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Razzismo vaccinale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ve ne siete accorti, ma anche la verità è disuguale, e dunque possono dirla in regime di monopolio solo i ricchi e potenti, che non temono ripercussioni, censure, ostracismo.

In questo caso poi il soggetto che si è espresso con icastica e incisiva brutalità possiede tutte le caratteristiche per essere protetto e intangibile da critiche che possano ledere il suo stato e ostacolare la sua azione, per nascita, privilegi ereditati, incrementati e arricchiti grazie a vincoli matrimoniali, amicizie e ambizione personale che le ha permesso di intraprendere carriere inarrestabili e insediarsi da inamovibile in vertici impervi per nuovi arrivati. Sono accessori questi che permettono all’élite di proferire frasi e minacce tremende che altri, più in basso, non direbbero mai per non passare da cinici sprezzanti, mentre è certo che le metterebbero, e le mettono, in pratica, saltando agevolmente le parole per passare ai fatti.

Qualcuno ipotizza che l’assessora lombarda tornerà sui suoi passi, che adesso come un Berlusconi, un Renzi, un Conte qualunque dirà di essere stata fraintesa, che quello che ha detto è stato estrapolato e manomesso.

Macchè con l’innocenza dei boia che rivendicano di fare con efficienza il loro mestiere, con quel piglio da praticona sbrigativa, che combina certe specificità attribuite alle donne con i modi spicci e spregiudicati dei maneggioni che ti appioppano fondi, assicurazioni, mutui capestro, la Moratti ha confermato che proseguirà con piglio imprenditoriale e tenacia amministrativa  sulla strada aperta da anni, quella dell’applicazione ad ogni contesto e settore delle leggi inderogabili del mercato, come hanno fatto e fanno altre signore prima di lei, Thatcher, Fornero, Lagarde, von der Leyen, che spesso hanno affogato gli stessi crimini in una palude ipocrita di lacrime e pentimento.

E infatti che cosa ha detto fuori dai denti?   Che i Vaccini anti-Covid devono essere somministrati “più in fretta” nelle regioni con maggior densità abitativa, più mobilità, fortemente colpite dall’epidemia e che contribuiscono in modo significativo al Pil, chiedendo di prendere in considerazione non solo fattori demografici e sanitari, ma anche economici, preponderanti nei territori che costituiscono il “motore del Paese”.  

Qualcosa cioè che ogni dirigente di rito ambrosiano, ogni notabile meneghino, ogni leader padano pensa e cerca di fare, a cominciare dal parlamentare europeo leghista Ciocca che ha affermato che “se si ammala un lombardo vale di più che se si ammala una persona di un’altra parte d’Italia”, del sindaco della Capitale morale in campagna elettorale che se la piglia su Instagram con l’assessora:  «Ci sono mattine in cui ti possono cadere le braccia. il tuo Paese in preda a una crisi politica difficile da decifrare e nel momento sbagliato, la tua Regione che chiede l’assegnazione dei vaccini in base al Pil», ma segue scrupolosamente le orme della ex sindaca mettendo al sacco Milano, svendendola a prezzi da outlet a multinazionali immobiliari, emirati compresi.

E qualcosa, vale ricordarlo, che sognano di fare con più energia e pervicacia anche presidenti “diversamente leghisti”, come Bonaccini che pretende, in accordo totale con la Coraggiosa, una maggiore autonomia della sua regione in materie strategiche, scuola, università e appunto sanità, in barba algi scandali delle spese pazze e alle prestazioni fornite in fase pandemica, grazie al moltiplicarsi delle spinte verso una estensione delle prerogative regionali, peraltro prevista dalla riforma costituzionale del 2001, voluta da un Centrosinistra succube del secessionismo bossiano e favorita dall’introduzione del federalismo fiscale, poi disciplinato da una legge del 2009 che porta il nome di Roberto Calderoli e che vige in grazia di Dio, del Pd, dei 5stelle, di Conte 1 e 2 e del popolo italiano che non perde occasioni per rimuovere l’opportunità di farsi giustizia con l’ultimo strumento democratico rimasto e ultimamente “abusato” da un ceto che non vuole riformarsi.

E dunque perché scandalizzarsi per la rivendicazione di essere autorizzata a fare quello che leggi e usi prevedono ampiamente, a realizzare quello già intrapreso, comprese le nefandezze degli immediati predecessori, dimissionari ma non commissariati, intervento di forza che rientra nelle competenze degli esecutivi ma esercitato solo nei confronti di regioni del Sud. A dimostrazione della dichiarata mediocrità politica e civile del Governo, interessato invece a non intervenire per mantenere una ripartizione dei poteri che permetta lo scaricabarile o la manutenzione di rapporti affaristici con interlocutori privilegiati.

Si sa che le competenze regionali in materia sanitaria sono talmente estese da costituire la parte assolutamente preponderante della loro azione, esattamente come i relativi costi rappresentano la principale componente dei loro bilanci incidendo per oltre l’80% della spesa corrente. A questo equilibrio squilibrato si deve la demolizione del sistema assistenziale e di cura pubblico, che ha origine nei tagli decisi in obbedienza ai diktat europeo, eseguiti con la correità delle Regioni nell’organizzazione e nel contrasto ai fenomeni come il virus:  dunque dipende da loro se si è scelto di privilegiare le strutture ospedaliere a scapito della medicina territoriale  di base, così come la penalizzazione del “pubblico” e il sostegno ai “privati”, tanto che i decantati modelli lombardo e anche emiliano si fondano nel primo caso sull’equiparazione meccanica dei soggetti, nel secondo anzi sulla competizione  e la concorrenza grazie alla spietata aziendalizzazione, che trova conferma esemplare nel ruolo dato al cosiddetto ”welfare aziendale” dei dipendenti regionali in materia di prestazioni sanitarie.

D’altra parte non deve stupire che un governo che sta rivelando la sua indole autoritaria, seppure coi guantini di velluto dello zerbinotto, non abbia preso di petto la questione, lasciando campo libero ai caudillos periferici, contribuendo così a alimentare la leggenda che una tragica pandemia si può contrastare solo riducendola a crisi sanitaria e a questione di ordine pubblico, arrivando a sdoganare  le performance del nemico giallo e attribuendo i successi del contenimento della malattia  all’intrinseca antidemocraticità del regime.

Si tratta della assegnazione politica e morale di un ruolo “guida”, che è stata rivelata il 9 marzo quando è stato esteso a tutto il territorio nazionale il lockdown stabilito la sera del 7   per la Lombardia, con un atto drastico e incomprensibile perfino ai tecnici che aveva suggerito una chiusura controllata delle zone a più alta incidenza epidemica. Cui fa da riscontro l’altra scelta, quella grazie alla quale i lavoratori delle aeree più colpite comunque hanno continuato  a viaggiare e esporsi nelle fabbriche, negli uffici, nei supermercati delle catene di distribuzione, senza che venissero adottate strategia di gestione dell’emergenza e piani di sicurezza, a dimostrazione che si voleva salvaguardare l’economia del “motore” del Paese dall’indebita concorrenza di aree più svantaggiate. 

C’è poco da scandalizzarsi per le sconcezze della madre badessa, sta semplicemente celebrando le liturgie della religione di Stato e di Governo, quella del dio profitto.


Avvocato del Diavolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gentile Avvocato, permetta a una cittadina che ha maturato una lunga esperienza professionale nel settore della comunicazione -anche se non può annoverare nelle sue referenze quella scuola di percezione dell’opinione pubblica offerta da un reality – di darle qualche consiglio a titolo gratuito, a differenza delle alte autorità che ha scelto per indicare la strada al governo in sostituzione del dibattito parlamentare.

Mi pare chiaro che l’esecutivo da Lei presieduto con mano ferma ha scelto una strada, quella per la quale se le cose funzionano anche grazie alla massa di dati e informazioni spesso contraddittorie e criptiche che ci mette a disposizione, il merito è suo e perfino delle regioni, se con giudiziosa indulgenza ha scelto di non commissariarle. Se invece le cose si mettono male la colpa è di questo popolino capriccioso e viziato che ha preso il suo semaforo verde per l’autorizzazione a scriteriate vacanze, licenze dissipate, ammucchiate imprudenti.

E da ieri si è aggiunto un altro potenziale capro espiatorio costituito dai sindaci con tutta evidenza non sufficientemente occhiuti  per disperdere tavolate di 7 convitati, per impedire fiere di paese da ora proibite a differenza di prestigiosi meeting nazionali e internazionali.

Ora siamo rassicurati dal fatto che le nuove misure non menzionino provvedimenti organizzativi in materia di trasporti pubblici: vuol dire che le autorevoli personalità scientifiche che ha selezionato per fornirle le linee guida della strategia antipandemica confermano le tesi della ministra De Micheli e del governo tutto, secondo le quali un virus particolarmente insidioso dopo le 21 e potenzialmente pericoloso anche dopo le 18 tanto da proibire dopo quell’ora consegna e consumo del cibo da sporto, aborrisce la marmaglia che sale sul 56 o sulla metropolitana di Scampia, evitandoli con lo stesso sdegno che riservano loro i frequentatori di auto blu.

Oppure, e questo sarebbe dirimente, le mascherine la cui produzione con lungimirante capacità di previsione avete affidato a una dinastia così beneficata anche nel recente passato da doversi prestare per il pubblico interesse, sono davvero un dispositivo salvavita, che allora, c’è da dire, risparmierebbe il ricorso alle misure eccezionali messe in atto.

Però, però, gentile Avvocato, dovrà prendere atto che comincia a tentennare perfino il consenso dei promotori e firmatari del noto appello pubblicato dal quotidiano “comunista” inteso a darle sostegno contro gli attacchi strumentali di soggetti interessati a spartirsi torte italiane e sovranazionali.

Perché se è vero che i suoi connazionali sono facilmente preda di populismi arrischiati, a maggior ragione sarebbe consigliabile che dopo tanto bastone si eroghi anche qualche carota, magari per contrastare quei tumulti, finora evitati sventolando la bandiera gialla della peste, quei fermenti dei margini della società temporaneamente contenuti o occultati con qualche mancetta.

Voglio farLe una rivelazione che le sarà stata tenuta nascosta dai suoi fidi consiglieri, per molti che pure hanno presa per buona la narrazione millenaristica sui pericoli del virus tanto da assoggettarsi sia pure a malincuore a quelle rinunce necessarie e quindi “doverose” agli spazi di libertà, come perorate dal Grande Malato Giannini (da non confondersi con altro più autorevole qualunquista), si presenta la drammatica scelta tra crepare di Covid o di fame, tra salute e salario, tra sicurezza e pagnotta, alternativa già in voga in alcune aree del Paese, Taranto per fare un esempio.

Tanti poi si sono accorti che è meno facile morire di Covid che di malattie trascurate, di terapie sospese, di prevenzione già da prima concessa solo ai ceti che potevano permettersela, che è più difficile morire di Covid che di infezione ospedaliera e o di cure sbagliate, eventualità che da anni tutti i “clienti” della sanità pubblica affrontano come rischio calcolato.

Allora le carote che sarebbero auspicabili consistono in una chiara e trasparente strategia per la salute pubblica, che non si limiti ai cerotti richiesti dall’emergenza ma ripari i danni del passato e prepari un futuro “sicuro”.

Invece….

Invece, anche tra i suoi fan persuasi dalla bontà della sua azione e della esigenza fatale di imporre provvedimenti drastici e restrittivi dei diritti, cominciano a dubitare della loro efficacia se a risentirne è proprio quello che si doveva tutelare come primario e “sostitutivo” degli altri, lavoro, istruzione, la “salute”. Perfino loro sospettano che le notizie incoraggianti che hanno persuaso a prendersi qualche licenza coincidessero con  i riti elettorali e referendario, quest’ultimo indispensabile a rafforzare il governo. Perfino loro pretendono ormai qualcosa di più dei lucidi proiettati sugli schermi di Villa Pamphili, con 130 cantieri per la ricostruzione, che, vedi un po’, non prevedono investimenti e opere per la sanità.

Così o decide con apposito Dpcm che siamo tutti sani, tutti guariti, tutti negativi oppure dovrà proprio pensare a offrire qualcosa in cambio di tasse e obbedienza, all’esecutivo, a Confindustria, all’Ue.

Non so se ricorda la storia della ricottina, con il contadino che si reca al mercato portando il suo formaggio e comincia a fantasticare sulla possibilità di prendere con i quattrini ricavati una gallina, che farà le uova che rivenderà per acquistare una capra il cui latte …e così via. Peccato che l’incauto contadino inciampi e la ricottina cade rovinosamente sul sentiero.

Ecco, funziona così anche la favola del Mes, o per meglio dire del suo “sportello sanitario“: il Documento di programmazione di bilancio, la sintesi della “Finanziaria”, approvata dal consiglio dei ministri  e che stiamo inviando a Bruxelles, non contempla le risorse del Mes, limitandosi a finanziare la sanità ricorrendo per 4 miliardi a deficit ordinario e per 6 miliardi, nei prossimi anni, con le “promesse” del Recovery fund, quella partita di giro che se verrà e quando verrà, sarà condizionata secondo le regole imperiali, quelle scritte nella famosa letterina a firma congiunta Trichet e Draghi e che comprendeva la obbligatoria austerità applicata anche alle spese sanitarie.

Altro che carote, con quei 4 miliardi si conferma per il 2021 l’assunzione “a tempo determinato per il periodo emergenziale” di  30mila fra medici e infermieri e un sostegno alle “indennità contrattuali” per queste categorie di lavoratori promossi a eroi nazionali. E soprattutto viene introdotto  un fondo speciale per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza sanitaria in atto, in modo da “ fronteggiare in modo efficiente l’emergenza Covid e migliorare la sanità”.

I quattrini servono anche ad aumentare di un miliardo la dotazione del Fondo sanitario nazionale, che ha dimostrato la sua efficienza in questi anni, quello che ha ripartito per il 2020  tra le Regioni oltre 113 miliardi, tra fabbisogno sanitario standard e quote di premialità di cui 113,069 miliardi di fabbisogno standard e 291,648 milioni di premialità aggiornata in conseguenza dell’aumento del Fondo di 2 miliardi di euro come stabilito dalla Legge di Bilancio 2019, con i risultati che conosciamo.

Vallo a spiegare ai cittadini delle regioni che hanno registrato maggiore mortalità attribuibile alla cattiva gestione dell’emergenza combinata con le politiche di tagli e con la consegna della sanità ai privati, compresi finanziamenti straordinari, come è avvenuto in Lazio, come avviene in Lombardia, in Veneto, in Emilia dove il presidente Bonaccini pronto a esigere quella maggiore autonomia pretesa con le due regioni leghiste, decanta la bontà del modello sanitario privato, grazie anche a quell’insieme dei servizi erogati dal datore di lavoro in sostituzione di un incremento stipendiale, che viene chiamato welfare aziendale, le cui regole sono state sottoscritte dai sindacati.

E che riguarda anche i dipendenti della Regione accontentati sotto forma di “rimborsi di prestazioni sanitarie non coperte dal servizio sanitario regionale, ad esempio spese dentistiche, farmaci non inclusi nel prontuario e parafarmaci” con la diffusione di forme assicurative  spesso vicine alle forze politiche al governo della Regione.

Vede, gentile Avvocato, a quasi otto mesi dallo scoppio della bomba, dal tragico incidente della storia, peraltro più prevedibile di ben altri cigni neri, non crede che dovrebbe dare qualcosa di più delle sanzioni, delle proibizioni, delle toppe su buchi prodotti da anni sui quali i “poteri” vogliono stendere un velo pietoso?

Non si dovrebbe immaginare un rafforzamento della medicina di base, non sarebbe indispensabile rivedere la gestione delle Asl, diversamente pubbliche: non a caso si chiamano aziende, nelle forniture, negli appalti, dell’organizzazione di servizi, non si dovrebbe impegnare gli organismi di controllo nella sorveglianza all’attività degli enti privati a cominciare dalle case per anziani?

 Altrimenti ci toccherà dar ragione a Cacciari che pretende di non essere trattato da deficiente, esigendo di essere trattati invece non da clienti, non da utenti, non da imbecilli, ma semplicemente da  cittadini.


Sacrestia Italia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La rivelazione della pia infamia ci ha colto di sorpresa, quando, grazie alla denuncia su un social di una signora di Roma, abbiamo scoperto che al cimitero Flaminio  esiste  una distesa di croci di legno, con su scritto col pennarello nomi di donna e numeri di registro, le generalità, cioè, delle donne che all’indomani dell’interruzione di gravidanza, hanno firmato un modulo che delega all’ospedale la procedura di “smaltimento” del feto

Il garante della privacy, e oggi la magistratura ordinaria, ha aperto una indagine: nessuna era a conoscenza della pratica di “sepoltura”, nessuno poteva immaginare che una  decisione presa nell’ambito di una legge dello stato, legale quindi, fornisse l’occasione per criminalizzare con tanto di nome e cognome un atto che scaturisce da una  dolorosa riflessione, da una scelta grave e motivata, legittimo quindi.

Però la sorpresa non è giustificata: nel 2012 la vice sindaco Sveva Belviso, primo cittadino Alemanno, apriva con una toccante cerimonia  il “Giardino degli angeli“, un’area di 600 metri quadri nel cimitero Laurentino dedicata alla sepoltura di quei bimbi che non sono mai venuti alla luce a causa di un aborto praticato ai sensi della legge tra la ventesima e la ventottesima settimana di gravidanza, un giardino, scriveva allora la compunta stampa locale, “ con camelie bianche e due statue in marmo raffiguranti angeli alati a vegliare sulle tombe dei ‘bambini mai nati’, un vero  inno alla vita“.

E un anno dopo a Firenze, sindaco Matteo Renzi, il consiglio comunale approva una delibera per la realizzazione, cito ancora, del “cimiterino dei prodotti dell’aborto e del concepimento”, passata a larga maggioranza grazie al caldo appoggio del Pd e caldeggiata con fervore dall’allora assessora ai Servizi Sociali e vicesindaca, legatissima al primo cittadino, avvocata e in questa veste legale dell’Istituto Diocesano.

Una breve ricognizione su Google, poi, dimostra l’esempio è stato largamente seguito grazie al dinamismo di movimenti per la vita mobilitati contro l’assassinio a norma di legge, associazioni, gruppi di pressioni e lobby, che tocca sempre dar ragione a Rosa Luxembourg che sosteneva che dietro a un dogma c’è sempre un affare. E dire che la possibilità di seppellire i feti di qualunque età gestazionale  è garantito da decenni da un decreto presidenziale: il dpr 10/09/90, che autorizza alla tumulazione chiunque si sente di farlo. Mentre non c’è legge o provvedimento che autorizzila più vergognosa e sordida delle propagande, con l’intento di criminalizzare, di lanciare anatemi e pubbliche condanne contro le donne, umiliando e offendendo la loro scelta meditata, che è libera solo perché tutelata da una legge dello Stato, ma che risponde a necessità dolorose e imposte da fattori sanitari, familiari, economici. Perché, bisogna ricordarlo, mettere al mondo una creatura malata o a rischio della madre, non potendole garantire un futuro dignitoso e felice è, quello si, un reato, commesso da un sistema sociale che seleziona i potenziali possessori del diritto a concedersi il lusso della procreazione.

Abbiamo proprio commesso una colpa, tutti, abbassando la vigilanza non soltanto sulla continua sospensione criminale di un diritto, il più infelice, ancora più di quello di scegliersi una morte dignitosa, attuata con i mezzi illegali e illegittimi del ricorso all’obiezione di coscienza, molto in uso negli ospedali pubblici a beneficio delle strutture private e abusive, ma sugli attentati che ogni giorno si compiono ai danni delle prerogative e delle garanzie  che fanno della sopravvivenza una esistenza piena e consapevole in ogni età.

E infatti proprio mentre le cronache si occupavano del  caso di Angelo Becciu, cardinale dimissionato da papa Francesco perché accusato di speculazione finanziaria e immobiliare e di aver distratto soldi per scopi personali dall’Obolo di San Pietro collettore di offerte e donazioni per le azioni sociali della Chiesa nei confronti dei poveri, il ministro della Salute coglieva l’occasione per nominare un altissimo prelato vaticano a presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, quel Monsignor Vincenzo Paglia gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, e, tanto per non sbagliare, influentissimo consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio.   

Non è la prima volta che il ministro rivela le sue scarse difese immunitarie dal virus del ridicolo. Non bastava scegliere una autorità confessionale per gestire una commissione tecnica di carattere istituzionale,  non bastava selezionare un soggetto che ricopre funzioni strategiche in uno Stato straniero, toccava proprio mettergli nelle mani il dossier spinoso di un settore infiltrato da  opachi interessi privati, minacciato dalle pretese di “autonomia” di regioni nelle quali si è consumato l’eccidio degli anziani e che coltivano la pratica delle regalie e degli accreditamenti alle strutture sanitarie gestite dalla chiesa e dal suo personale, non sempre in cuffietta e abito talare, che non ce n’è bisogno.

Ogni tanto bisognerebbe togliere le ragnatele da certi frasi storiche: fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Mentre lascerei chiusa nei sussidiari “libera Chiesa in libero Stato”, perché via via che la sovranità statale, e popolare, è andata riducendosi non solo in economia, ma in tutti i settori della società, minando perfino le basi dell’autodeterminazione e dell’indipendenza di espressione, opinione, voto, culto, si sono invece rafforzati i “poteri”, compreso quello della religione maggioritaria.

Non c’è da stupirsi. Sarà vero che c’è una crisi delle vocazioni, sarà vero che le chiese sono vuote,  sarò vero che il capitalismo, e il consumismo, provvede alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le religioni,  ma il potere di influenza del cattolicesimo e della sua  concezione della società che condiziona la politica, l’informazione, lo spettacolo conserva una potenza formidabile, che infiltra scelte, comportamenti, discipline, contesti strategici e cruciali della cittadinanza: istruzione, contraccezione, aborto, assistenza agli anziani, eutanasia, salute. 

Ci voleva anche l’emergenza sanitaria, dopo quella “finanziaria” a  rafforzare la triade Dio, patria e famiglia, con tutta la genesi di rinascita dei buoni sentimenti, con la remissione dello spirito di rapina, dell’aggressività della competizione che, raccontano, farà superare il momento selvaggio dello sviluppo illimitato,  con  il recupero del senso di unità nazionale e  la rimonta incontrastabile del focolare domestico e dell’idealizzazione dei suoi angeli divisi con soddisfazione tra part time e cura dello sposo, della progenie e degli anziani superstiti.

Per dare un po’ di guazza all’antitesi colpa-espiazione ci si sono messi pure rituali apotropaici: amuchina all’ingresso come fosse l’acquasantiera, maledizioni e anatemi contro gli infedeli del Covid, esegesi bibliche del morbo in qualità di piaga – che poi erano dieci e non sette e chissà cosa ci attende, come punizione divina.

E tanto per chiarire che la laicità è un optional, un capriccio che non possiamo permetterci, perché sarebbe come voler difendere l’autonomia dei cittadini dalle pretese della chiesa alla pari del volerli tutelare da quelle dei padroni, delle banche, ogni giorno qualcuno ci indottrina sull’opportunità della rinuncia a diritti e libertà, in nome della necessità, in nome del benessere, in nome della salute, in nome della sicurezza e anche in nome del risarcimento cui potremo aspirare nell’aldilà perfino i più fervidi liberisti si improvvisano trinariciuti commentatori di Gramsci che aveva guardato all’egemonia del cattolicesimo come a un modello frutto della cultura popolare, che, ammoniscono,  oggi potrebbe salvarci dall’alienazione capitalistica, per non parlare del saccheggio interessato di Weber che considerava l’esperienza religiosa una «sfera vitale», profonda e decisiva.

Ma ancora più appassionato e dolente è il richiamo dei tanti che per descrivere e salvaguardare la nostra cifra identitaria, che poi sarebbe quella della democrazia occidentale, estrae dal cassettino della memoria “la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano e l’istituto della famiglia” (Galli della Loggia dixit), quello che viene rivendicato come fondamento insostituibile dell’Europa, che avrebbe la potenza di contrastare il rischioso e rinunciatario meticciato e quella allarmante supremazia islamica incompatibiel con la civiltà superiore e i suoi sistemi istituzionali, che offende e reprime le donne, impedisce e censura la libera espressione impone la sua mistica e la sua morale in forma di etica pubblica.

Insomma per garantirsi l’ammissione e la permanenza nella nostra civiltà superiore bisogno giustificarsi di essere agnostici, non-credenti e  laici, cui viene di fatto disconosciuta la pienezza della propria legittimità sui cosiddetti temi eticamente sensibili.

Non a caso, perché significherebbe porsi fuori dalle regole, della religione e del mercato, alle quali bisogna uniformarsi in veste di leggi di natura e che ormai hanno gli stessi obiettivi, se è evidente che alle gerarchie vaticane preme innanzitutto ottenere dal governo risorse finanziarie e strumenti legali per realizzare quella che ritengono la loro missione e la loro «battaglia per la verità» e «per la vita», proprio come ai governi e ai poteri secolari.

È talmente vero che l’imposizione dei dogmi e delle interpretazioni confessionali dei “fenomeni” ha talmente investito la scienza da diventare temi riconducibili a quella attrezzatura di verità dogmatiche  che hanno fondato  il cristianesimo (rivelazione, salvezza, incarnazione, redenzione), trattati come discorsi «antropologici» in aggiunta secolare di quelli teologici in modo da dare pienezza e poter imporre una dottrina, un messaggio, una “lezione” di parte come etica pubblica e sociale che deve necessariamente “informare” e impregnare le discipline scientifiche.

E’ talmente vero che questa concezione è entrata a far parte del bagaglio ideologico del neoliberismo con l’implicazione e connessione diretta   tra la dimensione della politica e quella della sfera strettamente biologica della vita.

È talmente vero che ci cascano tutti, non solo partiti e movimenti che cercano consenso in un elettorato assuefatto alle ingerenze e permeabile ai valori cristiani, la cui trasmissione è oggi affidata all’istruzione, alla sanità, all’assistenza e alla beneficenza “privata”, ma anche a quelli che in questi giorni, pur denunciando a gran voce l’offesa recata al dolore e alla dignità di tante donne, usano la  tremenda formula “bambino mai nato” che attribuisce a un embrione fecondato identità di persona, sottintendendo una volontà assassina nell’interrompere il formarsi di un essere umano.    


E adesso beccatevi Pillon

Movimento-per-la-vita-maggio-2013 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A beneficio di chi pensa che tutto sia cominciato con Pillon e che la recessione morale sia cominciata con questo governo , voglio raccontare un episodio che non ha trovato spazio sulla stampa che ha scoperto in questi giorni il fascismo, il rigurgito patriarcale, il razzismo (ma solo nei confronti degli immigrati).

Il teatro è l’Ospedale di Treviso e gli attori che si fronteggiano sono da una parte un gruppo di pie donne e anche qualche maschio,  dall’altra le donne e gli uomini del collettivo ZTL Wake Up!. È il marzo 2014 e i rappresentanti del Movimento con Cristo per la Vita occupano alcuni spazi fuori dal nosocomio con un loro presidio per dimostrare contro il “delitto” di interruzione di gravidanza che si consuma nella struttura pubblica in applicazione di una legge dello Stato. Pregano, anche piuttosto rumorosamente, innalzano cartelli con immagini cruente di feti pieni di sangue o conservati in barattoli,  gridano slogan contro le assassine e i loro complici. Il loro è un appuntamento fisso che si ripete nei giorni nei quali si effettuano le interruzioni di gravidanza, messo in atto con ferocia per colpevolizzare e incriminare. E’ per questo che i militanti del collettivo decidono un giorno di organizzare un contro-presidio pacifico, invitando il Movimento a scegliere sede più acconcia per pregare e ricevendo la solidarietà del personale ospedaliero. Non ci sono scontri né contatti fisici, ciononostante nove persone del collettivo vengono querelate per violenze private e oggi a distanza di cinque anni saranno condannate dalla Cassazione in via definitiva: i denuncianti manifestavano legittimamente .

Come sempre succede la perdita di beni si accompagna a quella dei diritti, anche il più doloroso, mentre invece si arricchisce il repertorio di sopraffazioni, intimidazioni e ricatti.

Come sempre succede chi rivendica di rappresentare una maggioranza non si accontenta del consenso degli elettori e insegue l’appoggio dei poteri forti, comprensivi delle gerarchie ecclesiastiche e di un Papa che considera le donne creature di Dio, si, ma forse di un dio minore, il libero arbitrio una facoltà perlopiù maschile da esercitare comunque con parsimonia, i tribunali dello Stato trascurabili rispetto a quello del cielo, in particolare per quanto riguarda quei cosiddetti temi sensibili monopolio esclusivo della morale confessionale, tanto da promuoverla a etica pubblica. Operazione riuscita, se la Corte di Cassazione in questo caso come in altri, riconosce facoltà e prerogative speciali a chi se ne fa interprete di parte, e dunque il diritto di fare di uno spazio pubblico e collettivo luogo non di preghiera, ma di propaganda.

Come sempre succede dietro ai dogmi c’è sempre un affare o più di uno. Succede a Treviso, ma in molte altre parti dove tanta devota deplorazione si mette al servizio di interessi opachi. In testa ci sono regioni nelle quali una formazione politica è impegnata da sempre a riservare un trattamento di favore alla sanità privata, dove esimi obiettori si esercitano sottobanco per non perdere la mano con qualche aborto, camuffato da necessità terapeutica, con qualche inseminazione  proibita in Italia, come certi chef che sperimentano il curry e i felafel per stare al passo coi tempi e coi gusti del pubblico pagante più raffinato.

E come sempre succede, hanno la solidale accettazione di chi intravvede l’opportunità di conquistare l’approvazione di una comunità di fede che in forma di cittadini chiamati al voto si è espressa chiaramente, a dimostrazione che è sempre tempo per vanificarne la volontà referendaria: basta pensare a quanti negli anni in forma bipartisan hanno suggerito restrizioni all’attuazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza con i più fantasiosi pretesti, compreso il presidente Amato, socialista proprio come Loris Fortuna, ma anche molti, troppi laici per caso e a intermittenza. Per via, è sicuro, della pretesa di intervenire e intromettersi in ogni contesto della nostra esistenza che accomuna in un delirio di onnipotenza bipartisan chi assume un ruolo di comando, compresa una poltrona in qualche società editoriale com’è successo a ex direttori e giornalisti folgorati in età avanzata dalla religione: quando la carne se frusta, l’anima se giusta, impegnati a aggiustare anche le nostre, di anime. Ma ancora di più perché la restaurazione riguarda anche la triade Dio, Patria e Famiglia con la sua ideologia autoritaria e i suoi capisaldi aggiornati secondo le regole dell’economia imperiale, per creare una nuova e moderna coscienza che sappia approfittare del progresso e dei suoi successi, anche se a beneficiarne sono solo alcuni, che sa rinunciare a certe conquiste, quelle di diritti, garanzie democratiche e stato sociale, nel doveroso rispetto dello stato di necessità, che si apre al mondo quando si tratta di accogliere prodotti, lavoratori a basso costo, abitudini culturali e di consumo, o di esportare, guerre e armi comprese, ma che si arrocca quando si tratta di esprimere solidarietà, e che così fa proprio il messaggio di un’altra coesione, quella impossibile tra dominanti e dominati, tra padroni e sottoposti, tutti sulla stessa barca, anche se nemmeno sul Titanic si affogava senza gerarchie di classe.

Adesso poi si sono create le condizioni per arricchire di altri valori tutto questo ciarpame di risulta: la nuova coscienza deve ispirare la nuova famiglia, attenta al rispetto della tradizione e della conservazione di valori irrinunciabili legati alla salvaguardia e manutenzione della nostra superiore civiltà, ma al tempo stesso impegnata a godere dei benefici della contemporaneità: tecnologia sotto forma di selfie e cellulari, lavoro parcellizzato che non ha bisogno delle ubbie della rappresentanza e del sindacato, partecipazione e voto come all’Isola dei Famosi. Eh si la famiglia ideale dovrebbe essere formata preferibilmente da nonni malsopportati che non hanno più diritto alla lungodegenza, ma obbligati a contribuire alle spese comprese quelle dei fondi pensionistici per la progenie, mamme in casa a garantire la discendenza e il futuro della razza bianca, anche sotto forma di pizzaioli a Londra e piloti di droni, in festosa e dinamica sostituzione di ogni forma di welfare ormai superfluo, essendo stato riconosciuta magnanimamente alle femmine quella qualità multitasking che ne sancisce la pubblica utilità. E gli uomini? Gli uomini, quelli non ancora delocalizzati, arruolati nell’esercito di magazzinieri,  autisti di auto a noleggio, fattorini di pasti a domicilio, incaricati della consegna della spesa, steward allo stadio, garanzia di carriera luminosa, ancora meglio quelli che possono “unire potere dei computer e lavoro freelance”, appagati della precaria autonomia di lavoratori che ormai vengono definiti “alla spina” al di fuori di qualsiasi occupazione stabile e di qualsiasi ombrello protettivo di garanzie e tutele.

E siccome siamo dentro al paradosso che combina l’obbedienza ai dettami della modernità con il ritorno allo stato di primitivi, Dio ha il barbone come nei Dieci Comandamenti e pare più preoccupato del presepe, del rispetto delle comuni radici cristiane dell’Europa, della difesa dalla invasione degli infedeli che dalla loro morte per guerra, fame, sete, miseria o annegamento, ora che la religione dell’amore si accontenta di un po’ di carità. E  la Patria è il posto dove si sta, dove si pagano le tasse e il mutuo della casa, e che in ragione di ciò va difesa con confini, muri, respingimenti, ma da dove ci si augura possano andarsene i figli in cerca di fortuna né più né meno di quello che pensano migliaia di disperati più disperati, anche per nostra corresponsabilità.

Chi meglio di  Pillon poteva incaricarsi di mettere in scena questa sacra rappresentazione, per il suo curriculum: dalla denuncia del complotto gender e del disegno di occupazione dei gangli de potere da parte dei gay, fino alla volontà di cancellare a forza una legge dello stato; all’allarme per supposto esercizio della stregoneria nelle scuole dove si leggono (e già quella è una colpa) le fiabe dei fratelli Grimm in barba a Propp. E per la sua militanza di fede: è perfino membro del Cammino neocatecumenale. Come per l’esperienza maturata: consigliere nazionale del Forum delle associazioni familiari, membro della commissione adozioni internazionali presso la Presidenza del consiglio dei ministri,  direttore del consultorio familiare “La Dimora” a Perugia, organizzatore dei tre Familiy Days.  E perfino per la somiglianza per il garrulo organizzatore di matrimoni. Chi meglio di lui poteva incarnare la “restaurazione” di un ordine sociale basato su stereotipi di genere e relazioni di potere diseguali e contrarie perfino agli obblighi internazionali in materia di diritti umani mediante  una compressione della libertà delle persone coinvolte e condannando le donne in una posizione di subordinazione al maschio.

Però non stupitevi, non pensate a lui come a un incidente di percorso imprevedibile, se non si sa fare di meglio che sostituire alla lotta di classe la “guerra dei sessi” come nei film con Doris Day che rivisitavano Lisistrata, se le dame del senonoraquando dopo tanto fervore contro l’uso del corpo della donna sono approdate a battaglie più ugualitarie magari con l’abuso anche di quelli maschili, nella progressiva realizzazione di alte velocità, se  quelle invece più apparentemente più avvedute pensano che la soluzione consista in un partito di donne che trasformi il corporativismo di genere in soggetto politico, se chi rivendica un’appartenenza di sinistra, si è convinto che certi diritti sono nostri, conquistati e inalienabili, così da potersi dedicare all’accesso a quelli “accessori”, in misura cauta del minimo sindacale, come se tutti i diritti non fossero fondamentali, come se toglierne uno, l’aborto, o due, il lavoro e l’assistenza, esaltasse gli altri e li rendesse disponibili anche agli ospiti.

 

 

 


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