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Bikini e Bagnini

boschi-rosa Anna Lombroso per il Simplicissimus

A Salvini che le dà della “mummia” Maria Elena Boschi, in versione miss maglietta bagnata, replica “mummia io? bacioni dal mio sarcofago..” con tanto di foto in bikini.  Più ancora della concessione al vituperato e empio virilismo del Ministro, come una simpatica goliardata di una più intelligente che bella,  a me ha fatto rabbrividire quel “bacioni” sigillo forse della nascita di un nuovo movimento dell’amore festoso, irridente e scanzonato da far invidia al Cavaliere e alle sue olgettine in modo da chiudere la scellerata parentesi dell’odio in politica e sui social.

Siamo alle solite, la marchesa del Grillo sa bene che a lei e a pochi altri è permesso quello che in altri è deplorato, disprezzato, condannato, sa bene che quello che in altri viene indicato come populismo rozzo e triviale sulla sua bocca che può dire ciò che vuole diventa leggiadra ironia e espansiva vicinanza a usi comuni a San Frediano e altrove. E sa anche che la tutela di genere è una pelle di zigrino che puoi tirare da una parte o dall’altra, utile a coprire la difesa di banche criminali, superflua se ostacola l’esibizione ostentata di forme qualche volta imputate di cellulite da sessisti dell’altra tifoseria.

Non c’è da stupirsi,  la riservatezza pudica vale solo quando si devono celare altre “vergogne” pubbliche per le quali addirittura può vigere il segreto di Stato: e mica siamo tutti uguali, appunto!

A ben guardare ha preso piede un’altra declinazione del razzismo, quello “morale” che permette a una scrematura di società di rivolgere il suo disprezzo nei confronti di larghe fasce di pubblico colpevoli di non condividere il suo pantheon e i suoi ideali progressisti e umanitari. di non riconoscersi nei suoi valori identitari di ceto acculturato, creativo, intellettuale, attento alla difesa di minoranze purchè di rendita e performance professionali particolari e elevate, o colorate, purchè collocate in ambiti diversi, invisibili, insonorizzati  e sotto vuoto perchè non arrivino i loro afrori salvo che alla tavola del localino fusion.

Spesso si tratta di donne che hanno scelto la frontiera di guerra della conquista del cielo tramite ambiziosa scalata a posti influenti in un ricambio meccanico di maschi usurati e che possono vantare una pretesa di innocenza nei confronti di responsabilità pubbliche e private per essere state messe ai margini, malgrado alcune presenze non proprio insignificanti,  la Boschi appunto, la Lagarde, da Ursula (nel cui nome si ipotizzano alleanze e maggioranze) a Fornero, da Angela a Elisabetta II.

Per lo più si tratta di disillusi che grazie ai servigi offerti dal buzzurro all’Interno hanno recuperato fiducia e empatia per il cosiddetto centrosinistra in qualità del “meno peggio”, gente che sta rintanata nella cuccia che crede sicura del liberismo, pensando che protegga dalla perdita definitiva di privilegi toccata a altri qualche gradino più sotto, per i quali dai profili sui social sarebbero disposti a morire ma non a camminarci a fianco o a prenderci un caffè.

E lo credo, la loro professione di superiorità è garantita dalla pretesa inferiorità di chi sceglie smargiassi e incapaci della curva opposta alla loro, che pure hanno ingoiato di tutto, Jobs Act, cancellazione del Welfare, sfregio dell’articolo 18, Buona Scuola (e magari insegnano), Ilva, Tav, trivelle, riforma della Via in modo da impedire l’accesso dei cittadini alle informazioni sugli interventi che interessano i loro territori. Qualcuno si è anche schierato per il golpe costituzionale, che oggi consoliderebbe l’attuale esecutivo, ritenendo i suoi leader inamovibili e oggi rimpiangendoli, palleggiandosi le dichiarazioni imbarazzanti di Bersani, le esternazioni venerande di Prodi, le invettive biliose di Cacciari, che si sa la nostalgia è canaglia.

Intanto un passo avanti l’hanno fatto per sottrarsi alle tentazioni del populismo: gli stessi che per anni ce l’hanno raccontata sulla contrapposizione tra società civile virtuosa e ceto politico corrotto e vizioso, adesso hanno dismesso le coniugazioni con il Noi, preferendo il più desiderabile Io che si distingue da quei Loro rei di bersi le baggianate sull’invasione, colpevoli di non volere il progresso incarnato dall’alta velocità, restii a punire i proprio comportamenti egoistici con pratiche ecologiche redentive, renitenti a arruolarsi dell’Europa senza se e senza ma e a volersi fare cittadini del villaggio globale, connesso e cosmopolita.

Credono di appartenere al mondo di sopra solo in virtù del fatto che disprezzano il mondo di sotto, quel mondo che non sa esercitare quella generosa indole all’accoglienza, all’integrazione, alla condivisione, che non ha gli strumenti per ragionare in forma politicamente corretta,  che non vuol comprendere le sottili differenze tra Trump e Hillary Clinton e tra Maria Elena Boschi e Matteo Salvini. Perché quelli del mondo di sopra sostengono che le differenze ci sono eccome, ma noi del mondo di sotto non le sappiano vedere, orbi di rabbia.

 

 


I boss di Cosa Loro

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come definireste, senza cadere in un linguaggio da trivio, la faccia e l’atteggiamento di un leader di partito nonché presidente del Consiglio, che vuol far credere che la sua repentina folgorazione sulla via di un oculato garantismo sia solo una coincidenza, per non dire preveggenza, appena prima che si scoperchi l’ultimo immondo vaso di Pandora di fosche commistioni  tra vertici della sua organizzazione e quelli di omologhe organizzazioni criminali, denunciando addirittura che negli ultimi 25 anni  sono state scritte «pagine di autentica barbarie legate al giustizialismo»?

E come definireste la vasta schiera dei suoi accoliti, ammiratori, uffici stampa e ripetitori, quelli che aggiungevano ai loro piatti, alle loro denunce e alle loro domande  un po’ di pepe di giustizialismo, purché la gogna venisse eretta per esporre al pubblico ludibrio il puttaniere, più ancora che il prosecutore instancabile di quel sistema che rappresentava il processo aberrante da Turati a Turatello, costruito su un’impalcatura di leggi ad personam, di interessi privati, di alleanze opache tra malavita e strutture di partito, pubbliche, private fondate sulla fidelizzazione e l’ubbidienza, dove un avvocato che aveva difeso il suo capo comprando magistrati diventava ministro? E che ora ripescano con festoso entusiasmo la favoletta morale delle mele marce che non vanno mescolate a quelle senza bruco, come se ormai nel cesto la contaminazione non fosse già avvenuta, se Verdini siede omaggiato in Parlamento in mezzo ad altri non diversamente verdini, quelli che “la corruzione non si combatte con le manette”, come se non avessero dimostrato di essere dei fan della repressione, piuttosto che mettere mano a tempi di prescrizione, a efficienza e trasparenza dell’amministrazione, a regole di appalto chiare e impenetrabili dal malaffare.

O che mettono giudiziosamente in guardia dal rischio di fare di tutta l’erba un “fascio”, rivelandosi ammiratori segreti di quel simbolo, dal quale hanno mutuato la deplorazione per disfattisti che ostacolano la crescita, per moralisti che vogliono frenare il cambiamento, di sapientoni che avversano la modernità, di pacifisti che osteggiano la mobilitazione in difesa degli interessi nazionali, se oggi il generale Jean si pronuncia: i 130 soldati che potrebbero essere mandati in Libia sono bruscolini, che ne servono invece 15 mila per proteggere le nostre attività economiche.

Ecco mentre ne scrivo mi accorgo che infine si tratta della stessa cosa, che vogliono persuaderci che non si deve guardare troppo per il sottile, che come suggerisce il generale à la guerre comme à la guerre, per il bene del paese e della cittadinanza bisogna scendere a qualche compromesso, andare a cena con dubbi personaggi, appartengano a clan o coop, insomma sporcarsi le mani, che siccome i tempi sono cambiati, non si macchiano di calce, terra, colla, vernice, ma dei nuovi materiali di un “lavoro” sporco come spesso succede che sia quello di chi la fatica non l’ha mai conosciuta.

Però l’impressione che se ne ha, di questa Gomorra nazionale, è di un ceto che si è messo nel mercato del malaffare, che fa marketing e pubblicità alla propria disponibilità a colludere, a farsi corrompere, a farsi comprare, per ottenere soldi, fringe benefit, posti in tribuna, voti, protezione, aiuto nella personale scalata, autorizzata da un pensiero comune che legittima avidità, ambizione, egoismo, protervia, sfruttamento e speculazione.   Perché la corruzione è dominante nel nostro paese, per il fatto che è sistema di governo, che interessa le classi dirigenti che mutuano abitudini, usi, comportamenti  di mafia, ‘ndrangheta e camorra, grazie alle quali controllano capitali, opere, territori. E che hanno contaminato le leggi mettendole al servizio di interessi di parte, privati e speculativi, grazie all’evaporazione del controllo  dal basso, deterrente fragile ma utile connesso alle organizzazioni partitiche, in virtù della dispersione del sindacato, per via della cancellazione di garanzie e conquiste, sicché  i nostri ceti dominanti e quei politici al loro servizio possono esercitare indisturbati la loro azione predatoria del bene pubblico  e impartire la loro didattica di vizi e immoralità, con la complicità di una stampa ricattata e assoggettata.

Bisogna che ce lo ricordiamo in occasione delle prossime elezioni amministrative: l’onestà è condizione necessaria ma non sufficiente, però è consigliabile non farne senza. E in occasione del referendum, perché alla cupola “legale” ma illegittima fa paura la Costituzione e fa paura la democrazia, perché parlano e difendono la loro bestia nera, la giustizia.

 

 

 

 

 


Diamoci all’ippica

Roberta Corradini per il Simplicissimus

Si dice “essere a cavallo” per intendere l’essere sicuri di raggiungere il proprio obiettivo, avendo superato le maggiori difficoltà: sarà per questo che alcuni cavalieri girano con un sorriso alla vaselina stampato sulla faccia?

Alla faccia di chi, invece, pensa “campa cavallo che l’erba cresce”.

Tra tanti cavalli, quello che più stimola certi cavalieri – che nulla di gentiluomo hanno – è quello di Troia, più per un’attrattiva viziosa che per uno scopo (con l’accento fonico acuto!) tattico.

Qualcuno, vista l’altezza del fantino e il cavallo basso per i pantaloni spesso calati, ha pensato che possa essere utile un cavallino, bello rampante su sfondo giallo.

Quale mossa del cavallo escogiterà il nostro cavallerizzo?

Farà ergere cavalli di Frisia dai numerosi stallieri (quelli non Mangano mai…)?

Gli verrà una febbre da cavallo?

Se è superstizioso magari si servirà di un ferro di cavallo.

O forse verrà disarcionato e proseguirà col cavallo di san Francesco.

Dalla maledizione di Montezuma alla calamità di Montezemolo?

E dove verrà sistemato questo presente, questo caval donato? Destra, sinistra, sopra, sotto, centro? Mai fidarsi di certi cavallai, sono volubili alcuni garzoni di stalla, capricciosi come cavalli.

Eppure lo dovrebbe sapere un cavaliere che un cavallo è pericoloso in entrambe le estremità e scomodo nel mezzo.

 


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