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Archivi tag: Medio Oriente

Un Natale di Damasco

CatturaGiusto che oggi ci sia qualche immagine che ricorda il Natale, anche se non quello religioso e nemmeno quello più arcaico legato ai cicli naturali, ma quello scialbo dell’economia del regalo. Il breve video si riferisce ai festeggiamenti a Damasco per il ritiro delle truppe americane dalla Siria e rappresenta una straordinaria ambivalenza tra la penetrazione di egemonie culturali e giubilo per il ritiro delle truppe di chi l’ha diffusa.

In realtà dentro queste semplici e paradossali immagini di una città che festeggia la ritirata di chi asseriva di volerla liberare, c’è molto di più: il limite di un impero che ormai rischia il caos totale e che si è fatto così grande da vacillare. Il ritiro delle truppe Usa dalla Siria, peraltro presenti senza alcun mandato internazionale, sia pure pro forma, si è reso necessario per impedire che tra curdi del Pkk e quelli Peshmerga  di rito Usa in lotta tra loro e i turchi che vogliono sbarazzarsi di tutti e due, tra Isis combattuto almeno sulla carta e rifornito in segreto, si rischiava lo scontro fra truppe Usa e truppe di Ankara, dunque lo sfascio della Nato. Meglio evitare, dichiarare la vittoria sul Califfato e andarsene anche se questo significa in un colpo solo abbandonare i curdi e i cosiddetti ribelli anti Assad che del resto già da tempo cominciavano ad essere trasferiti altrove, in posti dove la guerriglia paga di più, dare una delusione agli israeliani che sono notoriamente i maggiori sponsor dei curdi e compromettere tutto un assetto costruito in sette anni di guerra e almeno altri 6 di preparazione di questa strategia. compreso l’accerchiamento dell’Iran. Tutto andato all’aria per evitare in sostanza che la Turchia si sposti nell’orbita russa e determini un terremoto.

E dire che tutto questo è stato causato dalla follia dell’avventura ucraina, ossia dall’ ingordigia di Washington che adesso si scontra con i propri limiti. Jingle bells

 

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Buschhhhh, silenzio in sala

img_hwbush_cia_lg-300x1622Ogni defunto è sempre stato una persona esemplare, un buon’anima di cui non si può dire nulla di male per un malinteso senso di rispetto che alla fine non null’altro che ipocrisia e pio annullamento di ciò che si è stati in vita, a detrimento di coloro che  effettivamente sono stati dei giusti. Ed è proprio sfruttando questo riflesso culturale che sulla stampa occidentale è già cominciata la santificazione di Bush senior, passato a miglior vita, soprattutto per gli altri,  il cui merito è stato quello di aver dato inizio alle modalità e alle logiche deliranti del mondo contemporaneo. A lui in sostanza si deve l’inizio del caos medio orientale quando fece capire a Saddam che aveva via libera in Kuwait per poi scatenare la guerra del golfo e impadronirsi di fatto dell’area dove peraltro aveva anche interessi personali. Ma la caratteristica principale di questo presidente non è tanto ciò che ha fatto durante la sua permanenza alla Casa Bianca, quanto la svolta che ha rappresentato nell’establishment americano. Per due volte vice di Reagan, ha trasferito il neoliberismo grossolano e dilettantesco del mediocrissimo attore, su un piano di pura oligarchia, colui che ha saldato definitivamente il potere dell’apparato militar industriale con quello della finanza e dell’amministrazione politica.

Di fatto George Herbert Walker Bush è stato il primo presidente Usa ad essere stato direttore della Cia (cosa che oggi sembra dimenticata) e nello stesso tempo ad appartenere a una famiglia dedita al commercio delle armi e ai traffici dell’alta finanza. Il nonno aveva diretto la War Industries Board , divenuta un gigante durante la prima guerra mondiale mentre il padre, Prescott,  era socio della Union Banking Corporation. che non è cosa da poco perché questo istituto finanziò il riarmo tedesco al tempo di Hitler in maniera così convinta da essere insignito dell'”Aquila tedesca” nel 1938 con decreto firmato personalmente dal Führer e addirittura secondo ricerche pubblicate nel 2001, Prescott Bush sfruttò gli internati ad Auschwitz per una fabbrica, la Silesian steel company,  installata nelle vicinanze del campo di concentramento ( vedi qui un primo approfondimento). La vicenda finì anche in tribunale perché nel 2001 due sopravvissuti, Kurt Julius Goldstein e Peter Gingold iniziarono un’azione legale poi finita in nulla grazie ad un’argomentazione sorprendente del giudice (vedi nota). Peraltro come accadde anche a parecchie altre realtà americane, come l’Ibm ad esempio, gli aiuti e le connessioni con i nazisti continuarono persino durante la guerra, qualcosa che finora gli storici hanno trattato come fattore marginale, ma che invece dovrebbe favorire una più autentica comprensione di ciò che avvenne.

Ad ogni modo Bush senior era portatore di questa tradizione e di una lunga esperienza di spione che lo portò ad essere coinvolto nella vicenda della Baia dei Porci, a civettare con Noriega per quanto riguarda il narcotraffico e con i contras per quanto concerne le armi. Bush senior era stato anche consulente del Carlyle Group che aveva il proprio core business nella produzione di armi e che annoverava come partner anche la famiglia Bin Laden, che già aveva favorito la sua corsa alla presidenza durante le trattative per gli ostaggi americani a Teheran. Insomma Bush fu il primo oligarca a tutto tondo, una sorta di prodotto finale dell’impero e il primo grande feudatario della marca neo liberista, visto che riassumeva in sé tutte le caratteristiche, le stigmate della geopolitica contemporanea. Ma naturalmente nemmeno un grammo di tutto questo verrà fuori negli epitaffi a stampa e orali perché un microgrammo di verità più di una tonnellata di bugie.

Nota La causa collettiva intentata da Goldstein e Gingold si basava sul fatto, peraltro documentato, che gli americani sapevano ciò che avveniva ad Auschwitz, ma non fecero nulla, nemmeno tentarono di bombardare il campo per interromperne le attività ( e lo stesso copione si può applicare a parecchie situazioni analoghe). L’argomentazione, parecchio pericolosa per il clan Bush oltre che per l’eccezionalità americana, venne respinta senza alcuna audizione preventiva dal giudice  Rosemary Collier, sulla base del fatto che il governo non può essere ritenuto responsabile in base al principio della “sovranità statale”. Già, ma allora come la mettiamo con Norimberga? Fu qualcosa su cui costruire un nuovo mondo come ci viene detto o un regolamento dei conti in vista dell’estensione del potere? Faccio notare che le vicende storiche sono talmente deformate che nel film la Vita è bella (per lui evidentemente) di Roberto Benigni addirittura sono gli americani e non i russi a liberare Auschwitz. una delicatezza nei confronti dell’industria del consenso made in Usa che è stato decisivo per l’attribuzione dell’Oscar, per quel che vale e vale pochissimo,


Diritto di cronaca (ma solo per mezzo secolo fa)

the-post-tom-hanks-meryl-streep-imageSembra incredibile che della libertà di stampa, con tutto quello che essa implica di vitale per la democrazia, si sia tornati a parlare solo in un’occasione mondana e affaristica come la presentazione dell’ultimo film, The Post, di un gran sacerdote dell’industria hollywoodiana, ossia Steven Spielberg. Adesso che cani e porci hanno affabulato al truogolo delle tv e incassato i loro assegni di presenza, vale la pena parlarne un po’ seriamente di questo “Post” e interrogarsi sul significato di riportare in vita una storia di quasi mezzo secolo fa per inneggiare al ruolo della libera informazione.

Trattandosi di Spielberg non ho alcun dubbio sul fatto che il film sarà un prodotto di alto artigianato, così come non alcun dubbio sul fatto che a distanza di una ventina di guerre e di infinte stragi, rese di fatto possibili dal ruolo di un’informazione sempre più vicina al potere, ma mano che gli editori diventavano i miliardari di riferimento, andare a rispolverare la vicenda dei Pentagon Papers e la rivelazione dei retroscena della guerra del Vietnam, non è affatto un’operazione retrò, ma sa immediatamente di depistaggio. Tonnellate di film, alcuni rimasti mitici come Good morning Vietnam  hanno raccontato il difficile rapporto tra informazione, militari e amministrazione durante quella guerra e rispolverare il conflitto tra una stampa ancora cane da guardia del cittadino in una situazione completamente differente, è come voler far credere che siamo ancora a quei tempi, che la stampa sia al servizio dei governati e non dei governanti come dice la frase centrale del film.

E’ pur vero che la decsrizione dei tentativi di Nixon di non fa trapelare le segrete cose, peraltro create da una lunga serie di presidenti a cominciare da Truman, può in qualche modo far pensare a Trump e al Russiagate, il che inserirebbe il film nelle trincee del conflitto tra frazioni dell’amministrazione di Washington, con la sola differenza che la guerra del Vietnam ci fu davvero e provocò milioni di morti, mentre il Russiagate è una cazzata da apprendisti stregoni a tavolino. Ma visto che il film è stato pensato e girato prima del colpaccio trumpiano di Gerusalemme, questo elemento, pur essendo stato certamente una delle molle della produzione, è stato come dire marginalizzato nelle infinite presentazioni viaggianti del film, mettendo in primo piano invece lo scopo principale del componimento per cinepresa : quello di riverginare in qualche modo il ruolo dell’informazione maistream mettendole una medaglia al petto, nonostante un trentennio di evidente ruolo embedded al servizio delle oligarchie che del resto ne detengono la proprietà. Dunque di fatto sostenendone anche il ruolo di paradossale e grottesco braccio secolare contro le cosiddette fake news e la libertà di espressione.

Si tratta in fondo di un ennesimo esempio di come funziona Hollywood, oltre che il complesso della comunicazione di marca Usa: si versano lacrime di coccodrillo sul passato per dimostrare le buone intenzioni, ancorché il presente sia uguale o ancora peggiore, come appunto dimostra tutta l’epica sul Vietnam. Un modo per suggerire che il sistema abbia degli anticorpi funzionanti e che alla fine, magari dopo qualche milione di morti altrui, arriva il ravvedimento. In questo particolare caso la logica è in un certo senso invertita: si loda il passato per investire con la polverina magica un presente che ha ben poco a che vedere la realtà del 1971. Anzi ci fa a pugni come dimostra la copertura senza se e senza ma alle balle sulle armi di distruzione di massa di Saddam (anche su questo si è poi fatto autodafé), oppure quella sul conflitto siriano dove si è arrivati a dare credito a un singolo personaggio operante da Coventry o ancora quella conferita alle mille manovre che vanno dalle primavere arabe (come si vede dalla Tunisia le ribellioni vere vengono soffocate dagli occidentali) all’Ucraina, per non parlare delle intricatissime vicende libiche. Ecco fare un film su questo sarebbe valsa la pena, ma qui ovviamente subentra la differenza fra lo Spielberg di Duel e il cineasta più ricco dell’industria del grande e piccolo schermo: si è passati dal narrare le storie dalla parte dell’automobilista inseguito dall’autocisterna impazzita, alla prospettiva della cisterna stessa, ovvero del leviatano che ci incalza.


Carovita, l’Iran delle fiction made in Usa

Iran ProtestL’avete letta in tuti i giornali e su migliaia di siti web, l’avete sentita ad ogni telegiornale e notiziario radio come se fosse un responsorio o un amen in una messa cantata: carovita. E’ la parola magica, assieme a corruzione, che la disinformazione occidentale utilizza per rendere conto dei tumulti in Iran. Davvero un peccato che nessuno e dico proprio nessuno si sia dato la pena di spiegare in  che cosa consista e di quale livello sia questo aumento dei prezzi  che peraltro pochi anni fa è stato presentato in Europa come benefico poiché era anti deflazionistico. Nè ci hanno spiegato di quale corruzione si tratti.  In realtà con carovita si intende un lieve aumento del prezzo delle uova. Mentre per il resto disoccupazione (ai livelli italiani peraltro) e difficoltà non vengono mai messe in relazione all’embargo che non è ancora finito nonostante trattati e promesse.

Purtroppo – lo dico come consiglio – il sistema informativo occidentale fa di tutto per mettere in luce il fondo di malafede nel quale agisce e al quale è costretto dalla geopolitica dei suoi padroni, utilizzando parole d’ordine che non spiega e che non è in grado di spiegare. Se poi ci si mette che le manifestazioni, seguite per la verità da contro manifestazioni enormemente superiori di numero in appoggio al governo, sono state promosse da Avaaz e Human Right Watch ossia dagli operatori di influenza americana con l’appoggio dell’ ambiguo centro terroristico mujaeddin Mko tenuto in vita fin dall’era di Khomeini e sempre a fianco dell’occidente persino quando questo spinse Saddam Hussein ad attaccare l’Iran, il cerchio si chiude. Ora se da un punto geopolitico tutto è chiaro e siamo di fronte al tentativo di mettere in difficoltà l’Iran per il suo ruolo di primo attore in medio oriente, se le tecniche utilizzate sono sempre le solite, le parole feticcio le medesime, l’operazione questa volta si presenta come un condensato della confusione distruttrice occidentale in tutta la sua potenza e nello splendore della sua  inarrivabile ipocrisia.

Fermo restando che quasi il 70 per cento della popolazione iraniana è favorevole, almeno secondo i sondaggi, ad aumentare l’appoggio alle operazioni anti Isis e  a sostenere Assad, consenso peraltro in considerevole aumento rispetto all’anno scorso, i motivi di inquietudine e malcontento non sono pochi in Iran, ma purtroppo dipendono proprio dalle politiche economiche neo-liberiste del governo Rohani, in un certo senso il candidato dell’occidente, che ha cominciato a tagliare gli aiuti alla popolazione più debole messi a punto dall’ultraconservatore Ahmadinejad, quello che passava per il diavolo. Dunque siamo di fronte non solo a un piano di destabilizzazione che nemmeno si è tentato di nascondere con accuratezza, ma attuato in qualche modo proprio con grazie al governo che si è aiutato a vincere e che ora si vorrebbe mettere in crisi per il ruolo che sta avendo nella vicenda mediorientale e non certo per l’ideologia liberaleggiante che sfoggia, men che meno per i tagli che poi suscitano le proteste. Ed ecco spiegato perché invece di parlare della dissoluzione progressiva della solidarietà verso il basso, di tagli vigorosi al sistema di aiuti si parla a casaccio e banalmente di carovita, come comari davanti al supermercato, per evitare di mettere in chiaro che semmai i guai da cui nascono le rivolte sono il risultato finale delle pressioni occidentali affinché l’Iran si liberistizzasse, se è concesso fare questa derivazione.

Una fabbricazione che coinvolge anche le rivolte violente e i morti di questi giorni di cui non si ha alcuna prova e i cui video mostrano invece di edifici governativi in fiamme, come da mattinale giornalistico, bidoni e piccoli gruppetti dediti a distruggere un container. Del resto viviamo in un mondo nel quale platealmente il segretario di Stato Tillerson dichiara in un memo ( qui ) che gli Stati uniti dovrebbero usare i diritti umani contro i propri avversari come Iran, Cina, Corea del Nord dando invece un passaporto agli alleati più repressivi  come Filippine, Egitto ed Arabia Saudita. L’affarista Tillerson scopre adesso ciò che gli Usa fanno da cinquant’anni, approva e ci mette del suo che in questo caso saranno altre sanzioni verso l’Iran.

Il fatto è che viviamo in una finzione globale nella quale anche il dramma e il disagio sociale  viene romanzato perché piaccia di più agli spettatori ormai abituati al risibile e al mal gusto, alle “installazioni” prodotte dai servizi e dilatate dall’informazioe: una situazione nella quale non è possibile alcun reale progresso e che anzi alla fine crea una reazione di rigetto, come stiamo vedendo chiaramente in Europa, in un contesto lontanissimo. Purtroppo tutto questo verrà alla fine pagato, ma non dai registi della narrazione, dalle comparse loro malgrado ingaggiate con un cestino per il pranzo.


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