotto forma di Bonaccini e pure della sua coraggiosa vice presidente dall’audacia limitata se non ha dichiarato la sua estraneità al progetto, alla quale si stanno accodando  altri federalisti dell’ultima ora.  , grazie a un progetto che ha l’intento preciso di incrementare  le tremende diseguaglianze già in atto nella sanità, istruzione, cultura, disoccupazione, giovani, condizione femminile, trasporti, reddito, ricchezza, grazie al fertile distacco dei ricchi in modo da condannare alla miseria la  zavorra del Sud che di fatto ostacolerebbe il  Nord nell’espressione delle sue potenzialità.

Più che favorire il passaggio ad un  sistema “cooperativo”, utile al Sud e al Nord, sono aumentati i conflitti territoriali  assecondati dallo Stato e dai potentati economici, a volte in condivisione con quelli criminali, alimentando un regionalismo disordinato che ha impedito la crescita sincrona delle due realtà.

Infatti la delega delle responsabilità di spesa dallo Stato centrale alle amministrazioni regionali ha prodotto un’espansione del debito pubblico, peggiorando la “qualità” delle politiche sociali, anche grazie a quella Riforma del Titolo V della Costituzione che  rovescia completamente il rapporto di forza tra Stato centrale e Regioni a favore di queste ultime, che non contente  cominciano a pretendere la proprietà indiscussa e il potere di spesa dei residui fiscali, riponendo in soffitta l’attuazione di quei principi inapplicati dal tema della cosiddetta solidarietà territoriale, alla determinazione delle prestazioni di competenza esclusiva dello Stato.

E su quella  ci sarebbe oggi più che mai da ragionare pensando a come è stato svelata dall’emergenza sanitaria, l’emergenza sociale in cui versa il nostro sistema sanitario smantellato dalla  sistematica opera di demolizione dei punti cardine della Riforma Sanitaria, Legge 833, del 1978, al fine di favorire potenti interassi privatistici. Basta riflettere  sul danno prodotto dal referendum del 1993 che ha determinato la scissione tra competenze sanitarie e ambientali,  come sanno bene i cittadini di Taranto chiamati a scegliere tra salario e salute o sugli effetti prodotti dalla conversione delle Unità Sanitarie Locali (USL) in Aziende (basterebbe la denominazione di Azienda per capire meglio il fine della “riforma”) Sanitarie (ASL), ispirata non a criteri di servizio sociale, ma a vincoli economici, di bilancio.

Ormai è chiaro a tutti che a fronte di un limitato potere decisionale, le Regioni in Italia sono  centri di potere burocratico e clientelare, che esigono di “trattare” non solo le materie di competenza e i capitoli di spese come Stati autonomi, esprimendo il paradosso di una onnipotenza virtuale in contrasto con una impotenza concreta, proprio di soggetti a un tempo troppo forti nominalmente e troppo deboli giuridicamente, diventando fattori di squilibrio in un contesto dove la pluralità è divergente e centrifuga.

Ma altrettanto paradossalmente questo potenziale destabilizzante fa comodo a  esecutivi inetti, impotenti e gregari, che possono usarlo come alibi per il “non fare”, per la delega dell’incapacità passata ad altri altrettanto condizionati da poteri superiori extranazionali, i cui comandi sono raccolti e eseguiti come atti di fede incontestabili.

Però basterebbe sottrarsi al destino dei vasi di coccio.  


Avvocato del Diavolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gentile Avvocato, permetta a una cittadina che ha maturato una lunga esperienza professionale nel settore della comunicazione -anche se non può annoverare nelle sue referenze quella scuola di percezione dell’opinione pubblica offerta da un reality – di darle qualche consiglio a titolo gratuito, a differenza delle alte autorità che ha scelto per indicare la strada al governo in sostituzione del dibattito parlamentare.

Mi pare chiaro che l’esecutivo da Lei presieduto con mano ferma ha scelto una strada, quella per la quale se le cose funzionano anche grazie alla massa di dati e informazioni spesso contraddittorie e criptiche che ci mette a disposizione, il merito è suo e perfino delle regioni, se con giudiziosa indulgenza ha scelto di non commissariarle. Se invece le cose si mettono male la colpa è di questo popolino capriccioso e viziato che ha preso il suo semaforo verde per l’autorizzazione a scriteriate vacanze, licenze dissipate, ammucchiate imprudenti.

E da ieri si è aggiunto un altro potenziale capro espiatorio costituito dai sindaci con tutta evidenza non sufficientemente occhiuti  per disperdere tavolate di 7 convitati, per impedire fiere di paese da ora proibite a differenza di prestigiosi meeting nazionali e internazionali.

Ora siamo rassicurati dal fatto che le nuove misure non menzionino provvedimenti organizzativi in materia di trasporti pubblici: vuol dire che le autorevoli personalità scientifiche che ha selezionato per fornirle le linee guida della strategia antipandemica confermano le tesi della ministra De Micheli e del governo tutto, secondo le quali un virus particolarmente insidioso dopo le 21 e potenzialmente pericoloso anche dopo le 18 tanto da proibire dopo quell’ora consegna e consumo del cibo da sporto, aborrisce la marmaglia che sale sul 56 o sulla metropolitana di Scampia, evitandoli con lo stesso sdegno che riservano loro i frequentatori di auto blu.

Oppure, e questo sarebbe dirimente, le mascherine la cui produzione con lungimirante capacità di previsione avete affidato a una dinastia così beneficata anche nel recente passato da doversi prestare per il pubblico interesse, sono davvero un dispositivo salvavita, che allora, c’è da dire, risparmierebbe il ricorso alle misure eccezionali messe in atto.

Però, però, gentile Avvocato, dovrà prendere atto che comincia a tentennare perfino il consenso dei promotori e firmatari del noto appello pubblicato dal quotidiano “comunista” inteso a darle sostegno contro gli attacchi strumentali di soggetti interessati a spartirsi torte italiane e sovranazionali.

Perché se è vero che i suoi connazionali sono facilmente preda di populismi arrischiati, a maggior ragione sarebbe consigliabile che dopo tanto bastone si eroghi anche qualche carota, magari per contrastare quei tumulti, finora evitati sventolando la bandiera gialla della peste, quei fermenti dei margini della società temporaneamente contenuti o occultati con qualche mancetta.

Voglio farLe una rivelazione che le sarà stata tenuta nascosta dai suoi fidi consiglieri, per molti che pure hanno presa per buona la narrazione millenaristica sui pericoli del virus tanto da assoggettarsi sia pure a malincuore a quelle rinunce necessarie e quindi “doverose” agli spazi di libertà, come perorate dal Grande Malato Giannini (da non confondersi con altro più autorevole qualunquista), si presenta la drammatica scelta tra crepare di Covid o di fame, tra salute e salario, tra sicurezza e pagnotta, alternativa già in voga in alcune aree del Paese, Taranto per fare un esempio.

Tanti poi si sono accorti che è meno facile morire di Covid che di malattie trascurate, di terapie sospese, di prevenzione già da prima concessa solo ai ceti che potevano permettersela, che è più difficile morire di Covid che di infezione ospedaliera e o di cure sbagliate, eventualità che da anni tutti i “clienti” della sanità pubblica affrontano come rischio calcolato.

Allora le carote che sarebbero auspicabili consistono in una chiara e trasparente strategia per la salute pubblica, che non si limiti ai cerotti richiesti dall’emergenza ma ripari i danni del passato e prepari un futuro “sicuro”.

Invece….

Invece, anche tra i suoi fan persuasi dalla bontà della sua azione e della esigenza fatale di imporre provvedimenti drastici e restrittivi dei diritti, cominciano a dubitare della loro efficacia se a risentirne è proprio quello che si doveva tutelare come primario e “sostitutivo” degli altri, lavoro, istruzione, la “salute”. Perfino loro sospettano che le notizie incoraggianti che hanno persuaso a prendersi qualche licenza coincidessero con  i riti elettorali e referendario, quest’ultimo indispensabile a rafforzare il governo. Perfino loro pretendono ormai qualcosa di più dei lucidi proiettati sugli schermi di Villa Pamphili, con 130 cantieri per la ricostruzione, che, vedi un po’, non prevedono investimenti e opere per la sanità.

Così o decide con apposito Dpcm che siamo tutti sani, tutti guariti, tutti negativi oppure dovrà proprio pensare a offrire qualcosa in cambio di tasse e obbedienza, all’esecutivo, a Confindustria, all’Ue.

Non so se ricorda la storia della ricottina, con il contadino che si reca al mercato portando il suo formaggio e comincia a fantasticare sulla possibilità di prendere con i quattrini ricavati una gallina, che farà le uova che rivenderà per acquistare una capra il cui latte …e così via. Peccato che l’incauto contadino inciampi e la ricottina cade rovinosamente sul sentiero.

Ecco, funziona così anche la favola del Mes, o per meglio dire del suo “sportello sanitario“: il Documento di programmazione di bilancio, la sintesi della “Finanziaria”, approvata dal consiglio dei ministri  e che stiamo inviando a Bruxelles, non contempla le risorse del Mes, limitandosi a finanziare la sanità ricorrendo per 4 miliardi a deficit ordinario e per 6 miliardi, nei prossimi anni, con le “promesse” del Recovery fund, quella partita di giro che se verrà e quando verrà, sarà condizionata secondo le regole imperiali, quelle scritte nella famosa letterina a firma congiunta Trichet e Draghi e che comprendeva la obbligatoria austerità applicata anche alle spese sanitarie.

Altro che carote, con quei 4 miliardi si conferma per il 2021 l’assunzione “a tempo determinato per il periodo emergenziale” di  30mila fra medici e infermieri e un sostegno alle “indennità contrattuali” per queste categorie di lavoratori promossi a eroi nazionali. E soprattutto viene introdotto  un fondo speciale per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza sanitaria in atto, in modo da “ fronteggiare in modo efficiente l’emergenza Covid e migliorare la sanità”.

I quattrini servono anche ad aumentare di un miliardo la dotazione del Fondo sanitario nazionale, che ha dimostrato la sua efficienza in questi anni, quello che ha ripartito per il 2020  tra le Regioni oltre 113 miliardi, tra fabbisogno sanitario standard e quote di premialità di cui 113,069 miliardi di fabbisogno standard e 291,648 milioni di premialità aggiornata in conseguenza dell’aumento del Fondo di 2 miliardi di euro come stabilito dalla Legge di Bilancio 2019, con i risultati che conosciamo.

Vallo a spiegare ai cittadini delle regioni che hanno registrato maggiore mortalità attribuibile alla cattiva gestione dell’emergenza combinata con le politiche di tagli e con la consegna della sanità ai privati, compresi finanziamenti straordinari, come è avvenuto in Lazio, come avviene in Lombardia, in Veneto, in Emilia dove il presidente Bonaccini pronto a esigere quella maggiore autonomia pretesa con le due regioni leghiste, decanta la bontà del modello sanitario privato, grazie anche a quell’insieme dei servizi erogati dal datore di lavoro in sostituzione di un incremento stipendiale, che viene chiamato welfare aziendale, le cui regole sono state sottoscritte dai sindacati.

E che riguarda anche i dipendenti della Regione accontentati sotto forma di “rimborsi di prestazioni sanitarie non coperte dal servizio sanitario regionale, ad esempio spese dentistiche, farmaci non inclusi nel prontuario e parafarmaci” con la diffusione di forme assicurative  spesso vicine alle forze politiche al governo della Regione.

Vede, gentile Avvocato, a quasi otto mesi dallo scoppio della bomba, dal tragico incidente della storia, peraltro più prevedibile di ben altri cigni neri, non crede che dovrebbe dare qualcosa di più delle sanzioni, delle proibizioni, delle toppe su buchi prodotti da anni sui quali i “poteri” vogliono stendere un velo pietoso?

Non si dovrebbe immaginare un rafforzamento della medicina di base, non sarebbe indispensabile rivedere la gestione delle Asl, diversamente pubbliche: non a caso si chiamano aziende, nelle forniture, negli appalti, dell’organizzazione di servizi, non si dovrebbe impegnare gli organismi di controllo nella sorveglianza all’attività degli enti privati a cominciare dalle case per anziani?

 Altrimenti ci toccherà dar ragione a Cacciari che pretende di non essere trattato da deficiente, esigendo di essere trattati invece non da clienti, non da utenti, non da imbecilli, ma semplicemente da  cittadini.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: