Archivi tag: Vino rosso

Potere etilico

brouwer2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La droga più potente, diffusa in forma interclassista e per giunta assolutamente legale è sicuramente l’alcol. A guardare qualsiasi film italiano o hollywoodiano pare che la nostra vita sia scandita dalla presenza ancora prima del fatidico tramonto della tradione anglosassone del cocktail, dal bicchiere di vino rosso a consolazione di casalinghe frustrate, giovani single che si preparano all’acchiappo,  avvocati che seguono corsi di sommelier per accaparrarsi bottiglie pregiate da sorseggiare dietro le pareti di cristallo nelle quali si rispecchia la nostra feroce modernità, ma pure poliziotti nostrani che stappano un vinello dopo aver fronteggiato un serial killer o detective di NYPD che dopo l’appostamento in macchina fanno il pieno   di scotch dalla bottiglie incartata.

Non so se dobbiamo a questa definitiva legittimazione di una dipendenza che una volta si declinava in culto invidiabile e raffinato del gusto  per i ricchi e mesta sbornia  per i poveracci, la constatazione che siamo irrimediabilmente nelle mani degli ubriachi, che sembrano sempre sotto gli effetti di quel bel bicchiere di vino rosso autorizzato dalla cultura corrente ai target che appartengono secondo una fortunata  definizione recente alla società signorile di massa.

E’ questa provenienza di censo che potrebbe spiegare lo stato di ebbro marasma che li porta a biascicare propositi e promesse che smentiscono o si rimangiano la mattina dopo l’happy hour  dalla Gruber, perché sanno che il loro status  li esonera da responsabilità, doveri, oneri per via della provenienza da una condizione di relativa e selettiva agiatezza consolidata dalla fidelizzazione a un partito, movimento, lobby e dall’accesso ai privilegi e alla apparentemente inviolabile sicurezza di uno stile di vita e di un livello gratificante e dunque irrinunciabile di consumi.

Per questo sono indifferenti, anzi francamente infastiditi dai nostri gretti bisogni e dalle nostre miserabili rivendicazioni, siano essi rappresentanti eletti, tecnici continuamente implorati di salvarci con i loro teoremi e i loro algoritmi, sindacalisti che hanno preso a calci i valori del lavoro e le conquiste di secoli come arcaici fondi di magazzino della lotta di classe che ormai interpretano alla rovescia vendendo consulenze assicurative e fondi, o ministri che possono vantare una remota e ostile distanza da studi formativi, occupazioni e professioni che richiedono competenza, esperienza, affidabilità, tanto da diventare sponsor e testimonial della gig economy, dei lavoretti alla spina in delizioso avvicendamento con studi destinati unicamente a preparare alla servitù, al cottimo o al volontariato.

E siccome sono propagatori della cancellazione del lavoro, del welfare, della previdenza, dell’istruzione pubblica, della manutenzione dei diritti fondamentali, non tentano nemmeno più di rivendicare la capacità della loro ideologia e della prassi che ne consegue, quella di generare benessere per tutti sia pure a livelli differenziati, perché nel loro dna c’è solo il comando e il vincolo a tutelare gli interessi padronali e di conseguenza i loro, di vassalli o caporali.

E vi stupite se una delle regioni che guida la cordata della pretesa di autonomia al fine di redistribuire più acconciamente il gettito fiscale avendo dimostrato di saper governare con efficienza ed efficacia la cosa pubblica e salvaguardare il bene comune si vende i gioielli di famiglia a cominciare dai suoi palazzi del governo?

E vi stupite se la ministra competente in materia di trasporti e infrastrutture viene smentita nel suo ruolo di salvatrice di Venezia dai marosi, dal susseguirsi di test che provano l’inaffidabilità presente e futura del sistema ingegneristico che è  costato 7 miliardi ripartiti in strutture già fatiscenti, variazioni in corso d’opera attribuibili a materiali scadenti, inadeguatezza progettuale, incapacità e inattendibilità delle previsioni tecniche e di spesa, oltre che in un torrente di effetti del malaffare, che condannano la sua promessa di una demiurgica entrata in servizio del Mose nel 2021 al ruolo di penosa sortita di una scriteriata incompetente alle prese con una perenne campagna elettorale?  Tanto da aver costretto perfino la riservata  provveditrice alle opere pubbliche del Veneto, Cinzia Zincone a dichiarare che quella scadenza sarebbe “forzata” poichè  sarebbero già saltate “le scadenze intermedie”, a dimostrazione dell’indole peracottara del Consorzio Venezia Nuova  che aveva fatto intendere di essere in grado di provvedere già tra sei mesi a innalzamenti estemporanei delle paratie mobili in caso di maree straordinarie che ormai straordinarie non sono.

E vi stupite se i giornali danno ampio spazio alle implorazioni rivolte dalla stessa ministra al suo segretario di partito perché le dia lumi sulla linea da seguire nel caso della revoca della concessione alla Società Autostrade retrocessa a scaramuccia tra alleati renitenti, malgrado abbia dovuto esibire all’ultimo consiglio dei ministri perfino il rapporto della commissione ministeriale che inchioda Atlantia, come se non bastassero le inchieste sui crimini palesi a tutti fuorché al nuovo  rottamatore della magistratura?

E vi stupite se dopo aver confermato la sottoscrizione dell’accordo vergognoso con la Libia, dopo che anche grazie a quello l’Onu denuncia come più di 1000 migranti siano stati intercettati e  ricondotti nei lager, la ministra Lamorgese si accorge con sorpresa e preoccupazione che l’instabilità del paese potrebbe aumentare gli arrivi da Tripoli, che Conte tanto per metterci una pezza a colori non esclude la possibilità di inviare i “nostri” soldati di pace nell’area grazie ai presupposti della missione Misiat che prevede stanziamenti per la mobilitazione di 400 militari (ma 250 sono già là) e di 130 mezzi navali terrestri e aerei, in appoggio morale se non apertamente militare a una delle fazioni?

E vi stupite se mantenendo tutte le misure di “controllo” dell’immigrazione che hanno dato forma a una sollevazione di popolo espressa finora solo in via canora con Bella Ciao, si aprono i porti ma si conserva il susseguirsi di oltraggi alle leggi internazionali, si chiudono gli Sprar senza alternative e abbandonando i profughi a un destino di clandestinità offerta ai profitti dell’illegalità? Consentendo che siano in vigore leggi che discriminano non dando agli stranieri le stesse garanzie in tutti i gradi di giudizio, ma chiedendo a gran voce che venga aumentata la concessione di permessi umanitari?

Ecco, un proverbio dice che la vita è troppo breve per bere vino cattivo, dovremmo smetterla con le sbornie di seconda mano.


Un bicchiere di vino rosso sul divano

testatina curiosità

Ormai è un cliché consolidato e abusato: il calice di rosso bevuto in pensosa solitudine o come preludio erotico pervade l’immaginario filmico e televisivo, anche in ambiti e culture dove a mala pena si sa che esiste il vino. In una ventina d’anni il vino rosso, prima escluso da questi ambiti modaiolo – meditativi o di surrettizio catalizzatore sessuale, anzi considerato un prodotto plebeo e tendenzialmente da osteria, si è ripulito e ha prepotentemente preso il posto di altri altri prodotti di consumo alcolico e non. Per questo è curioso capire come sia nato tutto questo e quali siano gli interessi e le narrazioni da cui nasce, anche perché con una certa sorpresa ci potremmo accorgere che gli interessi più ovvi e diretti sono del tutto marginali. La cosa infatti è nata all’inizio del millennio quando uno studio condotto su numeri di grandezza demografica e non più circoscritti a poche decine o centinaia di persone scoprì che nel sud est della Francia dove il consumo di carne e l’uso di grassi animali raggiunge il massimo pur nell’ambito di una tradizione culinaria che invoca “du beurre, du beurre et encore du beurre” c’era una minore incidenza di disturbi cardiovascolari che nel resto del Paese. Altre ricerche del genere dettero più o meno gli stessi risultati compresa una in Italia dove si vide che il numero minore di tali disturbi e della relativa mortalità si registrava proprio in Emilia – Romagna che teoricamente avrebbe dovuto essere invece l’area più a rischio.

A questo punto cominciava a traballare tutto un paradigma medico – alimentare che si era andato costruendo per mano principalmente americana fin dal dopoguerra e dove confluivano suggestioni esotiche, studi datati, superficialità di giudizio, teorie frettolose e prive di un credibile retroterra sociologico, nessuna cura riguardo alle modalità di cottura e alla qualità dei prodotti, assenza di ricerche allo stesso tempo rigorose e ad ampio respiro a causa dell’impegno di lungo periodo e finanziario che avrebbero richiesto, ma che soprattutto implicava ormai molte decine di miliardi di dollari di profitti sia da parte dell’industria farmaceutica che della pratica medica nel suo complesso, persino di un mondo alternativo che faceva del contrasto alla medicina scientifica il suo fulcro altrettanto lucroso e infine di un salutismo feticistico che incombeva come riempitivo  della progressiva nientificazione sociale, politica, ideale. Così sebbene già allora cominciasse ad essere chiaro che certi capisaldi (uno di questi è il colesterolo buono e quello cattivo e i loro livelli) non erano così solidi come parevano, si ricorse a un espediente che potrebbe sembrare curioso, anzi un po’ ridicolo per interpretare la realtà senza dover toccare teorizzazioni e ipotesi, farmaci e integratori: se aquitani, occitani ed emiliano romagnoli sono in buona salute nonostante la loro dieta è perché bevono vino rosso e lambrusco. Nel vino infatti si trova il resvetrarolo una sostanza antiossidante che secondo alcuni studi di qualche anno fa era indiziato di avere un’azione antitumorale, antinfiammatoria e fluidificante del sangue. Disgraziatamente la dose minima in grado di ottenere qualcuno di questi possibili effetti, vale a dire 50 milligrammi al giorno (ma i dosaggi terapeutici sperimentali arrivano sino al grammo giornaliero) renderebbe necessario scolarsi da 5 a 30 bottiglie di vino al giorno a seconda della varietà e delle etichette. Quindi occorrerebbe scegliere tra il coma alcolico e la buona salute cardiovascolare.

Come via d’uscita dalla contraddizione non era certo granché, anche perché in realtà nei paesi di tradizione vinicola il bicchiere se lo fanno un po’ tutti, però il sasso era stato lanciato e la comunicazione, la narrazione scritta e visiva, si impadronì di questo suggerimento e immediatamente il vino rosso diventò un elisir di lunga di vita, un vizio salutare, si cominciò a puntare sulla nuova terra promessa del salutismo che, a differenza di altre strade. appariva anche gradevole e adulto. Così il bicchiere di rosso si è imposto. Si deve sostanzialmente a questo l’aumento delle esportazioni di vino in Usa e anche la crescita del consumo in Europa, visto che da allora fa tendenza e fa fico fingere di intendersi di vino, anche se tantissimi neo esperti non sarebbero in grado di distinguere un tavernello da un grand cru se non ci fosse l’etichetta a guidarli. Ma che importa tanto è tutta salute.


Un bicchiere di vino rosso sul divano

testatina curiosità.gif

Ormai è un cliché consolidato e abusato: il calice di rosso bevuto in pensosa solitudine o come preludio erotico pervade l’immaginario filmico e televisivo, anche in ambiti e culture dove a mala pena si sa che esiste il vino. In una ventina d’anni il vino rosso, prima escluso da questi ambiti modaiolo – meditativi o di surrettizio catalizzatore sessuale, anzi considerato un prodotto plebeo e tendenzialmente da osteria, si è ripulito e ha prepotentemente preso il posto di altri altri prodotti di consumo alcolico e non. Per questo è curioso capire come sia nato tutto questo e quali siano gli interessi e le narrazioni da cui nasce, anche perché con una certa sorpresa ci potremmo accorgere che gli interessi più ovvi e diretti sono del tutto marginali. La cosa infatti è nata all’inizio del millennio quando uno studio condotto su numeri di grandezza demografica e non più circoscritti a poche decine o centinaia di persone scoprì che nel sud est della Francia dove il consumo di carne e l’uso di grassi animali raggiunge il massimo pur nell’ambito di una tradizione culinaria che invoca “du beurre, du beurre et encore du beurre” c’era una minore incidenza di disturbi cardiovascolari che nel resto del Paese. Altre ricerche del genere dettero più o meno gli stessi risultati compresa una in Italia dove si vide che il numero minore di tali disturbi e della relativa mortalità si registrava proprio in Emilia – Romagna che teoricamente avrebbe dovuto essere invece l’area più a rischio.

A questo punto cominciava a traballare tutto un paradigma medico – alimentare che si era andato costruendo per mano principalmente americana fin dal dopoguerra e dove confluivano suggestioni esotiche, studi datati, superficialità di giudizio, teorie frettolose e prive di un credibile retroterra sociologico, nessuna cura riguardo alle modalità di cottura e alla qualità dei prodotti, assenza di ricerche allo stesso tempo rigorose e ad ampio respiro a causa dell’impegno di lungo periodo e finanziario che avrebbero richiesto, ma che soprattutto implicava ormai molte decine di miliardi di dollari di profitti sia da parte dell’industria farmaceutica che della pratica medica nel suo complesso, persino di un mondo alternativo che faceva del contrasto alla medicina scientifica il suo fulcro altrettanto lucroso e infine di un salutismo feticistico che incombeva come riempitivo  della progressiva nientificazione sociale, politica, ideale. Così sebbene già allora cominciasse ad essere chiaro che certi capisaldi (uno di questi è il colesterolo buono e quello cattivo e i loro livelli) non erano così solidi come parevano, si ricorse a un espediente che potrebbe sembrare curioso, anzi un po’ ridicolo per interpretare la realtà senza dover toccare teorizzazioni e ipotesi, farmaci e integratori: se aquitani, occitani ed emiliano romagnoli sono in buona salute nonostante la loro dieta è perché bevono vino rosso e lambrusco. Nel vino infatti si trova il resvetrarolo una sostanza antiossidante che secondo alcuni studi di qualche anno fa era indiziato di avere un’azione antitumorale, antinfiammatoria e fluidificante del sangue. Disgraziatamente la dose minima in grado di ottenere qualcuno di questi possibili effetti, vale a dire 50 milligrammi al giorno (ma i dosaggi terapeutici sperimentali arrivano sino al grammo giornaliero) renderebbe necessario scolarsi da 5 a 30 bottiglie di vino al giorno a seconda della varietà e delle etichette. Quindi occorrerebbe scegliere tra il coma alcolico e la buona salute cardiovascolare.

Come via d’uscita dalla contraddizione non era certo granché, anche perché in realtà nei paesi di tradizione vinicola il bicchiere se lo fanno un po’ tutti, però il sasso era stato lanciato e la comunicazione, la narrazione scritta e visiva, si impadronì di questo suggerimento e immediatamente il vino rosso diventò un elisir di lunga di vita, un vizio salutare, si cominciò a puntare sulla nuova terra promessa del salutismo che, a differenza di altre strade. appariva anche gradevole e adulto. Così il bicchiere di rosso si è imposto. Si deve sostanzialmente a questo l’aumento delle esportazioni di vino in Usa e anche la crescita del consumo in Europa, visto che da allora fa tendenza e fa fico fingere di intendersi di vino, anche se tantissimi neo esperti non sarebbero in grado di distinguere un tavernello da un grand cru se non ci fosse l’etichetta a guidarli. Ma che importa tanto è tutta salute.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: