In fin dei Conte

conte-casalino-768x432Ciò che fa più rumore è l’assenza di domande. Ormai sappiano che Giuseppe Conte ha mentito al Paese negando di aver preso visione di un documento del Comitato tecnico scientifico risalente al 3 marzo che consigliava la chiusura di alcune province per evitare la diffusione dell’epidemia e facendo invece la scellerata scelta di chiudere tutto il Paese. In un altro contesto ha ammesso di aver visto questa raccomandazione del Cts, ma in ritardo, il 5 marzo, il che non vuol dire nulla perché era comunque sempre in tempo per evitare scelte inutili e peraltro contraddittorie che si sono rivelate una catastrofe economica. In un’altra occasione ancora  ha rivelato di aver liberamente interpretato il parere scientifico pensando che il distanziamento sociale fosse più efficace del contenimento geografico ignorando proprio i suggerimenti di quella scienza che veniva cinicamente usata come religione per giustificare qualunque restrizione delle libertà. E dunque si, il premier ha mentito, ma con questo non siamo più vicini di prima alla verità. Infatti non c’è alcuna ragione per cui Conte e il governo, ma si potrebbe dire l’ìntero milieu politico, nel suo complesso consenziente, dovesse cercare pervicacemente di ottenere il minimo risultato col massimo danno,  Le ragioni vanno dunque cercate altrove all’esterno di Palazzo Chigi.

Secondo qualcuno che magari critica il sistema, ma che vede nella pandemia una sorta di possibile e ingenua palingenesi del capitalismo, astenendosi quindi da qualsiasi contestazione della narrazione apocalittica, sarebbe stata la Confindustria lombarda, spalleggiata poi dai governatori regionali ( nel frattempo si era aggiunto il Veneto) ad impedire che ci fosse una chiusura parziale di certo più efficace e razionale rispetto alle segregazioni generalizzate. Si tratta di una spiegazione plausibile, ma di certo non sufficiente a giustificare quanto è accaduto: si ha quasi l’impressione che dietro il premier che ormai si sentiva braccato da Draghi e dall’assoluta debolezza di un governo che avrebbe sfigurato come squadra per il Monopoli, abbia agito un ambiente deciso a sperimentare  una profilatura autoritaria dell’emergenza, trasformata in stato di eccezione con la messa in mora della Costituzione, un “modulo” che per due mesi è stato praticamente unanime. Del resto la cosa non poteva non piacere ad un ampio spettro dell’elite: dai padroni del vapore di Assolombarda, agli autoritaristi di destra, ai poltronisti aggrappati come cozze ai seggi, fino agli ambienti europeisti felici che il colpo dato al Paese avrebbe abbassato la cresta di ogni sovranismo, vero o simulato che fosse e che facesse risplendere la sottomissione alla tecnocrazia e a un progetto di governance puramente elitario che era così ben incarnato dalle sardine e dalla presidenza della Repubblica.

Per ottenere questo scopo era però necessario rendere più apocalittica e angosciosa possibile la narrazione pandemica, trasformare una sindrome influenzale in male assoluto, celebrare in ogni minuto della giornata i riti tanatologici e nascondere ovviamente gli errori sanitari che hanno ucciso assai più del virus: qualcosa che abbiamo visto svilupparsi un po’  ovunque, grazie alla campagna di terrore messa in piedi a livello planetario da big pharma e dagli organismi ufficiali che controlla, ma mai con la stessa intensità rituale che abbiamo conosciuto noi. Man mano che questa narrazione perde pezzi è naturale che vengano a galla tutti i detriti e gli scaricabarile con i quali questa vicenda è stata costruita: il potere aveva forse sperato in una maggiore gravità del virus, per potere ricevere l’assoluzione ed anzi accaparrarsi il suggello di santità, ma adesso deve fare i conti con un Paese a pezzi che non ha nessuna voglia di ricominciare e che ben presto si troverà a fare i conti con le balle che gli sono state raccontate, ma che ha anche voluto bere fino in fondo la narrazione, compresa la parata solenne dei miliardi immaginari che il governo ha allestito come sequel della pandemia.  E’ fin troppo evidente che il piano autoritario sta naufragando nella schizofrenia, ma è anche evidente che non esiste più alcuna reale dialettica politica, ragione per la quale il premier ha potuto guidare due formazioni governative antitetiche: non si andrà avanti di un millimetro con il governo Conte, ma nemmeno con questa costellazione di potere incancrenita nel più vieto occasionalismo, in gran parte corrotta e  subordinata alla filiera del potere economico. Saranno tempi durissimi.

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One response to “In fin dei Conte

  • Anonimo

    Quello che bisogna imputare al nostro ineffabile PCM ed al professore di storia è che la loro azione miope ha determinato una crisi epocale e che dovrebbero risponderne agli italiani.
    Ma la magistratura è schierata, dunque chi fara’ gli interessi degli italiani?

    La crisi Covid ormai(come ha detto un amico)
    “si è palesata nel suo vero costo e l’incapacita’ dei tardivi interventi EU di porvi rimedio, pure.
    La crisi è soprattutto economica e sociale oltre che sanitaria ed ha caratteristiche di violenta asimmetria tra soggetti economici e tra generazioni e classi sociali.”
    Questa pesantissima assimmetria che rende gli oneri della crisi molto gravi per alcuni e nulli per altri, rischia di minare la base stessa dello Stato, scatenando notevoli implicazioni di tenuta della coesione sociale, territoriale e anche generazionale.

    Se non si pongono in essere immediatamente politiche in grado di mitigare queste assimetrie si devono prevedere situazioni pesanti, che verranno enfatizzate dal crollo del gettito fiscale dei prossimi 2-3 anni, per una parte dovuto ai vari bonus, per l’altra dal calo fortissimo della base imponibile di quel 5-10% di italiani che costituiscono la quasi totalità della raccolta fiscale.
    Chi si prenderà il peso di tutto ciò?

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