Annunci

Archivi tag: elezioni

Euro, profezie quasi postume

foto_azimut_profezie_autoavveranti2Gli eventi più notevoli di questi ultimi giorni non sono certo le consultazioni per formare un governo, ma l’uscita di due articoli, il primo di Luigi Zingales e l’altro dell’ economista Marcello Minenna che prefigurano in qualche modo il disastro  dall’euro. Entrambi i pezzi sono usciti su pagine consacrate del liberismo, rispettivamente Foreign Policy e Business Insider, entrambi gli autori appartengono alla stessa etnia economica, Chicago boy il primo, bocconiano il secondo, entrambi per tutti gli anni della crisi non hanno fatto altro che considerare come sacramentaria la moneta unica anche a costo dei massacri sociali che andavano a sostituire la flessibilità monetaria, anzi, forse a maggior ragione. ma entrambi gli interventi partono dalla  necessità di mettere mano ai trattati per evitare il disastro del Paese.

Una bella coincidenza che viene peraltro ampiamente spiegata dal fatto che in Germania si sta seriamente considerando l’ipotesi di una disarticolazione dell’area euro prima che in un modo o nell’altro Berlino si trovi a pagare dazio rispetto a quanto accumulato negli ultimi 16 anni o attraverso qualche meccanismo di condivisione dei debiti oppure in caso di defezione di qualche Paese, ormai al collasso, attraverso l’annullamento dei debiti messi insieme grazie alla moneta unica. Visto che in questi anni i vantaggi di questa posizione di vantaggio determinato dall’euro sono andati esclusivamente verso i ricchi, mentre il resto della popolazione sta peggio rispetto a prima della crisi, si tratta di strade assolutamente impercorribili dalla politica tedesca; d’altro canto il macigno lanciato dall’Italia con elezioni che hanno messo in minoranza i principali e più credibili fautori di questo ordine europeo fa comprendere come sia ormai difficile contenere le forze centrifughe anche in quei Paesi che si sono dimostrati più obbedienti e masochisti al punto da smuovere persino Zingales.  Ecco perché  un gruppo di influenti economisti tedeschi, tra cui Hans-Werner Sinn, Karl Konrad del Planck-Institut e anche il Presidente del Consiglio dei Saggi Economici  Christoph Schmidt hanno presentato una proposta di riforma della legislazione comunitaria affinché essa preveda espressamente una procedura di uscita dall’Eurozona, sulla falsariga dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona recentemente invocato dal Regno Unito, in modo che un Paese possa uscire dalla moneta unica in maniera ordinata  e tale da non compromettere il pagamento dei debiti accumulati attraverso i meccanismi bancari che in sé, nella situazione attuale non avrebbero scadenza scadenza.

I dettagli di questa presa di posizione, che comunque nasce da un complesso e prolungato dibattito. sono contenuti qui nell’articolo di Minenna, ma è chiarissimo come persino  tra gli economisti fiancheggiatori dell’ordoliberismo ci si stia accorgendo di come la situazione non possa più essere sostenuta a lungo per quanto possa essere potente la propaganda e che continuare su questa strada possa preludere a uno sfascio traumatico non solo della moneta unica, ma dell’Europa stessa e delle elites che hanno messo in piedi meccanismi di disuguaglianza e umiliazione del lavoro. Insomma un passo indietro per difendere le “conquiste” del capitalismo negli ultimi due decenni.

Ci troviamo perciò in una situazione assolutamente paradossale: quella nel quale i vincoli esterni del Paese sono quelli che determinano le politiche fondamentali al di là delle promesse e dei governi possibili, precludendo perciò qualsiasi strada a una riappropriazione, di dignità, sovranità uguaglianza e rappresentanza, mentre una parte notevole di quegli stessi vincoli esterni, in cui gli interessi nazionali dei Paesi forti sono tutt’altro che assenti,  preparano e dibattono e vie di fughe che più loro convengono, ma che in Italia sono ancora tabù nonostante il fatto che la sconfitta sostanziale delle forze complici dei meccanismi di declino civile sia all’origine di un’accelerazione del criticismo verso l’euro. Sono ancora tabù principalmente in quell’area di sinistra nominale o illusoria che dietro il feticcio di un internazionalismo di maniera sono divenuti i più preziosi aiutanti del neoliberismo e ne difendono a spada tratta gli strumenti. Non si può inoltre non considerare grottesco, in questo quadro nel quale persino gli aedi a mezzo stampa del neoliberismo cercano nuove dislocazioni, la normalizzazione progressiva dei vincitori delle elezioni che non paiono avere più alcuna intenzione di mettere in campo seriamente questi temi e lasciano che sia altri a farlo secondo i propri interessi.

Annunci

Fmi, prove di governo

A Conversation with Christine Lagarde – The Economic Imperative of Empowering WomenCome ho più volte sostenuto il governo formale del Paese può tranquillamente aspettare perché in mancanza di una decisa discontinuità, appare come un fattore del tutto secondario visto che esiste già un esecutivo di fatto: i poteri europei e i centri dell’economia finanziaria finanziaria che ne sono i burattinai. Anzi a questo proposito abbiano già un documento di programmazione economico – finanziaria stilato dal Fmi e fatto uscire due settimane fa sotto forma di studio, ovvero l’incarnazione più neutra di diktat, che” suggerisce” nuovi e più intensi massacri sociali in diretta collisione con le promesse dei vincitori delle elezioni, ma anche delle ipocrisie dei perdenti.

Si tratta con tutta evidenza del prodotto di amanuensi rincretiniti che continuano a scrivere formule e a consigliare di aumentare le dosi del veleno che ha causato il declino, senza nemmeno accorgersi delle contraddizioni e dei non sensi a cui vanno incontro nel tentare di conciliare l’ideologia con la realtà fattuale: da una parte si dice infatti che l’Italia ha una percentuale di dipendenti pubblici inferiore alla media, che lo Stato spende poco per la scuola e che il livello di investimenti pubblici è insufficiente. Dall’altra però visto che abbiamo le mani così bucate da spendere molto meno di altri Paesi e per giunta da avere anche avanzi di bilancio, cosa pressoché sconosciuta alla più parte d’Europa, viene suggerita una drastica riduzione della spesa sociale e delle pensioni con un piano che prevede più o meno ciò che suggerisce Bruxelles, ovvero un taglio di spesa di 30 miliardi in quattro anni, il 2 per cento del Pil che ovviamente è destinato a non ricomparire mai più perché se una cosa è certa, provata, verificata è che i tagli di spesa servono solo a peggiorare la situazione.

Ma questo non è che l’antipasto: in un altro punto di questo cosiddetto studio si sostiene, conti alla mano,  che il nostro sistema previdenziale è sicuro e sostenibile ( del resto basta sottrarre al bilancio pensioni in sé le operazioni assistenziali surrettiziamente addebitate all’Inps, per rendersi conto il sistema non solo è in attivo, ma viene regolarmente saccheggiato dallo stato) , tuttavia si invita a un taglio draconiano delle pensioni con la ferrea coerenza dei cretini, semplicemente perché è questa linea generale del Fmi, portata avanti anche con atroci suggerimenti di eutanasia sociale. Poi si sostiene (questa è la differenza con Bruxelles), che nonostante il taglio di 30 miliardi dovremmo comunque aumentare l’Iva, cosi da dare un colpo mortale ai ceti popolari e creare nuove e impervie difficoltà a un mercato interno che già langue.  Dulcis in fundo l’Fmi consiglia vivamente di diminuire i contributi sociali  a carico dei datori di lavoro ed aumentare quella a carico dei lavoratori.

Forse quest’ultima raccomandazione è quantitativamente marginale rispetto al resto e almeno in apparenza meno inquietante tanto più che da anni si procede in questa direzione, ma accende la spia sul senso di questo coacervo di contraddizioni messe insieme da beghine del neoliberismo che recitano il loro rosario e le loro formule magiche qualunque cosa accada o qualsiasi evidenza si presenti: si tratta di togliere ai poveri e dare ai ricchi, di umiliare il lavoro e srotolare tappeti rossi davanti al profitto nonché di abbassare i salari reali perché i  contributi per pensioni, sanità, maternità sono a tutti gli effetti salario indiretto. Il fatto poi che tutto questo sia stato pubblicato a due settimane dal voto e ancora in assenza di un governo politico la dice lunga sul fatto che questi signori, del resto parte integrante di quella troika che vorrebbe gestire direttamente l’Italia, vogliano giocare di anticipo e tentare di imporre un’agenda destinata in qualche modo a influenzare la formazione di un esecutivo e i suoi scopi. Oltre a costituire una sorta di ricatto per chi non volesse tenere conto dei loro suggerimenti fallimentari. Una ragione in più per prendere tutta questa sudata carta straccia e buttarla dove si merita, se si vuole cominciare ad uscire dalle logiche dell’impoverimento e del declino.


Aspettando la troika e Godot

a745ec0a4f683ca5efa3f376df071af7_XLCome avevo immaginato ed era anche abbastanza facile supporre non solo è difficile fare un governo, ma in realtà nessuno lo vuole fare davvero: tutte le possibilità messe a nudo, analizzate, rivoltate prima delle urne e dopo il risultato delle medesime sembrano essere svanite nel nulla, inghiottite dentro un Quirinale silente e abitato dal fantasma di Napolitano, perse per strada da forze politiche vecchie e nuove: niente governo del centro destra, niente alleanze destra Pd, niente fuga di Renzi, nè accenni di Pd – Cinque stelle, solo chiacchiere di Lega – Cinque Stelle, come se vincitori e vinti fossero entrambi paralizzati.

Il fatto è che nessuno vuole mettere insieme un esecutivo a poche settimane dalla data di presentazione del Dpf, ovvero del documento di programmazione economico finanziaria dai cui numeri dipende se Bruxelles farà o meno scattare le famigerate clausole di salvaguardia, ovvero aumento dell’iva ordinaria e straordinaria, crescita delle accise, tagli draconiani alla spesa e dunque ai servizi: Gentiloni e il suo esecutivo hanno calato le braghe e concordato con la Ue un piano da 30 miliardi di qui al 2021 per ottenere un rientro dei conti pubblici nei parametri voluti da Bruxelles, senza aumentare le tassazioni indirette. Si tratta di una cifra da lacrime e sangue che nessuno vuole sottoscrivere in prima persona: che sia il triste nobilastro papalino  a dirlo al Paese e ad annunciare che in caso contrario la troika si occuperà direttamente delle questioni italiane anche fiscali con quella intelligenza, sagacia e spirito di rapina che ha già dimostrato in Grecia.

Una possibile maggioranza potrebbe perciò venire fuori nei fatti quando si tratterà di votare le risoluzioni che le forze politiche presenteranno sul complesso dei documenti  che formano il Def: grosso possiamo dire che Cinque stelle e Lega sono d’accordo sul fare  su un passo indietro rispetto alla riforma Fornero delle pensioni, mentre reddito di cittadinanza e tassazione piatta che sono il nocciolo dei programmi dei due partiti, fanno a pugni tra loro. Tutto l’arco politico concorda però col grosso del piano di rientro, ovvero col tentativo di evitare le tasse che Bruxelles già si prepara ad imporre ed è per questo  che sta prendendo sempre più corpo l’ipotesi che dalla super commissione del Senato che dovrebbe insediarsi dopodomani e destinata a dirimere i nodi  fondamentali del Dpf  venga fuori una sorta di risoluzione unica, un calderone con tutto e il contrario di tutto che finirà per dare lunga vita all’esecutivo Gentiloni.

Come si può vedere agevolmente vedere le elezioni appena trascorse si stanno rapidamente trasformando in un’occasione perduta, semplicemente per il fatto che o si contestano in radice le logiche e le prescrizioni delle oligarchie europee ben sapendo che diventeranno via via più arcigne e più cieche o si crea una discontinuità con il passato, oppure tutti i piani che vengono annunciati e le promesse spese diventeranno in breve tempo cenere. Del resto diciamo pure che anche il Paese tace, sembra aver esaurito le energie dopo lo sforzo immane di contestare nelle urne il sistema al quale siamo agganciati, non pungola in nessun modo i suoi eletti, specie quelli che appartengono ai nuovi assetti, come se dopo aver capito che il passato non torna siano terrorizzati da tanto ardire. La cosa non sorprende più di tanto  perché in definitiva, come appare benissimo dalle analisi post elettorali, i veri vincitori, ovvero i Cinque stelle hanno la maggioranza fra tutte le categorie, salvo i pensionati, ma si tratta di una prevalenza contraddittoria che comprende sia gli antitasse nemici dello Stato, sia chi vuole protezione,  sia i tanti impoveriti senza tutela come i fruitori di rendite di posizione : far convergere questi interessi nella retorica discorsiva è un conto, conciliarli nella realtà è un’altra, praticamente impossibile senza una chiara visione etica e sociale della società. Questo è un problema che in modi peculiari coinvolge tutte le forze politiche nella complicata uscita dalla cosiddetta seconda repubblica, ma ovviamente incombe con maggiore forza su chi vuole rappresentare l’uscita da certe logiche e si presenta come un contenitore variegato come la popolazione generale.

Anche per questo alla fine prevarrà l’idea di un governo di scopo, per rifare una legge elettorale che sia più consona ai tempi dopo l’ubriacatura del maggioritario, giusto per non compromettersi troppo con i poteri che si vogliono o che si immagina non possano essere contestati senza però davvero combatterli. Insomma un lungo prendere tempo e fare melina in attesa di un Godot che non arriverà mai perché siamo noi a doverlo essere.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: