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Italia Ikea

  1. Anna Lombroso per il Simplicissimus

Molti anni fa un piccolo gruppo di miei amici, invece di scegliere mete esotiche, prese in affitto una vecchia casa all’Isola delle Vignole, incantato da quel “romitaggio lagunare , da quel paesaggio rurale in mezzo a un tratto di mare quieto come un lago, dove le verdure a cominciare dalle castraure – quei piccoli carciofi amari dal cuore dolce, pare siano più sapide a gustose per via di un segreto di quei marinai e contadini del luogo:  mettere un po’ sabbia intrisa di acqua marina nei solchi,  una memoria forse di quando gli antichi abitanti sfuggiti alle orde barbariche si rifugiavano in abitazioni come nidi di uccelli acquatici e rubavano un po’ di terra all’Adriatico per coltivarla.

Ci si arrivava alle Vignole e a Sant’Erasmo e a Torcello e a Mazorbo – e ne ricordo il placido suono del motore: popopo, con la grande motonave dotata di un ponte con larghi sedili,  una coperta per avere riparo d’inverno e perfino un piccolo bar che proponeva un caffè mefitico, ma dava l’impressione di dirigersi in chissà che colonie, in chissà che luoghi lontani e forestieri.

Era davvero bellissimo arrivare là, magari al tramonto, sedersi a godere  il silenzio, il film sempre nuovo del sole che affondava in acqua,  la sorpresa inattesa di sapere ancora rallegrarsi della contemplazione. Peccato che dopo una cena e una notte di chiacchiere a guardar le stelle, dovemmo andare al pronto soccorso, per via dell’accanimento vorace di sciami di mussati, micidiali zanzare assatanate che ci misero in fuga  malgrado ci fossimo irrorati di autan e insetticidi, micidiali per noi, ma non per loro.

Per quello in questi giorni una notizia (la pubblicazione del bando d’asta delle proprietà del demanio militare) ha suscitato in me un istinto maligno e vendicativo: la speranza che l’ignavo Brugnaro e i suoi predecessori, non certo molto migliori di lui, non abbia provveduto a contrastare il fenomeno, con efficaci campagne di disinfestazione e che quegli sciami si siano rinnovati in gran numero, pronti a pungere la clientela di èlite che dovrebbe animare quell’eremo recondito e appartato, grazie alla realizzazione di un resort esclusivo.

Perché se c’è una cosa che veneziani, fiorentini, capresi, e tanti tanti altri hanno appreso, è che quel turismo delle catene di alberghi esclusivi, dei villaggi di sceicchi per altri sceicchi, dei campo da golf magari vista templi, così come quell’altro, quello  dei torpedoni che vomitano pellegrini distratti e disfatti da soggiorni in canoniche convertite in hotel, delle grandi navi dalle quali i forzati delle crociere fotografano le formiche residenti, portano troppi pochi benefici rispetto a danni ormai incontrollabili e irreversibili.

Il fatto è che la perdita per i cittadini non è soltanto di beni materiali, non si limita alla compromissione di ambiente e paesaggio, al saccheggio di risorse, alla confisca e svendita di proprietà comuni. E e non si riduce solo all’usura del patrimonio artistico simboleggiata dall’impallidire di tinte di affreschi e dipinti e dall’erosione del frontone di Petra. Riguarda la spoliazione del bene comune “morale” e identitario, l’esproprio di ricchezze collettive che toccano la memoria e la storia, oltre che la “sovranità” sacrificata alla teocrazia del mercato o imposta  o per sedicenti necessità.

A officiare il rito satanico con l’offerta all’asta di una parte significativa dell’isola delle Vignole,  è un trio maledetto: la Pinotti che offre le aree un tempo occupate dai lagunari, “i nostri marines” come li definisce lei che si crede un berretto verde,  Franceschini, forse il peggior ministro che abbia afflitto i nostri giacimenti colturali e il nostro petrolio, come li chiama lui,  drogato dal mito della “valorizzazione, grazie al felice connubio di pubblico e privato”, da quel sistema  truffaldino di denominare così l’alienazione e la svendita, in atto nelle foreste tropicali  per dotare le case occidentali di  parquet ma pure  nella laguna. E infine il sindaco Brugnaro che esulta per la magnificenza del progetto che investirà una porzione  dell’isola, dell’idroscalo e di quel canale attorno al quale sono stati costruiti tutti gli edifici, alloggi, officine, padiglioni e cavana;  197 mila metri quadrati sulla laguna, trenta costruzioni e un canale navigabile di 800 metri di lunghezza e trenta di larghezza (l’idroscalo):  centro di addestramento militare fin dal 1884, base di partenza degli idrovolanti e di Gabriele D’Annunzio per molte delle sue imprese.

Il tutto con la rituale assistenza finanziaria offerta ai “promotori” dalla Cassa Depositi e Prestiti – quindi da noi – incoraggiata dalla prospettiva che una quota – molto abbiente – dei 30 milioni di turisti che invadono Venezia ogni anno, trovi accoglienza in un luogo sicuro, ben collegato e appartato rispetto a quel fiume di plebei molesti e agli ancora più indesiderabili superstiti residenti,  che potranno finalmente  esprimere la loro vocazione in veste di inservienti, camerieri, porta bagagli, lacchè.  E compresa del suo contributo all’azione di  “recupero e «restituzione » al territorio e alle comunità locali () sceicchi, tycoon, mafia russa, star del cinema? di un’area militare di interesse storico-culturale”.

C’è poco da stupirsi della proterva strafottenza che ispira queste iniziative e che gode anche di un trattatello per non dire di una bibbia: un agile volumetto che si intitola appunto “Resort Italia”, recando come sottotitolo Come diventare il villaggio turistico del mondo e uscire dalla crisi, e che predica l’inevitabile e desiderabile passaggio dal “museo deposito” al “modello Ikea”, per coltivare quella dimensione industriale del turismo e della cultura che finora abbiamo ignorato. Indicando come colpe collettive il «non aver fatto Disneyland a Bagnoli, non aver trasformato la Sardegna nei Caraibi d’Europa, non aver costruito sufficienti campi da golf in Sicilia».

So da tempo che la bellezza non ci salverà. E che noi non abbiamo saputo salvare la bellezza, nemmeno noi stessi e neppure la nostra dignità di individui e popolo.

Che direbbe oggi di noi Nietzsche che a proposito dei veneziani scriveva che possedevano “l’aristocratica autosufficienza, la virile disciplina e la certezza che la città ha sempre appartenuto a loro e che è fatta per mostrare a loro il suo meglio”… tanto che “un povero gondoliere è preferibile a un consigliere di Stato di Berlino ed è un uomo migliore”

 

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Basta stranieri, rimandiamo Klimt a casa sua

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Le norme del Codice Beni Culturali per evitare lo smembramento delle collezioni pubbliche e garantire la pubblica fruizione delle singole opere, chiudono il dibattito”, così parlò Franceschini, ansioso di far dimenticare l’improvvida provocazione del sindaco di Venezia intenzionato a mettere all’asta il Klimt che fa parte della collezione di Ca’ Pesaro per aiutare le casse del Comune in profondo rosso. E dire che siccome sono maliziosa mi ero immaginata che avesse collocato  alla direzione degli Uffizi Eike Schmidt proprio perché sul suo curriculum brillava come una gemma la sua esperienza nella prestigiosa casa londinese Sotheby’s.

Invece possiamo stare tranquilli, la legge impedirebbe lo scempio, molto caldeggiato oltre che dal Brugnaro e dagli instancabili altoparlanti del mantra governativo: i beni culturali sono il nostro petrolio, i nostri musei devono diventare macchine da soldi e così via, dal più forsennato e ubiquo  promoter di mostre raccogliticce organizzate per celebrare i fasti del Gran Norcino, ultrà di ardite trasvolate di opere delicatissime inviate pericolosamente a far atto presenza in esposizioni pensate per appagare insaziabili appetiti di sponsor e imprese di Grandi Eventi.

Ma non del tutto. E non solo perché l’idea che quelli che dovrebbero essere garanti e depositari del nostro patrimonio artistico e culturale, hanno di quel petrolio, che tengono in minor considerazione di quello vero, per il quale sono pronti a sacrificare l’Adriatico tramite pittoresche trivelle, fa temere che prima o poi, per via delle crisi e malgrado la crescita eternamente imminente, per via dei patti perversi contratti con l’Ue e dei nodi scorsoi  stretti intorno al collo dei comuni e malgrado, proprio per fare un esempio calzante, la  Mostra del Correr del 2012  su Klimt, Hoffman e la Secessione sia stata visitata da 154.000 persone con un profitto dalla vendita dei biglietti di oltre 7 milioni, eh si,  fa proprio temere che prima o poi la legge magicamente si adegui a criteri più moderni di “valorizzazione” dei nostri gioielli di famiglia, destinandoli al monte di pietà come succede alle famiglie nobili colpite da non sorprendente indigenza. La dice lunga la scelta di direttori che devono dimostrare di essere manager con ardimentoso spirito di iniziativa più che custodi attenti,   esperti nel catalizzare investimenti privati più che studiosi e umanisti formati nel contesto anche territoriale di pertinenza del museo.

Come anche la consolidata aspirazione alla spettacolarizzazione dell’offerta del nostro patrimonio archeologico e artistico, dall’hic sunti leones, e magari fosse, al Colosseo con giochi d’acqua non anomali visto il fisiologico allagamento dell’area a ogni acquazzone, gladiatori, son e lumière, all’ossessione che ispira comuni piccoli e grandi, regioni, banche, fondazioni a investire in Grandi Eventi, Grandi Mostre, Grandi Personali secondo la logica che guida la progettazione delle Grandi Opere, su cui si indirizzano fondi che dovrebbero essere impiegati per la manutenzione e la tutela, e che hanno come obiettivo non secondario procurare reddito a sponsor, editori, organizzatori ormai strutturati, in regime monopolistico,  in Grandi Agenzie che hanno occupato il “mercato”.

Come anche il pudico silenzio che accompagna le iniziative di sindaci,   ridotti a solerti affittacamere dei monumenti delle loro città, offerti a prezzi modici per cene più o meno eleganti, convention, riprese di spot commerciali, nozze di rampolli in odor di mafia, sfilate di moda: proprio giovedì scorso i turisti sono rimasti fuori dalla Villa della Regina, a Torino, straordinario monumento barocco e sito Unesco. Un cartello però li informava che la villa e il parco   sarebbero rimasti chiusi perché ospitavano «i giovani manager del programma di formazione Uniquest di Unicredit».   E il ritorno a Venezia, dopo il fugace affidamento della soprintendenza di Roma, di una discussa soprintendente – quella nota per gli eloquenti silenzi sul raddoppio dell’hotel Santa Chiara,   quella secondo la quale le grandi navi  da crociera che sfilano davanti a San Marco non sarebbero “preoccupanti”, quella che ha approvato la distruttiva lottizzazione di Ca’ Roman, il progetto di “restauro” del Fontego dei Tedeschi, i progetti al Lido  e qui mi taccio perché è uso della professoressa querelare a dritta e a manca, da Italia Nostra a Stella del Corriere, alla Lipu –  non può che offrire ulteriore motivo di apprensione.

Siano benedette dunque quelle norme – speriamo non provvisorie – del Codice dei Beni culturali che costringeranno qualche amministratore a rivolgersi ad Arsenio Lupin o a Vincenzo Peruggia per alienare sottobanco qualche tesoro nazionale e mandarlo in sceiccati, da magnati giapponesi, insomma da collezionisti appassionati quanto spregiudicati. Peccato però che nessuna legge scritta ci difenda e ci difenderà dalla grande operazione di svendita che ha investito il Paese e Venezia in particolare, forse per abituarci alla Grecia prossima futura, sicché le città le coste, le isole italiane sono diventate merce.

Per far fronte al patto di stabilità pezzetto su pezzetto il “Sindaco” del Consorzio,  il Commissario scelto da Roma, ora l’ineffabile Brugnaro ma ancora prima Cacciari: «Dobbiamo arrangiarci e saperci vendere», aveva detto nel 2009, procedono con la liquidazione secondo varie modalità, tutte oscene, tutte scriteriate, tanto che l’unica speranza è che, come è successo per Ca’ Diedo e Palazzo Gradenigo, manchino le offerte. Al Lido, dove dovrebbe trovar posto una grande e inquinante darsena per 1500 posti barca con annessa parcheggio per 750 vetture,  è stato smantellato il vecchio Ospedale per far posto a una operazione speculativa per l’accoglienza di lusso, residence e alberghi. Ca’ Corner è diventata Ca’ Prada e tante volte sono tornata sulla scempio della Benettown, l’antico Fontego dei Tedeschi concesso alla lucrosa megalomania della dinastia trevigiana. Sono andate all’incanto due ville alla Giudecca, per miracolo è stata fermata si spera per sempre l’asta di villa Heriot e del suo giardino protetto da vincoli paesaggistici, forse è stata sventata la cessione di tre palazzi storici dell’università di Ca’ Foscari, ritenuti adatti alla cessione perché troppo pregevoli per ospitare sapere e conoscenza. E poi la Bibioteca di Mestre, e poi la Scuola Manuzio, e poi le spiagge, i forti, le isole. E funziona a pieno regime il sito web della Direzione Sviluppo Territorio ed Edilizia con il corner “dedicato”   Marketing Urbano e Territoriale, nella quale si aggiorna sulla  partecipazione a tutte le fiere del settore immobiliare (Expo Italia Real Estate, Urban Promo, Tre Eire, Mipim) e si   segnalano agli operatori   le opportunità di investimento. Ha scritto l’instancabile Paola Somma che “a questi eventi i funzionari del comune si sono recati con il portfolio delle “occasioni in offerta” che comprende, di volta in volta, Forte Marghera, l’Ospedale al Mare, i palazzi ceduti al Fondo Immobiliari” , proprio come il dimissionario Sindaco di Roma, come i ministri che si sono avvicendati, i premier – ricordate i tour di Monti? –  tutti trasformati in piazzisti con il book delle AAA. Offerte imperdibili dei nostri beni comuni.

Settis nel suo libro “Se Venezia muore” scrive che  «In tre modi   muoiono le città: quando le conquista un nemico spietato … quando un popolo straniero vi si insedia. .. o infine quando gli abitanti perdono la memoria di sé». Venezia sta morendo per tutte e tre le pestilenze: troppo cattivo turismo, un ceto dirigente ostile, locale e nazionale e, con  l’espulsione  dei suoi abitanti, la cancellazione del ricordo e dell’identità della città.


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