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Sbiden contro Strump

Molti sono convinti che Trump stia ormai esaurendo le cartucce e che le sue azioni legali contri i brogli elettorali non siano altro che un estremo tentativo di resistenza a Biden dal valore più che altro simbolico, adeguato al carattere dell’uomo, però del tutto inutile. Ma questi molti sono proprio quelli che non conoscono nemmeno sommariamente il bizantino meccanismo elettorale americano, costruito a suo tempo, ad onta delle favole che si raccontano, più per garantire il federalismo e il potere delle elite che in omaggio alla democrazia. Naturalmente non posso conoscere  la sostanza delle questioni sui brogli sollevate dagli uomini di Trump e da Rudolf Giuliani, anche se ormai essi sono una piaga ventennale delle tornate elettorali in Usa ad ogni livello e alcune volte sono stati proprio di democratici ad opporsi ai verdetti del sistema Dominion. Non voglio però entrare in questioni tecniche che non conosco e sulle quali non potrei informami adeguatamente, tuttavia la questione è molto diversa da quella che viene presentata dall’informazione nostrana: non è che Trump abbia bisogno di vincere in tutti gli stati  in contesa, per spuntarla: il suo obiettivo è assai più modesto e raggiungibile  ovvero quello di impedire a Biden di arrivare ai 270 voti elettorali. Questo scenario di impasse potrebbe sembrare del tutto inedito o impossibile ed è invece assolutamente previsto dal 12° emendamento della Costituzione ed è già successo nel 1824 che  tutti e quattro i candidati in lizza non raggiungessero la maggioranza dei grandi elettori o almeno il 50 per cento di essi. Anzi a ben guardare tutto questo sistema barocco può funzionare decentemente fino a che i candidati reali, a parte qualche personaggio di disturbo che col sistema maggioritario non conta nulla, siano soltanto due, ma con una maggiore pluralità  una situazione come questa potrebbe riproporsi praticamente ogni 4 anni.

Ora cosa succede se qualche stato non fosse  in grado di proclamare i risultati elettorali definitivi entro il 14 dicembre e dunque né Biden, né tantomeno Trump raggiungessero la fatidica quota di 270?  La questione passerebbe alla Camera che dovrebbe procedere ad eleggere il nuovo presidente. Dunque Biden dovrebbe vincere comunque visto che i democratici hanno la maggioranza. al congresso Niente affatto: in questo caso sarebbe Trump a spuntarla perché il voto non avviene nominalmente, ma  i rappresentanti di uno stesso Stato dispongono collettivamente, di un solo voto. E gli stati a maggioranza repubblicana sono di più. Insomma, al contrario di quanto ci vorrebbe far credere la nostra informazione lo scontro è tutt’altro che concluso perché se le azioni legali contro i brogli avessero un successo anche parziale, di fatto Biden sarebbe fuori. E paradossalmente ai democratici a questo punto converrebbe politicamente una vittoria di Trump: potrebbero sempre dire che il malvagio parrucchino arancione gli ha rubato le elezioni, mentre mettendo alla Casa Bianca lo svanito e corrotto Biden,  avrebbero un presidente inetto e sospettato di essere stato eletto non dal popolo, ma dai brogli, permettendo a Trump di acquisire la dimensione di un leader pronto a tornare in lizza e con un credito personale di cui i repubblicani non potrebbero fare a meno. Il fatto è che Biden non è tanto il candidato dei democratici, quanto del milieu economico – militare che ha una fretta matta di riprendere possesso della sala ovale e con essa dei venti di guerra.

A questo punto permettetemi una notazione storica riandando all’analoga situazione verificatasi quasi due secoli fa, nel 1824: apparentemente si tratta si episodio lontano e invece è intriso di molte possibili suggestioni. In quell’anno lontano infatti si doveva eleggere il successore di James Monroe, ovvero il presidente che enunciò l’omonima dottrina che solitamente si fa coincidere con la nascita dell’impero americano o meglio con il passaggio graduale del comando dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. Che la medesima situazione rischi di riproporsi nell’agitata fine dell’impero  e con due candidati uno peggio dell’altro sembra quasi l’annuncio del crepuscolo. Mentre le immense file di auto che si dirigono verso i centri di distribuzioni di aiuti alimentari segnano la fine del sogno americano anche come semplice immagine simbolica sopravvissuta a se stessa durante una stagione di enormi disuguaglianze sociali, il sistema quasi ritorna alle origini ed entra in crisi, ma questa volta come farsa delle elite e dramma del popolo.                                                                       .


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