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Sindacati e Confindustria, 4 amici al bar

bar-dello-sport Anna Lombroso per il Simplicissimus

Roma avrebbe avuto davvero bisogno di una bella manifestazione dopo le sua piazze rubate dal  Family days, da Berlusconi e Salvini e perfino dal concerto del Primo maggio ridotto a inventario di sfigati e stonati fuori circuito che offrono la più amara motivazione dell’essere fuori dal circuito commerciale.

Sono passati 17 anni dall’ultima piazza di lavoratori, quel Circo Massimo gremito da oltre due milioni di persone anche secondo la questura, convocati contro la modifica dell’articolo 18 da Cofferati, oggi arruolato nelle file degli aspiranti “domatori” del neo liberismo dall’interno della gabbia e dedito a elargire consigli di moderazione e realismo ai no-Tav: “non si può morire per una ferrovia. L’opera è utile per il rilancio dell’economia”.

La parabola si compie oggi con Landini, Furlan e Barbagallo e lo slogan #Futuroallavoro in temporanea associazione di impresa per  “dare una scossa al governo”, formula che riecheggia con maggiore vivacità e nerbo sulla stampa che vuole sottolinearne il carattere di fiera opposizione al governo come si addice alla personalità del nuovo segretario della Cgil del quale i maligni dicevano che con quel rissoso, impetuoso e verboso “Braccio di Ferro” il vero pericolo non è perdere il lavoro, quanto perdere l’udito.  E insieme a loro tanto per non creare vane illusioni sullo spirito che anima una ritrovata unità di intenti, purché contro  e mai per carità per cambiare a fare qualcosa in nome e per conto di sfruttati, umiliati, defraudati, ci sarà anche qualche non troppo sparuto drappello di confindustraili, richiamati alla collaborazione da Boccia  che ha definito gli attuali tempi “maturi per costruire un vero patto per il lavoro insieme a Cgil, Cisl e Uil”.

Dovessi dare retta alla nota regola secondo la quale una volta riconosciuto il nemico per essere nel giusto basta collocarsi dall’altra parte, toccherebbe sostenere il governo in carica, rivedere le obiezioni sollevate sul reddito di cittadinanza che qualcosa di buono deve avere se Calenda ci sputa sopra perché così un salario rischia di essere inferiore alla sine cura, in modo non da incrementare le paghe ma da abbassare il secondo per via della convinzione secondo la quale l’unica forma di uguaglianza possibile e desiderabile è che si anneghi tutti nelle privazioni, in basso, nello sprofondo di livelli inferiori alla sopravvivenza, salvo loro.

E a proposito di annegare, è evidente che il Landini Furioso ha scelto di salire sulla stessa barca nella quale saremmo condannati a stare coi padroni salvo il fatto che loro hanno il salvagente e che quella scialuppa la usano come tender il tempo necessario per salire poi nel transatlantico delle misure di sostegno per le imprese, dell’assistenzialismo che salva gli inetti, della indulgenza per avvelenatori e inquinatori, della rimozione di qualsiasi intervento contro fuga di capitali, corruzione, riciclaggio, della comprensiva indulgenza per azionariati che hanno scelto la strada dell’accumulazione passiva e parassitaria, grazie al gioco d’azzardo del casinò azionario, cancellando investimenti in ricerca, tecnologia, sicurezza, innovazione, salari dignitosi, quando non intraprendono la via delle delocalizzazioni, da sbrigare in tutta fretta, magari trasferendo in una notte baracca senza burattini, che sono meglio quelli d’oltre frontiera, ancora meno tutelati e pagati dei nostri.

E magari c’è qualcosa di buono anche in quel tanto di sovranismo che avrebbe dovuto motivare l’impugnazione del pareggio di bilancio in qualità di esproprio di democrazia, la disubbidienza ai comandi europei e alla condanna delle agenzie di rating che li legittimano, il rifiuto della distopia europea sulla quale il neo segretario scommette ancora: secondo lui basta  “partire dall’accoglienza e dalla solidarietà per costruire un’Europa diversa e fondata sul lavoro, i diritti e la democrazia”,  ingenerando il sospetto che anche per lui il tema sia l’immigrazione e il razzismo, contro chi arriva, che così si vince facile, e non contro gli “altri” veri, i poveri di qualsiasi latitudine compresi i terzi mondi interni, gli stranieri e gli indigeni. E qualcosa di buono o almeno di giustificato ci sarà pure nel populismo se chi dovrebbe rappresentare sfruttati e derubati, anche attraverso un sindacato nel quale la metà dei residui 5 milioni di iscritti è costituito da pensionati, ha permesso il Jobs Act, ha brontolato contro la riforma Fornero, ha taciuto sulla buona scuola che umilia il corpo insegnante,  ha siglato un accordo per un nuovo modello ispirato al ‘welfare contrattuale’ che apre la strada alla trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in attività di gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, in sostituzione privatistica dello Stato sociale.

Me le aspetto già le rimostranze dei leninisti di ritorno, quelli che si accontentano dei gruppi social “Io sto con Landini!” proprio come stanno col sindaco di Riace, appagati di sentirsi per delega sindacale e umanitaria dalla parte giusta, soddisfatti di guardare sul monitor una piazza con le bandiere rosse, compiaciuti di un bel sabato italiano in coincidenza con Sanremo e le canzonette solidaristiche.         Quelli che si sentono rassicurati di sulla stessa barca, o almeno a galla.

Che a affondare e soli, senza solidarietà e rispetto sono stati gli operai della Fiat abbandonati mentre l’azienda scappava e a loro si imponevano solo sacrifici con decisioni e scelte prese lontano a una distanza remota dalle sedi di lavoro e dalle loro esistenze, criminalizzati quando hanno tentato di battersi contro la democrazia officiata dall’amministratore delegato, sono quelli dell’Ilva ormai inabilitati perfino a scegliere tra posto e salute, che comunque sono a rischio tutti e due, sono quelli che pagano la logica imperante secondo la quale investimenti in Italia sono possibili soltanto se “garantiti” dai lavoratori  con la rinuncia ai diritti, alla sicurezza, alla tutela, alle garanzie, alla libertà, quelli cui si racconta che le opportunità occupazionali consistono solo nei cantieri delle grandi opere o nell’adattamento a certe economie di risulta, dei lavoretti, quelle chiamate gig-economy, con l’aspettativa illusoria di diventare imprenditori del proprio precariato, organizzandosi e essendo sempre più competitivi in comparti dequalificati, dove il lavoro non risponde a nessun talento, a nessun valore e a nessuna vocazione: distributori di pasti, magazzinieri e spedizionieri, postini e pony, o del turismo; tutti inservienti, banconieri, guide, animatori, intrattenitori magari in costume regionale, cuochi e baristi.

A affondare sono quelli che il sindacato non ce l’hanno né lo avranno mai, che vengono tenuti isolati in modo che non si riconoscano tra loro se non come utenti dei social, quelli che pagano la flessibilità dell’età delle incertezze, del contratto, del reddito, della previdenza e dell’assistenza, della proprio identità e dignità, anche quella ormai labile, aleatoria, come è sempre successo ai fanti, quelli in trincea, quella parte di esercito che sposti a seconda delle strategie dell’imperatore e dei suoi generali, i primi nelle righe davanti a cadere e quando loro sono a terra arriva le altre fucilate e giù anche le seconde file, e così via perché sono tanti, anche dalla parte che spara prima e che non è slava nemmeno quella.

 

 

 

 

 

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Modesta proposta: vietare il voto ai cretini

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo so, me lo sento, mi pioveranno addosso le solite accuse di bieco maschilismo, ma non posso non osservare che biondine di regime, squinzie bipartisan e ochette giulive di maggioranza si sono accollate l’onere gregario di sbrigare lavori sporchi e di propagandare tutta l’immondizia ideologica che ispira un ceto dirigente senza idee ma con molti interessi.

Non torno nemmeno sulla personalità di Giovanna Melandri, sulle sue frequentazioni “bilionarie” almeno quanto i suoi incarichi immeritati e sorprendenti. Voglio invece soffermarmi sulla sua ultima esternazione, ovviamente su Twitter, in occasione del referendum sulla Brexit, quando – in attesa di procedere a limitazioni del diritto di voto tramite selezioni per target: tutti quelli di statura superiore a 1, 70, o tutti quelli che si chiamano Matteo, o tutti quelli che si sono laureati in fantasiose materie para-economiche negli Usa, o, meglio ancora, concediamo lo status di corpo elettorale a una sola regione, magari la Toscana, tanto per non sbagliare – ha scritto “: “Invece di vietare il voto alla gente nei primi 18 anni di vita, perché non negli ultimi 18?”.

Si sa che la mezza età suscita invidia ed emulazione della giovinezza, quanti ne vediamo di maschi in chiodo e stivaletti ranchero col tacchetto, coi capelli tinti di colori improbabili e riporti spericolati. E quante ne vediamo di “dietro liceo, davanti museo” con i labbroni, gli shorts e sfrontate canottiere. Tutti ansiosi di   appartenenza tardiva e militante nelle schiere di giovani, come se al giorno d’oggi fosse una fortuna, come se non fosse sempre più attuale la massima di Nizan secondo il quale non c’era età più infelice dei vent’anni. E come se i giovani non fossero fin troppi per annettere anche i cinquantenni, visto che attempati bellimbusti, veterani dell’intrallazzo, ammuffiti parassiti della più arcaica politica, ne rivendicano lo status a 40 anni passati per legittimare incompetenza, dissennatezza, capriccioso infantilismo criminale.

Ma quasi nessuno resiste alla tentazione di blandirli e coccolarli a parole, perché poi nei fatti vengono invece penalizzati in speranze e sogni, un tempo corredo dell’età, se i dati confermano la condanna all’infelicità per i giovani al di sotto dei trent’anni fatta di inattività forzata, lavori atipici o emigrazione. Se  il trend negativo, registrato perfino dagli organismi che ubbidiscono ai killer europeo, persiste e riguarda soprattutto coloro che hanno già concluso gli studi universitari (dai 25 ai 34 anni), per i quali l’inattività continua ad essere alta e, anzi, ad aumentare: il livello cresce costantemente da dieci anni, passando dal 21,9% nel 2004 al 27% nel 2014 e al 27,6% nel 2015. Se alla fine della formazione universitaria, dunque, i giovani non trovano lavoro per un lungo periodo di tempo (uno su tre lo trova dopo tre anni) neppure, a quanto pare, se adottano l’espediente suggerito dal Ministro Poletti e si accontentano di voti bassi o mediocri. Se abbiamo fatto di loro personalità fragili e ricattabili, permeabili a lusinghe e intimidazioni, tanto da accettare il lavoro gratuito e incostituzionale all’Expo, da scappare dal  loro Paese per svolgere mansioni svalutate e umilianti che da noi abbiamo delegato agli immigrati, purché in pizzerie londinesi, bar tedeschi, bisteccherie americane.

La Melandri, nata e cresciuta in anni più favorevoli, in famiglia privilegiata, dotata di buone conoscenze e parentele e incline per indole a saperle mettere a frutto con profitto, non si sottrae. E per una volta ha ragione di dedicare tanta benevolenza ancorché intermittente  ai giovani, a quelli  inglesi che hanno votato per la permanenza nell’Ue. Perché come diceva Tostoi meglio di lei, “si pensa comunemente che di solito i conservatori siano i vecchi, e che gli innovatori siano i giovani. Ciò non è del tutto vero. Il più delle volte, conservatori sono i giovani. I giovani, che han voglia di vivere ma che non pensano e non hanno il tempo di pensare a come si debba vivere, e che perciò si scelgono come modello quel genere di vita che v’era prima di loro”. Perché basta guardarsi attorno per capire che abbiamo dato vita e creato dei mostri del misoneismo, condizionati dalla paura, da una inclinazione all’irresponsabilità, da un istinto alla delega, che abbiamo alimentato per innumerevoli motivi, molto analizzati da sociologi, psicologi, antropologi: sensi di colpa, frustrazioni, apprensività, e che loro hanno nutrito grazie alla frase risolutiva: siete i miei genitori, avete l’obbligo di mantenermi, in fondo non rubo, non mi drogo, non faccio la mignotta.

E infatti basta leggere le cronache sui club dei club del  “Conservative Future”, il movimento giovanile del partito di Cameron e Osborne, basta sfogliare qualche pagine del libro di David Leonhardt e perfino delle pagine di Time per sapere che i  ragazzi americani, figli di chi non ha avuto ritegno a eleggere Reagan e a subire Bush, sono disinteressati ai diritti civili,  alla legalizzazione della marijuana, alla limitazione della vendita delle armi, alla cittadinanza per gli immigrati illegali, alla lotta ai cambiamenti climatici e alla diseguaglianza economica. O basta dare una scorsa ai segmenti generazionali che hanno votato Le Pen.

Abbiamo le nostre colpe se li abbiamo disegnati in modo che debbano considerare la “flessibilità” come un male necessario, la precarietà come una occasione per esprimere un creativo e disordinato dinamismo, l’incertezza come un effetto incontrastabile del progresso, la paura come una condizione naturale, l’austerità come una pena cui sono condannati per via dei nostri usi dissipati, per i quali ce ne vogliono, per i quali ci serbano rancore, perché questa è la prima conseguenza di un sistema che istiga all’inimicizia, al risentimento, alla rottura di patti millenari tra generazioni.

È che la Melandri, a forza di stare in America, ha fatta sua la considerazione di Woody Allen: perché dovrei preoccuparmi per le generazioni a venire? In fondo cosa hanno fatto loro per me?

Quello che sappiamo è che cosa abbiamo fatto noi contro di loro.

 


Jobs Act, il ratto del lavoro

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mica sempre le montagne partoriscono topolini. A volte vomitano orrendi ratti che  spargono contagi, quelli che scappano dalle navi che affondano, scorazzano seminando paura di antiche e nuove pestilenze. Infatti non è un sorcetto quello scaturito dalla montagna di iniquità sovvertitrice della democrazia, chiamato Jobs Act,  che il troppo poco gasatissimo premier con la sua abituale sovrumana sfrontatezza ha definito epocale perché “Oggi è il giorno atteso da anni. Il #JobsActrottama i cococo cocopro vari e scrosta le rendite di posizione dei soliti noti #lavoltabuona“, che se non si intende di lavoro e di diritti, sulle rendite di posizione di soliti noti ha una competenza imbattibile.

Lui e la sua ministra, quella che confonde i ministeri, quella che rivendica l’incompetenza come una virtù, persuasi che i “soliti noti”, gli intoccabili, i privilegiati abbiano messo radici inestirpabili tra i dipendenti pubblici, gli operai, gli insegnanti, i medici, tra tutti quelli che hanno qualcosa di fisso, qualcosa di  certo: la fatica, senza la quale non si campa, hanno confezionato il  prevedibile  pacco dono per Confindustria, per quel mondo di impresa, per quei manager al servizio di azionariati, che non producono e non investono, interessati al gioco d’azzardo finanziario o, nel migliore dei casi, a partecipare al festino degli appalti,  e se non arrivano le briciole a prendere armi e bagagli e andare altrove, in quei paesi propizi allo sfruttamento ai quali ora faremo davvero concorrenza, grazie a leggi che promuovono la transizione da occupazione a servitù.

Dagli anni 90 in poi le spese in ricerca, sviluppo e investimenti fanno registrare entrambe uno  zero virgola qualcosa. L’età media degli impianti è il doppio di quella europea, più o meno 25-28 anni contro 12-15. E l’aumento della produttività del lavoro segna anch’esso uno zero virgola altra miseria fin dagli anni 90. Evitando di impegnarsi in qualsiasi azione che assomigli a una politica industriale, promuovendo la dequalificazione anche grazie al precariato, imprese e  governi  che si sono succeduti hanno  baldanzosamente contribuito a mantenere le aziende italiane nella condizione di ultime della classe.

Certo con il decreto attuativo i co.co.pro. sono superati, ma restano le altre forme di lavoro precario, viene sancita la possibilità di demansionare i dipendenti in tutti i casi di riorganizzazione aziendale e  sono subito operative le  modifiche all’articolo 18 in tema di licenziamenti e la possibilità di reintegro viene eliminata anche nei provvedimenti collettivi, ponendo le premesse della definitiva liquidazione di fatto del contratto nazionale di lavoro,  in attesa di una legge ad hoc  che ne formalizzi la definitiva insignificanza rispetto alla contrattazione aziendale e territoriale. Il potere conferito alle imprese, comprese decine di migliaia medio-piccole, di regolare attraverso  accordi sindacali anche locali sia il salario, sia altri requisiti fondamentali del rapporto di lavoro, avrà come generale conseguenza una ulteriore riduzione dei salari reali e con essi della quota salari sul Pil, retribuzione  che in molti casi collocheranno i  lavoratori al disotto della soglia della povertà relativa, che nel 2013 era fissata in circa 1.300 euro per una famiglia di tre persone.

Ci volevano i nuovisti per dare nuova vita a uno spettro  del passato che trova le proprie basi nella riforma del mercato anglosassone di stampo blairiano, nell’agenda sul lavoro del 2003 in Germania, nei suggerimenti  dell’Ocse della metà anni ’90, che barcolla nel solco di politiche di destra impostate sul taglio ai diritti sul lavoro, sulla compressione salariale e sulla possibilità di un maggiore controllo delle imprese sui dipendenti,  e che è stato seppellito, male purtroppo, perfino dalle fucine del pensiero neoliberista per l’accertata incapacità di contrastare la disoccupazione.

E ci volevano degli schizofrenici, tra i quali merita un lettino in prima fila il responsabile Ocse Anguel Gurria,  per sostenere che il Jobs Act possa rappresentare un “motore di cambiamento” proprio quando le previsioni su cre­scita e occu­pa­zione dell’ Ocse e dell’Istat sono peg­giori di quelle  della Com­mis­sione euro­pea e perfino della Legge di Sta­bi­lità.  Ma c’è una smania tale di incoraggiare la fine del lavoro per transitare verso la schiavitù, di dare una mano al “riformatore” messo là per seppellire con la Costituzione quel che resta della democrazia, che Gurria con sgangherato entusiasmo ha “corretto” i dati della sua organizzazione:  “L’Italia, ha annunciato come se fosse una buona notizia, dovrebbe crescere dello 0,6% rispetto allo 0,4% previsto dall’Ocse …. Le riforme già annunciate e ora praticate dall’Italia consentiranno di aggiungere 3,4 punti percentuali in più, nei prossimi cinque anni, alla ricchezza del paese espressa in termini di Pil, e 6,3 punti in 10 anni”.

Hanno vinto la guerra di classe: secondo l’Istat  il 23,4% delle fami­glie ita­liane vive in una situa­zione di disa­gio eco­no­mico, per un totale di 14,6 milioni di indi­vi­dui, men­tre il 12,4% dei nuclei si trova in grave dif­fi­coltà. Nel nostro Paese lavorano meno di 6 per­sone su 10,  peg­gio di Gre­cia, Croa­zia e Spa­gna, con 2,5 mln di gio­vani che sopravvivono in quella zona grigia nella quale non si lavora,   non si stu­dia e nemmeno si cerca un’occupazione.

La limitazione della pratica negoziale, l’arbitrarietà travestita da meritocrazia che sottende il sistema fasullo delle tutele crescenti, la conferma di innumerevoli tipologie di precariato con l’imposizione dell’egemonia della flessibilità, incrementano le disuguaglianze spingendo chi è in basso sempre più giù e aumentando possibilità, garanzie e privilegi di chi sta su, dove i salari sono elevati, la formazione è continua, l’occupazione è stabile. Mentre giù, sotto, dove c’è la massa, si fluttua dentro e fuori dal’impresa o dal mondo del lavoro, da un subappaltatore all’altro, da uno spezzone di impiego all’altro, figure anonime e invisibili, sulle quali nessuno ha interesse a investire, insoddisfatte e demotivate. E sempre più isolate, sempre più sole, sempre meno amiche le una con le altre, perché il fine principale della flessibilità, insieme a salari bassi, nessuna protezione, superiore ricattabilità, è quello di ridurre persone che avrebbero interessi comuni, aspirazioni condivise, uguali diritti, in monadi diffidenti e risentite, impaurite e indifese, persuase che  la rinuncia sia il prezzo da pagare per la sopravvivenza.

Hanno vinto la guerra contro la democrazia: i delitti di leso lavoro vanno di pari passo con quelli di lesa sovranità e di lesa rappresentanza, così non siamo più lavoratori ma servi, non siamo più cittadini, nemmeno consumatori, neppure utenti, merce a basso costo all’incanto, potenziale bassa forza nei loro conflitti. Ma non vorremo mica morire schiavi, senza nemmeno provare a rialzare la testa?


Oliver Twist, tuo figlio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

«Un giorno i nostri nipoti andranno a visitare i musei della povertà per vedere che cosa fosse», è la convinzione di  Muhammad Yunus,  vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2006, il  “banchiere  dei poveri”, economista più ottimista di Pangloss.

Dubito che la povertà sia soggetta a storicizzazione, diventi fenomeno da ricordare a scopo pedagogico. Al contrario pensando al  Dickens World, complesso dedicato ai romanzi dickensiani, definito dai promotori “Attrazione tematica capace di stimolare i cinque sensi dei visitatori” per commemorare, con le figurine di quell’infanzia costretta alla fatica, un tempo di tremende ingiustizie, non si può non riflettere sull’implacabile avvitarsi della spirale della storia intorno all’eterno perno dello sfruttamento, delle disuguaglianze,  dell’iniquità.

Perfino il Sole 24 ore se ne accorge, pubblicando  i dati della Bnl sulla ricchezza    finanziaria detenuta dalle “famiglie italiane”,  che nel 2014 ha toccato i suoi massimi storici, superando i livelli del 2006-2007, gli anni pre-crisi. La ricchezza mobiliare (conti correnti, azioni, titoli di Stato, polizze, fondi comuni), scrive il quotidiano di Confindustria,  è salita a 3.858 miliardi, battendo il precedente record di 3.738 miliardi del 2006 e crescendo di 400 miliardi dal 2011, mentre il saldo attivo dei nuovi flussi di denaro investito è stato nei primi 10 mesi del 2014 di ben 110 miliardi. Ma si tratta di capitale “disponibile”, che non viene speso, non viene immesso nel circuito dell’economia reale, ma viene messo da parte, immobilizzato per mesi se non per anni. Produce si, ma solo se  le borse e i bond salgono, un poderoso effetto ricchezza che si accumula in pochi forzieri, visto che in Italia il 10% della popolazione detiene il 50% della ricchezza complessiva, quindi quei quasi 4.000 miliardi di patrimonio sui conti correnti, nei fondi comuni, nelle polizze,  quei 2.000 miliardi impiegati in Borsa e in Btp,  sono appannaggio di 2 milioni di famiglie italiane sui 20 milioni di nuclei familiari.

Quelle che la Bnl chiama impropriamente “famiglie italiane”, quella che la Bnl chiama sfrontatamente ricchezza finanziaria, evocando un confronto tra sfrenati costumi individuali  e voragine del debito statale, tra opulenza privata e pubblica miseria, è semplicemente il ritratto della rendita, quella che non si tassa mai per non spiacere a certi amici, padroni  e protettori, degli azionariati che pretendono venga premiato il profitto senza fatica, delle dinastie che esigono venga appagata un’avidità senza costi, senza investimenti in produzioni, occupazione, innovazione, progresso.

Così l’attrazione tematica dickensiana nel rappresentare il passato ottocentesco ritrae con tremendo spirito profetico il nuovo e arcaico feudalesimo del nostro Duemila. Che in Italia ha il suo laboratorio sperimentale grazie l’incarico dato a un governo di kapò di realizzare la moderna miseria nella quale staranno male tutti salvo quel 10% della popolazione: lavoratori, ceto medio, stato, enti locali, servizi, assistenza, istruzione, cultura, territorio.   L’opportunità infame conferita alle imprese, comprese decine di migliaia medio-piccole, di regolare attraverso accordi sindacali anche locali sia il salario, sia altre condizioni cruciali del rapporto di lavoro, avrà come effetto inevitabile una ulteriore riduzione dei salari reali e con essi della quota salari sul Pil, come prevedibile conseguenza una contrazione dei consumi,  compresi quelli primari.  Ma un altro impoverimento prodotto dalla “riforma” del lavoro è quello che affliggerà la competitività, protagonista del mantra del ceto politico, paradossalmente tradita nei fatti:  l’uso sfrenato del precariato, la rimozione di qualsiasi forma di  politica industriale, condannerà le imprese italiane agli ultimi posti sullo scenario mondiale.  Se  la legge permette  loro di pagare salari miserabili, quattro imprese su cinque utilizzeranno tale facilitazione e non spenderanno un euro in più in ricerca, sviluppo e investimenti, rinnovo degli impianti, innovazioni. E l’aumento annuo della produttività del lavoro, che è strettamente collegato a tali voci, sarà pari a zero.

Ma perché non dovrebbe essere così se la cultura d’impresa è diventata la scienza di ottenere il rendimento più alto possibile tramite transazioni speculative, aventi per oggetto azioni, obbligazioni, polizze, derivati? Se il guadagno si procura davanti a una schermata trasferendo capitali da un pacchetto azionario all’altro, da un investimento all’altro e in pochi secondi? E se la conversione di garanzie e conquiste in “occupazioni atipiche”, in mobilità, in precarietà corrisponde alla determinazione di rispecchiare nella flessibilità del lavoro la flessibilità necessaria alla circolazione di capitali, di soldi sia pure immateriali, di profitti sempre più ingiusti e perversi? Cosicché un lavoro tradotto in merce possa essere comprato, svenduto, scambiato, affittato alla pari di un’attrezzatura, un macchinario, un utensile? E dell’uomo che lo svolge?

Non occorrerà andare al Dickens World per una escursione virtuale nella povertà di Oliver Twist o di Davide Copperfield, la Londra dell’Ottocento è già qui.

 

 

 


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