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Uno Stadio che viene da lontano

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Panda ‘ndoppia fila e du’scontrini. Ma li mortacci vostra”.  Con la sua proverbiale sobrietà l’ex sindaco Marino, che il blog che ha ospitato la sua esternazione   vernacolare definisce “probabilmente il più grande sindaco di Roma in assoluto dopo Ernesto Nathan”,  ha commentato  così la tempesta giudiziaria che ha investito il Campidoglio a Cinque Stelle, scoppiata quando nel  2018 gli inquirenti Ielo e Zuin hanno portato a galla la rete di improprie relazioni che Luca Parnasi, dominus di Euronova e Luca Lanzalone, l’avvocato genovese consulente dell’amministrazione Raggi, avevano stretto per accelerare l’approvazione  dello stadio a Tor di Valle.  L’arresto di De Vito, che va a coprire definitivamente l’arco costituzionale dei beneficati da Parnasi – che ha sempre rivendicato un approccio bipartisan: «Ho pagato profumatamente tutti i partiti politici….sono i politici a cercarti per essere finanziati, e se non lo fai sei fuori dai giri che contano» –  è stato salutato con esultanza sulla stampa, in rete e fuori.

Perché finalmente si dimostra che l’appropriazione dell’onestà da parte dei 5stelle è indebita e che la virtù in oggetto, che pare non possa proprio far parte della cassetta degli attrezzi di un politico, è soggetta a graduatorie  e classificazioni.

Se vale l’osservazione di Brecht “cos’è rapinare una banca a fronte del fondare una banca?”, siamo legittimati a ritenere che sia almeno paragonabile utilizzare a fini propri un’opera – che questi ultimi eventi dimostrano chiaramente essere una macchina del malaffare e della corruzione –  e il promuoverla, imporla, obbligarci a contribuire alla sua realizzazione. Mentre invece è considerata azione meritoria, forza motrice di sviluppo, occupazione, competitività, anche se si tratta di uno stadio addirittura meno presentabile di una ferrovia, altrettanto superflua se non per l’accesso di qualcuno alla greppia dell’affarismo illegale autorizzato dalle leggi che hanno convertito interventi privati o profittevoli solo per i privati, in opere di interesse generale e prioritario.

Ieri il capogruppo del Pd, Andrea Marcucci, ha simbolicamente consegnato, tra lazzi e dileggi, a Toninelli – che se li merita tutti – l’elenco delle opere italiane non compiute e ancora senza un cantiere. E dire che, fosse vero,  sarebbe invece l’unico motivo per riservare al ministro applausi e consenso: nel decreto Sblocca Italia, uno dei fiori all’occhiello del governo Renzi, erano previsti 112 milioni per combattere il dissesto idrogeologico e 4 miliardi per le grandi opere; se davvero non abbiamo un computo dei costi effettivi sostenuti e prevedibili del treno ad alta velocità (prendiamo per buone le previsioni dei Si-Tav  che stimano in 24,7 miliardi i costi dell’opera), o del Mose (a spanne 5 miliardi più 80 milioni l’anno di manutenzione), sappiamo che per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia  sono stati stanziati 350 milioni. E sempre per fare riferimento all’arguta massima di Brecht potremmo paragonare i fondi stanziati per il salvataggio degli istituti di credito criminali e dei loro vertici effettuato dagli esecutivi, quello in carica compreso, e le risorse irrintracciabili promesse per la messa in sicurezza del patrimonio residenziale dal  rischio sismico.

Perciò la colpa più grave che dobbiamo attribuire alla giunta Raggi, ben più delle buche o della monnezza, è quella di aver proseguito nella pratica di alienazione del bene comune e di violazione dell’interesse generale, che, nella città, ha visto la trasformazione della programmazione urbanistica in suk, in contrattazione tra amministrazione e privati, che vede sempre il sopravvento dei secondi. La “pianificazione” neoliberista, ma meglio sarebbe chiamarla col suo nome “speculazione” che ha prodotto l’abnorme cementificazione squallida delle periferie, ha determinato il fallimento della città con l’accumulazione di un debito di 22 miliardi (né stanno meglio città piccole: Alessandria con un buco di 200 milioni, Parma 850 milioni).

Le mani sulla città sono diventate via via più avide e potenti, dai condoni di Craxi e Berlusconi, dalla Legge Tognoli che mette in campo un serie di deroghe  e l’artificio dell’istituzione dei Consorzi di imprese che si dividono la tavole degli appalti delle opere pubbliche, e poi il Codice Bassanini sugli appalti che colloca alla pari gli interessi di costruttori e amministrazioni pubbliche, e poi la Legge Obiettivo del Cavaliere, il ripristino da parte di Monti dell’imposta sulla casa mentre rinvigorisce il finanziamento delle grandi opere (i 110 miliardi in tre anni saranno nel prosieguo ancora iscritti in bilancio). Nel 2008 si produce un esemplare intervento di carattere semantico: in una delle leggi di privatizzazione si cancella il conetto di “case popolari”, sostituite da “alloggi sociali”, in qualità di abitazioni private a canone concordato bel collocate all’interno del libero mercato. E se prima dello Sblocca Italia, Franceschini accoglie di buon grado un emendamento Pd che istituendo i Comitati di Garanzia per la revisione dei pareri paesaggistici segnando la fine della tutela, dobbiamo al Ministro Lupi quella modifica della disciplina urbanistica che mette sullo stesso piano pubblico e privato, instaurando l’indennizzo della conformazione della proprietà privata e la revisione degli standard edilizi.

Dobbiamo a questi trascorsi che scandalizzi di più chi rubacchia nelle more di una speculazione di chi la compie, in questo caso promuovendo un’opera inutile, che esercita una formidabile pressione sull’ambiente, in una collocazione sensibile e vulnerabile, con una cubatura che supera di 550mila metri cubi i limiti dela  Piano Regolatore che ne prevedeva al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà), con un forte impegno pubblico per le infrastrutture viarie: potenziamento della ferrovia Roma-Lido, gli interventi sulla via del Mare, ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, e per le opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, in modo da accontentare le smanie e appagare gli appetiti di personaggi discutibili, già in forte sofferenza con banche e sotto osservazione da parte dell’autorità giudiziaria che non sono in grado di assicurare la copertura delle spese della megalomane iniziativa.

Il tutto in un comune dichiarato ufficialmente fallito nel mese di aprile del 2014, tanto che il più degno successore di Nathan, il sindaco Marino, il grande promotore dello Stadio, nell’agosto successivo approva un piano di rientro del debito ulteriore che si era accumulato di 440 milioni di spesa sociale, cancellando tra l’altro 54 linee di collegamento tra centro e periferia e avviando la svendita di altre a operatori stranieri.

E’ che tutti i comuni sono indebitati e tutti più o meno per gli stessi motivi: opere pubbliche irrazionali, espansioni urbane insensate, società di servizio impiegate come bacino elettorale a finanziamento occulto della politica. Senza contare i debiti contratti con il racket delle banche d’affari sottoscrivendo titoli tossici (che dieci anni fa si calcolò ammontassero a oltre 35 miliardi) e che hanno prodotto la svendita del patrimonio immobiliare (tra gli acquirenti non solo emiri, anche Soros con il suo Fondo Quantum Strategic Partners che aspira a una fetta del Fip, Fondo immobiliare pubblico, secondo quando denunciato da fonte autorevole, Paolo Maddalena) e lo smantellamento del welfare urbano.

Manette o no, il nuovo Colosseo si fa comunque. Sarà per metterci dentro i leoni, che a fare i poveri cristi pronti per essere mangiati ci pensiamo noi.

 

 

 

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Un No, anche contro la “ludopatia”

Stadio della Roma

Stadio della Roma

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo che, se la coerenza è la virtù degli imbecilli, come si legge spesso su Facebook, quelli del Pd e i loro fan devono essere davvero intelligentissimi, a ricordare l’encomio sobrio ma infervorato espresso a suo tempo per la decisione di Monti di non candidare Roma alle Olimpiadi del 2020. Cui adesso corrisponde invece la condanna, altrettanto risoluta, per chi ne segue l’esempio, con qualche motivazione in più e proprio come hanno fatto città magari meno investite da fenomeni di corruzioni, degrado dell’ambiente, fenomeni di saccheggio del territorio autorizzati e legittimati da aggiramento di regole e leggi, in virtù di inadeguatezze, incompetenze, ed anche di ritardi promossi e favoriti per ingenerare condizioni di emergenza da gestire tramite regimi speciali, sistemi di deroghe e commissariamenti.

E quell’altissimo QI è dimostrato anche dal nostalgico rammarico col quale guardano al celebre trombato, che, chissà perché, non si sono tenuti, visto che – è opportuno ricordarlo a chi si duole che una scelta strategica e cruciale come la candidatura ai giochi sia affidata a un Comune, mentre dovrebbe avere una portata nazionale per effetti e ricadute – fu proprio Marino a rivendicare quella deliberazione votata dalla sua Giunta che ebbe l’ardire di definire la “sua” strenna per i romani. E fu sempre il mai abbastanza rimpianto, soprattutto dagli abitanti di altre metropoli e cittadine, “marziano” a prodigarsi su un altro intervento altrettanto indecente –  sul quale mi auguro  la ferma opposizione di  Berdini, unico esponente al quale sarebbe comunque doveroso dare fiducia e consenso in una compagine schizzata che gli fa fare da contraltare al socio del sindaco picchiatore – consegnando la città al manipolo di speculatori di Tor di Valle e assoggettando  la Capitale all’empio progetto di uno stadio della Roma in un’ansa del Tevere a Ovest dell’Eur, Un intervento definito di pubblico interesse: circa un milione di metri cubi, pari a dieci Hilton, come ha ricordato Vezio De Luca ricorrendo all’unità di misura della speculazione edilizia inventata  da Antonio Cederna quando denunciava lo scandalo dei 100 mila metri cubi del famigerato hotel Hilton realizzato a Monte Mario dalla Società generale immobiliare.

Iniziativa anche questa molto auspicata dal partito, unico più che trasversale e manager della sola industria davvero produttiva del paese, quella del “falso”, tanto che, ricorrendo alla cosiddetta legge sugli stadi (in realtà tre articoletti spalmati lungo la legge di Stabilità 2014) l’ambizioso progetto, previsto in un’area che il piano regolatore destina a verde attrezzato, impianti sportivi, spazi pubblici e attrezzature per il tempo libero,  riserva allo stadio una percentuale “minore” del 20%. Su circa 90 ettari infatti  è prevista l’edificazione di due costruzioni:  quella destinata all’arena (fino a 60 mila posti), e un’altra, costituita da tre grattacieli alti fino a più di 200 metri e altri edifici dedicata  ad uffici, centri congressi, attività ricettive e commerciali. E chi se ne importa se  questo ennesimo laboratorio di un’urbanizzazione indirizzata solo a premiare rendita e proprietà privata, di un’urbanistica retrocessa a pratica negoziale con immobiliaristi e speculatori, non si preoccupa di collocarsi in un quadro di pianificazione di strutture, infrastrutture e servizi; chi se ne importa degli stadi,: quello in nuce ridotto a accessorio mentre nella si sa della destinazione dell’Olimpico e del Flaminio. E chi se ne importa di consultare e informare le comunità più direttamente interessate, se i giornali in questi giorni così impegnati in attività investigative, tacciono e tacciono perfino i tifosi della Lazio, nella non peregrina e probabile illusione di potesri fare uno stadio tutto loro a spese dei romani.

Le motivazioni che hanno portato il Comune a confermare l’annunciato no, non costituiscono gran motivo di interesse ormai, che siano state dettate dall’opportunità di mantenere il punto e riaggregare un consenso della base e degli elettori minacciato da comportamenti sgangherati e decisioni inopportune, o che invece abbia prevalso la volontà di dimostrare di avere a cuore, coi fatti, l’interesse  di una città in fallimento, con un debito storico intorno ai 14 miliardi, a carico delle generazioni a venire, compresi i debiti risalenti ai giochi del ’60, con un repertorio velenoso di  incompiute a cominciare dalla Città dello sport, con le rovine abbandonate delle costruzioni che dovevano essere completate per i Mondiali di nuoto del 2009, delle prodezze dalla celebrata Archistar, delle stazioni abbandonate, con Grandi Opere che di grande hanno solo la cattiva fama di laboratori sperimentali per corruzione, malaffare e infiltrazione mafiosa, come la Metro C.

E sono risapute quelle che muovono Renzi e il governo a battersi ancora e tenacemente per i giochi, se ancora ieri l’impunito di Palazzo Chigi si è pronunciato lapidario con la consueta faccia di tolla: “c’è chi dice no perché c’è chi potrebbe rubare. Ma in un Paese serio i ladri si arrestano. Ma se si arrestano le grandi opere allora hanno vinto i corrotti”. Una frase la sua davvero esemplare, per via del tornare sempre alla contrapposizione manichea tra si e no,  a causa dell’uso del condizionale a proposito dell’ipotesi remota che ci sia chi ruba nel contesto di grandi opere, grandi eventi, grandi interventi e piccole ricostruzioni, per il suo inusuale richiamo alla giustizia, una parola che sia nel suo significato morale che in quello amministrativo di solito gli fa venire l’orticaria, per non dire del condannabile abuso del termine “serio” per un Paese che sta riducendo a una macchietta, retrocesso a espressione geografica, espropriato di sovranità, lavoro diritti, storia, memoria, cultura.

Forse meno chiare sono le ragioni per le quali, irragionevolmente, vittime dei crimini della sua ideologia, lavoratori, inoccupati, disoccupati, precari, pensionati, malati, vecchi, invalidi, giovani che nemmeno cercano più un’occupazione e cinquantenni che hanno perso tutto compresa l’identità di persone,  dovrebbero dargli retta e, peggio ancora, perché qualcuno, per indole al masochismo o per istinto a preferire il tifo sportivo alla democrazia, gli conceda ancora consenso. Per alcuni ci sarà la speranza che si possa godere della ripetizione su scala e  a livello locale della pratica di clientelismo, favoritismo, familismo, corruzione anche di piccolo cabotaggio, del sistema arbitrario di deroghe e licenze, cifre irrinunciabili della politica governativa e che vengono interpretate come l’unica difesa rimasta in tempi segnati da discrezionalità, precarietà, perdita. Per altri resta un’aspirazione a appartenere, sia pure di riflesso, alla cerchia di chi è “arrivato”, sperando di essere contagiato da fortuna e privilegio. Per qualcuno si tratta ancora della nostalgica identificazione e del malinteso riconoscimento in un corpo sociale, in un’organizzazione, che era stata un grembo materno rassicurante, anche ora che sono evidenti slealtà e tradimento, abiura del mandato e della tradizione.

Ma è possibile anche che tanti siano così disperati da volersi far convincere dall’ottimismo farlocco dei profeti del “fare”, da un dinamismo che assomiglia all’iperattivismo di ragazzini viziati, piazzati davanti ai videogiochi, sempre a pigiare sui tasti di telefonini, Iphone, tablet, svogliati e renitenti a letture e giochi che richiedano attenzione e riflessione, talmente ossessionati dal presente, dal possesso istantaneo del tutto e subito da omettere la visione e la speranza del futuro.

Fa paura la loro visione rosea e giuliva del mondo, il loro affaccendarsi intorno e grazie alla nostra fatica, alle nostre rinunce, alla diserzione obbligatoria di desideri e speranze. Fa paura perché l’impronta che vogliono lasciare la loro megalomania e il loro culto dell’illimitatezza dissipata,  sarà impressa come un marchio sulla nostra carne, si tratti di giochi, ponti, tunnel o perfino di guerra, occasione storicamente consacrata a crescita e profitto. Fa paura anche la loro “ossessione” per il gioco: azzardo, casinò finanziario, Olimpiadi, calcio, tre carte e wargames.


I riverginati del Pd

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno sembra dolersi, qualcuno invece compiacersi della non sorprendente rivelazione: i 5stelle non sono un popolo politico “eletto”, alla prova dei fatti mostrano esitazioni e debolezze umane, a dimostrazione evidente che non c’è una via assolutamente e totalmente virtuosa al potere, che richiede invece compromessi e accomodamenti.

E c’è chi da questo ha tratto energia per rinnovarsi e cambiare look: non c’è da rimpiangere la loro vocazione anti-sistema, se autorevoli esponenti del Pd, assurti a inspiegabili fortune per via matrimoniale o per accertata lealtà all’ideologia e alla pratica renziana,  si appropriano di modi e parole d’ordine nel lodevole intento di avvicinarsi a quella gente che li ha penalizzati e traditi. Così ieri la consigliera romana Michela De Biase, senz’altro meritevole se un ministro influente l’ha sponsorizzata e anche sposata, ha dato vita a un divertente siparietto di tipica impronta grillina, con cadenze appena appena meno vernacolari di quelle dalle Taverna, al grido di “onestà, onestà”, senza peraltro riuscire a articolare quesiti e provocazioni convincenti nell’annosa questione della monnezza.

E che dire dell’augusto candidato trombato,  Giachetti,  che con una ineguagliabile faccia da Pd,  ­­­si fa ospitar­­e sul Manifesto per informarci che, sia pure grazie a una folgorazione tardiva, ha scoperto le virtù della pianificazione a Roma? Il tutto dopo che, anche grazie al suo partito e ai fiancheggiatori non tanto esterni, l’urbanistica è diventata la scienza della negoziazione e della contrattazione opaca: di regole, leggi, permessi, autorizzazioni, lotti, terreni, destinazioni d’uso,  che mette di fronte e non in condizioni di parità soggetti pubblici e privati. E sciorina in forma pedagogica  e didattica ad uso dei dilettanti troppo impegnati sul fronte della trasparenza, tutta la paccottiglia di regime: semplificazione, snellimento, quadro d’insieme, piano strategico, rivoluzione amministrativa, sulla quale aveva per riservatezza forse, per discrezione, sorvolato in campagna elettorale, proprio lui che ha perorato e perora la causa delle Olimpiadi  e del nuovo stadio della squadra capitolina, né più né meno di come aveva fatto Marino,  secondo una immaginazione costruttiva che altro non è che il liquido di decantazione  del veleno neoliberista urbanistico.

Quello che a Roma, come a Venezia, come a Firenze, sta intossicando le nostre città,  per farne dei luna park privati, delle disneyland,  indirizzando risorse per Grandi Eventi, Grandi Opere, Grande Cemento, Grande Profitto, per un eterno spettacolo dietro al quale nascondere  i bisogni quotidiani, le periferie, il crescente disagio sociale, le sacche di emarginazione sempre più gonfie di malessere e soprattutto il giro vergognoso di soldi movimentato da corruzione, malaffare, alienazione incauta del patrimonio comune.

Chiamato in causa gli ha risposto il neo assessore Berdini, sulla cui competenza i media e le nuove cheerleaders della moralizzazione postuma preferiscono tacere,  ricordandogli come il primato delle licenze, al cui consolidamento hanno tanto contribuito governi e parlamento, autorizzi ormai a  costruire ovunque, stabilendo come unica regola che gli interessi pubblici siano sempre subordinati a quelli privati. E rammentando come   dal lontano 1993 siano state approvate tali e tante deroghe urbanistiche  a Roma che è oggi difficile recuperarne perfino l’elenco.

Sono conferme in più per chi – e non è certo una macabra novità “ votare contro”, uso invalso da molti anni e reso incontrastabile dalla legge elettorale che costringe implacabilmente a scegliere il meno peggio o ad astenersi – ha votato Raggi, per aver verificato che i sindaci del Pd ripropongono a livello locale principi “ideologici” e comportamenti del partito della Nazione e del governo che ha occupato militarmente con la sua cricca, quello che ha scelto di non voler impostare un sistema fiscale progressivo: vera chiave di volta per attenuare le diseguaglianze crescenti che lacerano tutte le società “neoliberiste”,  che ha appagato le brame della rendita e del cemento, abolendo l’imposta sulla prima casa e investendo sul sacco del territorio, tramite grandi opere e svendite dei beni comuni, quello che ha deciso che non vuole spendere in ricerca e formazione, mentre scialacqua per pagarsi i globe trotter del Si, quello che si accanisce sui pensionati, che cerca consenso distribuendo paghette che si fa ridare indietro con balzelli e tasse, quello che taglia l’assistenza con la stessa mannaia che usa per i diritti, le garanzie e le conquiste del lavoro.

Da cittadina di Roma ne conosco i mali e i vizi, so bene  che le buche e i cassonetti della monnezza che vomitano fuori rifiuti in barba a storia, grandezza e Giubileo sono l’evidenza, gli indicatori di una patologia ben descritta negli atti dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo. E che si manifesta nelle turpi alleanze secolari tra stra- poteri, politica nazionale, locale e ecclesiastica, pubblica amministrazione, compresi alcuni organi di controllo, rendita e impresa privata con in testa il gotha avido, grossolano, cinico e baro dei costruttori, in non temporanea joint venture con la criminalità organizzata, avendo, come è noto, le medesime aspirazioni.

Non sono mai stata una fan della “specialità” della sinistra e non lo sono nemmeno dell’egemonia dell’onestà su tutto, condizione necessaria, ma non sufficiente. Figuriamoci se lo sono della “competenza” e a chi mi voleva ricordare che i 5Stelle sono “nuovi”, inadeguati, impreparati, ho dovuto rispondere che, se non è detto che sia una virtù, è sicuro che peggio probabilmente non avrebbero potuto fare dei Renzi, delle Boschi, delle Madia, dei Faraone, ma anche di navigati Padoan, di scaltriti Poletti, dei gabbani tante volte rivoltati. E anche dei marziani specialisti in atti simbolici e beau geste,: chiudere una discarica maledetta, ad esempio, senza prevedere dove mandare i rifiuti, conferiti in un export oneroso o soggetti all’ammuina, come in un gioco dell’oca, da quartiere a quertiere.

Insomma non  mi aspettavo miracoli, se non un primo contributo a quello minore, marginale, nel quale confido, cacciar via l’usurpatore con ignominia. E non sono quindi nemmeno disorientata o delusa che i 5stelle  dimostrino quel loro non sempre innocente attaccamento al clan, alla cerchia, che va dalla fidelizzazione al comico, alla delega in bianco agli eredi dinastici del guru, e che ricorda da vicino l’antropologia di Facebook, dove tutti sono amici anche se non si conoscono per il solo fatto di aver “aderito” al social network. Tanto che probabilmente  l’affidabilità concessa all’assessora ex consulente dell’Ama potrebbe avere anche questa motivazione, insieme a un ingenuo assegnamento  nei tecnici, nei professionisti, nella gente “pratica”.

In due mesi ho visto cassonetti vuoti e ricolmi, cantieri operosi e abbandonati, buche e voragini aperte, bus sgangherati, come prima o forse appena appena meno di prima per via della scopa nuova e del timore che può suscitare in chi teme la fine della vacche grasse e si mette in riga. Ma siccome il mio unico interesse è quello di cittadina, non godo del tanto peggio tanto meglio, non mi rallegro del fallimento della Capitale, non provo la voluttà della sinistra irriducibile nello stare a borbottare radiosamente dalle file dei perdenti e dei volontari della sconfitta. Anche perché ai margini: nelle periferie, nelle strade con le loro voragini ventennali, alle fermate dei bus che non arrivano mai, tra quelli che hanno una casa ma non sanno come mantenerla, assediati da mutui, tasse e balzelli, tra quelli che la vorrebbero, tra quelli che l’hanno occupata e vivono a rischio,  in una condizione di illegalità, sono in tanti  e arrabbiati e spero in loro, in noi.


Cresciuti nella monnezza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tutto il mondo è paese: mi ero tanto adirata quando in risposta ai veneziani colpiti da una acqua alta anomala, l’allora sindaco Cacciari rispose con ficcante realismo: si mettano gli stivali di gomma. La rimozione di problemi e la dimissione dalle responsabilità quando si sta in alto e non si hanno in piedi in acqua e dove non arriva il tanfo dell’immondizia è proprio una cifra dei poteri contemporanei, se il presidente dell’Ama di Roma in occasione dello sciopero del 15 giugno, dopo quello del 3, dopo quello del quale non serbiamo memoria, se non olfattiva, ha consigliato ai romani di tenersi in casa i rifiuti, nascondendoli pudicamente alla vista di ospiti stranieri e sottraendoli alle telecamere delle tv.

Poco male, tanto i commenti sdegnati e le pungenti riflessioni sono prevedibili. Perché in attesa di arrampicarsi sul camion della monnezza del vincitore, chiunque esso sia, la prassi impone di prendersela con gli indigeni e gli ospiti molesti e altrettanto maleducati, rei di stipare di ogni ex bendidio diventato rifiute traballanti cassonetti, senza provvedere all’opportuna selezione con la scusa che “tanto poi, i monnezzari raccolgono e macinano tutto insieme”, di  lasciare abbandonati in mezzo alla via lavatrici e microonde, di “farsi riconoscere”, come si dice qui, per accidia, scostumatezza, indifferenza, la stessa che rivelano davanti alle violenze perpetrate su una donna, come sul declino rovinoso della loro capitale, sugli sfregi pubblici e privati ai loro beni comuni, sulla cessione  dissipata del loro patrimonio.

E difatti stamattina un parterre di prefiche che piangono in forma dimostrativa e minacciosa in previsione delle nefaste sorti che ci attendono se seppelliamo prematuramente il governo, e in particolare la santanchè del piccolo napoberluscone  di Rignano sotto forma di giornalista sibilava velenosa che in barba a Ostia esonerata del titolo di mafiosa, in barba a Mafia Capitale, in barba a Tor Bella Monaca, in barba a periferie retrocesse a bidonville e favelas, il problema di Roma è, si, il traffico, è, si, lo stato dell’azienda municipale, ma soprattutto perché i romani, mortacci loro, non pagano il biglietto.

Ecco, è la conferma che mai come ora è stata salda e inviolabile l’alleanza opaca tra il  regime e la sua informazione, ormai tutta. Che abbiamo consegnato le nostre città, i servizi, l’abitare, il muoversi, le memorie e la storia, a gente che non ne sa nulla, perché non vuole mischiarsi con noi, un ceto che non prende mai un bus né tantomeno lo aspetta per ore a una fermata sotto il sole cocente o il diluvio, quello che allaga le fermate della metro e le strade, gente che quando sente parlare di lavoro, per sé e, ormai, per gli altri, mette mano alla pistola,  sicché è meglio dotare i mezzi pubblici di forniture di obliteratrici taroccate, di distributori farlocchi, piuttosto che assumere controllori, probabilmente perché è diventato un mestiere a rischio di botte dagli utenti incazzati, tanto da non essere più un proficuo giacimento clientelare. Così non c’è mai un intrattenitore di talk show che ficca il microfono in bocca agli sfrontati come fa in occasione di dolori o giubili, per smentirli, per chiedere conto, magari solo per informarsi di quando per l’ultima volta prima del successo sono saliti sul numero 3, quello degli invisibili, stanchi già di prima mattina che non possono assopirsi perché è proprio da loro che passa il controllore.

In questi giorni un loro ospite d’onore è il marziano per antonomasia, autore di un’autobiografia, proclama di combattività incontenibile e pretesa di innocenza indomita. Nella sceneggiatura sempre uguale seguita dagli intervistatori, gli stessi peraltro che esibivano in vergognosa ostensione le immagini del tramonto della capitale durante il suo breve mandato, e dall’ex più celebrato dopo la deposizione di Romolo Augustolo, venerato soprattutto da chi non abita a Roma, occupa un posto di rilievo la trionfale commemorazione della rivoluzione mariniana in materia di rifiuti. Quando cioè venne chiusa la discarica scandalosa di Malagrotta, sottraendo la gestione e i profitti al monopolio malaffaristico del trust dalla monnezza, compreso della parentopoli delle assunzioni familistiche e clientelari.

Viene da chiedersi se non sia perché Marino faceva concorrenza sleale al sindaco d’Italia nella politica degli annunci che è stato espulso, se la sua amministrazione è stata segnata dall’installazione di comitati e commissioni con compiti preliminari di rilevazione e analisi probabilmente ancora in funzione di ponderata osservazione, da atti rituali e apotropaici ad effetto, da dichiarazioni di intenti, da gesti epici, appunto, come i sigilli alla discarica senza aver nemmeno individuato soluzioni alternative, se il piatto resta ricco per malaffare e malavita grazie a uno dei più profittevoli export, quello della monnezza romana verso destinazioni interne o neo coloniali.

Gli affezionati del voto inutile che vivono i “secondi turni” come un cruccio possono orientarsi su una scelta che dichiari di voler provare a mettere fine alla politica delle falsificazioni centrali e periferiche del Pd, del quale è un interprete facondo e irriducibile il suo candidato con le sue bandiere, che garriscono al vento della rendita, dei costruttori, dei cementificatori, dei barbari dei nuovi sacchi di Roma, tutti col tovagliolo al collo intorno al tavolo delle Olimpiadi, dello Stadio, dei prossimi e tetri luna park che dovrebbero “valorizzare” la Città Eterna, più di una città degli studi e della ricerca, più del risanamento urbanistico, sociale e morale delle periferie, più degli investimenti in tutela e cultura.

Chiunque in questi anni abbia combattuto una battaglia per l’istruzione pubblica, per i beni comuni, per la difesa del territorio da dissipazione e speculazione, per il diritto a abitare con dignità e nella legalità, ha avuto come controparte la nomenclatura del regime, fosse il Pd, fosse Forza Italia, fosse la Lega, convenuti nella santa alleanza che ci sta facendo guerra. Senza illusioni, ma ormai coltivarle è più improvvido che seminare marijuana e meno efficace che fumarla,  io proverei, dopodomani e poi ancora e ancora, a dir loro di no.


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