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Nato con l’app

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Con scarsa tempestività e nessun senso dello spettacolo: poteva programmare la sua performance live la notte del 24 per realizzare una natività smart o in quella del 31 per inaugurare l’anno della digitalizzazione – e infatti gli encomi sono andati tutti al novello padre -,  una signora bolognese ha dato alla luce il suo pargoletto, Alex, 2,9 chili, seguita nel travaglio “da remoto”  da un’infermiera con l’ausilio  di FlagMe, l’Emergency Mobile link  “pronto all’uso che migliora tempi e qualità del call-taking grazie a innovative funzionalità basate su mobile”, modestamente autodefinitosi “l’app che salva la vita”.

Era già successo col bimbo di due anni che stava soffocando, salvato in diretta video da un infermiere del 118 che ha aiutato i genitori nella manovra di Heimlich, in attesa che giungessero i soccorsi. E adesso questo nuovo caso apre un meraviglioso orizzonte di prestazioni sanitarie e cliniche nel quadro delle nuove frontiere di un welfare virtuale, pronto, e dio sa se non ne sentiamo il bisogno, a fornirci i servizi di intelligenze e professionalità artificiali.

Il tutto in casa e do-it-yourself, come si addice a questi tempi e agli attuali frangenti che ci hanno insegnato che dopo sterili contatti con le autorità sanitarie è meglio curarsi tra le 4 mura con tachipirina e Vicks Vaporub,  che la prevenzione e l’assistenza sono state collocate in soffitta insieme alle arcaiche rivendicazioni di diritti e garanzie, che i pronto soccorso di tutto il mondo sono differenti dalle location dove si muovono i nostri eroi in camice,  Meredith Grey o Gregory House, che da noi, tra l’altro, sarebbero soggetti a un consenso intermittente, una volta martiri e una volta irresponsabili novax da licenziare su due piedi.  

È che pare ci sia bisogno di questi incoraggianti quadretti famigliari pronti per Spencer Tracy nonno, di questa propaganda del Bene contro il Male incarnato dal diabolico virus, di qualche eroe sceso tra noi dalle copertine della Domenica del Corriere.

Però, però è lecito che sorga il dubbio che dopo la demolizione della sanità pubblica, oggi interamente dedicata al contrasto immunizzante del Covid, tanto che non è legittimo ammalarsi d’altro, e per via dell’impoverimento generale e diffuso che limita il fastoso immaginario di sindacati, aziende e patronati promoter di assicurazioni e fondi costitutivi del diritto all’assistenza che ci siamo pagati con tasse e salario e riduce la possibilità per i comuni mortali di morire in sibaritiche cliniche private, le nuove frontiere siano queste, il simpatico interfacciarsi ora con un “operatore”, domani forse con un robot, dire 33 al risponditore che con voce metallica ti chiede di ripetere prima di premere cancelletto, di inviare il selfie delle tonsille arrossate e il messaggino vocale del tic tac cardiaco.

Procedure queste già in qualche modo sperimentate con medici di base, quelli soddisfatti di essere stati estromessi dall’apocalisse sanitaria -che  magari altri si sono ricordati del Giuramento di Ippocrate e si sono arrangiati a cercare di applicare qualche protocollo di cura inviso a testimonial dell’unico rimedio consacrata – che hanno scelto di prestarsi in forma notarile, da ufficiale postale,  da distributore automatico di ricette, abituati a frettolose consultazione telefoniche.

Si vede che non meritiamo molto più di un’app, se abbiamo acconsentito che i più fortunati dei nostri figli eseguissero delle pantomime didattiche davanti allo schermo “classista”, che si abituassero a giocare coi compagni su watsapp, se l’ora di ginnastica è stata trasformata in “educazione motoria” coi poveri fanciulli seduti con mascherina a sciropparsi i pistolotti dell’epica profilattica.

Se ci siamo fatti convincere che il caporalato e il cottimo virtuale fosse un progresso e non il voluto generarsi della confusione tra tempi di lavoro e tempo libero, in modo da attuare uno sfruttamento h 24, con tecniche più sofisticate di sorveglianza e controllo arbitrario delle prestazioni.

E se migliaia di donne si sono persuase della bontà del part time, sfruttate come lavoratrici precarie e come sostitute multitasking di servizi sociali e scolastici, proprio come succedeva con il lavoro nero davanti alla macchina da maglieria, a fare guanti e cucire tomaie.

A questo proposito, alcune femministe da cortile e da tastiera quelle che preferiscono superiorità, la loro però, all’uguaglianza che le condannerebbe a stare al fianco delle plebee, insegnanti frustrate, casalinghe disperate, operaie avvelenate che non meritano né carriere né giustizia e nemmeno un salario pari a quello maschile, si sono dispiaciute per le cronache rosa del lieto evento  che hanno magnificato con tinte pastellate soltanto la “prova” del giovane marito  “agitato ma bravo”, invece di tributare il doveroso omaggio all’eroica mammina.

Che a questo siamo, esigere il riconoscimento per la prestazione virtuale, invece di incazzarsi che nel 2021 siamo tornati ai tempi nei quali il parto era rischioso, invece di preoccuparsi che sia stata presa troppo sul serio al neo-retorica sul fatto che la gravidanza non è una malattia, in modo che possano moltiplicarsi i cesarei a comando per non intasare i reparti il 15 agosto, in modo da recuperare i sacri riti del parto in casa con la levatrice, così da far risparmiare quattrini al sistema sanitario, in modo che accertamenti e diagnostica prevedano liste d’attesa superiori ai 9 mesi, in modo che si possa lavorare fino al nono mese con contratti anomali e  lettere di licenziamento postumo nel cassetto, in modo che il lieto evento sia tale solo se puoi permettertelo nella clinica dove esercitano in molteplici attività gli unici obiettori di coscienza legittimati.

E invece di  battersi ogni giorno come non si sarebbe mai dovuto smettere di fare, perché essere madri non sia un lusso e un privilegio, perchè non comporti rinunce al talento, al posto, al salario, alle ambizioni  concesse unicamente a quelle che sono “sorelle” soltanto delle eventuali consanguinee e affini, selezionate per rendita, dinastia, fidelizzazione. Perché  se non c’è stata l’unione dei proletari di tutto il mondo anche quella di genere è proprio farlocca.


Gli “smartinitt” di Milano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando si cominciò a parlare di industrie a rischio, dopo incidenti apocalittici, ci fu chi si rese impopolare ricordando come interi quartieri sorti ai confini di aziende inquinanti fossero frutto di una pratica negoziale tra abitanti e enti locali che avevano concesso varianti in modo, si diceva,  da accontentare i dipendenti delle fabbriche tossiche che volevano risiedere vicino al posto di lavoro, si trattasse della Farmoplant, dell’Olivetti, dell’Acna.  

E si citavano pendolari che prima abitavano lontano, madri di famiglia che potevano correre a casa per cucinare un pasto allattare i bambini o badare al nonno arrivato dalla campagna.

In realtà solerti amministratori appagavano i desiderata padronali: molti quartieri satellite erano di proprietà dei patron delle industrie, gli stessi che promuovevano allora asili e servizi privati con l’aspettativa, coronata oggi dal welfare aziendale, dai suoi fondi, dalle sue assicurazioni e  bolle, di sfruttare due volte, che è meglio di una volta sola. Con il risultato di raddoppiare cancro e patologie “professionali”, dentro alla fabbrica e fuori.

E difatti malgrado il passare degli anni, non è cambiato niente a vedere il destino di quartieri e popolazioni condannati a morte, per malattie, per esposizione a agenti inquinanti, oppure per la deindustrializzazione che ha spostato investimenti e produzioni, che gode di impunità e immunità, e perché, comunque, l’occupazione è talmente condizionata da ricatti e intimidazione che ha reso impossibile scegliere tra salute e ambiente oppure salario e posto.  E a vedere come ormai l’urbanistica e la pianificazione siano state definitivamente ridotte a trattativa, contrattazione tra poteri pubblici e interessi privati che alla fine hanno sempre il sopravvento.

Figuratevi quindi se non dovevamo aspettarci dall’operosa e dinamica Capitale Morale, dove vige l’imperativo: lavoro, guadagno, spendo pretendo, dove il mito del merito si traduce in negoziati per la cessione della città che ricompensano solerti sceicchi, cordate immobiliari e cementiere, una proposta per adattare lo smartworking in evidente difficoltà in una formula più domestica, ancora più “agile” e che ha anche il merito indiretto di ridurre la pressione sui mezzi di trasporto che da dieci mesi attendono una razionalizzazione ispirata principio di precauzione, invece applicato a scuole, musei, biblioteche, teatri,

 “Né in ufficio né a casa”, riferisce estasiato il Corriere della sera. E infatti “c’è una «terza via» per qualche migliaio di dipendenti comunali nel prossimo futuro”. Sarà  quella del “posto di lavoro di prossimità, l’ufficio di quartiere, del «nearworking» – è già pronta la definizione nel gergo imperiale – sintesi perfetta tra il salotto di casa e l’ufficio in centro”.

Ci ha pensato la Giunta del sindaco uscente e ricandidato, che deve a lui la suggestiva immagine di una città “dei 15 minuti”, di una metropoli cioè “in cui tutto ciò di cui si ha bisogno sia concentrato nel raggio di poche centinaia di metri”, grazie a questa  terza via che a detta dell’assessora Tajani “supera i limiti di un lavoro confinato nell’ambito domestico,  spostandolo nelle varie sedi decentrate del Comune o in uno dei settanta spazi convenzionati col Comune già attrezzati per il co-working”. Ma non solo, perché, chissà a che affitti, si sta lavorando insieme a Assolombarda “in modo che si possano mettere a disposizione spazi di grandi aziende in questo momento sottoutilizzati”.

Di questi tempi la statistica è definitivamente regredita a creativa trasposizione della teoria dei polli di Trilussa, ciononostante potrebbe essere illuminante conoscer il numero di dipendenti comunali che ancora risiedono dentro le mura di Milano, (d’altra parte Sala all’atto della firma dell’accordo con Fs per il  riutilizzo e la valorizzazione dei sette scali ferroviari “liberati dalla vecchia funzione”, rilasciò un’intervista con questa sprezzante premessa: “noi non facciamo case popolari”, a conferma del destino e dell’immagine di una città proiettata soltanto alle sua “visibilità” commerciale e alla sua appetibilità di marketing).

Sarebbe utile analizzare i dati dei censimenti che dimostrano la tendenza – con alti e bassi – in atto da più di dieci anni con una espulsione degli abitanti dal centro verso hinterland a fronte di uno sviluppo occupazionale soprattutto del terziario concentrato sul polo centrale urbano, e quelli dell’incremento del costo delle case della periferia in continuo aumento che spinge ancora più “fuori” gli strati popolare e genera crescenti movimenti di pendolari.

A volte c’è da chiedersi, mettendo da parte interessi opachi e l’adesione a un modello feroce, distante fino all’ostilità dalla realtà e dai bisogni della gente, se i “decisori” non vivano in una loro arcadia, con una percezione arcaica e letteraria popolata di Travet sottomessi, del popolino delle ringhiere di cucitrici, portinaie, del piccolo commercio di quartiere: lattai e prestinai,  dei trumbè e dei ferèe,  mentre il vigoroso ceto operaio si appaga di contribuire alla società risarcito con i corsi serali dell’Umanitaria. Esonerandosi così dalla loro stessa correità nella trasformazione del lavoro in precariato, della cancellazione di conquiste pagate care e pagate tutto e della demolizione di un edificio di garanzie e di diritti, quelli della dignità del salario, del “mestiere”, del tetto sopra la testa, del tram puntuale che sferragliando ti porta in ufficio, alla bottega, in fabbrica, a scuola.

Solo così si spiega la sfrontatezza venata di lirismo con la quale ancora una volta concorrono a  prenderci per i fondelli dopo mesi di celebrazione della magnifiche sorti e progressive dello smartworking che avrebbe dovuto garantire a un tempo la tutela di quel ceto medio impiegatizio, che probabilmente rappresenta il bacino elettorale della cricca progressista e assicurato i servizi dell’amministrazione sia pure in forma ridotta. E con un beneficio in più: quello di mettere le basi per la marginalizzazione di larghe fasce di lavoratori poco agili per età e formazione, preliminare a licenziamenti, conversioni in part time inabilitati alla sopravvivenza, tagli in busta paga legittimati dalla difficoltà di misurare le prestazioni.

E lo credo che come narra entusiasticamente l’assessora Tajani il bilancio di questi mesi di smart working  sia “positivo”, grazie allo schema dei 10-12 giorni di lavoro da casa,  a discrezione e su  “valutazione del dirigente” simpatica figura di kapò come piace al Jobs Act e alla Buona Scuola ,  che non avrebbe diminuito la “produttività” mentre promette di diminuire i salari, costringere a una disponibilità e reperibilità h 24, distorcere la gamma delle prestazioni e delle competenze.  

E lo credo che nello spirito del tempo come si applica il colonialismo all’interno dei paesi, regioni e ceti più forti che rivendicano il talento e le opportunità ingiustamente offerte per sfruttare geografie e popolazioni più deboli, allo stesso modo adottano le metodologie care all’imprenditorialità che ha contribuito a rendere la Lombardia la zona più esposta e ferita dell’emergenza sanitaria,  realizzando piccoli esodi quotidiani, complicati da un sistema territoriale di residenza, trasporti  e comunicazioni inefficiente e disorganico.

Non occorre certo essere complottisti per intuire che lo scopo sia quello solito, colpire chi lavora nella sua quotidianità, rendergli più incerta e amara l’esistenza, svalutare le competenze che ha maturato spostandolo come un numero o una pedina,  sradicarlo dalle abitudini e da quelle relazioni che potrebbero sortire l’inopportuno effetto di riconoscere in altri da sé l’umiliazione e lo sfruttamento. E ribellarsi.


Cervelli sottovuoto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati più di 60 anni dalla pubblicazione dei Persuasori occulti di Vance Packard, testo ormai leggendario che aveva rivelato al pubblico la minaccia alla libertà di opinione e di scelta, rappresentata dalla tecniche mutuate dalla cosiddetta psicologia del profondo  messe in campo per orientare  e influenzare i comportamenti individuali e collettivi non solo nei consumi ma anche in politica e nelle relazioni industriali.

I manipolatori di simbologie stavano imparando allora a solleticare il subconscio per autorizzarci ad esprimere desideri occulti che eravamo stati abituati a reprimere,  aspirazioni e velleità più segrete delle quali addirittura non saremmo consapevoli.

Naturalmente l’assunto è quello di avere a che fare con una massa di utenti, compratori e cittadini privi di coscienza critica, autodeterminazione e facoltà di scelta autonoma e responsabile, che diventano vittime e dipendenti da messaggi e consigli per gli acquisti di prodotti e leader, che possono  appagare alcuni bisogni segreti di rassicurazione emotiva, di  consenso, considerazione e di appartenenza a un ceto e una cerchia, a partire da quella familiare, di affermazione del proprio “talento” e della propria personalità, fino a quello di “immortalità” che, secondo Packard, si esprime allegoricamente con la sottoscrizione di assicurazioni e polizze vita, a garanzia del perpetuarsi della propria “presenza”, anche dopo il decesso.

Sono passati tanti anni durante i quali il libro è stato un vangelo a un tempo irritante e stimolante, saccheggiato e abusato, entrato, e malinteso, nell’immaginario collettivo.

Ma adesso vale la pena di interrogarsi sulla sua attualità, adesso che il susseguirsi di crisi hanno sempre più concentrato il potere d’acquisto nelle mani di pochi e limitato i consumi dei molti,  proprio quelli, molti, che prima erano stati sottoposti alla conversione da cittadini a utenti e compratori di merci, ideali, valori e pure dei loro produttori e impresari di sentimenti e  convinzioni, che via via hanno perso la loro carica di “ottimismo” progressista, entusiasmo dinamico, immaginazione fattiva.

Tanto che già da anni siamo stati incitati a fare shopping compulsivo di paura, diffidenza, sospetto, grazie a una propaganda che offriva,  come i buoni fedeltà all’affezionata clientela, un modello di ordine costituito che promuove discriminazione dei soggetti pericolosi, incrementa la militarizzazione urbana recintando le aree del privilegio e confinando ai margini, nelle geografie del brutto, i nuovi cattivi, che, in sostanza, accontenta i primi e rassicura i penultimi, criminalizzando gli ultimi.

Sono così cambiati anche i veicoli e i modi della pubblicità, si può risparmiare sugli investimenti in persuasione e convincimenti, a conferma che il capitalismo nella sua attuale declinazione riesce a trasformare in ideologia e a imporre come stile di vita  i capisaldi che lo tengono in vita.

L’austerità ha messo in moto un meccanismo autopunitivo che ci ha indotti a ritenere la rinuncia a beni, diritti e libertà come il doveroso sacrificio se non addirittura il castigo per aver vissuto al  di sopra delle possibilità, sottoposti a un trattamento che alterna il bastone delle restrizioni economiche, della precarietà, dell’abiura della dignità e dell’abdicazione doverosa delle prerogative della democrazia, con la carota delle elargizioni arbitrarie, delle concessioni discrezionali anche sotto forma di ammissioni e riconoscimenti sostitutivi di diritti fondamentali che credevamo inalienabili.

L’integrazione del marketing  per promuovere mercificazione e commercializzazione di ogni prodotto, degli individui, del loro lavoro, della creatività, nell’offerta e nel consumo politico, informativo, culturale ha contribuito a convertire la persuasione da occulta a esplicita, evidente, palese.

Ci siamo arresi a pagare un sovrapprezzo per ogni acquisto che facciamo per procurarci la blandizia, l’incoraggiamento di un spot che ci ritrae, di un messaggio indirizzato proprio a noi, di una promessa elettorale che sappiamo non verrà mantenuta alla stregua del detersivo che lava più bianco nel rispetto dell’ambiente, della merendina senza olio di colza che ci esonerano da sensi di colpa ecologici,  sicché acquistando, spendendo, possiamo compiacerci di compiere anche un atto “democratico” e responsabile.

Poi ci sono imposizioni che conservano carattere coercitivo, quelle necessarie a garantire l’appartenenza a un ceto sociale, a una categoria che così può rivendicare superiorità sociale e quindi morale, si parla dell’imperativo consumo di prodotti informativi e culturali, “turistici”, estetici, degli status symbol che consolidano processi identitari e dei quali non si può fare a meno pena l’emarginazione che colpisce anche i bambini.

E soprattutto quelle oggetto della sorveglianza di comportamenti e abitudini, apparentemente meno cruentemente repressiva, ma che applica sistemi di intrusione nelle esistenze cui è impossibile sottrarsi a meno di non condannarsi alla marginalità con la profilazione e la targhettizzazione  degli utenti, per controllare scelte, aspirazioni, oltre che spese e movimenti, che impone la carte di plastica, l’accesso informatico ai servizi, in una sorta di “reperibilità” totale e perenne del cittadino, il conto corrente per la pensione del novantenne,  che rende gradita la rintracciabilità di ogni movimento in modo da contrastare la delinquenza del ladruncolo favorendo quella della banca, e che oggi è raggiunge il suo acme con lo smartworking straccione e la Dad dilettantistica che mostra la volontà di attuare la distopia padronale dello sfruttamento da remoto h24.

 Il potere è feroce, ma noi ci siamo fatti occupare e possedere senza resistenza. Ogni fenomeno, ogni incidente dalla storia anche quelli prevedibili ci coglie impreparati a resistere alla pressione concreta e virtuale, come se fosse segnato ormai il nostro destino all’obbedienza senza alternativa.

Così la repressione, le multe le sanzioni le intimidazioni hanno ancora ampio spazio di manovra, ma anche e soprattutto in casi eccezionali è la moral suasion, ultimamente di carattere profilattico e sanitario,  a permettere a governi e regimi di esercitare il suo  potere intrinseco,  inducendo i soggetti vigilati a assumere un comportamento eticamente e socialmente corretto, non ricorrendo direttamente alle potestà che la legge mette loro a disposizione, ma basandosi sull’autorevolezza del proprio status.

Tanto che si fa ricorso a questa forma di pressione quando l’autorità vuole conseguire il raggiungimento di obiettivi non sempre compatibili con le carte costituzionali o quando non possiede la competenza o la funzione regolamentare per adottare i provvedimenti del caso e agisce, appellandosi a personalità, dottrine, pareri scientifici e tecnici,  tramite un consiglio autorevole anziché tramite un comando a carattere imperativo. E lo sappiamo bene per aver visto un Presidente del Consiglio “raccomandare” attitudini e atteggiamenti consoni al momento grave, sia pure per Dpcm.

Tanto  che l’app Immuni è stata vivamente consigliata e non resa obbligatoria, in modo tra l’altro da attribuirne il fallimento agli intemperanti sciagurati che non l’hanno scaricata, proponendola come un atto di civiltà e solidarietà, indifferenti agli effetti che l’uso maldestro avrebbero avuto sui malcapitati viaggiatori per lavoro su una metropolitana e su un bus affollato, sulla evidente impossibilità di effettuare un tracciamento efficace, condannando lavoratori in attesa del tampone peraltro inattendibile,  a quarantene e sospensioni contrattuali.

Tanto che adesso c’è un fervore nel dichiarare che il vaccino verrà somministrato su base unicamente volontaria, come è d’obbligo in un paese democratico dove vige lo stato di diritto. Salvo renderlo di fatto obbligatorio, inevitabile, ineludibile infliggendo l’ostracismo a chi non vi si sottopone, instaurando un regime di certificazione tramite patentino che condanna a discriminazione chi, compreso Crisanti? conserva dubbi sulla effettiva efficacia.

E non basta, vengono fatti entrare in gioco testimonial e ripetitori del messaggio di doverosa coscienziosità che reclamano penalizzazioni acconce e castighi esemplari per i trasgressori e invece una forma di tesseramento per i militanti dell’immunoprofilassi che permetta solo a loro la frequentazione esclusiva, parola di Alessandro Gassman,  di “ristoranti, bar, cinema, teatri, stadio, negozi, autobus, taxi, treni, e poi vedi che tutti lo fanno».

Beati i tempi in cui certi cretini si potevano liquidare chiedendosi chi li avesse pagati per proferire baggianate degne del Mago Otelma, di Vanna Marchi, di sindacalisti di polizia che vendono amuleti, del microfascismo che vige in Italia trasferito dai  bar e dagli scompartimenti ferroviari ai social. Macché, è peggio di così, l’adesione alla retorica delle delega in bianco ai poteri, politici, tecnici, scientifici, dell’obbedienza e del conformismo che sortiscono anche l’effetto non secondario di regalare venti secondi di visibilità, la possibilità di rivendicare una superiorità morale a poco prezzo, valgono il cachet di un spot, di una soap in Rai o Mediaset, che tanto è lo stesso.


Attaccatevi al tram

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immagino la vostra delusione se avevate incautamente pensato che toccasse essere grati al Covid per aver messo in luce antiche magagne, inique disuguaglianze e turpi traffici, con l’auspicio che così nulla tornasse come prima.

Ieri chiamata a rispondere sulla crisi del trasporto pubblico la garrula ministra “competente” ha intrattenuto gli astanti con i suoi capricci rococò: magnifiche sorti delle funivie, e poi “buoni mobilità alternativa”, per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, di veicoli a propulsione prevalentemente elettrica, quali segway, hoverboard e monopattini e per l’utilizzo dei servizi di mobilità condivisa a uso individuale, anche con il generoso sostegno di incentivi del welfare aziendale, così apprezzato  a pari merito da imprese e sindacati, i primi che sfruttano due volte i lavoratori i secondi che esprimono la loro nuova vocazione per la consulenza in materia di fondi e assicurazioni e benefits .

Questo esecutivo si sta proprio distinguendo per una formidabile capacità “elusiva” dei problemi, dimostrando un ineguagliato talento nel caricare scelte, responsabilità e  colpe sulle spalle “cittadini” esonerando chi governa a tutti i livelli, centrale e periferico.

E dire che la garrula ministra stavolta avrebbe dovuto fare i conti col fuoco amico, con un target  cresciuto in anni in virtù del processo di consegna del “riformismo”  all’impianto ideologico  neoliberista, con  privatizzazioni camuffate e mutazione delle aziende di servizio pubblico in greppie clientelari,  interessate al profitto da accumulare aumentando le tariffe e abbassando gli standard di qualità delle prestazioni, secondo la regola in vigore che impone di socializzare le perdite e capitalizzare i guadagni.

Tanto che perfino l’ex sindaco di Napoli, pur non abilitato alla “pretesa di innocenza”, ha pubblicato una foto dei bus cittadini strapieni di viaggiatori.

Tanto che Asstra, l’associazione delle aziende di trasporto pubblico locale urbano ed extraurbano in Italia, sia di proprietà degli enti locali che private,  ha lanciato un grido d’allarme: in previsione di una riduzione ulteriore del valore del coefficiente di riempimento dei mezzi attualmente consentito (80%)  è impossibile  conciliare il rispetto dei protocolli anti Covid-19 e garantire allo stesso tempo il diritto alla mobilità per diverse centinaia di migliaia di utenti ogni giorno, con il conseguente rischio di fenomeni di assembramento alle fermate e alle stazioni.

Solo nelle ore di punta mattutine, hanno dichiarato,  si rischierebbe infatti di non poter soddisfare la domanda di circa 550 mila spostamenti ogni giorno (scenario al 50%), arrecando un notevole disservizio quotidiano all’utenza”. Nell’ipotesi di riduzione al 50% della capienza massima consentita, verrebbe impedito a circa 275 mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto sia per motivi di studio che di lavoro“.

È perfino banale sospettare che gli associati dell’Asstra, la crème delle varie Atac, Atm, Anm, così come la ministra, i sindaci in carica  e gli ex a volte traghettati in società, fondazioni, incarichi prestigiosi, non siano stati né siano soliti spostarsi in tram, bus, metropolitana, funicolare, preferendo di gran lunga le auto blu, cui si sono convertiti, necessariamente dicono, perfino quelli il cui  temporaneo successo è stato assicurato dalla guerra ai privilegi. 

E  il caso ormai leggendario della Panda Rossa, dimostra comunque che l’esemplare e dimostrativa rinuncia a certe prerogative non garantisce il buon amministratore.

Non ci viaggiavano prima, tantomeno ci viaggiano adesso, non hanno subito le attese interminabili a Via Labicana senza pensiline, pioggia o solleone, non si sono spintonati sul 56 dal Quartiere Adriano passando per Via Padova, non hanno patito insieme a altri 3600 forzati sulla metropolitana di Scampia. Così era inevitabile che al termine del tavolo sul trasporto pubblico si arrivasse alla determinazione di adeguare il termometro alle esigenze della febbre, confermando che la soglia di riempimento dei mezzi è fissata all’80%.

Che poi, ammettiamolo,  i mezzi pubblici, vista la proverbiale inefficienza, insalubrità, costrizione inevitabile a mescolarsi con il popolaccio, sono monopolio esclusivo di quella plebe che vive ai margini, meritatamente  estromessa dai centri cittadini in quanto lesiva del decoro,  cui si sono aggiunti via via i recenti condannati alla marginalità, gente che non poteva pagare il mutuo, gente che non poteva sostenere affitti elevati, disoccupati e sottoccupati che – non è una leggenda metropolitana – si fanno la guerra con gli immigrati per conquistarsi le borgate. E quelli nuovi di zecca, quelli che stanno pagando il prezzo disperato del governo dell’emergenza (l’ISTAT  segnala che nel secondo trimestre del 2020 il tasso di occupazione nella fascia d’età 15-34 anni è sceso al di sotto del 40%, e da febbraio a luglio sono stati persi 598.000 posti di lavoro), quelli estromessi dal mercato, commercianti, esercenti, artigiani.

E  d’altra parte dopo la veloce repressione non solo morale dei primi scioperi all’inizio del lockdown dichiarati dai cittadini/lavoratori di serie B, chiamati a sacrificarsi per quelli di serie A in cambio della definizione di martiri del dovere, le eventuali  proteste sono state catalogate o come virulenza negazionista, oppure come il molesto ma insignificante manifestarsi dell’indole al vittimismo e alla lagna della marmaglia.

Dalla tribuna morale al pulpito di una quarantena civile e politica  durata più di mezzo secolo, un ceto che conserva ancora magri privilegi grazie  ai quali si sente protetto, immune e “esentato” dalla solidarietà  ha potuto officiare i riti del distanziamento, del lavoro agile, della didattica a distanza, sentendosi oggi autorizzato a lanciare l’anatema contro il popolino bizzoso e renitente.

Le facce di tolla che hanno completamente interiorizzato il fatto che “non c’è alternativa”  e che sono state, prima, tra i fan dei tagli alla spesa pubblica, e che poi hanno dottoreggiato, chiamandosi fuori, sui crimini  commessi nel chiudere  presidi sanitari sul territorio, sulle mancate assunzioni di personale sanitario, sull’umiliazione  del personale, oggi si accodano a che incolpa la “gente” della nuova virulenza, effetto del malcostume irresponsabile di chi sentito l’odor di licenza si è dato a bagordi, orge, rave.  

È stato facile convincere che il problema sia il virus e non il sistema che l’ha promosso, ancora più istintivo far credere che gli effetti perversi del mercato: austerità, disuguaglianze, privatizzazioni, espropriazione dei poteri statali, inquinamento, si contrastino con gli strumenti del mercato.  

E infatti le risposte, dopo la manualistica del bon ton sanitario e sessuale, sono sempre le stesse: favorire le soluzioni private e individuali,  rafforzare il marketing dell’elettrico, vedi mai che la Fca dismetta il brand delle mascherine, spingere l’acceleratore sullo smartworking, così estemporaneo disorganico e inefficiente da far capire anche i più riottosi chi ne trae giovamento: contratti anomali, riduzione delle retribuzioni, disponibilità h24,  estromissione delle donne dal mercato del lavoro in favore del part time.  E mobilità, intesa come imposizione di una flessibilità che va a danno dei lavoratori, delle madri di famiglia, dei genitori, degli insegnanti,  degli studenti, costretti a una elasticità di orari che condizionano i tempi dell’esistenza, in modo da impegnarli in prima persona  a tamponare i guasti.

In sostanza a  noi, che saliamo sui mezzi pubblici dopo lunghe attese, ci spintoniamo, diamo un’occhiata a Immuni per monitorare le vicinanze pericolose, stanno dicendo “attaccati al tram”, una delle tante declinazioni del pensiero del Marchese del Grillo.


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