Archivi tag: smartworking

Attaccatevi al tram

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Immagino la vostra delusione se avevate incautamente pensato che toccasse essere grati al Covid per aver messo in luce antiche magagne, inique disuguaglianze e turpi traffici, con l’auspicio che così nulla tornasse come prima.

Ieri chiamata a rispondere sulla crisi del trasporto pubblico la garrula ministra “competente” ha intrattenuto gli astanti con i suoi capricci rococò: magnifiche sorti delle funivie, e poi “buoni mobilità alternativa”, per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, di veicoli a propulsione prevalentemente elettrica, quali segway, hoverboard e monopattini e per l’utilizzo dei servizi di mobilità condivisa a uso individuale, anche con il generoso sostegno di incentivi del welfare aziendale, così apprezzato  a pari merito da imprese e sindacati, i primi che sfruttano due volte i lavoratori i secondi che esprimono la loro nuova vocazione per la consulenza in materia di fondi e assicurazioni e benefits .

Questo esecutivo si sta proprio distinguendo per una formidabile capacità “elusiva” dei problemi, dimostrando un ineguagliato talento nel caricare scelte, responsabilità e  colpe sulle spalle “cittadini” esonerando chi governa a tutti i livelli, centrale e periferico.

E dire che la garrula ministra stavolta avrebbe dovuto fare i conti col fuoco amico, con un target  cresciuto in anni in virtù del processo di consegna del “riformismo”  all’impianto ideologico  neoliberista, con  privatizzazioni camuffate e mutazione delle aziende di servizio pubblico in greppie clientelari,  interessate al profitto da accumulare aumentando le tariffe e abbassando gli standard di qualità delle prestazioni, secondo la regola in vigore che impone di socializzare le perdite e capitalizzare i guadagni.

Tanto che perfino l’ex sindaco di Napoli, pur non abilitato alla “pretesa di innocenza”, ha pubblicato una foto dei bus cittadini strapieni di viaggiatori.

Tanto che Asstra, l’associazione delle aziende di trasporto pubblico locale urbano ed extraurbano in Italia, sia di proprietà degli enti locali che private,  ha lanciato un grido d’allarme: in previsione di una riduzione ulteriore del valore del coefficiente di riempimento dei mezzi attualmente consentito (80%)  è impossibile  conciliare il rispetto dei protocolli anti Covid-19 e garantire allo stesso tempo il diritto alla mobilità per diverse centinaia di migliaia di utenti ogni giorno, con il conseguente rischio di fenomeni di assembramento alle fermate e alle stazioni.

Solo nelle ore di punta mattutine, hanno dichiarato,  si rischierebbe infatti di non poter soddisfare la domanda di circa 550 mila spostamenti ogni giorno (scenario al 50%), arrecando un notevole disservizio quotidiano all’utenza”. Nell’ipotesi di riduzione al 50% della capienza massima consentita, verrebbe impedito a circa 275 mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto sia per motivi di studio che di lavoro“.

È perfino banale sospettare che gli associati dell’Asstra, la crème delle varie Atac, Atm, Anm, così come la ministra, i sindaci in carica  e gli ex a volte traghettati in società, fondazioni, incarichi prestigiosi, non siano stati né siano soliti spostarsi in tram, bus, metropolitana, funicolare, preferendo di gran lunga le auto blu, cui si sono convertiti, necessariamente dicono, perfino quelli il cui  temporaneo successo è stato assicurato dalla guerra ai privilegi. 

E  il caso ormai leggendario della Panda Rossa, dimostra comunque che l’esemplare e dimostrativa rinuncia a certe prerogative non garantisce il buon amministratore.

Non ci viaggiavano prima, tantomeno ci viaggiano adesso, non hanno subito le attese interminabili a Via Labicana senza pensiline, pioggia o solleone, non si sono spintonati sul 56 dal Quartiere Adriano passando per Via Padova, non hanno patito insieme a altri 3600 forzati sulla metropolitana di Scampia. Così era inevitabile che al termine del tavolo sul trasporto pubblico si arrivasse alla determinazione di adeguare il termometro alle esigenze della febbre, confermando che la soglia di riempimento dei mezzi è fissata all’80%.

Che poi, ammettiamolo,  i mezzi pubblici, vista la proverbiale inefficienza, insalubrità, costrizione inevitabile a mescolarsi con il popolaccio, sono monopolio esclusivo di quella plebe che vive ai margini, meritatamente  estromessa dai centri cittadini in quanto lesiva del decoro,  cui si sono aggiunti via via i recenti condannati alla marginalità, gente che non poteva pagare il mutuo, gente che non poteva sostenere affitti elevati, disoccupati e sottoccupati che – non è una leggenda metropolitana – si fanno la guerra con gli immigrati per conquistarsi le borgate. E quelli nuovi di zecca, quelli che stanno pagando il prezzo disperato del governo dell’emergenza (l’ISTAT  segnala che nel secondo trimestre del 2020 il tasso di occupazione nella fascia d’età 15-34 anni è sceso al di sotto del 40%, e da febbraio a luglio sono stati persi 598.000 posti di lavoro), quelli estromessi dal mercato, commercianti, esercenti, artigiani.

E  d’altra parte dopo la veloce repressione non solo morale dei primi scioperi all’inizio del lockdown dichiarati dai cittadini/lavoratori di serie B, chiamati a sacrificarsi per quelli di serie A in cambio della definizione di martiri del dovere, le eventuali  proteste sono state catalogate o come virulenza negazionista, oppure come il molesto ma insignificante manifestarsi dell’indole al vittimismo e alla lagna della marmaglia.

Dalla tribuna morale al pulpito di una quarantena civile e politica  durata più di mezzo secolo, un ceto che conserva ancora magri privilegi grazie  ai quali si sente protetto, immune e “esentato” dalla solidarietà  ha potuto officiare i riti del distanziamento, del lavoro agile, della didattica a distanza, sentendosi oggi autorizzato a lanciare l’anatema contro il popolino bizzoso e renitente.

Le facce di tolla che hanno completamente interiorizzato il fatto che “non c’è alternativa”  e che sono state, prima, tra i fan dei tagli alla spesa pubblica, e che poi hanno dottoreggiato, chiamandosi fuori, sui crimini  commessi nel chiudere  presidi sanitari sul territorio, sulle mancate assunzioni di personale sanitario, sull’umiliazione  del personale, oggi si accodano a che incolpa la “gente” della nuova virulenza, effetto del malcostume irresponsabile di chi sentito l’odor di licenza si è dato a bagordi, orge, rave.  

È stato facile convincere che il problema sia il virus e non il sistema che l’ha promosso, ancora più istintivo far credere che gli effetti perversi del mercato: austerità, disuguaglianze, privatizzazioni, espropriazione dei poteri statali, inquinamento, si contrastino con gli strumenti del mercato.  

E infatti le risposte, dopo la manualistica del bon ton sanitario e sessuale, sono sempre le stesse: favorire le soluzioni private e individuali,  rafforzare il marketing dell’elettrico, vedi mai che la Fca dismetta il brand delle mascherine, spingere l’acceleratore sullo smartworking, così estemporaneo disorganico e inefficiente da far capire anche i più riottosi chi ne trae giovamento: contratti anomali, riduzione delle retribuzioni, disponibilità h24,  estromissione delle donne dal mercato del lavoro in favore del part time.  E mobilità, intesa come imposizione di una flessibilità che va a danno dei lavoratori, delle madri di famiglia, dei genitori, degli insegnanti,  degli studenti, costretti a una elasticità di orari che condizionano i tempi dell’esistenza, in modo da impegnarli in prima persona  a tamponare i guasti.

In sostanza a  noi, che saliamo sui mezzi pubblici dopo lunghe attese, ci spintoniamo, diamo un’occhiata a Immuni per monitorare le vicinanze pericolose, stanno dicendo “attaccati al tram”, una delle tante declinazioni del pensiero del Marchese del Grillo.


A mezzanotte va la ronda sanitaria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A mezzanotte va /La ronda del piacere /E nell’oscurità /Ognuno vuol godere. Son baci di passion,/L’amor non sa tacere/è questa la canzon di mille capinere.

Faceva così una canzone de 1928 che si racconta facesse parte del repertorio del decano del giornalismo, Eugenio Scalfari, quando improvvisava coretti, accompagnandosi al piano, insieme a una scrematura di mirabili penne nostalgiche delle “quindicine “ delle “case” di Via degli Zingari dove babbi solerti li accompagnavano nei riti di iniziazione sessuale,

Presto accontentati quelli che rimpiangono lucciole, capinere, bandoleri e ronde. Perché dovrà pur esserci qualcuno che controlla che genitori  sconsiderati non organizzino feste di compleanno dei figli giovinetti come una volta, arrotolando i tappeti per far posto alle danze dopo il “tanti auguri a te”.

Si dovrà pur individuare un’autorità che contrasti l’iniziativa scriteriata di figli e nipoti che  vogliono celebrare il genetliaco dell’ottuagenario con pranzo e torta, allo scopo di applicare le raccomandazioni di occhiuti virologi che consigliano per gli anziani a rischio un romitaggio a tempo indeterminato. Qualora non siano veneziani, però, che sappiamo che là gli affetti da Covid sono scrupolosamente ricoverati nel padiglione Jona dell’Ospedale civile cittadino, quello cioè che ospita geriatria.

E non potremo certo accusare di scarsa lungimiranza l’Esecutivo che ha mantenuto la stretta sui comportamenti violenti meritevoli di Daspo, poiché con tutta evidenza deve essere ormai assimilata a quella tipologia di reati la promozione di assembramenti sia pure domestici, che oltre a essere temerari e imprudenti hanno anche la valenza simbolica della ribellione, della disubbidienza, forse dell’insurrezionalismo, quanto manifestare contro le Grandi opere che rappresentano la nuova frontiera della ricostruzione dopo la guerra al Covid non ancora vinta. 

C’è da ipotizzare un aggravio di lavoro per polizie municipali, Ps e carabinieri e pure per l’esercito, così spesso invocato da sindaci e vertici regionali  affinché incrementi la sua vigilanza nel contrasto alla mafia con l’operazione Strade sicure  in qualità di “ronde” volte a garantire Stabili Sicuri e Scala A sanificata.

E per restare nella memorialistica, dopo gli informatori impegnati a “smascherare”, il paradosso è d’obbligo, chi non indossa il bavaglio e la museruola anche a Villa Borghese, dovrà pur venir ufficializzata la figura dello spione di condominio, trasformando da noto rompiballe in virtuoso custode della salute e del principio di precauzione, l’ex colonnello del terzo piano, che telefonava ai vigili per via del volume troppo alto della nostra Tv.

Non va più bene invece la strofetta del “Tango delle Capinere” che menziona i baci di passion.

Mi segnala un’amica, infatti, che una diligente sessuologa prescrive il “sesso sicuro ai tempi del colera” dettando tempi di durata del congiungimento, in verità superiori a quelli tante volte denunciati da connazionali insoddisfatte delle prestazioni del maschio italiano,  estendendo il principio di “profilassi” all’uso della mascherina, in forma di deterrente per  gli azzardati baci, siano alla francese, a farfalla, a stampo, mentre permette carezze e le famose coccole che da Erica Yong a Cosmopolitan hanno popolato l’immaginario di ogni donna moderna. Comunque possiamo stare sereni: il divieto di assembramento, anche in forma orizzontale, ci risparmia dall’appalto alla Fca di simpatiche barriere in plexiglas per orge e ammucchiate.

Dovrebbe apparire chiaro ormai che il proposito esplicito di chi ci governa, quale che sia la natura e la gravità del virus che tiene sotto scacco il buonsenso,  è quello di attribuire ogni responsabilità e addossare ogni colpa al “pubblico”.

Così se le cose migliorano è merito del governo, se invece vanno male la colpa è dei cittadini, si tratti di dirigenti scolastici, insegnanti, genitori, bidelli, si tratti di esercenti di bar, ristoranti, palestre, si tratti di commercianti, albergatori, tutti ugualmente bersagliati da notizia e comandi contraddittori, imprecisi e criptici,  tutti destinatari in prima battuta di elogi per la composta “resilienza” e  per l’adeguamento scrupoloso alle direttive, poi sottoposti a anatema oltre che multe e stigma morale, per  vacanze arrischiate, insensate gite fuori porta, insidiose escursioni sulle Dolomiti, azzardate scampagnate in Sabina, grazie a una quotidiana gogna alla quale non sono stati sottoposti ministri al ristorante, leader in campagna elettorale, parlamentari in gommone con gli amici, prestigiose baciatrici immortalate da Dagospia.

Ma forse il successo di questa comunicazione, istituzionale e dei media, non è più assicurato. Si cominciano a vedere i primi tentennamenti anche nei precursori di un necessario nuovo lockdown, probabilmente folgorati dalla notizia passata sottotraccia che potrebbe esserci una decurtazione nella busta paga dei dipendenti della Pa che si erano convertiti volontariamente o coattamente al “lavoro agile”. 

E si cominciano a vedere i primi bagliori di intelligenza tra i prescelti per essere i salvati, quelli che, dopo la lunga pena alternativa sul sofà e le meritate ferie, per una qualche ragione sono stati costretti a assieparsi in un bus o nella Metro di Roma o Milano, come avevano dovuto fare i candidati al contagio, i sommersi, la serie B della cittadinanza,  e che hanno avuto la rivelazione che tutto era rimasto come prima della “pandemia”.

E hanno scoperto così i pendolari stipati come bestiame, per recarsi al lavoro in supermercati, uffici, fabbriche dove i criteri e i requisiti temporanei  di sicurezza sono stati limitati a un minimo sindacale – è il caso di dirlo, visto che  sindacati e governi si sono prestati a sottoscrivere un patto infame con gli industriali – per  esonerare i datori di lavoro dalle responsabilità e gli oneri relativi unicamente all’esposizione al contagio da Covid.  

Di quei milioni di lavoratori addetti alle attività essenziali, che hanno lavorato, viaggiato, fatto la spesa, e poi a casa hanno fatto lezione ai ragazzini, badato i nonni, quelli che non erano stati conferiti in apposite strutture, non sappiamo nulla, non vengono menzionati sotto forma di campioni o dati nelle statistiche ufficiali dei malati e dei morti.

Di quelli che hanno l’onore della cronaca sappiamo invece che sono guariti tutti miracolosamente anche se hanno sopportato la visione e perfino l’audio del dolore altrui, il che potrebbe alimentare i sospetti degli eretici e dei malfidati o  più semplicemente di chi sta perdendo il lavoro, di chi ha tirato giù le serrande degli esercizi e dei negozi, di chi ha già avuto il preavviso del licenziamento ma non ha avuto ancora tutta la cassa integrazione.

Il Presidente francese ha parlato al popolo: «È vero, stiamo comprimendo la vostra libertà in aspetti molto importanti della vostra vita, ma siamo costretti a farlo per tutelare la vostra salute». Qui nessuno l’ha ammesso così esplicitamente, limitandosi a dire che tutte le misure in atto sono a garanzia di quello che è diventato il diritto primario e esclusivo, la salute, costringendoci alla responsabile e doverosa rinuncia o restrizione degli altri per un tempo imprecisato: lavoro, istruzione, relazioni sociali.

Comincia a mostrare la corda l’accusa a chi ha sollevato dubbi sulla gestione dell’emergenza, pur senza mettere in dubbio che una patologia più o meno grave circolasse, accusato artatamente di fare della mascherina una “questione di libertà”  costringendolo all’arruolamento forzato nelle file di Pappalardo, Montesano o Salvini/Meloni, peraltro compagni di referendum, di approvazione dei decreti sicurezza in qualità di potenti alleati.

E forse si comincia a far strada anche nei più renitenti toccati, nel potere di acquisto, in qualità di confusi genitori, di partite Iva cui lo smartworking ha rivelato i suoi inganni il sospetto che questa non è una “crisi sanitaria temporanea” da governare con necessarie misure speciali, commissariamenti, autoritarismo, che comunque non sarebbe una novità tantomeno provvisoria, se pensiamo a quante donne è ostacolato il diritto sancito dalla legge di interrompere una gravidanza, se pensiamo che la privatizzazione della “salute” seleziona in base al reddito chi può curarsi, se pensiamo che è proibito scegliere di lasciare volontariamente un’esistenza che ha perso dignità.  

Qualcuno si sta svegliando, qualcuno si accorge che questa non è una “emergenza sanitaria”, ma la conseguenza forse irreparabile di una crisi che si è rivelata in tutti i suoi risvolti: sanità malata, aria inquinata, poveri più poveri quindi più esposti a malattie, lavoratori mobili e ricattati quindi più permeabili ai ricatti, famiglie sempre più depauperate quindi più esposte alla precarietà.

E che questa non è una tirannide e annessa repressione “sanitaria”, nata in provetta e sceneggiata a tavolino, per sottoporre a controllo oltre ai cervelli anestetizzati prima dai consumi, poi dalla perdita di beni, anche i corpi, come se non bastassero le nuove schiavitù in aggiunta alle antiche,  ma il consolidamento di un disegno che ha convertito un virus nella mina che ha fatto deflagrare disuguaglianze, relazioni perverse tra poteri e collettività, devastazione di territori, veleni ormai incontrastabili, dominio del profitto.   


Scuola delenda est

kinAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è accertato: è stato sottoscritto un patto di ferro tra padronato e progressismo neoliberista. Confindustria dice e quelli scrivono sotto dettatura regole, leggi, circolari, strategie dando una parvenza civilmente accettabile, ideologicamente consona alla religione del politicamente corretto, alle aspirazione e bisogni dell’oligarchia.

Anche restasse a impolverarsi in un cassetto, il piano Colao iniseme con gli ammaestramenti di Cottarelli e degli altri profeti dell’austerità combinata con i nuovi miti della digitalizzazione, ne fa testo la strategia per la “scuola che verrà” e che – lo dice la parola stessa – è il coronamento della Buona Scuola dopo il Covid, con l’apoteosi del distanziamento fisico e sociale, l’esaltazione della funzione decisionale dei dirigenti-sceriffi e adesso sanificatori, l’irruzione in gran spolvero dei privati, anche sotto forma di organizzazioni a alto valore simbolico dedicate a ammaestrare i pupi alle magnifiche sorti educative del Terzo Settore, il consolidamento dell’utopia digitale con la “telescuola” che fa rimpiangere il maestro Manzi a uso e consumo di una selezione di alunni favoriti da pc, rete, genitrici disposte a arrendersi al complementare smartworking in modo da assolvere anche al ruolo pedagogico oltre che al tradizionale lavoro di cura, gratuitamente, è ovvio.

Scorrendo le linee guida della ministra Azzolina, apprendiamo che si andrà a scuola di sabato, che la didattica   sarà “in parte in presenza e in parte digitale” per gli studenti delle scuole superiori; che le discipline saranno aggregate in aree e ambiti settoriali e che per fare lezione si useranno anche cortili, teatri, cinema e biblioteche, a patto di   evitare assembramenti e raggruppamenti.

Dovranno inoltre essere previste entrate e uscite diversificate e distanziamenti adeguati,  mense con più turni, tutte misure affidate appunto a presidi e dirigenti scolastici “nel rispetto dell’autonomia scolastica” ma con una feconda apertura a personale educativo esterno responsabile di attività integrative o alternative alla didattica grazie alla sottoscrizione di “patti di comunità”, Onlus, associazionismo  teatrale (mimi? guitti? soubrette?  acrobati e circensi?) e culturale presenti sui territori.

E per i più piccoli esonerati dalle mascherine, si “dovrà prevedere la valorizzazione e l’impiego di tutti gli spazi esterni ed interni”, promuovendo un’organizzazione “dei diversi momenti della giornata che dovrà essere serena e rispettosa delle modalità tipiche dello sviluppo infantile, per cui i bambini dovranno essere messi nelle condizioni di esprimersi con naturalezza e senza costrizioni”, lasciando però a casa il rischioso orsetto di peluche o l’imprudente Barbie proverbialmente promiscua.

In questi anni la  corporazione degli insegnanti non ha avuto buona stampa.  E non li ha aiutati a guadagnare quell’appoggio della cittadinanza, che sarebbe dovuto a chi è incaricato di istruire le generazioni a venire, una certa indole alla sopportazione delle  umiliazioni economiche e morali in cambio di una modesta pagnotta “sicura”, per  la tendenza a assoggettarsi al tacito mandato di trasmissione dei messaggi e dei valori propri dell’establishment quando non del regime,  per l’indifferenza castale mostrata nei confronti delle lotte di altri lavoratori, che è costata loro un’analoga noncuranza in occasione del susseguirsi di contro-  indecenti, di tagli inverecondi che colpiscono i docenti certo, ma tutta la società di oggi e di domani.

È di questi giorni una intervista allo storico Barbero che, richiesto di esprimersi sul “bornout”, quella sindrome di defezione, depressione, insoddisfazione diventata una malattia  professionale dei docenti, dichiara che per combatterla basterebbe che  gli insegnanti fossero assunti regolarmente, pagati bene e lasciati lavorare in pace. “Ma siccome, sostiene,   queste appaiono oggi condizioni da favola, del tutto irrealizzabili, fare l’insegnamento non è più soltanto uno dei lavori più faticosi del mondo, come è sempre stato, ma anche uno dei più frustranti”.

Eppure e non a caso, la loro è una categoria sotto attacco, da quando  l’ideologia unica del profitto, dell’iniziativa imprenditoriale sregolata,  della competizione e del marketing ha convertito i valori della cultura, dell’istruzione e di conseguenza dello spirito critico  in pericoli da neutralizzare.

Basta pensare al consenso per l’alternanza scuola-lavoro che vanifica quella conquista civile che è il diritto allo studio per cui generazioni hanno combattuto, sicchè  passare l’infanzia e l’adolescenza a scuola, senza essere obbligati a lavorare,   è diventato una sterile perdita di tempo, che allontana dal mondo reale e penalizza i talenti e le ambizioni della futura classe dirigente che dovrà essere costituita di tecnici, esecutori specializzati.

Quelli cioè che anche grazie alla criminalizzazione dei parassiti: : 3 mesi di vacanza!  un mestiere da donne sempre in malattia o in stato interessante! l’ultima opportunità di avere un reddito modesto ma sicuro per matematici, filosofi, economisti, matematici frustrati e neghittosi, e in virtù di tagli all’istruzione pubblica vengono sospinti ragionevolmente a approfittare dei servizi di quella privata, che non è lecito chiamare parificata se gode di trattamento e sostegno economico e superiore, quindi impari.

Eppure oggi credo vada  riconosciuto che, se dopo questi mesi, resiste il “simulacro” dell’istruzione pubblica, lo si deve proprio ai docenti, una volta registrato il fallimento della didattica a distanza non appena sperimentata da insegnanti, personale, famiglie, alunni.

Sono stati loro a cercare di tenere in piedi il sistema, hanno sperimentato e messo in pratica forme spontanee di aggiornamento e di acquisizione di competenze digitali, senza tante piattaforme SOFIA e corsi di formazione fasulli e a pagamento, sono loro che hanno mostrato un inusuale spirito di servizio e una certa creatività, e, non ultimo, forse inconsapevolmente, fatto comunità con alunni e famiglie, come dovrebbe essere, come non è più da tempo e come non sarà se, come c’è da temere, prenderà piede la didattica a distanza, agile come lo smartworking, selettiva già all’origine e che dopo l’esperienza del lockdown è piaciuta non  a caso al governo, alla ministra capitata per caso e all’Anp, l’associazione dei dirigenti scolastici, impegnati unicamente nella gestione amministrativa e burocratica del sapere, con il valore aggiunto di quel po’ marketing e di iniziativa commerciale ormai ineludibili.

Sono questi ultimi che vogliono, unanimemente e grazie al Covid19, imporre drastici tagli alla categoria, proprio quando distanziamento e alternanza imporrebbero di incrementare il numero degli addetti, e retrocederla a compiti di sorveglianza sanitaria, gestione dell’ordine, e, in sottordine, di una pedagogia di varia umanità non umanistica, quella che piace alla scuola della vita frequentata dagli influencer su Facebook, come camouflage decorativo di una formazione indirizzata unicamente a accedere a lavori esecutivi e specialistici, per i quali intelligenza, razionalità, logica, senso critico rappresentano vizi da nascondere nel curriculum, insidiosi ostacoli alla carriera.

Sono loro che  usano l’emergenza per consolidare quel disegno di sottomissione alle dinamiche di mercato che favoriscono la privatizzazione dell’educazione attraverso la dismissione e l’esternalizzazione di interi settori o    l’ingresso del privato nella gestione e nella determinazione degli indirizzi.

Negli anni passati ha suscitato un certo scandalo presto dimenticato l’attività di marketing e commercializzazione del “sapere” svolta da dirigenti scolastici che mutuano dall’aziendalismo gli espedienti e i messaggi pubblicitari per attrarre la clientela delle famiglie che vogliono collocare i delfini in istituti esenti dal meticciato, pronti a questo scopo a contribuire con donazioni e assistenza economica.

Adesso con le linee guida che affidano proprio ai burocrati della scuola il distanziamento, la politica delle inique disuguaglianze perfino sui banche della prima B è legalizzata. E un aiuto in più verrà se a fronte del fallimento accertato del decentramento regionale, passeranno le istanze di autonomia del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna che esigono maggiori e libere competenze su programmi scolastici, investimenti, organizzazione, assunzioni e trasferimenti. Così a decidere come saranno le basi e i fondamenti culturali e educativi dei nostri figli e nipoti sarà Zaia, sarà Fontana ancora al suo posto, irriducibilmente, sarà Bonaccini che, se appartengono a ceti disagiati meritevoli di assistenza pubblica, li manderà a raccogliere pomodori gratis.

Però saremo tutti connessi, grandi e piccini, in un total time (mica si può rinunciare tra lockdown, smartworking, sneeze, droplet, a un supplemenro di gergo imperiale) che comprende impegno professionale, lavori domestici, apprendimento, svago, assistenza (preferibile a domicilio come dimostrano le poche statistiche certe), relazioni umane.

Dimenticando, grazie alle baggianate dei pensatori da talkshow, le perdite che subiamo e  che sono a nostro carico, quei danni irreversibili inflitti alla socialità, che fa parte del bagaglio da mettere nelle mani di bambini e giovani,  con la riduzione dei processi culturali a sistemi rigidi di algoritmi e operazioni messi a punto per  distruggere ciò che resta    del pensiero critico e autonomo,  imballandolo in quel cartone da commercio online dove tutti   sono al tempo stesso produttori e consumatori  di dati e conoscenze.

Ecco pronta la scuola senza scuola, quella dell’Umanesimo digitale come la dipingono i sacerdoti del cambiamento ma in peggio, della gara, dove vince sempre il solito Golia, gigante per nascita, rendita o affiliazione ai cattivi della terra, della meritocrazia che invece di correggere le ingiustizie, le consolida all’origine della lotteria maturale o della selezione di classe. Quella senza aule, senza dispetti e senza risate, senza gesso e senza lavagna. No, quella c’è e noi, come al solito,  siamo dietro, in punizione.


Sfruttatori, Sfruttati & Sfrattati

venAnna Lombroso per il Simplicissimus

La dura realtà della stentata “ripresa” ha fatto irruzione nell’immaginario di chi si era illuso che l’incidente straordinario rappresentato dall’epidemia offrisse una scelta tra tornare alla “normalità” preesistente o cambiare modello di sviluppo e stile di vita alternativi a quelli che hanno determinato il “contagio” globale.

E come al solito ci viene proposto di affidare la riparazione dei  danni del sistema finanziario e  di mercato al sistema finanziario e di mercato,  con l’ostensione perfino dei simulacri che proprio il Covid19 aveva  scaraventato giù dai piedistalli.

Infatti, come certe statue di influenti volute e tollerate, tardivamente contestate e che continuano a testimoniare di errori, colpe, delitti, certi miti resistono malgrado abbiano mostrato la loro natura ingannevole: si professa l’atto di fede e il credo nell’Europa generosa e solidale, si affida il governo dell’economia alle banche canaglie per la cui salvezza sono state consumate dissipatamente le risorse tolte alla sanità e all’istruzione, si confida nelle sorti progressive della digitalizzazione, fino a convincerci che possa rappresentare il motore della ripresa, della ricostruzione, dell’occupazione a dispetto del prevedibile fallimento di quello che si chiama il capitalismo delle piattaforme.

Eppure abbiamo visto siti che hanno rivelato la loro inadeguatezza strutturale non sopportando il numero degli accessi, o le grandi catene dello shopping online impotenti a soddisfare il surplus di ordinazioni.  Eppure abbiamo visto il flop dell’utopia tecnocratica in un click svelato dalla inidoneità fisica e culturale dell’apparato “produttivo” e didattico  a convertirsi allo smart working e alla didattica a distanza, confermando la discrasia  tra la potenza virtuale della cyber innovazione  e la sua concreta efficacia.

Che è poi la verifica sempre tardiva che gli strumenti dl progresso sono appunto mezzi, armi,  ed è il loro impego a essere decisivo e suscettibile di produrre cambiamento o effetti collaterali, alleviare la fatica o incrementare la servitù.

In un mio post di due giorni fa (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/06/16/tutto-il-male-vien-per-nuocere/) ho accennato  a Airbnb è diventata l’incarnazione dell’invito globale rivolto a nuovi straccioni a diventare imprenditori di se stessi grazie alla potenza salvifica delle piattaforme nell’era del capitalismo digitale, la success history della retorica delle start up.

La sua storia e quella dei suoi creatori è diventata leggenda come altre materializzatesi in garage, scantinati da dove si ergono le figurine pionieristiche dell’inventiva autarchica e le icone dell’ottimismo combinato con l’arrivismo, dell’entusiasmo mescolato con la spregiudicatezza.

E costituisce  anche l’adeguamento del sogno americano alle miserie morali delle bolle finanziarie quando le risorse della Silicon Valley individuano i nuovi territori da occupare, grazie all’innovazione tecnologica, in questo caso nelle città,  dove la app dei tre ragazzi di San Francisco, il posto dove gli affitti sono i più alti degli Stati Uniti, contribuisce allo svuotamento dei centri storici, alla loro museificazione, alla sottrazione di alloggi per potenziali residenti stabili e all’aumento dei canoni.

Come al solito al danno si accompagna la beffa: in questo caso rappresentata dalla rivendicazione firmata dai tre inventori  – Chesky, Gebbia e Blecharczyk – di aver creato più che un prodotto un’utopia realizzata all’insegna di quella economia collaborativa che si fonda sulla fiducia reciproca e sulla potenza egualitaria e redistributiva della rete, concretizzando l’ideale che “ogni comunità possa essere un luogo dove sentirsi a casa propria”. Mentre si tratta semplicemente dell’uso speculativo di una idea di condivisione che fa incontrare un profitto facile con la retrocessione del “cosmopolitismo” nuovo caposaldo della globalizzazione,  a consumo delle città, del patrimonio artistico e  paesaggistico, grazie a un turismo invasivo e dissipatore.

Un libriccino che procura un amaro godimento, a firma di Sarah Gainsforth, racconta proprio il miracolo Airbnb, città merce, prendendo a esempio Lisbona, circa 500 mila abitanti, che viene invasa dall’arrivo di 14 milioni di turisti ogni anno, la cui economia locale è stata stravolta dalla bolla dei subprime del 2008 e dove quartieri un tempo popolari come Alfama e Mouraria sono “in vendita”, dove le riqualificazioni (che contemplano il distacco delle azulejos, le preziose mattonelle azzurre destinate alle piscine dei resort della California e degli sceiccati)  consistono nello svuotamento di stabili per convertirli in residenze turistiche e dove i proprietari investono in ristrutturazioni per poi locare con affitti brevi così in pochi mesi nel corso del 2018 ben 22 mila alloggi del centro della città sono finiti sul Airbnb.

E se il successo dell’app era nato per appagare i ragionevoli appetiti di chi sperava di mettere insieme il pranzo con la cena mettendo un materasso in più in casa, affittando la stanza di nonna messa in casa di riposo, aprendo ai viaggiatore la casetta al paesello semiabbandonato, a Roma sono quelli che possiedono più di un alloggio in affitto a costituire il 56 per cento delle  offerte sul sito, a dimostrazione che l’affiliazione al sistema ha perso il carattere di espediente salva-sopravvivenza e è diventato un business profittevole per rendite, possidenti e imprese proprietarie e immobiliari.

Nella Capitale  l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000 appartamenti, il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Ma il terzo  è Airbnb, con quasi 19.000 appartamenti, sottratti al mercato ordinario,  ma contando anche le singole stanze si arriva a 30.000. E  se a  Venezia il 12% delle case nella città storica, è affittato a turisti tutto l’anno, le offerte sulla piattaforma hanno saturato il centro e così il mercato si è spostato su Mestre e Marghera dove il numero degli alloggi “brevi” è decuplicato, è  Firenze invece la città con la più alta concentrazione di stanze e appartamenti privati su Airbnb nel centro storico, il 18%.

Ormai è una banalità dire che l’Italia, che prima del Covid era la quinta destinazione turistica mondiale, con un volume d’affari di circa 172,8 miliardi di euro l’anno, il 10,3 del Pil, è destinata a diventare un grande parco tematico, proprio come immaginava il Terzo Reich che voleva farne il resort dei tedeschi ricchi. Per questo sarebbe opportuno ricordare che si dovrebbero frenale le pulsioni autonomistiche dei sindaci, quelli che brigano per allungare la lista di immobili pubblici messi in vendita per essere trasformati in strutture ricettive: a Venezia isole, palazzi, monumenti storici come il Teatro di Anatomia,  a Firenze dove la Cassa Depositi e Prestiti si impegna in qualità di vero e proprio istituto finanziario a vocazione immobiliare per sottrarre patrimonio pubblico agli abitanti come nel caso della vendita della Villa Medicea di Cafaggiolo.

Deve essere proprio un’ossessione toscana voler persuadere che ogni nefandezza, ogni oltraggio, ogni cedimento a interessi e lobby sia prodromo di un nuovo rinascimento. E infatti tra le molte utopie del ministro Franceschini c’è anche la promozione in grande stile un progetto a forma congiunta sua e di Airbnb: Italian Villages per espandere a rete anche nei piccoli borghi e di valorizzare l’iniziativa The Italian Sabbatical, che propone a quattro persone estratte da una selezione mondiale, di godere di un buen retiro, un soggiorno di tre mesi in provincia di Matera a Grottole, dove, l’hanno denunciato  Sunia e Cgil, non esistono più case in affitto per i residenti

E figuriamoci cosa succederà adesso che bisogna  promuovere l’attrattività turistica italiana dopo la pandemia. Già si può immaginare che i pesci piccoli che erano caduti nella rete, soffocheranno, mentre si salveranno gli squali, quelli più strutturati, comprese le agenzie che ormai usano Airbnb per offrire oltre al loro pacchetto di alloggi, anche iniziative ed eventi speciali come la Notte con Monna Lisa con visita esclusiva al Louvre, le serate con star della canzone,  la promessa die Gladiatori al Colosseo.

A dare una bella mano alla definitiva conversione del turismo in industria pesante alla stregua della metallurgia e parimenti inquinante, non c’è solo il mito secondo il quale ci si può improvvisare imprenditori di se stessi e guadagnare una certa libertà scegliendosi modi e orari della servitù, ma anche il rigetto dell’interpretazione aristocratica del “viaggio” e della scoperta, in regime di monopolio per élite acculturate e privilegiate.

Come se fosse una conquista stare pigiati in alloggi di fortuna, accatastati in stanzette cui mancalo gli elementari requisiti di pulizia e igiene, stiparsi davanti a un quadro, essere trascinati come mandrie instupidite per calli e ramblas. Come se fosse una giusta emancipazione usare le merci città a discapito di chi le abita, condannate a un destino di parchi di divertimento, in cui i cittadini interpetrano se stessi come figuranti che recitano tradizione, usi, servendo a tavola, trasportando valige, facendo i locandieri, che vanno a dormire altrove per tirar su la giornata.

Adesso potrebbe essere il momento buono per resistere a certe lobby, adesso che tre mesi di stanze vuote e prenotazioni cancellate almeno per un anno potrebbe aver mostrato che l’illusione di guadagni facili è fallace.

Basterebbe rimettere sul mercato i vani in più a disposizione dei residenti, basterebbe esigere che venissero adottate facilitazioni per chi contribuisce a tutelare l’identità e la civiltà di una città grazie alla tutela dell’abitare per chi ci è nato o ci vuol vivere per sempre collaborando alla conservazione e manutenzione dei beni comuni. Basterebbe esigere che gli istituti bancari, le casse di risparmio che abbiamo dovuto salvare dopo che hanno generosamente erogato a malfattori affini, concedessero finanziamenti agevolati a chi vuole restare a casa sua, a chi vuole mantenerla in buono stato, a chi vuole un tetto sulla testa dove risiedono i ricordi delle strade, delle voci, della gente, delle storie della sua città.

 

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: