Una battuta degna di Ferrara

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E vaglielo a raccontare al premier che il fine della tutela della privacy è proteggere tutti e prima di tutti i dissenzienti dal trascinamento irresistibile verso la società della sorveglianza. E vaglielo a dire anche a quell’anemica opposizione che in nome di una sicurezza dai contorni poco nitidi e dai contenuti incerti ha accettato pratiche discriminatorie e sopraffattrici.
Certo sarebbe tempo di rivedere i pilastri della riservatezza visto che ci aspettano stravolgimenti ben poco progressivi che toccheranno l’antropologia degli uomini e parlano del moltiplicarsi di individui tagged and tracked, etichettati e rintracciabili, assimilabili a altre categorie di oggetti in movimento, controllabili a distanza con braccialetti al polso e chip inseriti.
No il premier non teme di essere una networked person, una persona perennemente in rete, “configurata” in modo da emettere e ricevere impulsi in gradi di rintracciarlo per ricostruirne movimenti e abitudini. Ai ricchi non succede, credo, e comunque forse il suo ego sarebbe appagato dall’ipotesi di essere comunque “alla ribalta”.
No la sua preoccupazione risiede nella remora possibilità che una sorveglianza anche congrua al suo ruolo renda controllabili i suoi comportamenti di trasgressore più che di peccatore e verificabile la loro pesante componente illecita per non dire illegale.
Per questo è così geloso della sua riservatezza e del suo contesto privato. Mentre come è nelle sue abitudini è assolutamente irriguardoso del nostro. E basta pensare a quanto disturbo ci abbia dato in questi anni penetrando nelle nostre vite, le vite degli altri che ha scoperto tardivamente. Entrando nei nostri salotti più o meno radical chic con videoappelli e telefonate aggressive e scostumate, intasando le nostre caselle postali di sontuosi book con gesta e immaginette votive che nemmeno Kim il Sung arrivava a tanto. Facendo irruzione dai settimanali e riviste con album di famiglia. Pubblicando, peraltro imitato dall’intera accolita di famigli e contigui, confessioni, lettere aperte, memoriali in previsione, se non lo fermiamo, anche dei Dvd coi filmini delle vacanze, con i giochi dei nipotini e forse di quelli delle serate in villa.
Ma questo ricordiamocelo è l’aspetto solo apparentemente più brutale esplicito e perentorio. Ce ne sono altri che avranno un lungo e cupo effetto anche sugli anni a venire. Anche dopo di lui.
Perché le leggi ad personam, un potere esercitato in nome di interessi privati, un’azione di governo finalizzata solo a risolvere i suoi problemi e a dare prebende e ricchezza ai suoi fedeli, una politica estera condotta per stringere scellerati patti commerciali con amici altrettanto discutibili, ha finito per condizionare insieme alla nostra coesione sociale e all’autorevolezza delle istituzioni, anche le nostre esistenze, i loro valori, le nostre attese e il futuro, quello di tutti e quello individuale, privato, privatissimo. Offrendo modelli di vita che hanno ridotto le nostre visioni a inquadrature sempre più miniaturizzate. Imbrigliando le aspettative. Isolandoci in una diffidenza chiusa e gretta. Fino a fare irruzione proprio dentro ai nostri destini per intervenire sulle nostre abitudini sessuali, sulle nostre inclinazioni, sulle nostre modalità procreative, sulle nostre scelte di sopravvivenza e morte.
La sua privatezza ha ridotto la nostra, l’esuberanza della sua vita ha tentato di togliere equilibrio alla nostra, la sua visibilità ha compromesso la nostra reputazione. Non ci resta che sperare che il suo tramonto avvenga dietro alle quinte in qualche luogo appartato, confinato nel quale finalmente potremo dimenticarlo.