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Mose, l’Impero del fango

mose Anna Lombroso per il Simplicissimus

Voglio consigliarvi due piccole “vacanze intelligenti”, due weekend a Venezia il 29 e poi a Firenze il 6 e 7 ottobre, dove  si riuniranno i comitati che da anni si battono per realizzare la vera  grande opera,   di risanamento del territorio, di difesa del suolo e delle risorse, di contenimento del rischio sismico e idrogeologico, contro la distopia  megalomane e speculativa della Tav, del Mose, della sottovia che perforerà la città del Giglio, dell’allargamento irragionevole del suo aeroporto, e poi autostrade destinate a restare vuote, svincoli e rotonde, trivelle fino alla costruzione dell’unico Ponte sicuro, quello sullo Stretto, anche quello peraltro costato quattrini e oltraggi al buonsenso e alla legalità.

Giustamente il teatro scelto per la prima manifestazione è Venezia. Il cata­cli­sma giu­di­zia­rio che ha squas­sato Vene­zia e il Veneto 4 anni fa (pochi giorni orsono non è stata accolta la richiesta di patteggiamento per il più dinamico degli attori sulla scena, Piergiorgio Baita, tangentista a larghissimo raggio diventato testimone d’accusa) denunciò che il fango sul quale si erigevano le dighe mobili  schizzava dappertutto, riguardando le scelte di fondo: quella del sistema Mose, per la sua formidabile pressione e evidente incom­pa­ti­bi­lità con la natura stessa della Laguna di Vene­zia e con il suo deli­ca­tis­simo equi­li­brio eco­lo­gico e quella di affidare in con­ces­sione a un unico sog­getto pri­vato, il Con­sor­zio Vene­zia Nuova, l’incarico in regime esclusivo  di progettare, spe­ri­men­tare ed ese­guire gli inter­venti previsti, con ambedue i ruoli, controllato e controllore, e ambedue le funzioni, inquinatore e bonificatore, un mostro giuridico quindi che non aveva avuto precedenti ma che poi è stato copiato sia pure con minore efficacia, grazie all’egemonia culturale e politica dell’emergenza, che per contrastare  la rigi­dità del sistema delle garan­zie, la lun­gag­gine delle pro­ce­dure, la sovrab­bon­danza e a volte sovrapposizione di con­trolli, i lacci e laccioli, adotta come fosse una necessità anzi un dovere l’impiego di procedure eccezionali, il ricorso a commissariamenti,  l’applicazione di espedienti opachi e discrezionali. Allora lo scandalo assunse un significato allegorico, svelando  il nesso pro­fondo tra cor­ru­zione e grandi opere sicché più voluminosa, complessa e costosa è,  più è ineluttabile l’ubbidienza del deci­sore (il par­tito, l’istituzione, l’amministrazione) agli inte­ressi dell’impresa,  più è fatale e fisiologico ungere ruote, elargire tan­genti reali. E più si gonfia il progetto  più aumentano le risorse da far circolare nella cricca, regali, stipendi regolari, consenso, altre poltrone, collaudi, committenze e consulenze.

È così che si sono spesi 6000 milioni di euro per realizzare qualcosa che si sta rivelando anche inutile (il sistema di 78 paratie mobili chiuderà la porta alle maree eccezionalmente alte, da 110 centimetri a tre metri. Ma non potrà fare nulla per limitare i danni quando arrivano le «acque medio-alte», quelle tra gli 80 e i 100 centimetri, sempre più ricorrenti), per via del prevedibile aumento del livello del mare che i cambiamenti climatici già prevedono per il prossimo futuro, avvelenata per via del congegno  malavitoso e criminale che ha coinvolto politici, amministratori, imprese, magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza, corte dei conti e perfino ridicola e vergognosa, se il magnifico e superbo prodotto ingegneristico che l’attuale sindaco si voleva rivendere ai cinesi, è già un monumento avvilente di archeologia industriale prima di entrare  a regime, abbellita da interventi di maquillage affidati alla progettazione estetica dell’Università di architettura con tanto di passeggiate  e aree verdi, ormeggi e un muro «paraonde» costruito con i massi della diga demolita (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/03/14/mostro-in-mostra-ma-le-banche-scappano/).

E a giugno abbiamo saputo che sono occorsi altri  8,5 milioni per riparare il jack-up, la nave attrezzata da  50 milioni e ferma da 6 anni, pensata per trasportare le paratie  dalla Technital, l’azienda veronese del gruppo Mazzi progettista del Mose, e costruita dalla padovana Mantovani, azionista di maggioranza del Consorzio (l’azienda del succitato Baita), orfana di una gemella – la flotta ne prevedeva due con raddoppio della spesa, ultima notizia dal fronte delle disfunzioni, dai guasti e dei danni, con il rischio di cedimenti  strutturali per la corrosione elettrochimica dell’ambiente marino e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test (sono costate 250 milioni di un appalto senza gara “vinto dalla Mantovani, le cerniere che rischiano di non essere utilizzate), con i cassoni subacquei   intaccati dalla corrosione, da muffe, con le paratoie  già posate in mare che non si alzano per problemi tecnici e quelle ancora da montare, lasciate a terra, che si stanno arrugginendo per la salsedine nonostante le vernici speciali;  e con l’azione dei peoci, le  cozze, unici organismi viventi in un maestoso corpo morto.  

Non incoraggia certo la mesta previsione del provveditore  alle opere pubbliche del Triveneto Linetti, in rotta di collisione  coi commissari straordinari incaricati di vigilare dopo lo scandalo, ma che concorda con loro sull’entità del costo per completare il Mose:  “per finire l’opera sono già stanziati 221 milioni, a cui si dovranno aggiungere altri 70-80 milioni per la fase di avviamento. Poi ci sono i 400 milioni di residui. Complessivamente abbiamo altri 700 milioni di lavori. Ora dobbiamo solo essere autorizzati dal ministero a spendere una cifra tra i 70 e i 100 milioni, probabilmente più vicina ai 100, per pagare le imprese e rilanciare i cantieri”. Un altro capitolo  in bilancio riguarda la gestione-manutenzione che costerà 80 milioni l’anno, più altri 15 per la laguna, stando alle stime dello stesso Provveditorato. Cui si devono aggiungere  i lavori di manutenzione alle paratoie, alle cerniere… “Una voce, quest’ultima, tranquillizza Linetti, che però non supererà la trentina di milioni l’anno”.

Il Ministro Toninelli, che ha puntato il dito contro il Consorzio,  colpevole di «una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato: inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione», non ha lasciato dubbi. Comunque sia, il governo  vuole vedere l’opera finita, malgrado sia stata ridotta a una mangiatoia. E l’unico annuncio forte, anzi fortissimo, è che lui non presenzierà all’inaugurazione, ecco.

Tutti d’accordo dunque, 5Stelle e pure il Pd nei panni del deputato Pd Pellicani. Il Mose si deve completare. Anche se è inutile, anche se è stato e sarà una macchina mangiasoldi, anche se è stato e sarà con tutte probabilità un motore di interessi e affari opachi, anche se continua ad essere affidato a quel mostro giuridico impegnato in altre  ipotetiche nefandezze sempre costruite sull’acqua e sul fango. Pena, si direbbe, la riprovazione del mondo civile che invece guarderebbe con comprensiva indulgenza il crollo di un ponte, i terremotati all’addiaccio dopo due anni dal sisma, la conversione di ogni temporale in catastrofe alluvionale, lo stato del nostro patrimonio artistico talmente trascurato da imporne affidamento a privati e svendita.

Eh certo, che figura si farebbe ad ammettere che in Italia la corruzione è stato il motore delle decisioni, e che figura si farebbe a tornare sui propri passi, a considerare sia pure tardivamente quelle alternative che per motivi inconfessabili e ora evidenti non vennero considerate in passato, quelle indicate dalla grande scuola idraulica padovana –dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica, che immaginano l’applicazione di una modellistica matematica – modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile – applicata all’idrodinamica ed alla morfodinamica lagunare, più leggeri, flessibili e adatti a un ambiente così speciale.

Eppure l’alternativa c’è. Ma non piace, perché impone di “ripensare”. Anzi,  peggio, impone di “pensare”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Attila regna a Venezia

 Anna Lombroso per il Simplicissimus Miracolosamente appartati  e protetti dall’acqua, stavano appollaiati nelle casupole costruite come nidi di uccelli acquatici, su saline emerse dagli  acquitrini, su  isole naturali insieme a quelle formatesi coi materiali portati dai fiumi,  su relitti di dune e barene.   Oggi i veneziani minacciati da orde barbariche di fuori e in casa, non potrebbero trovare riparo come allora in quelle barene: all’inizio del Novecento, quando i predoni decisero del futuro industriale della Città, costituivano più del 25% della superficie lagunare, oggi ridotte a meno dell’8%. Sono servite come discarica per rifiuti tossici, ma anche per realizzare uno degli aeroporti più arrischiati d’Europa, per il Tronchetto da stipare di auto, ma anche per un inceneritore. La laguna da “pianura liquida”, secondo la definizione di Mommsen, è diventata un vuoto da riempire, per appagare ogni domanda di trasformarla nel terreno adatto all’accumulazione, propizio al profitto e alla speculazione.

L’eclissi dell’industrializzazione non ha fermato la forsennata corsa: cinque o sei anni fa la Fondazione Pellicani, creatura di un candidato sindaco trombato, malgrado l’appoggio del più schizzinoso dei suoi predecessori, per una volta di bocca buona, presentò un progetto visionario, che per fortuna fece la fine di altre megalomani improvvisazioni sul tema “Delenda Venetia”, sottovie, metropolitane, Expo, torri di Cardin a mò di imperitura memoria faraonica del sarto, che ogni tanto però riaffiorano come mefitici fiumi sotterranei. L’dea era nientemeno che quella di accontentare il “bisogno di case dei veneziani” (sic) – notoriamente ridotti a 83.775 isole comprese, espulsi, cacciati via, sfrattati, espropriati di servizi, negozi al dettaglio, luoghi di cura, mentre centinaia di abitazioni sono state retrocesse a seconde case, case vacanza, strutture ricettive,  residence – realizzando 4000 case galleggianti in Laguna, quartieri attrezzati appoggiati su piattaforme a pelo d’acqua fissate al fondo lagunare grazie a pilastri d’acciaio.

Per ora l’oltraggio non è stato compiuto, per ora però. Ma altri sono a buon punto se è comune all’iniqua alleanza di amministrazione (il sindaco sogna uno skyline sul quale si staglino grattacieli in stile Dubai da tirar su Marghera, che tanto è già disgraziata per conto suo, ma suggestivi per chi sta steso sul lettino ai margini della piscina di quell’obbrobrio  chiamato Albergo Stuky), speculatori finanziari, addetti alla svendita del patrimonio cittadino, costruttori, scavatori, istituzioni, amministrazione, la convinzione che Venezia abbia bisogno di “allargarsi” per respirare, per modernizzarsi, strappando la terra alla laguna e all’acqua. Quella imbrigliata dal Mose, prodigiosa opera ingegneristica particolarmente “ingegnosa” nel catalizzare malaffare, corruzione e devastazione preliminare a interventi ricostruttivi a cura sempre dello stesso artefice, il Consorzio, e  del quale uno studioso dell’Università di Padova, D’Alpaos, ha recentemente denunciato gli effetti mai davvero studiati e accertati in sede progettuale, visto che sono da sempre commissionati al concessionario:  «il cambio di direzione della corrente in alcuni rii interni della città; l’aumento della velocità dell’acqua in entrata e in uscita; le correnti sotto il ponte translagunare, da sempre zona di spartiacque e dunque di acque ferme».

Preoccupanti ricadute insomma, sullo stato idraulico della Laguna (il Cnr denuncia che per i cassoni del Mose sono state scaricate mezzo milione di tonnellate di cemento sott’acqua e nelle   tre bocche di porto interessate dai lavori,   l’abbassamento del terreno è nell’ordine di molti centimetri) e di conseguenza sulla sua salute e qualità, che sono trattate come le solite profezie di cassandre disfattiste e misoneiste, intente a ostacolare il fantasioso processo futurista per la Venezia del domani, da consegnare ai corsari , che non si arrendono nemmeno ai limiti imposti per ridurre il tenore inquinante dei combustibili, da sacrificare in nome delle smanie dei sottoscrittori del patto scellerato che hanno generosamente ridotto le pretese allo scavo del canale di Tresse, per far passare i mostri del mare, come vogliono gli incontentabili armatori, l’autorità portuale, le multinazionali turistiche, Confindustria, il Consorzio, incaricato come al solito dell’unico moto perpetua realizzato, scava e riempi, riempi e scava, inquina e disinquina, butta giù e tira su, perché non si possono deludere i forzati delle crociere che vogliono rimirare Venezia dall’alto, perfetta inquadratura da selfie e simbolica conferma di superiorità rispetto a una cittadinanza ridotta a formichine.

Torcello, trono di Attila

Torcello, trono di Attila

Insieme a Firenze ne ho parlato qui:  a Vicenza (dove Icomos, il braccio operativo  dell’organizzazione dell’Onu, ha chiesto chiarimenti al Comune in relazione al potenziale impatto della base Del Din, del complesso di Borgo Berga e del futuro passaggio della Tav, in particolare nella parte che prevedeva la realizzazione di un tunnel sotto Monte Berico), anche Venezia è oggetto di una “istruttoria” dell’Unesco, che ha rilevato problemi che potrebbero collocare la città tra i siti a rischio e che ha dato un termine nel prossimo febbraio a Stato, istituzioni e amministrazione cittadina per dare “chiarimenti”. Traffico eccessivo (una pudica definizione del passaggio dei condomini  galleggianti), continuo incremento del numero dei turisti rispetto a fronte del calo dei residenti e conversione  di residenze in appartamenti ad uso turistico, portano alla conclusione che la fatale  combinazione di grandi opere e trasformazioni  nella città storica, già avviate e in essere, incluso l’ampliamento dell’Aeroporto, lo scavo di nuovi canali profondi per la navigazione, il nuovo terminale portuale, il cambio di destinazione del tessuto abitativo in  edifici a finalità  turistica  producono una irreversibile perdita dell’identità storica, culturale, civile, di Venezia.

Tante volte mi sono chiesta se non ci sia qualcosa di malato, di perversamente patologico nella volontà di profanare, oltraggiare, contaminare la bellezza dei luoghi e che si combina con l’indole allo sfruttamento, al profitto rapace, alla svalutazione e alienazione anche morale dei beni comuni. Se non sia un istinto che muove a cancellare i valori della democrazia, esemplarmente indicati nella Costituzione, a avvilire lavoro e istruzione, a perseguire la retrocessione del popolo in esercito di schiavi mobili e ricattati e, insieme, a distruggere memoria,  cultura, arte, passato per appagare un presente che nega la storia per non farci sperare in un domani.

Forse a Venezia non ce la faranno, forse qualcuno anche senza saperlo si rifà alla sua epica, ma anche a quella storia di dignità e riscatto scritta da un piccolo uomo balbuziente, timido, ma determinato che riuscì a battere l’impero e a realizzare una libera repubblica. In questi giorni i suoi cittadini stendono a centinaia stendardi e drappi, innalzano bandiere, si infilano magliette e berretti, parlano, gridano, discutono, manifestano per dire al mondo che Venezia deve tornare dei veneziani, perché solo così può essere del mondo, di tutti quelli che la sognano, desiderano vederla, ci sono stati o non ci verranno mai, ma la amano e la rispettano, perché è la promessa che l’utopia può essere realizzata.

 

 


Tanto Casson per nulla

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che ormai un certo sconsolato scetticismo sia l’unica arma che possediamo per difenderci dalle disillusioni più amare. Non è una consolazione, ma l’incredulità resta un vaccino efficace che ci protegge dal contagio avvelenato dello sconforto e delle frustrazioni.

Così la notizia che il candidato sindaco di Venezia Felice Casson ha stretto un patto preventivo con il suo competitor, lanciando Pellicani come capolista,  non ha prodotto in me un grande turbamento: che nutrissi scarse aspettative lo avevo annunciato qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2014/12/29/basta-casson-a-farci-felice/.

Non ho infatti mai creduto agli effetti demiurgici della discesa in campo di ex magistrati, nelle vesti salvifiche di professionisti della giustizia e di tecnici quindi, più che custodi e garanti, della legalità. E non solo perché comincio a temere che non esista via virtuosa al potere, lastricato com’è il cammino politico di tremende tentazioni, dorati privilegi, confortevoli rendite di posizione, pratici trattamenti pensionistici. È che pretenderei di non limitare legalità, trasparenze ed onestà al semplice astenersi da reati, da piccoli o grandi atti criminosi, da comportamenti magari non trasgressivi, ma certo inopportuni o iniqui fino a diventare illegittimi.

Dimostra il governo in carica che l’incompetenza danneggia l’interesse generale, che l’ignoranza nuoce alla salute dei beni comuni, che l’improvvisazione, che non ha nulla a che fare con la fertile immaginazione, partorisce frutti avvelenati. E che si ledono i diritti fondamentali cancellando il lavoro, i suoi valori e le sue conquiste, devastando la scuola pubblica, limitando, fino ad eliminarla, la partecipazione dei cittadini alle scelte, abbattendo l’edificio dello stato sociale, dei servizi per le cure e l’assistenza, ma anche tagliando risorse per il trasporto pubblico o per la tutela del territorio, incoraggiando opere che finiscono per beneficiare speculazione e corruzione, indirizzando risorse verso azioni che accontentano l’aspirazione al consenso più che quella ad assicurare benessere diffuso.

A vedere i risultati non c’è grande differenza tra decisioni  ed atti magari frutto di intenzioni ottime e, quanto dilettantistiche, magari influenzate da persuasioni di carattere ideologico o condizionate da ragioni contabili o meramente tecniche, magari suggerite da quella prevalenza del pragmatismo, del realismo feroce e miope che ha tagliato le ali, e fossero solo quelle,  alla creatività politica, alla ricerca di modelli altri – ma non è il caso del governo – e la subalternità a una cupola padronale che agisce e si muove unicamente per appagare avidità personalistiche e private, ambizioni oligarchiche, pulsioni autoritarie – ed è il caso del governo.

Una ennesima declinazione dell’impiego dei tecnici, dell’abuso dei ragionieri, dell’uso improprio dei periti commerciali,   impone il ricorso a scopo dimostrativo di magistrati piazzati a fare da spaventapasseri, di vigilantes  messi a sorvegliare dalla guardiania,  per darci un po’ di guazza, per contrastare con qualche granello di polvere negli occhi l’antipolitica, in attesa del completamento del disegno golpista che renderà superfluo il consenso grazie alla conversione del voto in timbro a registrare e sigillare  l’egemonia del piccolo zarevic.

Si tratta di “immaginette” votive davanti alle quali accendere il moccolo della fede in un cambiamento concesso dall’alto. Ma tant’è, direbbe Slavoj Žižek, sperare nella salvezza del mondo portata dai marziani, tutto sommato meno distanti da noi del ceto dirigente.

Perché la rivelazione meno sorprendente ma ciononostante più amara è che la realtà dà ragione e giustifica il qualunquismo, che è inevitabile la trasmissione delle infezioni che germinano nella gestione della cosa pubblica, anche quelle della real politik, anche quelle della ragion di stato, sempre più irragionevoli laddove lo stato è espropriato di sovranità, retrocesso a funzioni notarili delle scelte pensate e ordinate altrove, come  quelle della necessità diventata imperativo e condanna alla cessione di diritti e garanzie e alla liquidazione di beni comuni.

Non sorprende dunque la mossa da vecchio politico consumato di Casson, nostalgica del vecchio consociativismo che proprio in Veneto ha trovato il suo laboratorio sperimentale, dettata dal desiderio  di ammansire i moderati espliciti e di conquistare quelli sotto mentite spoglie in un partito che da liquido è passato allo stato gassoso, avvelenato dai vapori mefitici del malaffare che ha intriso la politica cittadina.

«Si apre una nuova fase, con un’alleanza basata sui contenuti, per vincere tutti insieme», dice Pellicani, testimonial di quel “cambiamento” alla moda   di Fabrizio Salina e di tutti i principi e principini nazionali,  figlio esimio, enfant gatè dei dogi che si sono succeduti, giornalista influente della piccola Repubblica  periferica, la Nuova Venezia di De Benedetti, benevolmente protetto da Napolitano, vecchio amico di famiglia, abilmente impegnato, nei panni di homo novus che si affaccia alla politica per la prima volta, a lavare i panni di un partito compromesso   nel catino del radicamento territoriale, dei comitati civici,  delle organizzazioni e associazioni “produttive”, tanto care ai boy scout della Leopolda, cui si addicono  imprenditori e consumatori più che i cittadini.

Nella città del Carnevale vanno in scena due politici scafati in maschera da volonterosi avventizi, da appassionati neofiti, da eletti per caso.  Il fatto è che siamo già in piena Quaresima e a far penitenza siamo sempre noi.

 


Primaria ditta veneziana

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dimmi con chi vai… recita l’adagio. Ma meglio ancora si potrebbe dire “dimmi chi ti sostiene…”, come nel caso delle primarie che si stanno svolgendo a Venezia, dove il filosofo Massimo Cacciari nella sua parabola dallo Steinhof al San Raffaele raggiunge vette di irresistibile comicità sponsorizzando il suo candidato, Nicola Pellicani    “ perché interpreta un’idea della politica come sviluppo”, soggetto ideale per una raccolta fondi cittadina senza pregiudizi, che  “soldi da Roma non ne arriveranno più e dobbiamo trovarli in loco. E per questo dobbiamo incoraggiare i progetti …” e al tempo stesso accreditando se stesso come padrino: gli ultimi due sindaci, Paolo Costa e Giorgio Orsoni, li ha scelti lui, e se questa non vi pare una referenza, allora…

Allora ancora una volta tocca scegliere il male minore, Felice Casson, con tutte le riserve del caso: un ex magistrato che testimonia della speranza – illusoria a guardare le prestazioni in politica di suoi illustri colleghi- di affidare a un “tecnico”  il tentativo di fare pulizia nella città che è diventata il laboratorio sperimentale di una corruzione legalizzata, grazie a una impalcatura di leggi speciali, provvedimenti ad hoc, pretestuosi ricorsi a eccezionalità ed emergenza fittizie, in modo da sovvertire priorità, bisogni, competenze, ruoli e funzioni, dando  legittimità a ciò che è irregolare, proprio come avviene là dove a comandare sono i cartelli, le mafie, la criminalità organizzata, l’arbitrarietà diventata sistema con l’aiuto di intimidazioni e favori,  voto di scambio e ricatto, finanziamenti occulti e favoritismi espliciti. E che risponde al tentativo di delegare a un specialista il riscatto di una cittadinanza oltraggiata da un malaffare che ha innervato tutto il tessuto sociale e economico, rendendo palese una indole al crimine infusa  in tutti gli interstizi compresi gli organi di vigilanza, controllati e controllori, enti e rappresentanze. Ma al tempo stesso ormai politico di professione, che è sceso in lizza sotto l’ombrello del Pd,  in quell’area grigia, velleitaria e ormai equivoca,  di chi condanna a morte la maggioranza confermandone l’esistenza in vita,  un senatore dal 2006 e consigliere   a Venezia dal 2005,  lo stesso che quando si è rivelato tutto il veleno del Mose ha candidamente riconosciuto che era “dal 2009  che  stavano emergendo delle responsabilità dopo la diffusione della relazione della Corte dei Conti sul Mose tanto che a qualsiasi persona con un po’ di buon senso civico sarebbero dovuti venire i capelli dritti … “ e che “si sarebbe dovuto intervenire in maniera pesante, e invece non è successo niente”. Così come  non succede niente dietro ai gazebi, dove si agitano, ma solo a parole, dissenzienti che non dissentono abbastanza dallo stravolgimento della Costituzione per favorire soluzioni autoritarie, dalla fine del lavoro a vantaggio della servitù, per di più precaria,  dalla ideologia sviluppista  che promuove quelle stesse grandi opere che servono a moltiplicare corruzione oltre che oltraggio al territorio, che restituisce egemonia feudale alla proprietà privata e alla speculazione, dalla proterva volontà di  cancellare partecipazione e democrazia.

Insomma sarà anche vero che non abbiamo più il diritto di esigere il meglio, nemmeno il bene, né, perfino, il meno peggio, ma ci sarebbe bisogno di  qualcosa di più di una generica critica, di qualcosa di più disubbidiente rispetto al regime che ispira il Partito della Nazione, il suo ceto dirigente e i suoi padroni, semplicemente per dire no. Dire no  ai progetti di sviluppo auspicati dall’ex sindaco Prometeo convertito pompiere, che confermano il monopolio delle cordate strette intorno al Consorzio Venezia Nuova, che consolidano lo strapotere dei privatizzatori, di quelle finanziarie che stanno acquisendo in regime di outlet i beni comuni, dire no alla grande menzogna delle emergenze che renderebbero necessario un sistema di difesa obsoleto alla nascita, rigido e pesante, indispensabile la sudditanza ai corsari delle crociere, ineluttabile lo scavo di un canale per ammansirli, fondamentale l’assoggettamento all’avidità di immobiliaristi, mercanti, signori del cemento, inevitabile l’umiliazione per via dei gioghi  del bilancio a fronte della dissipazione in opere utili solo a perpetuare corruzione e clientelismo.

Sarebbe bello che si materializzasse una candidatura che fosse davvero espressione di quei no che esistono e non sono soltanto mormorati, di gruppi che si battono per la casa, ‘per l’ambiente, contro le grandi navi, per riprendersi  la città e la cittadinanza. Una città e una cittadinanza però così oltraggiate, così mortificate, così espropriate, così isolate da pensare di non avere più il diritto all’abitare, al lavorare, al dolce e appagante vivere in quella che era l’unica utopia urbana realizzata. Io che sono lontana e me ne dolgo a volte come di un tradimento, noi che non stiamo meglio in luoghi altrettanto stremati,  altrettanto avviliti, altrettanto impoveriti e depredati, noi cui stanno togliendo l’onore con il lavoro e i diritti e la democrazia,  abbiamo la responsabilità e il dovere di dare voce e far risuonare quelle voci che dicono no a Venezia, perché quello che avviene là avverrà altrove, perché là si mette alla prova il sacco del Paese, l’affronto alla storia, alla memoria, alla cultura,  alla bellezza del ragionare e vivere insieme.

 


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