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Piazzisti a Tienanmen

TianasquareSe dovessimo quantificare il tasso di realtà o di verità nelle narrazioni occidentali e delle loro variazioni ad hoc, potremmo scoprire che quasi nulla ha un senso se si prescinde dagli interessi degli stessi narratori e dai loro scopi: come un diceva un libro che si avvia ad compiere i vent’anni “tutto ciò che sai è falso”. Proprio in questi giorni, tanto per far un esempio, apprendiamo che dalla medaglia commemorativa per l’ennesimo anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale è stata esclusa l’Unione sovietica che ne fu la maggiore ed essenziale protagonista, mentre per compiacere la guerra di Trump alla Cina è tornato a fagiolo cercare di nascondere i torti sotto l’anniversario di Piazza Tienanmen dove sarebbe avvenuta una supposta strage di cui non c’è alcuna prova o testimonianza. Che fosse scattato un meccanismo repressivo nella lotta tra due fazioni del partito comunista dietro cui si nascondevano anche zampini americani, non c’è dubbio, ma la presunta strage di studenti è soltanto una leggenda di antico sapore ideologico (non era ancora caduto il muro di Berlino) messa in piedi dai giornalisti della Bbc e Cnn, poi rimbalzata da Voice of America e ripresa da tutti gli altri corrispondenti occidentali: in realtà nessuno vide quella strage  che adesso per l’uomo della strada è una verità acquisita.

Che si trattasse di un vero e proprio falso è stato in seguito rivelato in primis da  Jay Mathews, giornalista del Washington Post, presente a Pechino ai giorni delle manifestazioni che ha aperto uno spiraglio sul  “mito di Tienanmen”, ovvero la “versione mitica” della notte del massacro degli studenti del 4 giugno “accettata da giornalisti e redattori statunitensi”. E’ un punto di passaggio importante perché in quelle ore e in quei giorni una strage è realmente avvenuta: quella della cronaca e dell’investigazione per inaugurare l’era che Mathews definisce “giornalismo passivo”. Noi diremmo embedded o ancor meglio allineato, così efficace dentro una cultura occidentale che non sa fare a meno della mentalità coloniale. Ma rimanendo in Cina possiamo fare un esempio più sofisticato di un falso dialettico o meglio della impossibilità di capire a partire da certi archetipi che ci sono stati inoculati: da una parte – quando questo fa comodo – si presentano i colossi  tecnologici industriali cinesi come normali aziende capitalistiche, ma poi come nella vicenda Huawei si lamenta la presenza dello stato  e la si prende a pretesto per le guerre commerciali. Qui è assolutamente chiaro che il commentatore – tipo occidentale, quasi sempre Wasp nel suo significato allargato, non riesce a considerare l’efficienza, l’innovazione e la ricchezza come qualcosa che possa nascere anche al di fuori del capitalismo liberista, dunque deve “normalizzare” il tutto e ridurlo a cliché con il risultato di sostenere due tesi uguali e contrarie a seconda delle occasioni. Pochi sanno che in realtà Huawei è una cooperativa di proprietà dei lavoratori, forse una ragione in più per l’homo inhabilis di Washington di colpirla con la banana. Peccato che questa cooperativa da sola spenda 13 miliardi di dollari l’anno in ricerca e sviluppo: per fare un paragone si pensi che l’insieme di tutta l’Europa arriva a meno di 220 miliardi tra investimenti pubblici e privati.  solo che tutto questo non è abbandonato al cosiddetto mercato, ossia esclusivamente all’interesse privato dei pochissimi che lo costruiscono, ma è in qualche modo coordinato in vista di qualcosa di collettivo che si ritiene vantaggioso.

E’ del tutto evidente che al fondo non c’è solo la strumentalità, non ci sono soltanto e bugie e narrazioni orientate, c’è proprio un’impossibilità di capire che parte dalla regione più rozza delle guerre di civiltà e dell’istintiva xenofobia, per arrivare a manifestazioni assai più sofisticate, ma di identico segno, nella sempiterna pretesa che solo l’occidente sia in grado di esprimere l’universale. Per fortuna che c’è Trump al quale va ascritto il merito di rendere tutto questo così lampante, una vera lanterna di Diogene che illumina non l’uomo, ma la scimmia nuda. E’ il suo fashion.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’urlo di Chen terrorizza l’occidente

Film AfişleriIn pochi giorni Huawei, per reagire alla sconsiderata guerra dichiaratale da Washington  che si sente minacciata dalla tecnologia 5 g  messa a punto dal colosso cinese, ha presentato la sua App Gallery che andrà a sostituire quella di Google (comunque raggiungibile via web) mentre i primi benchmark del suo nuovo sistema operativo Hongmeng ne testimoniano una velocità doppia rispetto ad Android a causa di una migliore gestione della memoria che com’è noto non è mai stato il punto forte di questo sistema operativo. La cosa non deve stupire più di tanto, nemmeno il più accanito occidentalista: le aziende private nel contesto del neoliberismo sono molto innovative a chiacchiere e a modelli che si susseguono con minime differenze, ma in realtà sono ormai molto conservative nella sostanza visto che devono costantemente soddisfare gli azionisti e non possono permettersi grandi investimenti che non siano immediatamente monetizzabili. Huawei ha avuto tutto il tempo per sviluppare e il migliorare il suo Os che del resto deriva, come Android e Ios, dagli stessi sistemi unix messi a punto ormai mezzo secolo fa e imprescindibili nonostante la loro anzianità per questioni di mercato.

Insomma sull’uomo della strada, abituato a pensare grazie a un’informazione ai minimi livelli che il sole giri intorno agli Usa e che i cinesi e gli asiatici in genere copino tutto (come è notoriamente avvenuto per la stampa, la polvere da sparo, la bussola),  si sta abbattendo una rivoluzione copernicana di cui dovrà prendere atto, come al solito quando sarà troppo tardi per capire che il sistema nel quale siamo immersi non è più competitivo non foss’altro che per eccesso di competizione interna e carenza di solidarietà sociale, anzi basata sulla disuguaglianza come motore economico. E per fortuna che non lo dico solo io, anzi nei decenni passati molti allarmi si erano levati in proposito e oggi David Goldmann , autore di “How civilization die”, editorialista per l’Asia del gruppo Spengler, lo sostiene apertamente in un articolo scritto per Tablet magazine una pubblicazione di ispirazione sionista di cui è uno dei maggiori collaboratori: “Il guaio è che non riusciamo ad ammettere a noi stessi che la Cina ci sta battendo. Per anni ci siamo raccontati che i cinesi non inventano nulla, ma semplicemente rubano le tecnologie degli altri e che un sistema economico statalizzato non può competere con le nostre economie di mercato. Ci dimentichiamo che la Russia, durante la Guerra fredda, ci ha fatto sudare parecchio. Alla fine degli anni Settanta tutte le persone più intelligenti, da Henry Kissinger a Helmut Schmidt, pensavano che la Russia avrebbe vinto la Guerra fredda, e ci volle l’improbabile elezione di un attore di cinema di serie B a presidente degli Stati Uniti per dimostrare che avevano torto. Per giunta, se da un lato la leadership russa era un’accozzaglia di ubriaconi, la classe dirigente cinese viene selezionata dal 10 per cento di chi ottiene i punteggi più alti negli esami di ammissione all’università.”

Questa testimonianza è tanto più credibile dal momento che nasce all’interno degli ambienti imperiali più reazionari e non si ferma alle considerazioni sulle performance tecnologiche, ma va più a fondo: “La modernizzazione cinese non è un’enclave della modernità borghese, come in India, bensì un movimento che si estende fin nei capillari della società. Gli imprenditori nei villaggi cinesi si connettono al mercato mondiale tramite i loro cellulari, vendono i loro prodotti e ne acquistano altri su Alibaba, e ottengono finanziamenti dalle piattaforme di microcredito. I flussi di informazione e di capitali scendono fino alle radici dell’economia e i prodotti rifluiscono sui mercati del mondo. La Cina ora si propone di esportare il suo modello al sud-est asiatico, all’Asia centrale, all’America latina e a parti del medio oriente e dell’Africa”. E continua: “Nel 1987, il pil pro capite cinese era di 251 dollari, secondo la Banca mondiale. Nel 2017, era cresciuto a 8.894 dollari, ossia si era moltiplicato trentacinque volte. Niente di simile si è mai verificato in tutta la storia economica, men che meno nel paese più popoloso del mondo. E non sono stati soltanto i redditi individuali, a essere cresciuti. I treni superveloci cinesi, le super autostrade, i grattacieli, i trasporti di massa urbani e i porti sono mastodontici monumenti alla nuova ricchezza del paese. In confronto, gli aeroporti, le ferrovie e le strade americane sembrano dei relitti del Terzo mondo”.

Ed è qui il cuore della questione che si vuole mascherare con improbabili timori di futuro spionaggio: la tecnologia 5 g, con la sua capacità di connessione è la promessa a tutte le aree meno evolute di uno sviluppo simile a quello cinese facendo man mano orientare la bussola di interi continenti verso Pechino piuttosto che verso Washington. Se poi tale sviluppo sia possibile o plausibile è un’ altra questione: ma tutta la politica Usa è stata rivolta da sempre a mantenere una sorta di primazia globale dell’immaginario che è fondamentale per l’America e la sua economia, solo che con l’affermarsi del neoliberismo globalista questo obiettivo è diventato preda di contraddizioni irresolubili per cui un sistema imposto grazie all’idea dell’America e alla sua preminenza, divenendo  una catena di drenaggio di risorse da tutte il mondo, sta oggi sfasciando quell’idea di America e le basi stesse della supremazia. Tutto si tiene e alla fine si paga.


Cellulari e cattiva scuola

cina-laureati-universita-reuters-khFI--835x437@IlSole24Ore-WebIl panorama di dittatura silenziosa e impalpabile descritta nel post di ieri, Orwell 2019 , non rimane  senza conseguenze a lungo termine sul sistema che l’ha creata perché, tra le le varie contraddizioni cui va incontro, innesca una caduta sostanziale dell’istruzione e del sapere che viene generata dalla logica stessa del neo liberismo. La diminuzione sempre più accentuata di fondi alla scuola pubblica, la tendenza a immaginare l’educazione intellettuale come preparazione puramente pragmatica al lavoro, la ricerca da parte delle persone del massimo utile con il minimo sforzo che sconsiglia iter di studio impegnativi, l’iper specializzazione che naviga in un pneumatico vuoto culturale, alla fine portano a una caduta verticale del sapere complessivo proprio quando esso sarebbe necessario per far fronte alla enorme quantità di informazioni che si ricevono. Queste cose erano già state rilevate in Usa negli anni ’90 (per non tornare ancora più indietro nel tempo, a Ecologia dei media, di Postman, risalente al ’79, ma che andrebbe riletto con molta attenzione)  preconizzando una perdita di competitività intellettuale dell’occidente, ma sono state imitate in Europa e più che mai in Italia da ceti politici subalterni alle ideologie neo liberiste e non in grado di pensare al di là del loro naso, assai meno lungo delle tasche.

Ora cominciamo ad arrivare ai primi redde rationem: due giorni fa Ren Zhengfei, amministratore delegato e fondatore di Huawei Technologies, l’azienda di telefonini che l’amministrazione Usa e Google al suo servizio, vogliono affondare nell’ ambito della guerra cinese,  ha presentato il nuovo sistema operativo ( vedi qui)  che sarà usato al posto di Android di cui non ha più la licenza. Esso sarà compatibile con tutte le applicazioni androidiane e anche se non sarà possibile accedere direttamente al play store di Google, è intuitivo che in pochi mesi la situazione si potrà riequilibrare tanto più che vi sono migliaia di app destinate al mercato cinese e asiatico che sarà facile “trasportare” sui telefonini venduti in occidente. Dunque la mossa tentata da Trump e dal suo staff di incompetenti guerrafondai, si è risolto in uno scacco senza precedenti nel quale gli Usa si sono scoperti non più in grado di esercitare fino in fondo un ricatto tecnologico, come se fosse l’arma totale. Faranno danni, anche a se stessi ovviamente, ma non danni letali, anzi la nascita di nuovi sistemi operativi è quanto mai pericolosa per gli Usa che hanno sempre tentato di averne il monopolio. Tra l’altro va detto che già dal 2015 la Huawei stava sviluppando il proprio sistema operativo, Kirin Os (forse sarà ribattezzato come HongMeng), temendo che prima o poi Google avrebbe trasformato Android da sistema aperto a sistema proprietario: probabilmente non si aspettava che questo sarebbe avvenuto ad aziendam e per via geopolitica, ma evidentemente qualche allarme c’era già da tempo. Altra circostanza significativa è che i chip per i telefonini alto di gamma sono quelli a 7 nanometri sviluppati dalla Tsmc di Taiwan che ha battuto sul tempo Intel e Amd:  per realizzarli si serve di macchinari europei, principalmente tedeschi, quindi non sarà costretta ad interrompere la produzione per Huawei. Del resto non ci vorrà molto prima che questi chip vengano prodotti nella Cina continentale.

La cosa  era prima o poi immaginabile se un miliardo e mezzo di persone fatica affinché i propri figli siano ingegneri, medici, scienziati, mentre 800 milioni dall’altra parte del mondo non vedono l’ora che i propri ” magnanimi lombi” facciano dei soldi non importa se come tronisti, chef , affaristi da telefilm  o talentuosi per una sera. Se ne può ridere, ma in realtà si tratta di un abisso nel quale stiamo sprofondando. Ad aggravare il bilancio, anzi a sottolinearlo  Zhengfei  in una intervista ha messo il dito direttamente sulla piaga “l’istruzione di base e l’istruzione professionale dovrebbero essere maggiormente seguite; il problema di fondo del commercio sino-americano risiede nel livello d’istruzione”. D’un tratto ci si spalanca davanti un panorama ben diverso da quello auto narrato in occidente: in Usa è proprio la scuola privatistica ed elitaria che ha prodotto una perdita di competitività, al punto che gli americani sono ormai costretti ad importare ricercatori da ogni dove o a utilizzare in qualche modo quelli di altri Paesi per supplire a una base interna largamente insufficiente a ricoprire il ruolo di egemonia planetaria.  Basta scorrere i nomi sulle riviste scientifiche per rendersene conto. Alla faccia della buona scuola dei servi sciocchi. 


La vittoria mutilata

Mosca-Giornata-della-vittoria-07-1000x600Stavo cercando un seguito al post di ieri  Huawei e lo Sputnik  nel quale il lettore intelligente ha certamente intuito come la vicenda, del tutto disomogenea e contraddittoria rispetto alla narrazione del capitalismo globalistico, rappresenta una pietra miliare nel declino dell’impero o comunque una sua chiara manifestazione, anche se i più la prenderanno come una dimostrazione di potere. Così per contrasto ho pensato di collegarlo al punto di massima espansione del combinato disposto Usa – neoliberismo che possiamo situare negli anni in cui la macchina del consenso occidentale ha completamente eliminato il fondamentale contributo sovietico alla vittoria sul nazismo, ovvero nei primi  anni ’80, quando già Mosca declinava. Ne parlo perché siamo a maggio ed è  il 9 maggio che viene festeggiata in Russia e in parecchie delle ex repubbliche dell’Urss la festa della vittoria, salvo che  nelle zone di influenza occidentale dove semmai si celebra il nazismo.

Ora chiunque abbia voglia di studiare la storia seriamente, cioè su testi rigorosi e documentati, abbandonando tutto l’immenso ciarpame da  propaganda popolare sia televisivo, filmico che scritto, sa che il contributo sovietico è stato più che fondamentale per la vittoria: il 90% delle perdite della Wehrmacht si è avuto sul fronte russo, dove peraltro era concentrato l’80%  delle truppe tedesche, quasi 300 divisioni. Senza questo presupposto non sarebbe stato possibile nessuno sbarco in Normandia o in Italia perché migliaia di aerei, di panzer e centinaia di divisioni sarebbero stati disponibili sul fronte occidentale dove pure gli alleati sono avanzati a passo di lumaca nonostante un’assoluta superiorità di mezzi e di uomini, subendo diversi rovesci e correndo persino il rischio, in diverse occasioni, di essere ributtati a mare. Anzi secondo una ipotesi storica che si basa anch’essa sulle documentazioni disponibili e sulla dinamica degli eventi, lo sbarco di Normandia fu attuato in tutta fretta proprio per evitare che i sovietici investissero tutta l’Europa visto che l’avanzata russa si era rivelava molto più veloce del previsto e probabilmente, ma questa è una mia convinzione, non auspicata dai responsabili occidentali che invece speravano in un logoramento di entrambe le parti per prendere poi due piccioni con una fava.  In un certo senso il celebrato sbarco fu quasi un’operazione che prefigurava la guerra fredda. Ma anche senza arrivare a questo la totale esclusione della Urss da quella vittoria è stata la dimostrazione di un imperialismo rampante che si serve disinvoltamente della manipolazione storica, resa facile grazie al possesso dei mass media. Si è arrivati persino ad escludere Putin dalla cerimonia per il  70° anniversario festeggiamenti per la liberazione di Auschwitz che, manco a dirlo era stata liberata dai sovietici a dispetto della Vita è bella e dei giullari alla corte imperiale. E che dire delle repubblichette fascio baltiche dove è addirittura vietato celebrare la vittoria russa mentre si può tranquillamente andare in strada con la croce uncinata?

Così le nuove generazioni, già abbondantemente deprivate di una decente cultura generale, non hanno la minima idea di tutto questo, anzi non hanno nemmeno idea dell’evoluzione storica, abituati nel migliore dei casi a pensarla come una serie di “eventi” come fossero serate in discoteca con l’immancabile tamarro televisivo. Ad ogni modo sono passati circa quarant’anni tra questa silenziosa esclusione della Russia dal mito fondativo della guerra, pronuba del resto delle sanzioni e la rumorosa guerra commerciale alla Cina per tentare di vincere con la forza e non con l’intelligenza la battaglia tecnologica, hanno segnato un apice di potere e un abisso culturale.


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