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La terza guerra siriana

3-76-97ce5-10-0f7c5Come si sa l’intervento della Russia in Siria ha rovesciato il tavolo di gioco, costringendo i compagni di merende occidentali e i loro ufficiali pagatori della penisola arabica ad abbandonare il piano di una totale distruzione della Siria e dunque la falsa guerra al Daesh che doveva essere lo strumento principale della cacciata di Assad e del ritorno di Damasco e Bagdad sotto un regime coloniale. Quando i caccia russi hanno cominciato a distruggere le centinaia di autocisterne (di proprietà del figlio di Erdogan) che trasportavano il petrolio del Daesh attraverso la Turchia si è capito che quella partita era finita. E che ne cominciava un’altra.

Certo occorreva un pretesto per passare dalla finta guerra al Califfato a una vera o quanto meno in parte vera che avesse come sbocco l’intervento di truppe sul terreno necessario per ridisegnare la cartina geografica. Hanno avuto fortuna: difficilmente si potrebbe immaginare qualcosa di più efficace della strage di Parigi che ha colpito  – in nome dell’Isis – il Paese più sfrenatamente dedito al neocolonialismo, nonché quello che aveva intensamente collaborato a creare il terrorismo anti Assad. In effetti la selvaggia sparatoria di Parigi ha dato origine alla terza fase guerra siriana, dopo le primavere arabe e la guerra terrorista, riproposta nel vertice di Antaya ( Turchia) svoltosi il 15 e il 16 novembre scorsi e in qualche modo già immaginata da Alain Juppé e Robin Wright (analista e consigliori di Washington, non l’attrice) negli anni precedenti con tanto di cartina pubblicata nel 2013 dal New York Time, quella che compare all’inizio del post.

Di fatto si tratta di frantumare Siria e Iraq e a seguire anche gli altri stati dell’area per renderli fragilissimi, in continua guerra fra loro quindi ottimi acquirenti di armi, ma sostanzialmente in stato coloniale e dipendenti dell’occidente, incapaci di sviluppare politiche proprie e dunque di inserirsi nel gioco della multipolarità planetaria. Last but no least incapaci di costituire un problema serio per Israele pur rimanendo un problema di forza sufficiente a garantire il potere dell’elite di Tel Aviv tramite la permanenza della mentalità da assedio. Dunque una sorta di spartizione etnica come quella avvenuta nei Balcani, intersecata arbitrariamente con quella religiosa e con gli interessi economici delle multinazionali del petrolio. Come si vede è previsto anche un Kurdistan, con un territorio molto più vasto di quello effettivamente popolato da maggioranza curde, per il quale si è già provveduto ad anninentare il partito curdo siriano marxista-leninista YPG (ormai denominato «Forze democratiche di Siria») per costringerlo al dominio del curdo ultra servo di Washington, Massoud Barzani. Ci sarà poi un ‘area sunnita, il Sunnistan sotto tutela anglo francese, un’area sciita, il Shiitistan di competenza diretta Usa, diviso dall’Arabia Saudita da uno stato Nord Arabo derivante da una esplosione del regno di Riad considerata prima o poi inevitabile. Della Siria rimarrebbe la fascia costiera e un po’ di territorio interno ai confini del  Libano che farebbe di Damasco poco più di una città stato, oltre che l’unico polo vagamente laico in un medioriente disgregato e ridotto a consumare i suoi fantasmi. E possibile che la Russia riesca ad ottenere qualcosa di più , forse a salvare la metà della Siria attuale, ma Putin ha già incassato la sua vitoria riuscendo a dimostrare la forza di Mosca e a diventare in un certo senso il faro del nazionalismo arabo e ancora di più un’alternativa al dominio Usa.

Naturalmente questo piano non mette in conto la possibilità tutt’altro che remota di una guerra globale e in ogni caso di molte vittime civili. Anzi mi sa che le prime ci siano già state: ma che volete, sono solo danni collaterali.

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