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Golpino regionale e ragionieri di Corte

costituzionali_940Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale, che ha brillato per composto riserbo in occasioni nelle quali un partito di governo proponeva lo stravolgimento della Carta per rafforzare l’esecutivo, limitandosi a esprimersi sulla congruità di un referendum che per fortuna è stato vinto, ha invece parlato per bocca del suo presidente sulle proposte di autonomia regionale che, secondo Lattanzi, “può svolgersi compiutamente solo se è in grado di disporre delle risorse economiche necessarie all’espletamento delle funzioni di competenza e a condizione che esse siano attribuite secondo modi e tempi che permettono una idonea programmazione della spesa”.

A volte, a malincuore, verrebbe da dar ragione agli ignoranti cialtroni improvvisatisi costituzionalisti del Si, che apostrofavano da soloni, professoroni e gufi i componenti del supremo istituto colpevoli di scendere- peraltro in rare occasioni – su indebiti terreni “politici”. Perché la critica della Corte alla svolta che è stata impressa al federalismo dovrebbe avere appunto il significato di misurarne la legittimità e compatibilità con una carta costituzionale che colloca al centro dei suoi principi l’uguaglianza dei cittadini, il pari accesso a opportunità, servizi, lavoro, assistenza, senza misurarsi con le eventuali coperture e con gli obblighi imposti da ragioni di necessità dettate dall’alto e da fuori, incarnate perfettamente dal quel nefasto  memorandum della JP Morgan (sul quale l’organi di garanzia ha virtuosamente taciuto) – coincidente con il programma di governo di Renzi, che sosteneva come “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”, colpevoli di aver prodotto esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo…. Portando (addirittura!) alla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

A quelli cui l’autonomia regionale (avviata dai governi riformisti e progressisti) non piace, deve piacere ancora meno l’abiura della Corte che si piega ai poteri finanziari insistendo non sulla ammissibilità di quel progetto, ma sulla sua sostenibilità economica, confermando, se ce ne fosse bisogno, la sudditanza dello Stato, trasformato in un’azienda commerciale che, in caso di difficoltà, deve perdere potere e competenza per essere eventualmente ‘commissariato’ da superiori autorità finanziarie  e dai loro delegati: Europa, governi tecnici, quelli che come disse Monti, devono “educare i Parlamenti”, o Bce che al momento giusto, come sostenne Draghi, può mettere il “pilota automatico” per  contrastare sovranismi, populismi, ribellismi. Come è già d’altra parte ampiamente successo attraverso il congelamento di un sistema di potere, con sistemi elettorali pensati per non cambiare  nulla salvo promuovere avvicendamenti di persone; con le ‘larghe intese’, che sono la ricetta dell’immobilismo; con le riforme istituzionali, come quella del Senato, che avevano come finalità l’‘efficientizzazione’ del sistema, contro la sua democratizzazione; con la derisione delle scelte plebiscitarie dei cittadini.

La sostituzione della politica con le gli algoritmi e le metodologie dell’economia finanziarizzata è un processo avviato e consolidato con successo anche perché il ceto dirigente senza  eccezioni si è piegato a quella che qualcuno (Foucault) chiamava ‘governamentalità’,  un esercizio della politica poco politico che non è la governabilità decisionista craxiana e nemmeno l’adattamento del riformismo alla realpolitik del compromesso, ma si è trasformato in mentalità e costume.

Sicché al centro della visione e dell’esercizio della politica non c’è la rappresentatività delle istituzioni, ma l’autorità, anzi il potere, degli esecutivi, impegnati a difendere interessi di parte, fino a piegare le leggi per rispondere a esigenze private e personali, alla tutela di lobby, perfino a una interpretazione della legalità adattabile alla salvaguardia di chi possiede prerogative e privilegi che vuole conservare come inalienabili.

Come è dimostrato proprio in questa occasione dalla domanda di autonomia proveniente dalla regioni più “benestanti” e dalla reazione all’epoca del referendum consultivo tenutosi in Lombardia e in Veneto, quando   l’intero arco politico si è compattamente schierato per il SI (Lega -promotrice- assieme a  tutta la destra esplicita, insieme ai 5stelle e a quella implicita, il Pd). Ora il movimento 5Stelle è perplesso, titubante per via della preoccupazione di perdere consenso nel Mezzogiorno (anche se poi scopriamo che è nelle regioni più ricche del Nord che si registra il maggior numero di richieste di reddito di cittadinanza o come diavolo vogliamo chiamarlo).

È che si è avuta così la conferma che quella che viene chiamata la “secessione dei ricchi” sancisce l’appartenenza non solo virtuale di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna al contesto del pingue nord, più affine al Belgio e alla Baviera che alla Basilicata e alla Calabria, in aperto contrasto con la nostra Costituzione stabilendo l’iniquo principio che chi vive in regioni a reddito più alto ha diritto a un livello maggiore di servizi. E premiando le loro performance con la concessione a svincolarsi sempre più dai vincoli costituzionali  vigenti che saldano  ancora allo Stato e alle altre regioni italiane attraverso una ripartizione di competenze e una condivisione di risorse uniformi, riservandosi  una quota maggiore del  cosiddetto “residuo fiscale”, vale a dire della differenza (che in quelle regioni è positiva) tra le entrate fiscali e tributarie di quelle geografie e le risorse che vengono spese dalle pubbliche amministrazioni.

Nessuno dotato di buonsenso o di buona vista può credere alla favoletta del reinvestimento in servizi, cure, assistenza, istruzione, del bottino (circa 30 miliardi)  frutto dell’autodeterminazione della gestione delle risorse, che, l’esperienza già collaudata dimostra, è invece preliminare a altre privatizzazioni, che i presidenti di quelle regioni, che si ritengono titolari di una sovranità  preminente rispetto a quella nazionale, intendono promuovere in modo arbitrario e discrezionale per sancire la loro appartenenza alle cerchie finanziarie e commerciali europee e nel contesto nazionale. In modo da replicare su scala le disuguaglianze che ancora tengono in vita lo zombie europeo, da ripetere le stesse modalità di sfruttamento operata dalle cancellerie grazie alla deindustrializzazione e alla delocalizzazione delle aree produttive e delle realtà industriali superstiti, a criteri, all’applicazione di criteri di competitività destinati ad allargare sempre di più il solco che divide nord e sud ma anche quello che separa la forza lavoro dei paesi più forti dalla manodopera a basso costo che proviene dalla aree “arretrate”.

Qualcuno ha perso tempo ad  analizzare le differenze che caratterizzano la domanda di autonomia delle tre regioni: il veneto per il quale si tratta di una “esigenza” prioritaria e simbolica a sancire il suo ruolo di traino e di motore di istanze secessioniste, La Lombardia che ha avuto un atteggiamento più distaccato, come dimostra l’esito del referendum, l’Emilia che è stata senza dubbio spunta ad aggregarsi per contrastare una eventuale avanzata della Lega, come se si trattasse di un monopolio del Carroccio, quando invece si tratta della eredità avvelenata della riforma del Titolo V, come è dimostrato dall’iter del processo attuale, avviato è bene ricordarlo, dal governo Gentiloni,  che ha addirittura previsto  che il Parlamento possa limitarsi a approvare o respingere l’eventuale accordo stipulato fra regioni e governo, senza possibilità di emendarlo. In verità si tratta di tre laboratori impegnati alla pari a uniformarsi alle disuguaglianze che caratterizzano il contesto europeo e occidentale, a assecondare la privatizzazione della società, dai servizi all’assistenza, dalla scuola e università alla sicurezza, dalla gestione dei rifiuti ai trasporti, dalla salvaguardia del territorio, retrocessa a attività di riparazione marginale, alla ricostruzione e alle misure antisismiche fino alla manutenzione dell’edilizia scolastica.

È quello che si vuole, e mica solo in casa leghista, quando le province non sono mai veramente morte e le aree metropolitane non sono mai nate, quando si sottraggono competenze e poteri allo Stato senza assegnarli ai comuni, stretti nella morsa dei debiti e dell’inettitudine impotente davanti agli appetiti privati, quando non esistono più quegli stadi e quei livelli intermedi che svolgevano i compiti di rappresentanza e mediazione degli interessi territoriali. Quando le regioni assecondano trivelle e tunnel, adottano programmi che dietro al contrasto al consumo di suolo e a sostegni per l’edilizia sociale costituiscono gli alibi per derogare agli standard urbanistici e alle tutele della natura, non licenziano i piani dei rifiuti per creare quello stato di emergenza necessario a favorire l’import-export a beneficio dei privati e delle mafie che la fanno da padrone, sospendono l’accesso dei cittadini alle informazioni nel caso di interventi ad elevato impatto ambientale, rivendicano la potestà a emanare proprie leggi in materie, come il consumo di suolo, per loro stessa natura di preminente interesse statale.

E quando la lotta di classe c’è ma alla rovescia, ricchi contro poveri, da una parte i fautori del libero mercato globale dall’altra il malinteso sovranismo dei neo-nazionalisti. E quando invece di pensare a qualcosa d’altro, si raccomandano la riforma dell’Unione, l’incremento di  de-regulation delle geografie già privilegiate, cancellerie carolinge o regioni, quando la battaglia contro lo stato nazione premia campanilismi e localismi e cancella le identità storiche nazionali per un coagulo globale posticcio.

E infatti il golpe regionale si svolge, nel silenzio dei media, fuori dal Parlamento, fuori dai luoghi della cittadinanza, come succede sempre di più ormai quando si devono prendere le decisioni che riguardano la politica della vita, la nostra vita.

 

 

 

 

 

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