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I sicofanti coi fichi secchi

roberto-saviano-gomorraLa straordinaria temperie di contumelie quotidiane che ricade sul nuovo governo qualsiasi cosa faccia o non faccia, rassomiglia a quel fuoco di sbarramento che senza avere alcun  obiettivo definito cerca di impedire l’avanzare del nemico, o meglio di ciò che il potere definisce come tale. Infatti non si tratta di giudicare le intenzioni e i fatti del nuovo esecutivo, che peraltro hanno avuto aggrovigliati precedenti sia nel campo della destra che del centrosinistra, tanto che di fatto manca finora una vera specificità del governo giallo verde, ma di colpire alla cieca e con irragionevole indignazione a ciclo continuo coloro che hanno sconfitto lo stats quo ante, l’establishment insomma.

Lo dimostra come meglio non si potrebbe la canea sull’ Alitalia, un tema sul quale Berlusconi vinse le elezioni contro il centro sinistra predicando al tempo stesso la sua privatizzazione, ma il mantenimento dello status di compagnia di bandiera e che Renzi ha svenduto successivamente a Etihad facendo finta che sarebbe stata la panacea di tutti i mali. Adesso tutti trovano da eccepire sulla rinazionalizzazione che dopo 18 anni disastri, incapacità, ruberie e totale mancanza di visione è l’unico modo di salvare una compagnia alla deriva. Si può fare meglio o peggio e dunque le domande incalzanti al ministro Toninelli sono legittime e doverose, ma di certo se gestita decorosamente Alitalia potrebbe fare parecchi utili vista la vocazione turistica del Paese e potrebbe anche essere strategica per le future sfide poste dalla rinascente multipolarità planetaria. Per carità è solo un esempio del fatto che i cecchini sparano comunque su qualsiasi cosa si muova.

Questa specie di battaglia non solo è perdente in sé, ma è anche estremamente pericolosa perché a forza di sparacchiare giorno e notte sul nulla nel momento in cui l’esecutivo farò una cazzata vera si sarà già esaurito il capitale di indignazione incautamente sperperato. Ad ogni modo fra la truppa dei socialisti da social spiccano alcuni condottieri, dei kagemusha del potere che sono letteralmente ed etimologicamente dei sicofanti, ovvero quelli che nell’antica Atene rubavano i fichi sacri, il cibo di elezione della popolazione più povera, Tra questi si distingue Saviano, un caso esemplare di personaggio costruito a tavolino “con i dosaggi esatti degli esperti”, la cui notorietà non deriva da ciò che scrive e dunque da ciò che copia, ma esclusivamente dal favore dei media padronali. Questo “vate” inserito nell’asse ereditario di De Benedetti, come proprietà immobiliare, tende ad esagerare, così come il gregge che conduce e che spesso esprime un solo e puntuale argomento, quello che Salvini, Di Maio e compagnia cantante sono cretini e ignoranti, mentre chi lo dice è bello e sagace, come dimostra del resto la forza intellettuale di questo ragionamento. In effetti Saviano non entra mai nel discorso politico vero e proprio, non sottolinea contraddizioni ( e dire che ce ne sarebbero di grosse come macigni), si limita come i suoi fans a una banale demolizione verbale puramente evocativa e automatica. Paragona Salvini a Putin (ma magari) o a Trump insomma a quelli che per lui sono esempi di neofascismo probabilmente perché sono stati tutti eletti e non nominati dai suoi padroni, accusa il leader della Lega di assassinare i migranti in mare e sembra arrivare a dire: “sinceramente preferisco salvare i rifugiati e i miei fratelli clandestini che aiutare qualche terremotato italiano, piagnucolone e viziato”. La frase in se e per sé è un fake costruito chissà da chi, ma corrisponde ai concetti espressi durante l’intervista a Che tempo che fa e nella quale il vate fa sapere che a lui dei dati non gliene frega nulla perché valgono di più le sue sensazioni, una uscita in fondo anche più grave di quella attribuitagli. Ma comunque non ci si può certo risentire per queste sue perle di saggezza che pateticamente dimostrano solo l’inadeguatezza del personaggio  al ruolo che gli fanno recitare con cachet stratosferici. Certo è una pena, anzi una vergogna vedere come in questo Paese una voce intellettualmente più che modesta, ma sincronizzata alla perfezione con le tesi atlantiste, europeiste, oligarchiche, con la sua omologazione genetica al potere, possa  passare per fuori dal coro, persino come una sorta di dissidente.

Del resto basta prendere le cronache siriane di questo boss dell’informazione, tutte regolarmente smentite, frutto di superficialità e asservimento senza limiti, per avere un’idea realistica di Saviano persino in un Paese dove anche Mentana pretende di essere maestro di buon giornalismo e prende a male parole chi gli fa domande sul suo editore di riferimento. L’insensatezza di una battaglia che non si svolge sui temi proprio del governo e dei problemi in campo, ma semplicemente sulle evocazioni e sulle appartenenze ci riporta alla caduta di criticità e di ideologia che rende perfettamente comprensibili i fenomeni che trasformano il Paese in un’arena del futile. E dove anche i sicofanti finiranno per poter rubare solo fichi secchi

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Alitalia, tre costosi beccamorti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Comunque vadano le cose, è difficile ipotizzare che fine faranno i 12.700 dipendenti dell’Alitalia. Possiamo invece star sicuri che almeno tre dei soggetti coinvolti ne usciranno comunque bene, perché gli  ammortizzatori sociali che tutelano la loro presenza perenne e garantita sul mercato funzionano a perfezione a riprova che la mobilità è un’opportunità solo per gli appartenenti alla nomenclatura dello sfruttamento, sempre in piedi, sempre liquidati profumatamente, sempre reintrodotti il quel circuito manageriali nel quale competenza fa rima con ubbidienza.

Si parla di quelle tre scimmiette collocate nelle poltrone “scomode” di Commissari straordinari, che intanto “fuori dal comune”  hanno gettoni, poteri, una referenza in più da esibire nel loro prestigioso curriculum di liquidatori, becchini, promotori di fallimenti e dispersione di patrimoni nazionali di lavoro, talenti, produzioni, professionalità, saperi. Insomma di quelli che fanno delle crisi aziendali una vera benedizione per padroni privati o pubblici che hanno promosso destini rovinosi per le aziende frantumandole o mettendole in vendita nell’outlet globale. E trasformando le produzioni in azionariati ben contenti di stare seduti nei loro opulenti uffici a contare i gettoni del casinò finanziario. O , nel caso di imprese pubbliche, convertendole in farraginose macchine clientelari mangiasoldi, inefficienti e improduttive, sì da alienarle e offrirle a poco prezzo a potentati privati, o, meglio ancora, per farle sparire, che si tratti di “fabbriche”, scuole, radiotelevisioni, orchestre, ospedali.

È infatti quella la loro vera abilità, quella di alacri esecutori al servizio di quella ideologia distruttiva e dei suoi sacerdoti che fanno la grana e incrementano il loro potere sulle macerie, del lavoro, del paesaggio, della democrazia, visto che ne fanno parte leader che non vogliono niente di durevole selva il loro trono, che cancellano la memoria per impedire la visione del futuro, che rottamano per ergersi su relitti, devastazione.

Per capire le origini di questa scelta, basta guardare i loro profili su Wikipedia e quell’inanellarsi di incarichi ben retribuiti e di prestigiose liquidazioni. Sui tre spicca Laghi, del quale apprendiamo che con quest’ultimo è arrivato al decimo mandato commissariale dopo Partecipazioni industriali spa, Ilva. Ilvaform, Ilva servizi marittimi, Innse cilindri, Sanac, Taranto energia, Tillet e Socova, più altri 4 da esplicito “liquidatore”, un record che ha fatto rabbrividire perfino i fustigatori a intermittenza dei giornaloni di regime, costretti a interrogarsi sulla irresistibile simpatia che questi governi nutrono per il conflitto d’interesse a guardare al fatto che sempre il Laghi tra i 24 incarichi annovera anche quelli di consigliere d’amministrazione della Compagnia aerea italiana, la società che nel 2009 fece rinascere proprio l’Alitalia ora commissariata e quello di rappresentante nel collegio sindacale di Unicredit, banca già azionista di Alitalia alla quale la disavventura nella compagnia aerea è costata 500 milioni.

E che dire delle referenze di Gubitosi, del suo  cursus studiorum maturato lei templi del sapere acchiappacitrulli compresi gli studi alla London School of Economics and Political Science e un master in Business Administration all’Insead di Fointanebleau, niente popò di meno, una lunga esperienza in Fiat dal 1986 al 2005, 4 anni come Ad di Wind Telecomunicazioni fino al 2011, cruciale per prepararla a una successiva felice “fusione”, poi in Rai, predecessore del beccamorto Campo Dell’Orto, incaricato della soluzione finale dell’azienda,  inoltre, per non smentire quali siano le qualità richieste per certe poltrone,  country manager e responsabile della divisione corporate and investment banking di Bank of America Merrill Lynch.

Nel trio il Paleari, laureato in ingegneria nucleare, recherà , secondo la nostra stampa economica indipendente,  l’insostituibile valore aggiunto della “sua esperienza accademica” in qualità di  professore ordinario di Analisi dei Sistemi Finanziari presso l’Università di Bergamo,  e di ex rettore dell’Università di Bergamo dal 2009 al 2015. Ma non preoccupatevi, è anche uomo di collaudata capacità imprenditoriale, avendo  fondato Universoft, azienda “spin off” dell’Università di Bergamo operante nel campo dell’analisi finanziaria e dello studio dei mercati borsistici mediante la creazione e l’uso di database proprietari.

Non hanno da stare tranquilli i lavoratori dell’Alitalia, compreso il personale di terra,  che hanno avuto il coraggio civile di dire No all’accordo che prevede quasi mille esuberi e la riduzione dell’ 8% degli stipendi del personale volante raggiunto sotto il ricatto dei libri in tribunale. E che con il loro No ci hanno restituito la speranza che non sia utopistica la resistenza a quei diktat di mercato che implicano la caduta nemmeno troppo lenta nell’abisso della povertà e della fine della speranza democratica per sancire l’egemonia della cupola malavitosa della finanza e delle multinazionali della fine del lavoro, delle produzioni, della qualità di servizi e beni. Perché a  sorridere saranno solo loro, il terzetto  che  in ogni caso si metterà in tasca  le percentuali sui ricavi, i compensi relativi alle procedure concorsuali: cessione di rami d’azienda   vendite di beni mobili e immobili, recupero crediti e tutto quanto pertiene l’attività commissariale vera e propria così, successo o no, se riuscisse a realizzare i 2,8 miliardi di attivo di bilancio di Alitalia Sai a fine 2015, il suo incasso si attesterebbe attorno ai 12 milioni di euro.

Abbiamo tutti poco da star tranquilli, i salvataggi che contano e sui quali  siamo obbligati a impegnarci entusiasticamente tutti, sono altri: per dare ossigeno a quella Compagnia della Morte chiamata Nato, i liquidatori di popoli e territori ci hanno fatto sapere che i 25 miliardi fino a ora stanziati  dal governo italiano non bastano più  e che è obbligatorio,  per essere ammessi alla tavola dei grandi distruttori di massa,  tassarci con almeno 40 miliardi.

 

 


La riscossa rulla sulla pista di Alitalia

287084c7f87e356285607f14971d2ff3-kP2-U11002377527992YDH-1024x576@LaStampa.itNon se lo aspettavano né i ministri di malavita, né il governo della ricettazione globale, né i sindacati della resa con mugugno e mancetta, né l’informazione magliara o semplicemente cretina che recita il rosario della competitività senza nemmeno rendersi conto di quello che dice: i lavoratori di Alitalia hanno detto No all’accordo che prevede quasi mille esuberi e la riduzione dell’ 8% degli stipendi del personale volante raggiunto sotto il ricatto dei libri in tribunale. E l’avversione a questo ulteriore massacro è ancor più significativo perché anche il personale di terra ha votato a maggioranza conto.

Forse si ricomincia a comprendere ciò che quarant’anni fa era ovvio: se se tagliano le gambe a qualcuno con il tuo assenso domani le taglieranno anche a te, E probabilmente si comincia anche ad avere la sensazione che le rese parziali alle cosiddette logiche di mercato, opportunamente aggiustate caso per caso, significano uno scivolare senza fine ai livelli di povertà, verso le più indignitose mete della presunta produttività, come del resto accade negli Usa dove persino i giovani piloti delle compagnie interne sono costretti a vivere con i sussidi e per giunta devono restituire i prestiti contratti per le varie scuole di volo. Il resto, ovvero che la crisi Alitalia sia stata dovuta non certo all’abbondanza del personale o ai suoi stipendi, ma a vertici e azionariati incapaci di costruire qualsiasi strategia o qualsiasi futuro è sotto gli occhi di tutti quelli che non si massaggiano i bulbi col prosciutto delle frasi fatte.

Naturalmente, visto che dirigenti e azionisti incapaci di pensare non possono essere toccati, l’informazione si strappa le vesti, magari anche quelle comprate con i contributi pubblici in via diretta o indiretta, si lamentano che per salvare l’ennesima volta Alitalia occorreranno soldi pubblici. Certo che occorreranno, ma occorrono per la verità anche per quelle che sembrano essere le pietre preziose del neoliberismo volante, ossia le compagnie low cost che pagano al minimo i dipendenti ed evadono bellamente i tributi: non vivrebbero nemmeno un giorno se non raccogliessero i contributi degli enti pubblici per aprire scali qui e là. Per quanto riguarda l’Italia abbiano la menzogna di Del Rio che quantifica in 40 milioni questi esborsi, una cifra talmente ridicola da essere inferiore persino a quella della sola Sardegna che a quanto pare si attesta come testimonia la stessa Ue sugli 80 milioni. Persino un giornale come la Stampa si vergogna di una cifra come questa è la raddoppia ad 80 milioni, sperando che questa minimizzazione sia più credibile, ma siccome molti accordi sono segreti, altri sono persino caduti sotto la lente di Bruxelles, altri sono follia come i 25 euro a passeggero pagati a Ryanair dall’aeroporto di Verona, per non dire dei 30 milioni di Brescia e Pisa  è presumibile che tali contributi in soldi pubblici abbiano superato complessivamente, i 300 milioni all’anno negli ultimi 7 anni. Calcolando, per difetto, una media di  5 euro a passeggero e moltiplicandolo per gli 80 milioni di passeggeri delle low cost si arriva anche a 400. Con anche denunce di illegalità da parte dell’ipocrita Bruvelles. Altro che libero mercato e altro che Alitalia che con quei soldi sarebbe stata strasalvata e con essa anche molti aeroporti giunti sull’orlo della bancarotta con questo sistema la cui salvfica efficacia sulle economie locali è tutta da dimostrare se non si vogliono fare i soliti discorsi un tanto al tocco. Altro che le lamentazioni in salsa anni ’80 degli addetti all’informazione di mia nonna.

Per questo è importante la battaglia di Alitalia che non coinvolge solo i lavoratori della compagnia o il settore dell’aviazione (una resa costituirebbe immediatamente un motivo di ulteriore abbassamento salariale anche presso Ryanair, Vueling, Air Berlin e via dicendo), ma una resistenza alle logiche di impoverimento progressivo che investono tutto il mondo del lavoro.  E anche alla presa in giro del “mercato”.


Necrofori di aria e di terra

necroforiCome si poteva immaginare i sussurri e le grida intorno alla sciopero di Alitalia che si sono subito tradotti in un attacco al diritto di sciopero da parte della casta renzusconiana sono stati poca cosa rispetto ai disservizi causati dagli incendi attuali e pregressi allo scalo di Fiumicino, ai black out e alla galoppante disorganizzazione, buona parte della quale è dovuta alla gestione dei bagagli nella quale sono impegnati società di servizi ingaggiate dalle compagnie aeree e che fanno dello sfruttamento del lavoro il loro punto di forza. Insomma siamo di fronte alla pantomima drammatica e ridicola assieme di un ceto politico che sta mandando il Paese al naufragio pensando di tappare le falle sempre più larghe, vergognose, distruttive di una gestione spesso affaristica e clientelare, sempre episodica e priva di visione, usando i brandelli di ideologia reazionaria che sono alla portata della sua cultura e intelligenza.

Come pellegrini a Lourdes attendono la salvezza recitando il salmo del liberismo come fa compunto e stentoreo il giovane barone Filippo Taddei irresponsabile economico del Pd il quale dall’alto di consistenti fortune familiari, spiega ai giovani che per studiare occorrono molti soldi e che quindi solo i ricchi se lo potranno permettere. Che il lavoro è destinato ad essere precario, che gli orari si alzeranno vertiginosamente per favorire i profitti del padrone e che si dovrà smettere di pensare di poter andare in pensione. La cosa ridicola è che il baronetto, il quale ha potuto sempre evitare il lavoro e a cui i soldi hanno comprato il tempo, i contatti e le possibilità di accedere a posizioni para accademiche presso umbratili succursali italiane di università Usa, una volta che si è messo alla prova ha fallito miseramente il concorso per cattedre di economia presso vere università pubbliche non riuscendo ad intercettare nessuno dei 300 “posti” su poco più di 400 candidati.

Dico questo non tanto per la soddisfazione di togliere il velo griffato a un ennesimo economista della mutua, quanto per sottolineare la distanza fra ciò che occorrerebbe immaginare e ciò che la classe dirigente italiana è capace di pensare al di là di recitare il rosario come il baronetto Taddei, beghina del mercato. Alla luce di questo panorama non appare sorprendente che i pasticci compiuti ormai da un quindicennio con Alitalia, fra amministratori incapaci, capitani coraggiosi della minchia fino alla sua svendita ad Etihad, porti oggi alla grottesca possibilità che l’hub dell’ex compagnia di bandiera venga alla fine trasferito fuori dal Paese. Una possibilità tutt’altro che remota, in fondo insita nella natura stessa della vendita a una compagnia che aveva nel suo arco diretti concorrenti di Alitalia. E che comincia a prendere corpo attraverso i misteriosi incidenti e incendi di cui è stato vittima Fiumicino con l’approssimarsi dell’estate.

Del resto che dire in un ceto politico che si strappa i capelli per i “danni incalcolabili” di un giorno di sciopero a Pompei pur essendo direttamente responsabile del degrado del sito archeologico più famoso del mondo, completamente incapace di farne un motore di sviluppo e cercando con esemplare cecità di risparmiare il centesimo? Che dire di un sindacato da videogioco come l’Uil che ora propone scioperi virtuali? Che pensare di un sindaco della Capitale che dopo un anno e mezzo di assenza – demenza solo ora, per conservare il suo prezioso lato B sulla poltrona del Campidoglio, si accorge che forse sarebbe opportuno badare alla pulizia della città, che probabilmente occorre persino governare e fa il patto della birra con la Boschi, mentre comincia la rivolta? Questi sono davvero i becchini del Paese.


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