Mose scende dalle grandi navi

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Quasi non ci si crede, ma anche di fronte all’evidenza i ragionamenti più semplici, quelli che impegnano il minor numero di neuroni possibile finiscono col prevalere anche se sono palesemente amputati dalla parte che li rende ingannevoli. Così accade anche per il Mose di Venezia venga accettato il fatto – peraltro un classico delle grandi opere inutili o dannose – che ormai si è speso tanto che conviene finirlo. Invece non è affatto così perché l’opera, concettualmente sbagliata, non soltanto finirà per assassinare la laguna veneta senza portare alcun sostanziale beneficio, ma è anche un enorme gravame per il futuro che comporta folli spese di gestione. Queste alcuni anni fa, quando tutto sembrava andare bene, erano calcolate in una cinquantina di milioni l’anno, poi man mano che le strutture rivelavano la loro fragilità sono salite a 80 milioni, poi a 120 e oggi si parla di 170 milioni: una cifra gigantesca per un comune, Mestre compresa, che ha un bilancio di circa un miliardo e mezzo l’anno. E sono cifre non di oppositori a tutti i costi, ma che escono dagli uffici del commissario straordinario

In realtà mentre si può grosso modo stimare la spesa per le utenze energetiche che servono al funzionamento del complesso, una trentina di milioni e quelle per il personale “almeno un centinaio di persone” più o meno un’altra trentina di milioni, la vera incognita è la manutenzione delle opere vere e proprie che dai 40 milioni ipotizzati nell’era AC, ovvero avanti cozze, possono anche più che raddoppiare a causa dello stolto ottimismo progettuale e l’uso di materiali non adatti, compreso il tipo di calcestruzzo adatto che è prodotto da 2000 anni, all’insaputa del consorzio Insomma è come se vi foste svenati per comprare un auto di lusso che vi serve a poco e niente perché funziona male e per di più è sempre in avaria, costringendovi a  pagare consistenti costi di riparazione. Vi converrebbe tenerla o rottamarla prima che le spese vi mandino alla rovina? Smetterla adesso con il Mose costituirebbe  un grande risparmio sia per quanto riguarda i faticosi tentativi di completare l’opera  che si scontrano con difficoltà non preventivate e non immaginate per mancanza di approfondimenti e di competenza, sia con le enormi bollette di manutenzione per qualcosa che funziona al 10% di quello che si era immaginato. Ma ancora più importante è che mettere la parola fine a questa orribile vicenda  consentirebbe di voltare pagina e di affrontare il problema Venezia con esperienze e tecnologie di 30 anni dopo  e con occhi nuovi, senza consorzi e cupole affaristiche di mezzo.

Ora però voglio avanzare un ‘ìpotesi aggiuntiva su queste scelta disgraziata. Si sa già un’opera sottomarina di quella complessità avrebbe dato enormi problemi, molto maggiori di quelli prospettati alla pubblica opinione, tanto che parecchi anni prima dell’inizio della progettazione gli olandesi avevano scartato un sistema di barriere mobili sottomarine sulla Schelda proprio per questi motivi. Si è andati avanti lo stesso, nonostante ci fossero in campo soluzioni migliori e/o molto meno costose,  perché il peso finanziario complessivo dell’opera avrebbe creato un potentato politico affaristico blindato che sarebbe sopravvissuto a se stesso proprio per la necessità di una manutenzione continua la quale rassomiglia piuttosto a una continua ricostruzione. Tuttavia una parte della scelta potrebbe derivare anche da altre considerazioni: al contrario di altre soluzioni proposte e di costo irrisorio rispetto ai 6 miliardi del Mose, le barriere mobili avrebbero comunque permesso alle grandi navi di entrare agevolmente in laguna, grandi navi che allora erano principalmente le petroliere destinate alle raffinerie e al complesso chimico industriale di Porto Marghera. La cosa suona come una congiura  visto che la città industriale era stata costruita dopo la prima guerra mondiale  da un altro Consorzio non dissimile da quello del Mose, ovvero la “Porto industriale di Venezia”, presieduto da Giuseppe Volpi di Misurata, uno dei più noti grand commis del fascismo. Al momento del progetto Mose, Marghera non era ancora stata investita dalla crisi sistemica e avvelenava a più non posso, senza nemmeno pagare dazio dunque esisteva un altro concreto interesse a scegliere la soluzione di gran più costosa e anche incerta che oggi viene buona per far entrare i mostri del turismo massificato. Insomma è come se la distruzione della città fosse in atto da un secolo prima con l’ industrializzazione nel luogo più assurdo che si potesse immaginare e oggi con un turismo di massa nella forma che porta il minor valore aggiunto possibile. Questa secolare massa di speculatori senza scrupoli è stata chiamata a salvare Venezia: il risultato e sotto gli occhi di tutti.

 

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