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Orwell 2019

10158c6826a7eaa949fb0ca68c493c06Fateci caso quando navigate sui social o in buona parte di ciò che resta del web come lo conoscevamo: potete essere singoli  interessati a contatti personali e dunque portatori asintomatici di selfi e gattini oppure aziende che intendono vendere un prodotto. E’ inconcepibile che voi vogliate diffondere idee e informazioni senza fine di lucro e senza cercare di monetizzarle come merce. Così ogni momento vi viene proposto di pagare Fb o Google o Youtube o questo e quell’altro per diffondere meglio ciò che scrivete in maniera da ricavarne un utile che poi è l’unica cosa che dovrebbe interessarvi. E’ assolutamente escluso che vi piaccia esprimere alcuni spunti o idee, argomentare una posizione politica o parlare di qualsiasi cosa per semplice voglia di condividere idee buone o cattive che siano perché niente esiste al di fuori delle logiche di mercato. E’ un antropologia rozza e miserabile che tuttavia è dilagata perché ormai difficile incappare in qualcosa che non sia pura pubblicità, dalle centinaia di migliaia di falsi recensori o consigliori legati a una marca o a un’organizzazione di vendita, per finire ai pistolotti a pagamento dei candidati alle elezioni.

Purtroppo siamo immersi ormai da decenni in questo spirito orwelliano e la rete che forse doveva essere una via di salvezza, una volta normalizzata si sta rivelando un insidioso cavallo di troia per le spore di questa dittatura impalpabile e soffocante che sta distruggendo ciò che rimane della civiltà occidentale. Non è un’esagerazione, come potrebbe sembrare: la logica di mercato vuole che i contenuti siano quelli che possono vendere di più, creando una spirale verso il basso, verso il quantitativo e realizza un’omologazione assoluta, visto che anche le voci dissonanti fanno parte del mercato e vi si adeguano. Basta semplicemente vedere in che condizioni è l’editoria e non parlo solo di quella che inventa autori dal nulla purché siano comparsi in  televisione, purché siano pruriginosi o al limite innocui per il sistema nella loro estetizzazione visto che comunque la qualità consiste nella quantità di vendite, parlo anche di quella accademica e scientifica i cui contenuti debbono essere messi in una forma standardizzata, incarnare valori e modelli conformisti che non possono essere messi davvero in dubbio. Del resto più si pensa più si rischia di  incorrere nel peggior peccato contemporaneo, ossia quello di non essere prevedibili e dunque in qualche misura controllabili.

Si tratta di un abbandono della razionalità di fondo che ha come suo contrappeso un trionfo di soggettivismo che è il falso della soggettività, il quale si nutre di consumi standardizzati, senza sorprese e viene coperta da un velo di modi dire spiritosi, di stereotipi abborracciati, analogie errate e battute inutili come prova del nove della stupidità compiaciuta. E’ un tipico andamento della cultura anglosassone, dedita ala facezia per riempire  i vuoti e spesso il vuoto in sé, che si è generalizzato insieme al mercatismo.  Ma come diceva Voltaire una battuta spiritosa non prova nulla. Insomma tutto assomiglia a tutto e ha i medesimi sapori, colori, parole dentro un meccanismo che si rafforza, man mano che va avanti perché la massima soddisfazioni la si raggiunge attraverso la massima omologazione, mentre la parola innovazione non è altro che un eufemismo per valorizzare nuovi conformismi. Infatti proprio l’assoluta mancanza di un vero movimento che spinge a simularlo attraverso il vagabondare delle tendenze. Questo ha un correlativo oggettivo in molti campi, per esempio nel fatto che la soddisfazione degli studenti aumenti assieme alla proposta di contenuti omologati, facendo man mano sparire le voci originali o ancora nel fatto che in molte aziende grandi e piccole si stia affermando l’uso di uniformi non come forma di appartenenza, ma di subordinazione e infine nella trasformazione dei rapporti personali in una sorta di complesso burocratico esistenziale nel quale immagini e mail sostituiscono la presenza o lo scambio. Persino i generi sono sottoposti ad una scrupolosa analisi burocratica e merceologica.

Si tratta di una dittatura che non attacca i corpi, anzi li vellica, ma distrugge gli animi e criminalizza o psichiatrizza ogni cosa diversa da sé e dalla narrazione del mondo che ne discende. Soprattutto bada che tutto questo non sia pienamente colto: ogni interesse indebito viene dissimulato con la creazione di un nemico nel laboratorio politico o geopolitico, ogni opposizione viene gestita organizzando la frustrazione con metodi di mercato, si dissimula il potere con la ritualità, ogni differenza viene rasa al suolo con la distruzione delle lingue e delle culture. Quando ci si accorgerà che la libertà ci è sfuggita di mano?


La macchina del popolo

este_26181944_24160Nella faccenda dello scandalo Volkswagen ci sono alcune cose che non tornano, sia nello specifico, sia sul piano generale tanto da far sembrare tutta la faccenda più che una dimostrazione di attenzione all’inquinamento, un regolamento di conti su più piani. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, come dice una delle regole della tecnologia italiota di punta: e qui da pensar male ce n’è parecchio. Innanzitutto perché mai una prova su strada sui gas di scarico viene fatta in Usa su tre modelli di auto, tutti tedeschi (due Vw e una Bmv risultata pulita)?  Come mai dopo i risultati inaspettati  dal punto di vista delle emissioni di molto superiori ai limiti (la vicenda è ormai di un anno fa, con in mezzo anche un richiamo di mezzo milione di vetture) non si sono provati anche i modelli di altre marche? E infine che senso ha da parte della Volkswagen produrre un sofisticato software per far “capire” all’auto che è in condizioni test (spesso su rulli) o di normale uso su strada in maniera da far crollare le emissioni quando ci sono prove ufficiali? Come si poteva pensare di farla franca se trucchi simili o di diverso tipo non fossero comunque generalizzati? Esporsi a queste figuracce per qualche cavallo in più o per qualche investimento in meno mi sembra pazzesco.

Forse si potrebbe anche pensare che tutto il sistema  degli euro 1,2,3… e delle regole Usa sostanzialmente simili ( ma con limiti più alti di quelli europei al contrario di quanto generalmente viene riferito) non sia soprattutto un modo per stimolare il rinnovo del parco auto più che un sistema per ridurre effettivamente le emissioni. Di fatto i criteri di controllo astrattamente standardizzati sono assurdi perché radicalmente differenti dall’uso reale, mentre solo dal 2017 si prevede un controllo su strada per le omologazioni sia pure anch’esso in condizioni irreali e soprattutto ad auto nuova. Questo senza dire che l’efficacia di alcuni sistemi dipende dalla manutenzione, dallo stile di guida, dallo sfruttamento del veicolo o anche dall’uso concreto: per esempio la maggior parte dei filtri antiparticolato e anti ossido di azoto per pulirsi e restare efficaci hanno bisogno di un po’ di guida autostradale o comunque di percorsi ad andatura vivace.

Si tratta solo di domande a cui non posso dare una risposta diretta dal momento che non so nulla della International Council for Clean Transportation organizzazione no profit dal cui responsabile europeo è partita l’idea della prova, poi realizzata in Usa. So solo che è finanziata per 9 milioni di dollari dalla Hewlett Foundation, The Energy Foundation e Packard Foundation, ma la cui esistenza è rimasta finora sconosciuta ai più. Al contrario so che negli Usa le industrie nazionali stanno facendo la guerra al diesel: dopo l’inizio della crisi i consumatori sono divenuti sensibili ai consumi e le varie Gm, Chrysler e Ford hanno risposto proponendo al pubblico motori più piccoli e meno assetati che tuttavia non sembrano soddisfare la clientela, specie a fronte di corpi vettura particolarmente pesanti. Il diesel grazie alla pronunciata potenza di coppia ha cominciato ad attirare sempre di più: se fino a qualche anno fa solo il 10% delle persone sceglieva la motorizzazione diesel (per i modelli che la possedevano) adesso questa percentuale è salita al 30%. Inoltre la maggior parte dei modelli autoctoni che utilizza questo tipo di motori monta diesel di costruzione o progetto europeo, il che ovviamente non va tanto bene alle tre sorelle che di certo non vogliono spendere per creare nuove linee produttive. Del resto la multa che aspetta la Volkswagen, fino a quasi 18 miliardi di dollari, sia piuttosto sproporzionata rispetto ai 900 milioni pagati dalla Gm per blocchetti di accensione difettosi che causarono 124 morti accertati.

In due parole ho l’impressione che l’interesse pubblico in questa storia sia solo il fulcro apparente di una guerra tra multinazionali e aree produttive. Come al solito e come sempre: la macchina del popolo ha ben poco a che fare con quest’ultimo.

 


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