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Ceffi e ceffoni

carlo-calenda-quarto-stato-1125096Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tra coniglietti, colombe, ovetti colorati abbiamo avuto modo di sapere che un padre ha spaccato il naso alla figlia curiosa che aveva aperto l’uovo in anticipo, che anche la sorella di Giuseppe stava per seguire la stessa sorte, ammazzata di botte dal patrigno. E che le maestre erano a conoscenza di quello che si consumava in famiglia, ma hanno taciuto forse per non lederne la privacy, minacciata da quell’intrigante di Assange, più pettegolo della portiera dello stabile della giornata particolare di Scola.

E abbiamo anche appreso  che Carlo Calenda ha appioppato un solenne schiaffone al figlio reo di aver offeso la madre, appena andato, probabilmente su commissione, a rendere il dovuto omaggio alla rock star dell’ambientalismo. La  performance dell’illustre esponente del partito riformista così impegnato sul fronte dei diritti civili come dell’istruzione, ha ricevuto poche reprimende:  e vorrei anche vedere che un esponente di una dinastia influente nel mondo della cultura venisse sottoposto al pubblico giudizio per la sua pedagogia, rivendicata sui social in risposta a una provocazione di Giuliano Ferrara, come in uno di quei duetti tra intelligenze che erano di moda dei salotti illuministi.

Ieri, scrive su Twitter il candidato di “più Europa” – come fosse Rousseau, quello di Emile, non quello della piattaforma  – riferendosi al figlio:  “per l’appunto si è beccato un bel ceffone per aver risposto male alla madre. E gli ha fatto un gran bene”.

Sia pure con un certo gap generazionale, i due neo-enciclopedisti gettano alle ortiche le belle medicazioni antiautoritarie, il bagaglio del ’68 che con tutta evidenza trattano come una paccottiglia polverosa e diseducativa, preferendo l’educazione, più corporale che “fisica”, che veniva impartita perfino per legge ai figlietti della lupa, alla scuola di militanza attiva ricevuta dai “pionieri”, che la domenica distribuivano l’Unità col babbo e non mancavano mai alle feste di piazza del 25 aprile, anche quello diventato una cianfrusaglia molesta e divisiva.

Si dice che i padri che menano sono figli di padri che menavano. Ben poco si sa di babbo Fabio, ma è lecito nutrire qualche dubbio che il piccolo Carlo abbia ricevuto “salutari” sberle dalla nota mammà così impegnata sul fronte della lotta alla recrudescenza fascista incarnata dal governo gialloverde. O che l’augusto fanciullino reduce dal set dove impersonava Enrico, abbia subito qualche cinghiata formativa dall’esimio nonno, proverbialmente attento ad ascoltare la voce dei bambini per diagnosticare i mali dei grandi, sì da volerla restituire e con il valore aggiunto della visibilità offerta dai social,  in modo che alla punizione corporale si aggiunga anche la istruttiva gogna.

In attesa del prossimo selfie che testimoni più delle assise di Verona l’impegno del Pd per la salvaguardia dei valori familiari e per la loro trasmissione giù per li rami, c’è da azzardare l’ipotesi che Calenda sia proprio così per indole, che ce l’abbia nel sangue di maltrattare gli inferiori, come si addice a un padre-padrone, che non gli basti esprimere la sua proterva e tracotante “supremazia”, nutrita nel delfinario dei salotti del generone, nei confronti dei dipendenti dell’Alitalia, degli operai dell’Ilva, dei cittadini di Taranto, dei pendolari condannati ai carri bestiame in favore dell’alta velocità,  facendo esercizio di sopraffazione anche nel tempo libero e tra le mura domestiche, per  erudire il pupo su chi comanda, indottrinamento necessario e doveroso da impartire per addestrare a fare lo stesso in futuro. E d’altra parte consiste in questo la tradizione  esemplare di quella civiltà superiore che tramanda di padre in figlio i capisaldi del colonialismo, della disuguaglianza, dell’autoritarismo, della repressione e dello sfruttamento come se fossero un codice genetico che non si deve tradire o dimenticare.

Il peggio  è che quello che in altri casi viene additato da Benjamin Spock in poi, come insano gesto, come violenza biasimevole di un adulto su un minore, ha riscosso un certo compiacimento soprattutto sulla stampa, visto come un segno  del ravvedimento di un esponente del progressismo, che dimostra di aver capito l’insegnamento, non delle sculacciate ma dello stillicidio voti, e abbia fatti propri e interpretati anche esemplarmente  quei valori della destra nel cui seno ha trovato riparo e identità.

E basta insomma far finta di stare con gli oppressi, a meno che non siano a Capalbio in cerca di introvabili giardinieri filippini, o con gli sfruttati, a meno che non si tratti di  madamine torinesi cui viene consegnata in ritardo la moutarde de Dijon, o con i dissanguati, a meno che non siano poveri evasori costretti a lunghe escursioni alla ricerca di paradisi fiscali sempre più frequentati da brutta gente, avventizi e parvenu, signora mia. Finalmente qualcuno mostra di che pasta è fatto il vero Pd, mica quel mollacchione di Zingaretti che riceve la risparmiatrice truffata, mica quei fighetta che fanno l’occhiolino a Tsipras, buono solo per vendere souvenir alla Plaka, mica quelle squinzie trombate che pensano di tornare in auge con l’autocritica, neanche fossero ai tempi del rinnegato Kautsky: è ora di mostrare i muscoli, di rivendicare di stare con chi comanda, nel mondo, in Europa, in Italia e in casa.

Proprio come succede purtroppo in tante famiglie politiche e non, quando  qualcuno frustrato, trattato male dal direttore, umiliato dal caporeparto, oppure deriso dai commissari, gabbato da Draghi, scaricato perfino da Mattarella, maltratta il sottoposto, prende il cacciavite e riga l’auto del vicino, alza le mani sulla moglie o sui ragazzini.

Tutto fa pensare che il povero figlio di Calenda, che martedì non vorrà tornare a scuola per non subire l’onta delle beffe dei compagni, non sia di certo Edipo, e che non ucciderà simbolicamente il padre: abbiamo capito che è già addomesticato dalle mode e dai conformismi politicamente corretti e pronto a servire la stessa causa del babbo manesco. Ma a voi non  viene voglia di vendicarlo, restituendo qualche sonoro e meritato manrovescio a papà suo?

 

 


Calenda greca

la-linguetta-di-carlo-calenda-950181Anna Lombroso per il Simplicissimus

Uno spera sempre che certi astri che brillano sia pure fiocamente siano in verità solo meteore che transitano veloci ed effimere. Invece no, sono stelle fisse in un firmamento spento nell’attesa dell’apocalisse che a volte sembra desiderabile perché così un cambiamento si verifica.

Così succede che seduti nella sala del planetario sotto la volta celeste nazionale ci tocca vedere, sempre là, Carlo Calenda, pronto a concorrere per il Parlamento Europeo da dove nel solco della tradizione, collaborerà per farci diventare la Grecia di domani.

Però stavolta voglio spendere una parola buona riconoscente per l’augusto esponente del delfinario dei piani alti romani, figurina di spicco di una delle celebrate dinastie del generone, nipote di Comencini, figlio della figlia del celebre regista e sorprendentemente regista anche lei,  e di un economista prestato alla nomenclatura bancaria e alla diplomazia quirinalizia,  pur vantando un antico ceppo nobiliare partenopeo, e autore tra l’altro di un libro intitolato “Orizzonti selvaggi” (come l’amato capitalismo?).

Perché grazie alle sue origini e al lignaggio ( mammina racconta che ha respirato numeri fin da piccolo nel box, sentendo lei e papino prepararsi agli esami  per la laurea in economia), alle referenze tra le quali si registra come fonte autorevole anche il Morandini per via del suo cameo nei panni del piccolo Enrico televisivo nel Cuore di nonnino,  e ancor più grazie alle sue performance da quando è entrato a buon diritto nel Gotha degli ufficialetti ambiziosi dell’esercito dell’imperatore (ragazzo di bottega di Montezemolo, inanellando una catena di incarichi all’ombra del collezionista di fallimenti, che lo ha voluto al suo fianco in qualità di assistente in Confindustria, in Ferrari,  nella società dei treni veloci, e poi da solo, già grandicello, in Interporto Campano  fino all’empireo governativo per la scalata al quale l’ha certo aiutato il tirocinio nel Think Tank Italia Futura), grazie a tutto questo si spera che persuaderà finalmente gli ultimi irriducibili, ancora deliziosamente e ingenuamente confusi, che il Pd, con o senza simbolo alle lezioni, i principi  cui si ispira, i suoi apparatcik nulla hanno a che fare con tradizione e mandato della sinistra.

E che se proprio li si vuole collocare in qualche ambito, e se il progresso è come Giano, si potrebbe dire che l’azienda in fallimento e i suoi becchini (intenti  come nei film americani dei liquidatori a fare a pezzi  imprese e dipendenti conservandosi però una presidenza nel CdA con annesso gettone) altro non sono che l’altra faccia arcigna avida e feroce della divinità bifronte, quella che oppone a cura delle malattie, scienza, innovazione  e tecnologia, accesso all’istruzione e all’informazione, il loro   impiego e la loro detenzione aberrante in regime di esclusiva e  il loro strapotere che ha incrementato disuguaglianze cruente e tremende differenze.

Eh si il ticket Calenda-Zingaretti potrebbe davvero spazzare via gli eventuali equivoci e far intendere che quel pugno di voti che conquisteranno rappresenta solo il triste target degli ormai scarsi diretti beneficiari, e che ormai quelli che circolavano intorno alla bandiera – magari senza simbolo-  per tradizione, convinzione, illusione, dovrebbero aver capito da tempo che non c’è trippa per gatti in cerca di emozioni riformiste e paggio che mai di sinistra. In fondo è dai tempi della Bolognina e del Lingotto che la dirigenza erede del partito capostipite ha fatto  atto di abiura, come se la testimonianza e rappresentanza degli sfruttati, con tutta evidenza scrocconi, parassiti, indolenti, mammoni, finti invalidi,  fosse un vizio di cui pentirsi in favore della difesa degli interessi di un ceto moderno, arrivista, spregiudicato, ambizioso, magistralmente simboleggiato dai manovali di Gekko di Wall Street.

D’altra parte  a differenza del temporaneo socio d’impresa, Calenda, bisogna ammetterlo, non ha mai finto di essere diverso da quello che è. Quando è sceso in campo per difendere i lavoratori di una impresa l’ha fatto solo per rimarcare l’offesa personale che gli è stata recata mettendolo davanti al fatto compiuto, oltraggiando il suo ruolo di ministro di un paese industrializzato che aspira a soggiornare nel salotto dei grandi – pensate all’Embraco – invece di autorizzarlo a esercitare il ruolo primario di cassamortaro, come con l’Ilva, allegoria esemplare  in virtù della quale ha potuto stabilire per i padroni la libertà assoluta di inquinamento e di cancro. Non  ha mai nascosto la sua passione non hobbistica per le privatizzazioni, soprattutto se inserite nel quadro più ampio della sudditanza finanziaria economica e commerciale agli Usa, perché lui si piega a accontentarsi delle lezioni europee, ma, a pensare alla sua passionaccia mai estinta per TTT, Ceta e simili, per l’ombrellone Nato, per le doverose imprese coloniali dell’impero, aspirerebbe alle primarie Usa se proprio non si può a quelle per il governo globale del mondo. Da dove potrebbe gestire il mercato del lavoro secondo le radiose visioni del manifesto ordoliberista del quale è stato coautore: “Verso la Terza repubblica” coi più nauseanti avanzi del sindacato dello “siamo tutti nella stessa barca”, nel quale si postula il principio che le aziende devono essere libere da ogni vincolo e ostacolo al profitto e allo sfruttamento. Facendosi così portavoce di una sua utopia del lavoro per la quale gli operai potranno stare meglio diventando magazzinieri di Amazon, e perfino, i più fortunati,  viaggiando, se acconsentiranno a muoversi secondo l’onda delle delocalizzazioni o integrandosi negli esodi delle masse di manovalanza imposti dal nuovo ordine  mondiale che sposta etnie popoli dove possono essere meno garantiti, pagati, rispettati, italiani come stranieri, resi uguali   dallo stesso destino di servitù.

Se ci tenete alla chiarezza, dovete essere grati a uno come lui, che non potrà mai essere considerato un “meno peggio”, dissuadendovi dal tesseramento nel partito dei malminoristi (quello descritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/24/il-partito-dei-malminoristi/).

Adesso nessuno potrà dire la parola democrazia associandola a quella formazione senza essere preso per matto, adesso nessuno potrà dire che il Jobs Act, la Buona Scuola, il Salva Italia sono state riforme, pena l’apologia di reato, adesso più che mai nessuno potrà confondere il Pd con la sinistra anche se ormai sembra siano morti tutti e due. Che ne dite se ne seppelliamo uno e pensiamo a come soffiare un po’ di vita nell’altra  della quale c’è un gran bisogno?

 


La riscossa dei peggiocrati

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Carlo Calenda nel Cuore di nonno

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La storia è un cimitero di aristocrazie: tocca più che mai dar ragione a Pareto. A guadarsi intorno élite e quelli che un tempo erano “ceto dirigente” sono stati assorbiti dalla prepotente autorità assoluta di un impero e della sua cupola, le democrazie incompiute convertite in oligarchie, anzi in cleptocrazie,   gli intellettuali  retrocessi da usignoli in strilloni dei regimi, l’informazione condannata a entusiasta passaveline.

Nel cimitero ormai riposano senza pace borghesia e ceto media, ridotti a plebe insicura, smaniosa e impaurita, rancorosa e riottosa, che si arrampica instancabile su e giù per le scalette della sua gabbia da cavie per arrivare a fine mese, pagare tasse  balzelli, far fronte e mutui e assicurazioni in sostituzione di quei salari differiti  diventati elargizioni arbitrari e irraggiungibili, come le dimissioni di Renzi.

La loro scrematura  ammessa ai ranghi più elevati viene selezionata sulla base di criteri che hanno trasformato i meriti in rendite e privilegi ereditati o acquisiti, dando vita a un assortimento  di “arrivati” per affiliazione, spregiudicatezza, arrivismo illimitato, fidelizzazione e appartenenza a dinastie e clan che hanno sconfinato da schiatte regnanti in “famiglie” criminali, azionariati fessacchiotti quanto rapaci, proprio come gli ultimi rami di quelle italiane, come gli esangui agnellini, languidi quanto ingordi che si contendono le pagine dei sempre meno frequentati rotocalchi con le stirpi dei tycoon più spettacolari in merito a boria e ostentazione.

Ma via via che le loro file si assottigliano: i ricchi e potenti sono sempre meno e sempre di più gli esautorati e sommersi, ciononostante ridotti all’impotenza, gli appartenenti alla peggiocrazia vengono di preferenza promossi a “Eletti” sulla base della loro appartenenza  a dinastie talmente cresciute nel privilegio da aver acquisito una certa apparente sobrietà, una certa esibizione di severità di costumi che permette loro di farsi notare se non ci sono, così da fare irruzione come inattesa salvifica epifania disinteressata (si sa sono già ricchi di famiglia come il filosofo passato dallo Steinhof alle marchette clericali), così da accumulare prebende e sine cura senza far mai vedere la loro ingordigia. Portano abiti lisi su corpaccioni che non conoscono palestra o benevoli imbottiture o tagli di Caraceni,  non si circondano di festose veline e non organizzano cene eleganti anche perché le loro case avite vengono trascurate per lettucci di fortuna allestiti nelle stanze del potere, accumulano miglia grazie a missioni aziendali o istituzionali per raggiungere mete di brevi vacanze in magioni e ville di loro omologhi, perché le catene di hotel cui stanno svendendo le nostre città d’arte sono volgari. Preferiscono ville di campagna, antichi manieri e prestigiose masserie di quelli come loro, dove si mangia poco e nel solco della tradizione perché hanno in odio la sguaiata rozzezza dei parvenu in cerca di riscatto.

Spesso sono stati addestrati alla pazienza: lo scalpitare in cerca di successo appartiene ai piccoli arrivisti, come Calenda, appunto, che ha atteso con sapiente clama di dare la sua zampata e arraffare come è stato convenuto in alto, dove è evidente che hanno avuto a noia quei piccoli miserabili ambiziosi di provincia, che non spiccicano una parola di inglese, che hanno ,messo davanti agli interessi della cupola imperiale le loro micragnose velleità, i loro squallidi affarucci, i loro meschini crimini bancari e finanziari di provincia. Salvo trarli fuori dall’armadio se serve qualcuno pronto a mettere la faccia su qualsiasi killeraggio, pur di esistere.

In geografie del privilegio dove tutto è preordinato per favorire carriere e successi, dove non occorrono elezioni perché qualcuno è comunque l’Eletto per tramite provvidenziale, dove curricula e referenze si maturano in interstizi opachi del potere, grazie a salotti e matrimoni, protezioni e alleanze oscure, hanno deciso che era ora di sfiduciare il piccolo clan dei rignanesi, tirando fuori dal cilindro – raccomandato da pardi nobili, che diocisalvi –   uno di quei prepotenti conigli bravi (ne abbiamo descritto le origini qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/05/11/quando-calenda-el-sol-dellavvenire/ ) a fare la voce grossa coi deboli e gli sfruttati che se la meritano, e a cinguettare con pari sfrontatezza coi forti. Disfatte se vissute con dignità e onore possono essere la premessa per una vittoria futuro, ha detto su Twitter il ministro che ha mostrato una spregiudicata abilità nell’attraversare intoccato tempeste nelle quali a naufragare sono sempre gli altri dall’Ilva a Piombino, dall’Alitalia a  Embraco, cresciuto alla scuola di fallimenti di Montezemolo. E, ha proseguito, una nave senza capitano, soprattutto in questo momento, non può navigare, si rischia ammutinamento generale. Il capitano è importante e deve essere quello giusto”.

Ecco, è arrivato il capitano.. vuoi vedere che ci farà rimpiangere Schettino?

 


Quando Calenda el sol dell’avvenire

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Vedremo chi sta con il popolo e chi nuota solo nell’acquario della politica politicante, fatta di talk, tv e autoreferenzialità”. Ci fossero le Olimpiadi della sfrontatezza, i mondiali degli spudorati, i campionati dei senza vergogna, il bulletto di Palazzo Chigi sarebbe sempre sul podio, si fregerebbe della medaglia d’oro e le mensole del suo ufficio sarebbero onuste di coppe.

Come impone il calendario dell’industria della moda, l’attempato bellimbusto deve già guardare a quello che di indosserà in autunno, stagione del referendum spacchettato o no, e consiglia un look pop, meglio ancora nazional popolare, con tanto di richiamo alla “sovranità”, di critica ai sacerdoti della conservazione più misoneista, in testa i costituzionalisti odiati come gli archeologi cui li assimila, colpevoli, d’altra parte, come i sovrintendenti, i soggetti di vigilanza e di controllo, di ostacolare con la loro arretratezza puntigliosa e sterile, progresso, crescita e libera iniziativa.

Sarà per mostrarsi più vicino alla gente? Sarà per pescare nel mare del lavoro e delle professioni? Sarà per simboleggiare che non occorre nascere da sacri lombi per essere premiati con incarichi prestigiosi, che ha nominato in veste di homo novus al Ministero dello sviluppo, tal Carlo Calenda, in sostituzione della dimessa Guidi?

Macché. Sono finiti i tempi della selezione del personale effettuata scorrendo la rubrica del cellulare alla voce “famiglia” e “amici”, scegliendo accuratamente i numeri 1 col prefisso di Firenze. Come è sempre successo ai peones arrivati nella capitale, ai provinciali ansiosi di riscatto sociale e mal tollerati nei salotti in virtù di carriere discutibili e grazie a fortune arbitrarie, il villanello di Rignano ha deciso di allargare la sua cerchia, aspirando a farsi amiche dinastie e consanguineità celebri e celebrate, per essere ammesso in sprezzanti circoli esclusivi sperando in una improbabile gratitudine.

La scelta è caduta  non casualmente su un curriculum che può esibire tutti i marchi di origine e i caratteri peculiari della città della Grande Bellezza, una combinazione di cultura e cinema, salotto Bellonci e Viale Mazzini, familismo e casati nel cui ambito è impossibile non maturare carriere irresistibili, a meno di ricoprire il ruolo non solo letterario di pecora nera, anche quello comunque immortalato in cronache e biografie dei grandi.cuore

In questo caso la fonte più densa di notizie cui attingere per saperne di più del giovane favoloso passato dai Parioli a Via Molise non sono gli annuari della Normale, nemmeno quelli della Bocconi e neppure il Morandini, anche se per via di nonno e mamma, Calenda è circolato nel dorato mondo della celluloide, vantando una parte di protagonista nello sceneggiato Cuore più prestigiosa della Ruota della Fortuna cara al suo ultimo sponsor, bensì Dagospia, molto saccheggiato in questi giorni dalla stampa, in quanto sorgente bene informata. E da cui apprendiamo che il nipote di Comencini, figlio della regista e di un economista ottimamente introdotto nella cerchia bancaria e di nobiltà partenopea affiliata alla diplomazia quirinalizia, pur appartenendo di diritto e per cooptazione al salotto Guermantes, non riposa su allori dinastici, ma è ossessionato dal lavoro, che rappresenta il suo unico interesse, insieme a una passione non hobbistica per le privatizzazioni e il Ttip.

A questo punto anche voi vorrete saperne di più e eccovi accontentati.  Il sito di gossip, e dietro a lui l’autorevole stampa quotidiana, per lavoro indefesso, selvaggio e martellante intende intrinsichezza giovanile in veste di delfino per scelta con Montezemolo, in una imitazione più modesta del rapporto tra l’attuale presidente di Alitalia con il Re della Fiat, concretizzatasi in un susseguirsi di incarichi all’ombra del collezionista di fallimenti, che lo ha voluto al suo fianco in qualità di assistente in Confindustria, in Ferrari, nella società dei treni veloci, in Interporto Campano e dulcis in fundo, nel suo Think Tank con velleità elettorali, Italia Futura.

Con un inventario simile di esperienze professionali, e ammesso che  non porti sfiga, Calenda non lo vorreste nemmeno a amministrare il vostro condominio. Invece Letta lo volle sottosegretario e ora Renzi l’ha promosso.

E lo credo, ai ragazzi di campagna arrivisti piace entrare nel cono di luce della mondanità, avere dimestichezza con gli inventori dell’orologio sopra il polsino, essere riverberato dal sole del privilegio ereditato, senza fatica e senza merito, stare sia pure ai margini del Gotha dove è concesso tutto quello che a noi è proibito. Anche solo questo basterebbe a farci dire di no.

 


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