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Buon anno del porco

cinAnna Lombroso per il Simplicissimus

Gioviale cosmopolitismo? Pittoresca adesione a un ideale di accoglienza? Da ieri Via Condotti a Roma è addobbata a festa per celebrare il Capodanno cinese, Altrettanto succede a Milano e in altre città.

Ci sono ricorrenze che minacciano di scomparire, la cui data sul calendario da rossa diventa nera non a caso, 25 aprile, 2 giugno, per intenderci, diventate fastidiosi obblighi da assolvere sbrigativamente o meglio ancora da rimuovere in qualità di minaccia per la pace sociale. Altre si sono trasformate in un paradosso, come il Primo maggio che solennizza il Lavoro che non c’è e il lavoratori che al massimo possono rievocare quello che hanno perduto. Per il resto come si sa qualsiasi anniversario è stato convertito in fescennino  commerciale con tanto di bottiglia di cognac e cioccolatini, mimose, colomba e panettone, perfino zucca da quando il culto die morti è diventato ilare occasione per pizza e birra, dolcetto e scherzetto, come l’8 marzo memore di un incendio funesto, e via via le feste dei papà, delle mamme, dei nonni, spunto per appositi consigli per gli acquisti, svendite d’occasione e deplorazione per chi non ha ricordato la giuliva solennità, in attesa che le promozioni per il giorno della memoria prevedano le praline “Perlasca” o peggio il brandy Terezin.

Personalmente ho in antipatia i festoni di Natale che campeggiano sulle vie del centro, impolverati e malinconici fino a  febbraio inoltrato fino a ora sostituiti da altrettanto desolate cascate di stelle filanti e lancio di coriandoli, poi da vetrine invase da sconsolati pulcini interrotte anticipate da mazzolini di mimose, con il loro indimenticabile sentore di marcio e cimitero.

Meglio dunque qualche drago, qualche stendardo rosso che almeno fa allegria. E fa anche giustizia di quell’instancabile chiacchiericcio a riprovazione di un’invasione non del tutto pacifica: e non se ne può più, si sente dire, di quei negoziacci  a 1 euro che hanno abbassato il livello delle strade cittadine. È ora di finirla che al posto dei nostri bacari, delle nostre hosterie, dei trani e della pizzerie si vedano “La città imperiale”, “Mandorli in fiore”, e aleggi dappertutto il puzzo irrancidito degli involtini primavera! E giù a protestare come non si è fatto con la sostituzione della trattoria sotto casa con il “Burgher”, del supermercato francese dove si vende il parmesan al posto del prestinaio e del pizzicarolo, per non parlare dell’italiano rimpiazzato da un gergo per cretini globali di tutte le latitudini. Peggio mi sento quando di parla di prodotti informatici, dell’anatema contro smartphone e cellulari esplicitamente made in China cui sarebbe doveroso preferire quelli prodotti là ma pudicamente distribuiti da imprese tedesche, inglesi, scandinave che non ricordano nemmeno più cosa vuol dire studiare, sperimentare, applicare ricerche e brevetti e si accontentano di attaccare etichette, stoccare e fare i magazzinieri e i postini, e quando chiunque acquisti su internet o in un centro commerciale, tutti ormai dichiaratamente stranieri, è abilitato a sapere cosa si cela dietro a certi made in Italy, o made in England: nel migliore dei casi un’attività di assemblaggio di parti o un marchio pagato per aggirare ostacoli all’importazione e far pagare di più i citrulli che ci cascano.

Non stupisce che mentre è in corso il definitivo declino, politico e morale, dell’impero Occidentale tra le “promesse” trumpiane di olocausti atomici, guerre di rafforzamento istituzionale purché altrove, tra repressione di tentativi e sussulti democratici, di autonomismi e separatismi, bolle che scoppiano e fallimenti bancari, il cittadino medio di quest’area dopo aver perso tanto, si compiaccia di possedere ancora un’insensata percezione della sua superiorità retaggio di più fauste ere coloniali, alimentato da impresari del sospetto, della paura e dell’isolamento, che si invigoriscono creando demoni, alimentando conflitti e concorrenza sleali nelle quali siamo condannati a perdere, perché è inevitabile succeda così se non si vuol vedere oltre il guardare, se ci si convince che non si ha nulla da apprendere dagli altri. E se si pensa di conservare una malintesa identità  grazie alla cooptazione economica dell’Europa nei trattati di cooperazione che altro non sono che di dipendenza e subalternità, ancora più risibili oggi che dopo una serie di colloqui informali, si attende a fine mese l’incontro tra Trump e Xi Jinping, che la Cina ha in corso di approvazione una legge sugli investimenti esteri che permette agli operatori oltre confine di avere la maggioranza e di non trasferire tecnologia, che i servizi e i prodotti finanziari americani avranno accesso al mercato cinese, mentre parte del risparmio cinese (nell’ultimo decennio pari  al 492% del pil, con il debito societario salito al 188% del pil) approda a Wall Street.

Proprio non si vuol capire che non è un caso che i colossi statali abbiano nel 2018 hanno fatturato 4300 miliardi di dollari, 1/3 del pil cinese, a conferma dell’importanza dello Stato nell’economia, della sua forte programmazione economica, centralizzata e regionale, della sua  capacità di orientamento, investimento  e redistribuzione, proprio l’esatto contrario di ciò che ha imposto il mercato come unico decisore, autore dei danni cui si chiedono soluzioni e panacee. Con alcune recenti misure licenziate a fine anno le detrazioni  fiscali mensili ammontano  a 400 yuan (50 euro) per master o corsi di formazione, 1.000 yuan per spese affitto, 1.000 yuan per ciascun figlio a scuola, 1.000 yuan per cura di ciascun genitore e detrazioni annuali per spese mediche pari a 60 mila yuan (7.500 euro). La sanità è a carico dello stato al 70% e per il 30% del lavoratore che anticipa mensilmente le spese mediche in previsione di un credito di imposta pari al costo sostenuto alla fine dell’anno. Questo in vista della promozione del sistema universale della sistema dell’assistenza che mutuerà la formula italiana e francese.

Così magari saranno soddisfatti quelli che pensano che i cinesi sanno solo copiare e taroccare. Mentre noi ci beviamo tutto, che siano comunisti, che siamo meglio di loro, noi che gli imitiamo perfino il Capodanno.. per quanto questo sarà l’anno del maiale e sui porci non temiamo concorrenza.

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Chi di smartphone ferisce, di smartphone perisce

Teenager-mobileIn questi giorni ha suscitato un certo interesse l’intervista al giurista Ugo Mattei fatta da Byoblu che spiega perché da quache tempo non si possa più togliere la batteria agli smartphone: perché il sistema non può permettere che siate in qualche modo disconnessi. Sebbene da un punto di vista tecnico non è una risposta del tutto soddisfacente ( vedi nota) e l’impossibilità di cambiare la batteria è volta più a forzare l’obsolescenza programmata di quei veri e propri terminali che sono diventati i telefonini, da un’angolatura più generale essa calza a pennello al mondo contemporaneo sorvegliato, guidato  e socialmente controllato a partire da alcuni centri di potere tra di loro collegati che partono dai gestori di telefonia per passare attraverso le major che gestiscono la ricerca web e i social. per finire ai grandi server madri che gesticono il traffico e che di fatto sono controllati del governo Usa. Questa governance reale che di fatto è l’impalcatura di sostegno del capitalismo contemporaneo è diventata la vostra reale proprietaria e anche la fonte di ogni giurisdizione.

Come sia forte questa capacità di condizionamento  e dunque anche di nascondimento della stessa lo dimostra il fatto che mentre cresce l’ossessione per la privacy del computer, dello smartphone e ormai pure dei televisori e dei frigo, tanto da spingere i produttori a proporre, naturalmente a caro prezzo, soluzioni di sicurezza anti coniuge o colleghi o genitori, che vanno  dall’impronta digitale e quella facciale e persino a quella dell’iride, di fronte all’abolizione della batteria estraibile che pure qualche interrogativo dovrebbe suscitarlo, l’unica domanda che ci si pone è come riavviare un telefonino andato in tilt, cosa che prima si faceva semplicemente togliendo l’accumulatore. Del grande fratello che conosce tutti i tuoi movimenti, le tue spese, le tue lettere, persino i tuoi amorazzi, nessuno si occupa, anzi nessuno ne vuole sapere nulla per non dover agire.

Naturalmente tutto questo ha bisogno di grandi capacità di calcolo e sempre di più anche di una gestione intelligente diventata impossibile per gli umani. Così veniamo alla notizia di qualche mese fa che al contrario dell’intervista a Mattei è rimasta in sottofondo ed è stata poco valutata: l’intenzione espressa dal leader cinese Xi Jinping di fissare il prossimo obiettivo del Paese di Mezzo nella battaglia per la supremazia nell’intelligenza artificiale. Già la Cina ha superato gli Usa per potenza di calcolo globale e per capacità dei singoli supercalcolatori, ora entro il 2025 vuole  diventare prima della classe anche nell’evoluzione intelligente dell’informatica, un obiettivo che è perfettamente alla sua portata non solo delle sue scuole eccellenti (i cui studenti regolarmente battono quelli americani) ma anche del flusso economico visto che la Cina ha il primato nel campo delle trattative economiche online e detiene il 40% dell’e commerce planetario. Questo per non parlare dei successi nel campo del riconoscimento vocale già più avanti rispetto alla Silicon Valley, dei droni o anche dei veicoli senza conducente, cose sulle quali il cittadino occidentale non viene minimamente edotto, portandolo a pensare che queste cose nascano e si facciano solo in occidente. La risposta di Trump è stata quella di ridurre dell’ 11% i finanziamenti pubblici alla ricerca sull’intelligenza artificiale e del 20% quelli dedicati alla ricerca in genere, in maniera da trovare soldi per i voraci azionisti e la loro ulteriore detassazione.

Come però abbiamo visto non si tratta solo di progressi da sventolare e da commercializzare, si tratta di acquisire una superiorità in ciò che è divenuta la trave portante del capitalismo finanziario ormai impossibile da immaginare in sé e nei suoi massacri di civiltà senza intelligenza al silicio. Solo Putin sembra aver compreso lucidamente che “chi dominerà l’intelligenza artificiale dominerà il mondo”, ma non le elites occidentali che ormai sono volte al massino profitto possibile in un modo che coincide anche col loro suicidio, una volta perso il monopolio del controllo.

Nota In realtà i telefonini possono avere  anche una batteria supplementare piccola e nascosta per alimentare l’orologio ovvero il chip di clock e perfettamente in grado di inviare ad intervalli i burst che permettono alla rete cellulare di essere sempre pronta a trasmettere e a sapere quanti dispositivi (e quali) sono in zona pure a telefono spento o nei vecchi sistemi anche senza la batteria principale e senza sim. Inoltre non è difficile isolare completamente uno smartphone anche senza togliere la batteria: è sufficiente usare il metodo cartoccio ai frutti di mare: ricoprirlo con tre strati di comune carta di alluminio da cucina sigillandolo bene da ogni parte e porlo in una scatola di metallo come quelle d’antan dei biscotti, anch’essa sigillata attorno alla chiusura con nastro adesivo all’alluminio o ancor meglio mettere l’apparecchio con il suo “cartoccio” in uno shaker d’acciaio. Nemmeno gli alieni saranno in grado di rintracciarlo.


Meglio populisti che servi

populismoUna volta si diceva che ne uccide più la penna  che la spada. Ed è vero pure oggi anche se le lame hanno lasciato il posto ad ordigni ben più infernali perché le tastiere, i mezzi di diffusione del loro prodotto e le tecniche di persuasione suggerite dalla psicologia sperimentale e dalle neuroscienze sono divenuti altrettanto letali. Lo possiamo constatare in questi giorni, anzi in questo intero anno nel quale si è palesata per la prima volta in maniera chiara e diffusa l’opposizione al globalismo neoliberista e alla sua rete di potere: ciò che non è conforme viene svuotato di ogni specificità politica e di ogni concretezza storica diventando genericamente populismo sia che si tratti del Brexit o di Trump o della svolta filorussa in Bulgaria e Moldavia, per finire al referendum costituzionale italiano.

Paradossalmente l’uso del termine populismo esprime quella stessa vaghezza e ambiguità per descrivere la quale il termine stesso è stato inventato. Così nulla è più populista del populismo che alla fine significa solo opposizione alle filosofie, alle pratiche, agli strumenti del liberismo globale e del suo progetto oligarchico, da qualunque parte arrivino. Una prova del nove lo si ha dal patetico e penoso appello dei sedicenti intellettuali europei che chiama alla mobilitazione contro i populisti firmato da vecchi e dimenticati tromboni come Felipe Gonzales, personaggini di provincia come Mercedes Bresso e Sandro Gozi, falsi profeti a pagamento e plagiari come Saviano, fedeli servitori del potere come Cohn Bendit, un sostenitore delle elezioni a sorteggio come David Van Reybrouck, insomma un indigeribile fritto misto di valletti marginali del Benelux e dello Stivale, spesso espressione della destra, tutti fan del Sì per quanto riguarda gli italiani, che esprime la preoccupazione per le sorti dell’Europa dopo le elezioni americane, ignari di svelare così il mefitico intreccio fra la Ue e clan finanziari multinazionali.

Ma ancora una volta il populismo rimane come un ballon d’essai inafferrabile, un drago invisibile contro cui gli improvvisati San Giorgio partono lancia in resta. Ed è ovvio che sia così perché il populismo non è nient’altro che il risultato di un’operazione linguistica operata dai media che potremmo definire sottrazione definitoria. Ossia un termine che va bene per qualsiasi occasione e scopo, utile a creare qualsiasi correlazione illusoria, che ha senso solo come formula per esorcizzare un male oscuro del quale non si conoscono né si vogliono specificare i caratteri anche per non svelare i propri. E’ una tecnica della persuasione uguale contraria a quella in cui invece si trova una parola per simulare la creazione e la nuova desiderabilità di un oggetto che invece esiste già: un esempio è l’invenzione  di smartphone per designare qualcosa di già presente, ovvero il telefonino evoluto, ma che aveva bisogno di un nome nuovo  per scalare le vendite e creare le premesse di un bizzarro e assillante universo commerciale. In questo caso si ha un’addizione definitoria.

Quindi non è un caso se la parola populismo, nata originariamente per definire in maniera negativa posizioni in qualche modo legate al socialismo, è stato usato praticamente ad ampio raggio: populista era il Partito del Popolo che negli Usa si opponeva alle grandi concentrazioni industriali e chiedeva elezioni dirette per presidente e Senato invece del sistema dei grandi elettori, ma populista sono stati  definiti anche Peron, Cardenas , Vargas, Chavez, Nasser e Nehru, populisti erano sia i giacobini, sia successivamente i bonapartisti (compresi anche quelli con Napoleone III°), populisti ex post i seguaci di Rousseau, populista il New Deal di Roosevelt, populista l’inventore delle pratiche di ginnastica Friedrich Jahn e lo storico Michelet, ma persino Obama è stato accusato di populismo, così come Bush per arrivare a Di Pietro e ai Cinque stelle. Questo per citare solo alcuni casi. Del resto anche sfogliando i vocabolari si intuisce questa dimensione inespressa e soppressa della parola: “atteggiamento ideologico che, sulla base di princìpi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi” (Treccani) oppure “atteggiamento o movimento politico, sociale o culturale che tende all’elevamento delle classi più povere, senza riferimento a una specifica forma di socialismo e a una precisa impostazione dottrinale”.

Questo ci porta però a una definizione concreta che va molto oltre quelle accezioni lideristiche che del resto sono stimolate anche dalle posizioni liberiste e ci avviciniamo a quella data da Daniele Albertazzi e Duncan McDonnell, cui si deve un’opera fondamentale in materia: “una ideologia secondo la quale al popolo  si contrappongono delle elites e una serie di nemici che attentano ai diritti, ai valori, ai beni, l’identità e alla possibilità di esprimersi del popolo sovrano”. In fondo è populista anche la normale dialettica democratica e si capisce bene perché alcuni sguatteri del potere considerino ora populista anche il suffragio universale.

Mi permetto però di trarre da tutto questo una nuova definizione totalmente attuale: con populismo si intende l’insieme di posizioni, forze, personaggi di qualunque posizione che tendono a promettere – a volte sinceramente altre volte strumentalmente –  cose che non sono possibili alla luce del livello di profitti e di potere atteso dalle elites di comando economico – finanziarie oltre che dalle teorizzazioni e dalle geopolitiche che ne derivano. In senso stretto allora i peggiori populisti, cioè quelli che mentono, sono proprio quelli che producono notte sociale, ma promettono l’alba impossibile della ripresa o di un ritorno di tutti alle vacche grasse e in nome di questa falsa promessa, per rimanere in Italia, vi chiedono il sì al referendum. I migliori sono semplicemente quelli che conservano un’idea di ciò che è la politica, la dignità, la speranza, la capacità critica: altro che manifesti  provenienti dalle cucine e dalle cantine di Bruxelles, perché ormai essere sinceramente populisti è un onore ed è in ogni caso meglio che essere servi.


Rai news prende l’ascensore

flexible-smartphoneNon sembrava quasi vero ai militanti Nato -euro – renziani di Rai news diffondere la lieta novella ideologica, per la verità un po’ amara per qualche multinazionale con i soli uffici commerciali in California, che in Cina si è “fermato l’ascensore sociale“. Questo lo si dedurrebbe dal fatto che nel Paese di mezzo le vendite di smartphone sono calate del 4% per il secondo trimestre consecutivo.La quasi ovvietà di questo assestamento di mercato, specie se in assenza di vere novità tecnologiche o anche gadgettarie è dimostrata dagli stessi dati citati dai Rai News, ovvero il fatto che la Cina con il 15% del pil mondiale assorbe il 30 per cento dei telefonini prodotti sul pianeta ( del resto quasi esclusivamente in loco): in queste condizioni, anche se le cifre sono errate (il pil di Pechino a prezzi standard supera il 20 %), una progressiva saturazione del mercato è  assolutamente normale, non c’entra un bel nulla con l’ascensore sociale.

Certo può essere un segnale di rallentamento, ma del tutto marginale. Questione di opinioni, di interpretazioni direte voi ed avreste ragione. Ma se questo fosse vero, se davvero non si leggesse dietro tutto questo un tentativo di dare un’interpretazione dei fatti all’insegna dell’ortodossia liberista e del Washington consensus, ci si chiede come mai la stessa Rai News non sia strappata i capelli l’anno scorso quando la vendita di smartphone ha fatto segnare un – 19% in Usa e un – 5 per cento nei nove principali Paesi europei pur crescendo altrove. Più che di ascensore qui si sarebbe trattato di precipizio sociale. Invece non solo non abbiamo appreso il dato, ma non si è sentito nient’altro che inneggiare alla ripresa data per certa.

Anche quest’anno le cose non vanno bene perché non solo il mercato comincia ad essere saturo, mala crisi fa sentire i suoi effetti eppure non sentiamo Rai news lanciare disperati allarmi sull’arresto dell’ascensore sociale, probabilmente perché gli autori, forse i complici  di simili opinioni, quell’ascensore va sempre in salita, come dimostra l’assunzione al soglio pontificio della televisione pubblica del direttore.


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