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Che fatica fare il Popolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il signor Presidente del Consiglio ha saggiamente ritenuto di soprassedere alla decisione di indirizzare, dall’autorevole tribuna di Domenica In,  un messaggio alla nazione  inteso a augurare un  fervido in bocca al lupo  agli studenti che da lunedì torneranno sui banchi di scuola.

Non sappiamo se la decisione sia stata presa dopo che un preside ha reagito, pare scompostamente – si sa che la plebaglia è fatto così –  quando in odor di polemiche aveva rassicurato sulla “tenuta” dell’istruzione pubblica dichiarandosi talmente fiducioso da accompagnare lui stesso suo figlio a scuola! Sentendcosi rispondere che in quello come in altri istituti mancano manutenzione, sanificazione, aule, banchi, mascherine, e pure insegnanti.

Ma in fondo che cosa pretendiamo da un governo il cui ministro incaricato dell’istruzione affida il suo messaggio  a una tee shirt con su scritto “che fatica fare la ministra”.

Non sappiamo se invece a sconsigliarlo siano state le polemiche della cosiddetta opposizione che ha denunciato l’utilizzo “scandaloso” del mezzo pubblico per una uscita di chiara marca elettorale.

Sappiamo invece che a nessuno è passato per l’anticamera del cervello di obiettare sul fatto che sia considerato normale che la comunicazione ufficiale del capo dell’esecutivo sul tema più controverso e delicato che interessa milioni di cittadini avvenga in una trasmissione di intrattenimento e non sui canali istituzionali.

Ma in fondo cosa pretendiamo se si tratta di funzioni e attività attribuite a un reduce del Grande Fratello, lo show, non l’attualissimo libro di Orwell, che ha contribuito all’affermazione di principi di partecipazione democratica digitale e che oggi è ancora al centro di alate disquisizioni per via della possibile partecipazione di un augusto fidanzatino.

Il fatto è che paradossalmente come le accuse di sovranismo provengono da chi ha agito e agisce per demolire l’edificio di poteri e competenze nazioni, per darle in consegna a una sovranità autoritaria e antidemocratica “superiore” agli stati partner, così quelle di populismo sono a cura di chi sta alimentando istinti primordiali a cominciare dalla paura, per passare al sospetto e al risentimento, per far retrocedere anche il concetto di popolo a marmaglia ignorante da addomesticare con un po’ di circenses al posto del pane sempre più scarso, affidati a rottami dello spettacolo che ostentano ignoranza e grossolanità come virtù doverose in chi vuol fare audience e in chi cerca consenso.

Ma in fondo cosa pretendiamo se il successo decretato di questo governo di salute pubblica nasce proprio da questo.

Nasce dal trattare i cittadini come bambinacci che devono essere guidati, indirizzati, ripresi severamente e governati con molto bastone e poca carota, in forma di bonus e mancette, dal criminalizzare comportamenti e atteggiamenti critici del suo operato come eresie disfattiste e irresponsabili, dal creare una incontrastabile gerarchia di diritti e prerogative in testa alla quale è stata collocata la salute intesa come sopravvivenza del corpo, purchè già sano – che ormai pregresse patologie vengono condannate come espressione di scarso spirito civico e  istinto alla dissipazione parassitaria di risorse pubbliche – e non importa se affamato, umiliato dalla condanna alla servitù comminata grazie alla cancellazione di altri diritti, istruzione, abitazione e emolumenti dignitosi, socialità.

E dire che ci vorrebbe poco a capire che questa gestione dell’emergenza, trattata come un imprevedibile incidente della storia che nulla avrebbe a che fare con la globalizzazione e i sui effetti perversi in grado di scatenare elementi e diffondere alla velocità del lampo mali e malanno, che nulla avrebbe a che fare con una antropizzazione che ha prodotto devastazioni ambientali e che ha preteso di privilegiare le ragioni del profitto rispetto a quelle del benessere, quello vero, che prevede qualità della vita, salute tutelata, accesso a opportunità, cultura, servizi, ha innescato altre rinnovate disuguaglianze che esasperano quelle di un decennio e più di crisi.

In modo che i ricchi siano curati e i poveracci persuasi ai benefici del faidate domestico, che la cittadinanza sia divisa in gente condannata al pubblico servizio e al sacrificio in supermercati, fabbriche, mezzi di trasporto di qualità e prestazioni pari a carri bestiame, magazzini, industrie convertite alla produzione di dispositivi sanitari rappresentativi del brand della pandeconomia, impegnati a garantire, doverosamente, l’indispensabile a altri target, quelli prescelti o selezionati, per nascita, rendita, appartenenza, o semplicemente culo, per stare sul canapè a sperimentare i prodigi digitali, anche quelli selettivi, della Dad, del lavoro agile, della democrazia coi “mi piace” nei social,  nella convinzione di essere, ancora e in futuro, “salvati”.

Tanto che sono questi ultimi a “fare” opinione e generare consenso, offrendo gli indicatori del gradimento del governo, il migliore che potesse capitarci, malgrado la Lamorgese prosegua indistruttibile nel consolidare il Minnitipensiero e la Weltanshauung salviniana in materia di ordine pubblico, respingimenti, chiusura dei porti, repressione del malcontento, patti osceni con tiranni africani, malgrado la Azzolina, miss Maglietta asciutta, se la batta con la Gelmini e la Fedeli in tema di distruzione volontaria della scuola pubblica.

E malgrado che la Bellanova non faccia rimpiangere l’ideologia della schiavitù per tutte le età e le etnie di Poletti, nel rispetto del suo prodigarsi per il Jobs Act e della legge Fornero della quale è stata entusiasta relatrice, malgrado che la De Micheli inamovibile armeggi garrula per lo sviluppo incontrastato dell’imperio del cemento, della speculazione e della corruzione che ne deriva, malgrado che l’inossidabile Franceschini continui a agire per la trasformazione del Paese in un Luna Park pieno di gadget e passatempi per turisti poco inclini a contemplazione e rispetto.

E infatti chiunque invece abbia la ventura di frequentarlo quel popolo così criminalizzato e penalizzato, chiunque non viva solo quella speciale condizione di privilegio stando nella tana che si augura non sia mai provvisoria delle sicurezze ancora concesse dalla lotteria sociale o naturale, chiunque abbia a che fare con chi già prima faticava a arrivare a fine mese e ora ha dato fondo a tutte le riserve, non ha percepito la cassa integrazione, e ce ne sono, ha chiuso il suo esercizio commerciale, non riaprirà il bar, l’albergo, la trattoria, ecco, chi li incontra i nuovi cassintegrati dell’Ilva, quelli “sospesi” in attesa che imprenditori che non hanno mai investito un quattrino in sicurezza e innovazione, possano accedere alle risorse dell’elemosina europea a “babbo morto” come si dice a Roma, ecco tutti questi sanno che la plebaglia eretica ha smesso di preoccuparsi se il Covid è frutto di un complotto o ha soltanto favorito una cospirazione per far esplodere le contraddizioni della società, in modo che i poveri diventino più poveri e ricattabili e intimoriti e i ricchi più ricchi e tracotanti e immuni e impuniti.

Non hanno tempo né testa per interrogarsi se sia più o meno di un’influenza, se faccia più danni delle migliaia di infezioni contratte in ospedali dove manutenzione e profilassi sono banditi, come si è visto con la morte allegorica e infame di due bambini nutriti con l’acqua contaminata, perché quello che hanno conservato malgrado la pandemia non può davvero chiamarsi vita.

Ma andatelo a dire ai dotti sociologi e pensatori che si preoccupano dei fermenti che si agitano ai “margini” della società turbopopulisti, che attentano alla loro salute di anziani maestri, che quelli che additano al pubblico ludibrio in veste di frequentatori del Billionaire o delle “discoteche cheap della costa romagnola”, irresponsabili e egoisti, non sono il popolo, che invece è fatto di quelli che gli permettono di pontificare dal salotto buono, ben rifornito di rete, Tv, servizi, alimenti, bevande, quelli che fanno funzionare la macchina della quotidianità.

E se proprio vogliono aver paura è meglio che ce l’abbiano di perdere i loro privilegi, le loro incrollabili certezze, il loro accesso esclusivo a opportunità immeritate concesse per appartenenza, fidelizzazione, conformismo, ipocrisia.  E se proprio vogliono provare quel gusto atavico, allora ce l’abbiano di noi maledetto popolo, maledetti cittadini.


Il Conte che non torna

Se non ci fosse un video a testimoniarlo si rischierebbe di essere presi per dei conta balle ancora peggiori di quelli che raccontano il Paese dai giornaloni e dalle fortezze Bastiani delle redazioni dove la realtà è solo l’eco del padrone: ma Conte è riuscito a sbagliare clamorosamente i numeri della cosiddetta pandemia moltiplicando i 35 mila decessi (con covid e non per covid che altrimenti si conterebbero col pallottoliere) e portandoli a 135 mila : molto più  e molto peggio di un lapsus perché non si è corretto e ha insistito tetragono su questa cifra anche dopo che pietosi suggeritori gli sussurravano, “ma no, sono 35 mila” e lui come un gallo cedrone con livrea da Caraceni a ripetere lo stesso errore. Così scopriamo che l’uomo che ha messo in ginocchio e in maschera il Paese, che per 6 mesi ha trasformato l’informazione in un bollettino funerario, che ha distrutto il 15 per cento del Pil e provocato, ma solo per ora, 600 mila disoccupati, non ricorda nemmeno perché lo ha fatto, in seguito a quali eventi, a quali necessità, a quali proporzionalità.

Certo si potrebbe prenderla a ridere perché questa incredibile  gaffe, peraltro censurata dall’informazione mainstream,  è arrivata  nell’ambito di un attacco ai cosiddetti negazionisti: “a coloro che manifestano pensando che il coronavirus non esista rispondiamo con i numeri”. Tralascerò di commentare l’idiozia della parola e del concetto di negazionista anche perché sarebbe fatica sprecata , pare chiaro che l’uomo, insieme al meccanismo mediatico che ne narra le imprese  non è un’aquila, ma una quaglia da supermercato, esattamente come i suoi seguaci distesi nella vaschetta di polistirene espanso e pronti ad ogni tipo di consumo politico ed economico, insomma l’ennesimo  mediocre  inferto al Paese. Tuttavia sarebbe un errore pensare che questa scena da fratelli De Rege, sia un fatto curioso, ma del tutto secondario e accessorio, un piccolo incidente senza importanza: esso invece strappa il sipario di un dramma imposto perché un abbaglio di questo tipo non può essere frutto di distrazione e confusione momentanea visto che ormai da sei mesi ogni cosa finisce in Covid, ma ha invece le sue radici nella invenzione dell’epidemia e nelle sue cifre costruite semplicemente attribuendo ogni decesso al coronavirus in caso di positività.  Essendo perciò numeri artificiali e modulati a seconda del risultato da ottenere e non della realtà sanitaria, possono sfuggire di mente e magari essere sostituiti da altri che inconsciamente paiono più consoni al “momento politico”.  Si tratta insomma di cifre fluide che non hanno mai contato se non in relazione all’impatto emotivo. Chi le ha costruite e diffuse è più legato a queste dinamiche comunicative che alla realtà e men che meno al rigore e alla scienza. Da qui nascono i cosiddetti gli errori.

La moltiplicazione dei morti, unico miracolo concesso a Conte che ha invece sta fallendo nella moltiplicazione dei miliardi europei, fa pensare che subito dopo le regionali che saranno probabilmente una catastrofe per il Cinque stelle e una sonora sconfitta per il Pd, ci sarà una nuova ondata di millenarismo pandemico, di segregazioni e di “misure” raffazzonate e risibili con cui cazzeggia il cosiddetto comitato tecnico scientifico: per il presidente del consiglio o forse dello sconsiglio la nuova ondata di paura corrisponde  alle barricate per rallentare o fermare l’avanzata di Draghi e rimanere a Palazzo Chigi nonostante le conseguenze economiche provocate da un governo di cialtroni irresponsabili e servi. Un desiderio così forte che il presidente del consiglio ha anche tentato di comprarsi Mattarella proponendo improvvidamente una sua rielezione al Quirinale e sta giocando presso un’opinione pubblica ormai impotente e lontana da qualsiasi lucidità, sull’idea di essere l’anti Draghi, essendone stato in realtà il tappeto rosso steso in attesa del grande svenditore ed essendo disponibile da ogni cedimento nei confronti della Merkel e dei frugali. Del resto cosa c’è da aspettarsi in un Paese dove qualcuno davvero può credere  che avere meno parlamentari renda più efficiente il governo del Paese? E’ chiaro che se non se ne ha nessuno ci il massimo al massimo dell’efficienza: che ci sta a fare il Parlamento?  Inutile sottolineare  che questa nuova battaglia a suon di Covid sarà un altro bagno di sangue per la nostra economia e che questo miserabile balletto di sopravvivenza politicante condotto su una mistificazione sarà una sorta di colpo di grazia per molta parte della piccola economia. Ma per carità riguardatevi, il Covid vi guarda.


I Nuovi Mostri

perpostAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte toccare tornare su temi solo apparentemente marginali, che invece rappresentano indicatori dei nuovi valori di un’opinione pubblica, la sola che si riservi il diritto di espressione in virtù di una pretesa superiorità sociale, culturale e quindi morale che la eleva sulla massa rozza e ignorante.

L’occasione è un post (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/16/laltra-meta-della-griffe/) nel quale me la prendevo  non con il presidente del consiglio oggetto quotidiano della mia critica su temi più cruciali, nemmeno la sua fidanzata, apprezzabile per il remoto e algido distacco mostrato in quel frangente come d‘altra parte in merito al generoso omaggio riservato dal governo all’azienda di famiglia, perdonata per l’omissione del pagamento della tassa di soggiorno, bensì con stampa e opinionisti della rete che si erano stretti intorno alla giovane signora rea, per qualche invidioso affetto da frustrazioni e rancori, di esibire uno  status symbol dal costo esorbitante.

Era stato un alacre affaccendarsi di quotidiani, blog, siti  e frequentatori dei social, suffragati da alcuni vangeli della mediocrazia, Dagospia e organi addetti allo smascheramento di fake, purchè non governative, inteso a dimostrare che l’acquisto e l’ostensione dell’oggetto del desiderio griffato Hermes, definito anche bene aspirazionale, o costituiva la giusta ricompensa acquisita a conferma del successo di carriera personale di una giovane donna affermatasi nell’impresa di famiglia, oppure, a piacere, di un simpatico prodotto contraffatto di quelli sciorinati sui tappetini dei vucumprà, offrendo l’affettuosa immagine “democratica” di una privilegiata che si appaga di una imitazione proprio come la proverbiale casalinga di Voghera in trasferta sul litorale.

C’è da pensare che le reprimende riservatemi con l’accusa di immotivata acrimonia e meschino livore nascano  dalla volontà di riconfermare l’atto di fede nei confronti del Bel Ami assunto a Palazzo Chigi con le funzioni di salvatore della salute pubblica, certo, ma siano suscitate anche dalla combinazione della piaggeria nei confronti di chi sta su nella scala sociale combinata con l’idolatria per i totem dei consumi del lusso che con ragione  e per merito possono aggiudicarsi, in regime di esclusiva, i potenti.

Così ho guardato con una certa nostalgia a quel vizio che una volta si chiamava ipocrisia, un tratto distintivo della nostra autobiografia nazionale attribuibile all’occupazione militare oltre che confessionale della religione cattolica, che aveva convertito in etica pubblica la sua morale confessionale. Capitava allora di vedere la mattina all’alba illustri manigoldi che prendevano la comunione e baciavano la mano al vescovo prima di analoghe effusioni dedicate a un qualche capocosca, gli stessi che magnificavano la modestia della loro signora che, qualche passo indietro, aveva contribuito in qualità di angelo del focolare al loro successo, benchè tradita con qualche stellina beneficata dalla esibizione sulla  Settimana Incom.

Anche il vestire era consono, i notabili con cappottoni che parevano confezionati con coperte della naja o con certe magliette striminzite e incolori sfoggiate durante sobri e effimeri ferragosto,  le mogli ingessate in mesti soprabiti col collettino di lapin o insalamate per le grandi quanto rare occasioni pubbliche  dentro certi abitini imprimé con sopra il cappottino foderato della stessa stoffa, una mise che francamente consiglieremmo a qualche ministro odierno, che ne guadagnerebbe in stile.

È che si trattava di riti penitenziali e convenzioni  necessari per dimostrare affinità e consonanza con un popolo che usciva dagli stenti del dopoguerra e si preparava ai fasti del boom ma proseguiti negli anni successivi quando vigevano compostezza e moderazione, confinando eccessi gli eccessi a un altro contesto “pubblico” e vistoso, quello delle opere speculative,  tanto da far subire l’ostracismo a consorti (a nessuno allora sarebbe venuto in mente di chiamarle first lady)  ree di civetterie e look inappropriati.

A pensarci bene valeva anche per la dinastia (oggi però la chiameremmo famiglia disfunzionale) che nell’immaginario degli italiani aveva preso il posto della casa non più regnante e dei suoi rampolli troppo esuberanti:  Gente, Oggi ben prima delle riviste di gossip oggi in eclissi tanto da temere la concorrenza dei settimanali del filone “criminale”, diffondevano gli stilemi dell’avvocato, ma quelli imitabili, stivaletti con la para sotto lo smoking – tenuta cui  la massa aspirava per i matrimoni anche di mattina ad onta della sua destinazione rigorosamente serale – o orologio sopra il polsino.

Ma si trattava di simpatiche bizzarrie cui faceva da contrappunto una severità ribadita dalla estrema magrezza denutrita delle bellezze di famiglia, che si supponeva piluccassero raramente un ovetto di storione tanto per gradire e niente di più, o dallo sfoggio virtuoso di abiti austeri indossati e immortalati in più occasioni private e pubbliche, eredità di divise alla marinara  simboliche di memorie domestiche in palazzi e ville poco riscaldati per abitudine monastica e esemplari  di un superiore distacco anaffettivo anche di fronte a scandali e lutti, che si sa se gli affetti producessero  reddito se li sarebbero conservati  in regime di esclusiva come i proventi azionari.

Insomma anche i ricchi come i potenti, dovevano farsi carico della fatica – almeno quella – di mostrare pentimento e di  compiere  le liturgie dell’espiazione per i  privilegi ereditati o per quelli conquistati con pratiche e intrecci opachi.

Va a sapere la data che ha segnato la fine dell’ipocrisia, nella Milano da bere di Verdiglione, degli architetti e delle modelle, con la Grande Bellezza coi peones ammessi alle terrazze sotto l’ombrellone da mercato, mentre Carminati e Buzzi si preparavano a erogare cocaina e servigi, quando la progressiva volgarizzazione di tutto avrebbe sostituito antichi vizi con l’ideologia che ha stabilito al sua egemonia innervando i riti sociali, matrimoni, funerali, comunioni, legami e inclinazioni, relazioni industriali e informazione, politica e spettacolo, somatica ed estetica, come progressione o regressione del puritanesimo negli Usa,  che ha colonizzato perfino il nostro immaginario, radicandosi nella tradizione cattolica.

Quindi per una volta è congruo usare lo slang dell’impero per dire che il polically correct ha cambiato i modi dell’ipocrisia, per adattarla al neoliberismo, in modo da autorizzare e legittimare l’onnipotenza ma pure la pretesa di innocenza  di chi sta su e da contenere collera  e ribellione di chi sta giù, riconoscendone la liceità alle “minoranze”, con l’intento di dividere i cittadini, di stabilire gerarchie di diritti e bisogni e graduatorie dei meritevoli.

Tutto viene passato nel tritacarne della rete, delle corporation, alvei nei quali nessuna forma di istruzione e sapere penetra, in modo che appaia solo qualcosa di labile in superficie, sotto forma di slogan, antifascismo, antirazzismo secondo modalità e stravolgimenti semantici sicchè sembra un passo avanti che gli omofobi menino i gay non chiamandoli froci o quelli di NYPD, abbattano gli afroamericani liberato dall’umiliante denominazione “negro”, o che muoiano di malasanità, liberando lo Stato dalla loro pressione parassitaria, quelli della terza età che non è consono al bon ton indicare come “vecchi”.

Eh si, il politicamente corretto è una pacchia per la destra, che c’è eccome, perché sostiene la grande menzogna quella secondo la quale fascismo e razzismo sono reminiscenze del passato che si possono combattere  con gli strumenti monopolio del mercato, informazione padronale, scuola privata, carità e beneficenza, e non declinazioni del totalitarismo economico e finanziario. Perché anche in grazia di pandemia, censura la critica, quando chi la esercita viene assorbito dalla spirale del silenzio e dall’ostracismo che ne consegue. Perché vieta la violenza, salvo quella autorizzata dei poteri forti e applicata a norma di legge, per prevenire e reprimere la collera connaturata nella lotta di classe, l’unica che fa davvero paura.

Ma il successo più grande consiste proprio nel lavoro compiuto sulle percezioni e sulle coscienze, costrette a bearsi dei privilegi e dei beni che non possiede e che guarda come se fossero su una serie di Netflix, con l’illusione che siano “disponibili”, carriere politiche, spiagge dorate e “panorami mozzafiato” come quelli cui hanno diritto Gori, sindaco eroe secondo il Pd  a Formentera, o “notabiline” a Ischia in barca con l’allegra brigata di Italia Viva, oggetti di culto griffati e lauree in outlet accademici di remote località, reputazioni periodicamente  sanificate, immunità fuori dal gregge e impunità.


L’altra metà della griffe

borsa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Viene da dire: beati i tempi nei quali radical chic era l’estrema offesa prima del duello dietro il convento dei Cappuccini. Viene da dire beati i tempi nei quali si misurava l’appartenenza alla sinistra e la militanza a testimonianza di sfruttati e sommersi dalla rinuncia anche col gelo, all’uso dissipato e all’ostentazione  di una sciarpa di shahtoosh , che prima di  denominare una sofisticata tecnica di colorazione di chiome regali indicava una pashmina di cashmere così sottile da passare per una fede nuziale, tanto da impedire a chi l’indossava di attraversare la cruna del famoso ago.  Erano i tempi nei quali i flaneur dell’Ultima Spiaggia erano oggetto di invidiosa denigrazione, prima che venissero legittimati in forma bipartisan in quanto rappresentanti di un ragionevole pensiero comune che integra e accoglie gli stranieri solo in veste di solerti cameriere con la crestina e operosi giardinieri in rigatino.

Eh si, perché adesso l’ostensione di quelli che una volta si definivano status symbol è invece oggetto di rispetto e ammirazione, in qualità di meritate conquiste che premiano l’ambizione e la determinazione ad arrivare, ad affermarsi e a dimostrare il successo ottenuto fregiandosi di pennacchi, medaglie e divise con tanto di griffe. I

n questi giorni fervono le polemiche a proposito delle becere rimostranze di rozzi populisti animati da abietto rancore e livorosa gelosia contro la fidanzata del Presidente del Consiglio che ha sfoggiato a complemento della lodatissima eleganza una borsa con il marchio Hermes “in paglia marrone, stile pic nic  con finiture in pelle, manico alto, chiusura frontale con battente, e dettagli super chic: lucchetto decorativo, gancio portachiavi e piedini di appoggio. Larghezza 36 cm, altezza 25 cm, profondità 13 cm”, insomma,cito, “un vero gioiello da collezione”,  del valore di listino, si è detto, di circa 80 mila euro.

Povero Bertinotti denigrato per i maglioncini a doppio filo, equiparato al volgare esibizionismo delle fan dell’utilizzatore finale, esautorato di credibilità civica e democratica:  per lui non si sono mobilitati esperti di marketing che ci hanno informato che il prodotto in questione oggi ha raggiunto quella quotazione, ma che nell’anno nel quale è stato messo sul mercato esclusivo delle intenditrici, il 2011, il suo prezzo di listino non raggiungeva i 7500 euro. A conferma dell’intuito commerciale di quella che viene definita la “nostra First Lady”  che avrebbe dimostrato la occhiuta lungimiranza di compiere questo oculato e redditizio investimento aggiudicandosi, cito ancora,  quello che costituisce uno dei più desiderati tra i “beni rifugio…. oggetti aspirazionali che non perdono mai valore, anzi”.

Ma non basta, per le custodi delle qualità di genere in quota rosa e della loro valorizzazione in forma bipartisan, è sicuro che il prezioso oggetto del desiderio di braccianti prima di diventare ministre, commesse della Coop al lavoro anche di domenica, casalinghe in attesa dell’atteso bonus di 40 centesimi per la redenzione, la leggiadra signora se l’è comprato senza aver bisogno di una amorosa elargizione da parte del prestigioso quasi consorte. Infatti si tratta della rampolla di una dinastia di albergatori che svolge una preminente funzione nell’impresa di famiglia, che le permette di appagare i suoi desideri e le sue aspirazioni, in veste di Pr di quel Plaza di Roma passato alle cronache rosa e giudiziarie per via di frequentazioni speciali,  e che, dicono sempre gli stessi maligni, sarebbe stato beneficato da una manina provvidenziale che con misuretta ad hoc avrebbe abbonato il mancato pagamento della tassa di soggiorno.

Così lo status symbol è stato promosso a raffigurazione plastica dell’emancipazione femminile, quella che piace alla gente che piace, che “affranca” dal dominio patriarcale le figlie di papà, quelle che partono avvantaggiate dall’appartenenza a delfinari del privilegio, o le affiliate e fidelizzate a cerchie dominanti, quelle della sostituzione in ruoli direttivi di maschi immeritevoli, arroganti e spregiudicati con femmine legittimate per via delle regole del riscatto a manifestarsi ancora più arroganti e spregiudicate.

Per dir la verità la compagna dell’azzeccagarbugli degli italiani ha mostrato una sovrana indifferenza per le critiche, forse disinteressata al consenso del quale è  omaggiato il fidanzato, proprio ieri oggetto di applausi e  lodi durante lo shopping ferragostano, manifestazioni di ossequio che ha signorilmente respinto con regale cenno della mano nel rispetto del distanziamento.

Quello che nausea è invece l’indole all’idolatria nei confronti dei potenti e delle loro famiglie che continua anche dopo l’eclissi dei settimanali con le vicende delle case regnanti, anche dopo che l’ultimo casato che ha dettato mode e convenzioni si è ridotto a esangue azionariato o a scapestrata pecora nera.  e che di manifesta in molti modi non certo nuovi, con l’invidiosa emulazione dei sottoposti, con la piaggeria dei ruffiani, ma anche con quella deplorazione che conferma il successo di una delle più abusate citazioni di Wikiquote da Oscar Wilde: parlate male di me purchè ne parliate, uso che sta beneficando Salvini, la Meloni, i loro supporter sui social, che dovrebbero più efficacemente essere condannati al cono d’ombra.

Sono quelli  che in prossimità del referendum sul numero dei rappresentanti del popolo sembrano fatti apposto per suscitare  dubbi sulla qualità e quantità degli elettori, da sottoporre a accurata selezione che riservi il diritto dovere solo a quella cerchia che rivendica una superiorità culturale, sociale e morale su una plebe rozza e ignorante. Sono loro che interpretano l’opinione pubblica, quella che ha diritto, tempo e voglia di parlare perché non è afflitta dalle rate, dai mutui, dalla minaccia del fine mese, e che attribuisce le critiche a chi governa a irresponsabile complottismo e quella alle loro icone come la miserabile rivincita di chi sta fermo, per incapacità, mentre altri avanzano, come la mediocre frustrazione da marginalità.

Vittima di questa forma obliqua di ammirazione all’inverso è stato l’opinionista che ha scelto la forosetta di provincia auto promossa a costituzionalista, come incarnazione della cancellazione della sinistra, un processo che avrebbe la sua raffigurazione plastica nella cintura inalberata sui pantaloni con la famosa H della stessa griffe amata dalla first lady de noantri, che diventa il marchio della vergogna dei borghesucci saliti di grado che si regalano gli orpelli un tempo esclusiva delle élite come onorificenze.

E adesso chi glielo va a dire a  Fulvio Abbate, calamitato  dalla lettera dorata della fibbia della cintura indossata dalla capogruppo di Italia Viva alla Camera,  “ iniziale di un marchio-griffe di lusso e orgoglio globali, planetari, di più, provinciali, rionali, da sabato in discoteca”, quella lettera scarlatta che marchierebbe il tradimento dell’eredità comunista e infine post-comunista,  che deve essere stato incantato sia pure alla rovescia da quella ragazzotta, da darle il lustro di una eroina negativa.

Quando ormai chi emerge dalla zona grigia di una classe dove si accredita il funzionario di banca che compiace i malaffaristi di zona, il giovanotto un po’ grullo ma ambizioso che si fa la propaganda elettorale con i proventi degli affarucci sporchi di papà e mammà, grazie a una selezione del personale politico che gratifica l’arrivismo, il conformismo, la fedeltà sia pure provvisoria a ideali e “aziende” che garantiscono una poltroncina, non è di sinistra,  di destra, di centro, di su o di giù, maschio, donna, perché il suo unico talento sta nel collocarsi dove può arraffare un posticino, una paghetta e un conticino in banca, magari quella di papà, per togliersi i capricci e i vizietti con la griffe.


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