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Scolao

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta il rituale cui si sottoponevano i ministri consisteva nel giuramento  di fedeltà alla Repubblica, osservandone “lealmente la Costituzione e le leggi” e  esercitando  le  funzioni connesse “nell’interesse esclusivo della Nazione”. Da anni ormai chi “promette” è abilitato a sottoscrivere una tacita pretesa di innocenza e un conseguente riconoscimento di impunità.

Non c’è decisore che prima si era accreditato con propositi potenti e visionari, con programmi muscolari, con attestazioni di pragmatica competenza e tenace determinazione, che poi appena mette piede nelle stanze sorde e grigie dei palazzi non ci riveli, sia pure a malincuore, l’accorata presa di coscienza del disastro – imprevedibile – che si è trovato davanti,  dei danni prodotti da indegni predecessori su per li rami, anche quando si tratta di lui medesimo, presente in altre compagini identificabili per numero di progressione: Andreotti 1 e 2, Berlusconi 1, 2,3, Conte 1 e 2, o con altra casacca e dunque esente da responsabilità personali.

Insomma la virtù del politico e la sua qualità sociale si traduce in una dichiarazione di impotenza in sostituzione di esperienza, creatività, capacità organizzativa e pure onestà e trasparenza.

Ne abbiamo un esempio sotto gli occhi: Colao, profeta in terra del superiore conflitto di interesse, chiamato da economisti accademici a dare una mano in veste di manager intraprendente e spregiudicato (mi vanto di aver titolato un post di allora: Colao meravigliao) è stato convertito da consulente di alto profilo del Governo Conte 2 a ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale del Draghi, che potrebbe limitarsi all’1, per via della cancellazione delle cerimonie elettorali in capo alla democrazia.

Dobbiamo a lui nel suo precedente alto incarico un piano per la ricostruzione dopo la guerra declinato in 102 “idee per rilanciare l’Italia”, 3 assi, 6 areee che nei suoi intenti doveva rappresentare l’ossatura della strategia nazionale per accedere al Recovery Fund.

La  visione del riformismo hitech del telefonista spaziava a tutto campo, con un comune denominatore quella semplificazione che innerva i pensierini bipartisan di tutti i think tank, le leopolde, i comitati d’affari alla Cottarelli, gli editoriali di Giavazzi e i copiaincolla al Senato, e che si traduceva in tema fiscale con sanatorie, emersione del lavoro in nero, emersione e regolarizzazione derivante da redditi non dichiarati e regolarizzazione per il rientro dei capitali esteri, dando l’opportunità di redenzione con poca spesa ai grandi evasori proprio come aveva immaginato con più estro Tremonti.,

Politica di investimenti pubblici per rilanciare il settore delle Grandi Opere? Presto fatto, si replica il Ponte di Genova, estendendo il sistema delle concessioni, per combinare proficuamente aiuti e erogazione di risorse pubbliche, controllate da autorità commissariali, e libertà di iniziative privata. Un modello che secondo Colao va applicato al welfare e alle infrastrutture sociali  grazie al combinato disposto di investimenti statali e privati, in modo da realizzare quella ripartizione che addossa alla collettività pagatrice  le perdite e attribuisce successi e profitti alle imprese.

Perfino nella lotta all’inquinamento derivante dal comparto dei trasporti, la ricetta infallibile è la stessa a dispetto dei destini immaginifici del ferro e dell’Alta Velocità, basta cioè applicare le regole dell’economia green, incentivando, a spese del bilancio statale,  il rinnovo dei mezzi pesanti privati con soluzioni più verdi.

Ma la grandiosità dello scenario che voleva preparare per noi e le generazioni future si  concretizzava in quella che viene correntemente definita la “rivoluzione digitale”, da concretizzare anche nella vita quotidiana dei cittadini  attraverso la profonda revisione delle modalità di lavoro, attraverso la diffusione dello smart working nella pubblica amministrazione, introducendo sistemi organizzativi, piattaforme tecnologiche e un codice etico che consentano di sfruttare le potenzialità in termini di riduzione dei costi e miglioramento di produttività e benessere collettivo, tenendo conto anche delle differenze di genere e di età.

Per farlo, inutile dirlo, concordava Colao, che scriveva sotto dettatura le idee e i principi confindustriali, con Bonomi,  è necessario procedere a una ristrutturazione di tutto il sistema industriale e produttivo, tagliando i rami secchi delle realtà minori fisiologicamente restie all’innovazione, togliendo di mezzo soggetti parassitari che alla lunga ostacolano la crescita, salvando solo quelli che vale la pena di assimilare nelle grandi concentrazioni, secondo la soluzione finale promessa dalla distruzione creativa.

Chissà come c’era rimasto male che il suo Bignami del neoliberismo alla matriciana fosse finito negletto in un cassetto, che non ne fosse stata fatta ostensione davanti al parterre dei notabili carolingi a Villa Pamphili. E che soddisfazione si potrebbe prendere adesso che quel canovaccio corrisponde perfettamente con la weltanschauung del commissario liquidatore in preparazione del Grande Reset.

Invece bisogna proprio essere Draghi, possedere il suo inarrivabile narcisismo che gli fa ritenere di aver conquistato una posizione inalienabile, esibire la sua inossidabile autoreferenzialità che lo persuade che la sua ascesa sia incontrastata, per non dover fare i conti con la realtà, con la propria inadeguatezza e anche con l’impotenza che deriva da danni che si è contribuito a produrre.

Che figura cacina: ha un bell’abbracciare il totem della semplificazione che potrebbe regalarci tanti Ponti Morandi, aprire tanti cantieri purché non siano quelli della manutenzione del territorio, far prosperare imprese che non sarebbero costrette a delocalizzare, che basta prendere un po’ di donne in part time, un po’ di giovani a cottimo, un po’ di cinquantenni pronti a ogni umiliazione e recessione professionale e remunerativa, ma poi tocca anche a lui ammettere che tocca fare le nozze coi fichi secchi. Che la rivoluzione digitale trova degli ostacoli, che la banda larga che entra e esce dai programmi governativi da anni si conferma come un irrinunciabile balocco dei giovinastri dell’arco costituzionale, che l’unica anticipazione dei fasti della telemedicina  consiste nel dire 33 e tossire al cellulare su WhatsApp col medico di base. Che intere aree del Paese, lo ha detto lui  in un convegno di addetti ai lavori, non sono collegate e questo  spiegherebbe oltre al fallimento di Immuni, la qualità “classista” della Dad, con 4 studenti su 10 esclusi, che l’informatizzazione della Pubblica Amministrazione, lo ha dichiarato ancora lui, nel migliore dei casi ha investito il 20% degli uffici. Che la rivoluzione digitale si esaurirà nel far comprare un po’ di telefonini e televisori con netflix incorporato.

Non serviva il contabile della Vodafone, il centralinista in forza al neoliberismo a mostrarci l’abisso nel  quale ci hanno spinti i Grandi Borghesi, i tycoon, i tecnocrati, consegnandoci a una autorità tirannica che adesso di offre un salvagente bucato che finora ha permesso di autorizzare aumenti di deficit che pagheremo cari e che sta diventando il coltello degli strozzini puntato alla gola.


Aspettando il prestito forzoso

A me sembra incredibile che dopo quasi 7 mesi di discussioni la maggior parte delle persone non abbia ancora afferrato il concetto che i soldi europei sono a mala pena una mancetta magnanimamente concessa in cambio della primogenitura, ossia della svendita di ciò che rimane della sovranità popolare e democratica: tra partite di giro dei cosiddetti contributi a fondo perduto che se ne andranno per ripianare i bilanci europei, i rimanenti 127 miliardi di prestiti peraltro a tassi  superiori a quelli attuali di mercato e distribuiti  lungo l’arco di 6 anni, costituiscono  poco più di un’elemosina: come ha scritto l’economista Emiliano Brancaccio sul financial Times a conti fatti   “l’Italia riceverà molto meno di 10 miliardi all’anno dall’Europa per i prossimi sei anni” Il fatto è che solo per riparare i disastri del 2020 ne occorrerebbero da 160 come minimo ai 300 – a seconda dei calcoli – e visto che non cessa la scellerata narrazione pandemica  ne occorreranno altrettanti per il per il 2021. La chiacchiera dei miliardi che che Jung avrebbe chiamato  pseudologia fantastica era tuttavia necessaria a tenere buoni gli italiani facendo credere loro che sarebbero arrivate barcate di denari a compensare le perdite degli inutili e dannosi confinamenti che peraltro continuano imperterriti senza mai aver raggiunto gli scopi per i quali erano stati imposti  ai cittadini. Ma ora non si può più traccheggiare con le balle ed è per questo che è arrivato Mario Draghi con largo anticipo sulle previsioni di tutti. Non è certo venuto per gestire la miserabile sommetta europea come cantavano gli aedi ad ogni angolo, ma a svendere il Paese e saccheggiare i risparmi degli italiani.

Adesso una vocina dal sen sfuggita dagli antri ministeriali ci sembra anche indicare come: attraverso un prestito forzoso garantito dai beni dello Stato. Già nella tarda primavera un banchiere di Dio, come Giovanni Bazoli presidente emerito di Intesa San Paolo, sapendo far di conto  diceva: «Possiamo e dobbiamo chiedere aiuto all’Europa (…) ma serve anche un grande sforzo domestico, italiano» anche se prevedeva che Draghi si sarebbe tirato fuori dalla sarabanda  della ricerca di soldi che allora si immaginava  potessero essere reperiti attraverso una patrimoniale. Poi la situazione è precipitata e mentre si sono continuate a vendere agli italiani paure e illusioni, si è deciso di chiamare al timone anzitempo Draghi, per evitare che il peso del disastro economico potesse portare alla folle idea di creare una qualche forma di moneta parallela: è pur vero che Grillo sarebbe subito accorso a bloccare qualsiasi proposta del genere  con qualche roussoviata della minchia, ma l’importante era che questa idea non arrivasse all’uomo della strada nemmeno in via puramente ipotetica. Però adesso che l’uomo del Monte ha detto sì, i soldi da qualche parte li deve pur trovare e di certo non penserà alla patrimoniale, intanto perché il ricavato sarebbe inferiore alle aspettative e poi perché Draghi non può pensare di colpire i suoi amici. C’è invece un frutto proibito facile da cogliere che ovvero il  risparmio privato che ammonta a  quasi 4500 miliardi di cui 1000 miliardi in conti correnti e altri quasi 500 miliardi in conti vincolati. Si tratta du una massa monetaria doppia rispetto al debito pubblico cosa che secondo l’ideologia neoliberista, riflesso diretto degli interessi dei padroni ed espressa dalle maggiori istituzioni finanziare delle quali Draghi ha fatto parte, il risparmio, specie se così ingente  è qualcosa di anomalo che va corretto.

Come si può facilmente immaginare a questa operazione non si darà il nome di prestito forzoso che sembra davvero brutto, quasi ricorda la guerra verso la quale peraltro la cricca criminale di Washington ci sta spingendo, ma si troverà qualche altra espressione, di accompagno come per esempio “obbligo flessibile” e si farà di tutto per evitare che ci si sottragga all’obbligo esattamente come avviene per i vaccini. Naturalmente come ci si potrebbe aspettare da un venditore di rolex si tratta in un certo senso di una truffa, perché i beni dello stato sono già beni dei cittadini e dunque l’unico modo di restituire il prestito in presenza di una caduta economica da Covid è quello di vendere questi asset fuori dall’Italia. Ed è così che si realizzerà l’obiettivo euro tedesco di impadronirsi dei risparmi privati italiani: l’ operazione che non poteva essere portata avanti da Conte, occorreva un venerabile personaggio come Draghi . Non ci si deve stupire Draghi nel ’92 l’anno del famigerato Britannia disse che la svendita dell’industria di Stato avrebbe : “indebolito la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale”, ma era “inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea”.

 

Nota di servizio  Da oggi abbiamo aperto il canale telegram all’indirizzo https://t.me/simplicissimus2


I buoni sentimenti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri e l’altro ieri l’elaborazione del lutto per l’uscita di scena dell’avvocato Conte si è concretizzata nell’ostensione sui social e in rete della cerimonia degli addii officiata del personale plaudente che si sporge dalle finestre del Palazzo. E poi lui, tornato semplice uomo della strada, che anticipa San Valentino allontanandosi per mano con la sua fidanzatina proprio come in un disegno di Peynet o nel finale di Tempi moderni.

È strana la nostra modernità intenta a riscoprire tutta la paccottiglia retorica delle sardine benpensanti restituendole  un valore morale, politico e civile, che poi a ben guardare è quello dell’ipocrisia che permette comodamente di credere a tutto, di rimuovere tutto, grazie alla costruzione di una falsa coscienza. La stessa  che ha attribuito a un presidente del Consiglio il ruolo di baluardo contro il fascismo reincarnato in quello che era stato suo influentissimo alleato, e del quale aveva firmato i provvedimenti infami. O grazie alla fiducia sempre rinnovata nella più alta carica che promette solennemente agli italiani un governo finalmente libero  dalle influenze e dalle pressioni partitiche e poi mette il suo sigillo alla  squallida formazione in campo di attrezzi  estratti dall’incubo berlusconiano.

Così nessuno nel teatrino dei buoni sentimenti ha ritenuto che fosse prima di tutto criticabile il tableau vivant del “compianto”  animato dalle  risorse umane di Palazzo Chigi, peraltro beneficate da alcuni provvidenziali arrotondamenti e aumenti a firma di Conte, dalle quali sarebbe legittimo aspettarsi un comportamento più consono agli usi istituzionali che ai riti della società dello spettacolo che aveva fatto irruzione nelle aule grigie grazie al dinamico comunicatore del Presidente, cui, c’è da immaginare dobbiamo le riprese in tempo reale della liturgia. Che poi tanto singolare non è: per gli amanti del genere basta andare su Youtube per godersi analogo spettacolo, sia pure in tono minore, riservato a  Prodi, D’Alema, Letta, Gentiloni e perfino a Berlusconi.

Ma stavolta l’audience è stata molto superiore, come hanno tenuto a farci sapere non solo i/le vedove/i dell’ex presidente, ma anche le penne intinte nel rosolio di alcuni commentatori e tra i tanti anche di qualche pensatrice che vanta un trascorso femminista. E che, anche loro, interpretano il flash mob dei funzionari della Presidenza come l’espressione di un sentiment popolarema non populista, per carità! -, di una emotività calda e domestica, ma appassionata, di una commozione condivisa che fa da controcanto all’algido ermetismo del tecnico bancario. Sicché sarebbe toccato a funzionari strapagati, burocrati privilegiati, dipendenti viziati e vezzeggiati  incarnare quei sensi e quelle espressioni dell’anima che fanno della tenerezza e della compassione i modi e i moti più belli e alti dell’umanità.

E mica basta, addirittura, si legge a firma di Ida Dominjianni, passata senza grandi evoluzioni dal Manifesto a Domani,  costituirebbe, quella manifestazione degli impiegati del palazzo,  “una spontanea smentita dell’inchino viscido al fascino discreto del nuovo potere che pervade tutti i mezzi d’informazione, segno che fra i sentimenti e i pensieri delle persone comuni e quelli veicolati da tv e giornali c’è – per fortuna – un abisso”.

Per quello, forse, stanotte ho sognato la ribellione dei Travet, lo sciopero bianco dei fantozzi che corrono per i corridoi e si affaccendano allo scopo umanitario di sveltire pratiche e accelerare procedure, ho immaginato il dinamismo operoso di mezzemaniche che si mettono al servizio dei postulanti e  perfino la ribellione silenziosa ma tenace volta a ostacolare le inique misure alla greca attese dalla nuova gestione e dal profeta dei tornelli.

Non c’era da aver paura dunque solo delle cattive letture che avevano accreditato un “pensare” femminista sconfinato nel  neoliberismo, quello che al posto del riscatto e della liberazione prospettava la sostituzione meccanica di maschi carogne con femmine più carogne ancora, dando spazio alle ambizioni e all’affermazione di una scrematura di genere che prometteva a chi godeva delle prerogative e dei  privilegi di nascita, rendita, affiliazione il successo, rompendo il soffitto di cristallo per prendersi un po’ più cielo degli uomini grazie all’integrazione e allo sviluppo dei caratteri della sopraffazione e del cinismo.  

Macché, grazie alla persuasione morale esercitata per convincerci della necessità del sacrificio di diritti, dell’opportunità della rinuncia a pensare che altro sia possibile e della condanna di passioni critiche, antagoniste a cominciare dalla collera, adesso c’è da preoccuparsi per il recupero di Alcott e di  Austen, impiegate per far conciliare ragione e sentimento, mettere a tacere l’orgoglio insieme alla dignità e dare rinnovato valore a qualche sano pregiudizio.

Perché senza tanto girarci intorno sono stati definitivamente sdoganati i preconcetti di genere più scontati, quelli che in nome della doverosa esaltazione di qualità in quota rosa, capacità di ascolto, messa a frutto del giacimento di esperienze e affettività costituito dall’essere madri, peculiare e genetica predisposizione alla coesione e dunque assunzione del ruolo guida connaturato per  l’inclusione nella politica governativa di valori “personali”, emozioni e delicate trepidazioni femminee, pare che l’unica obiezione ragionevolmente sollevata nei confronti del governo guidato dall’apostolo della distruzione creativa sia la rimozione della quota rosa in forza al Pd che ci ha privato dei servizi di De Micheli, e di quelli dell’insider di Italia Viva, Bellanova, nota per il suo prestarsi in favore delle taglie forti in falpalà.

Mentre  si è registrato un diffuso compiacimento per  le permanenza della Dadone (5Stelle) la vestale del “lavoro agile” nel settore pubblico che ha legittimato il part time e il cottimo per giovani e donne, passata alla storia per gli elogi rivolti dal Presidente Conte, in quanto modello replicabile del Pola ( (Piano organizzativo del lavoro agile), per aver partecipato ad una riunione di governo sul decreto semplificazione in diretta dall’ospedale dove aveva partorito.  

Che se poi i competenti sono donne allora c’è proprio da esultare, come fa la Conchita De Gregorio che si bea per la chiamata di  Marta Cartabia, “ex presidente della Corte Costituzionale, ridente alpinista, eterna riserva delle istituzioni, giurista di grandissimo valore”, una nomina significativa perché, scrive, “passare da Alfonso Bonafede a Marta Cartabia, al ministero di Grazia e Giustizia, è come togliere Al Bano e mettere Nina Simone”. Per dir la verità Simone ma anche Albano sarebbero stati preferibili a quella feroce beghina, espressione più alta della missione confessionale del governo ciellino, protetta del Papa e del re, inteso come il mai abbastanza detronizzato  Napolitano, bocconiana e dunque europeista frugale, autrice di un testo a 4 mani con Violante il generoso redentore dei ragazzi di Salò, impenitente crociata in campo contro il matrimonio omosessuale e altre sconcezze.

Eh si, donne, potete stare contente, è arrivato l’arrotino che grazie alla presenza nel suo esecutivo di ben tre donne autorevoli, prestigiose e competenti che mettono in ombra la presenza obbligata dalla realpolititik delle cheerleader del Cavaliere e della nativista leghista si occuperà di “colmare i divari” retributivi e di carriera, metterà a punto le misure eccezionali per combattere la disoccupazione femminile nel modo che questi killer imperiali conoscono meglio, affidarle a delle kapò capaci di versar lacrime mentre vi fanno entrare nelle loro camere a gas digitalizzate e agili.  


Droga Draghi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se è un fungo allucinogeno, una droga esilarante, una benzodiazepina a effetto tranquillante, certo che va riconosciuto a Draghi l’effetto miracoloso di guarire i giornali dal Covid, per abbracciare la via redentiva della speranza e della guarigione da tutti i mali fisici e civili.

E difatti eccolo nella rassegna stampa apparire come un santino cinto con l’aureola di stelle Ue,  a fianco del presidente Mattarella tutti e due sorridenti ( il Lombroso noterebbe quelle labbra sottili stirate in una specie di ghigno), in veste, lo dice il titolo, di “Costruttori”,   e via con la giubilazione:  “Ha salvato l’Europa, ora curerà il Paese”, come conviene al “signore d’Europa” che “conviene a tutti aiutare”, ora che “il Big Bang è cominciato”. Perché è venuto “il momento del coraggio” e tutti uniti si è chiamati a stringerci a coorte intorno al “Banchiere d’Italia con la missione del ricostruttore”. Ovviamente va  molto la riesumazione  degli stessi titoloni del 2011, “ La missione di SuperMario dalla Bce a Palazzo Chigi” e “Ecco SuperMario, tutto è possibile”, con altro dedicatario ma medesimo riferimento al supereroe e non a qualche  sfasciacarrozze de Testaccio, espulso dall’immaginario popolare a seguito delle ultime prodezze del rottamatore.    

E difatti al giubilo e all’esultanza per l’incoronazione fa da contrasto l’anatema lanciato contro il colpevole di tutti i mali, la cui personalità distruttrice ha voluto travolgere quello che fino a ieri era considerato il miglior governo possibile, oggi sottoposto a revisione fino al negazionismo e che pare potrà passare alla storia solo per aver provocato una congiura provvidenziale capace di donarci la resurrezione.

Si sottraggono poche testate all’atto di fede, Domani che si intestardisce sulla gita del Britannia davanti alle nostre coste e dentro alle nostre aziende di Stato e il Fatto, house organ dello studio legale Conte 2, che consegna alla Spinelli figlia in vena di parziale abiura dalla lista Tsipras la condanna a morte morale del compagnuccio di merende in maniche di camicia sulla Plaka, ma non quella dell’Europa riformabile. Perché dalle Alpi alle Piramidi, dal Fatto al Manifesto, gli scarsi motivi di critica rivolti al Salvatore consistono nella sua carriera nella finanza che evoca i Gekko della Wall Street cinematografica, così da mettere in secondo piano il ruolo reale di commesso viaggiatore per conto di Goldman & Sachs di titoli tossici che hanno ammorbato Grecia e Italia.

E infatti – avrete notato che dopo mesi di linguaggio bellico siamo passati a quello confessionale, in omaggio all’educazione alla fede impartita dai gesuiti – questo aspetto viene accantonato, come corollario inevitabile rispetto al talento di bancario della Provvidenza “per aver salvato l’euro”, rovinando noi, ci sarebbe e ci sarà da dire.

Ormai non c’è più scampo, questa Europa è una camera a gas che ci vuole avvelenare e difatti ogni quotidiano lascia intendere che il piano italiano per il Recovery Fund sarebbe accettabile – è chiaro che sulla subalternità dei Conte 1 e 2 all’Unione, alla finanza, alle multinazionali assistite da Invitalia e Cassa Depositi e Prestiti, alle cordate del cemento e immobiliari non è stata e non è messa in dubbio – ma resta, cito  un titolo tra tanti, “il buco nero delle riforme inattuate”.

Di cosa si tratti si capisce bene, ed è il motivo per il quale il vero spauracchio erano le elezioni, quel brandello di partecipazione democratica ancora concesso, che è stato impedito da tutti i partiti e movimenti presenti sullo scenario. Sono quelle controriforme intese alla demolizione dell’edificio costituzionale, di quella Carta invisa all’Europa perché ha tratto origine dalle resistenze di popolo, quelle indirizzate a rafforzare esecutivi comprati, ricattati, intimiditi, e a indebolire i Parlamenti, quelle che condannano all’inazione i sindacati in modo che si possa mettere mani definitivamente al sistema di contrattazione, quelle che ostacolano la trasformazione dei diritti in privilegi meritati per via ereditaria, per rendita, acquisizione o affiliazione.        

Chiunque da anni abbia subito la tentazione dell’astensionismo sotto la bandiera icastica “er più pulito c’h la rogna”, chiunque viva il disincanto di un voto ridotto a timbro notarile apposto su scelte obbligate, chiunque si sia rivoltato per lo svuotamento dell’istituto referendario che quando puniva i poteri veniva poi tradito, fino a essere indetto dallo stesso Parlamento inadempiente per rinviare scelte, conservare sinecure, addossare ai cittadini la responsabilità dell’indifferenza, ecco chiunque abbia maturato un amari scetticismo sa che c’era il rischio che dalle urne sortisse  “la consegna del Paese alla destra”.

Ma lo stesso chiunque sa che si tratta di etichette, che quei babau beceri e urlanti pretendono gli stessi bottini degli altri che sono già seduti alla tavola  del Recovery, del totem dello spread,  dell’ideologia del totalitarismo economico e finanziario che ha bisogno di smantellare perfino il simulacro della sovranità e della democrazia.

Serve a questo il “governo di alto profilo”, a farci digerire i bocconi indigesti che  i ben pensanti e gli ultimi ben viventi si vergognerebbero di subire da parte di certi intemperanti maleducati, sia pure votati e rivotati, un governo così in alto da schiacciarci sotto un tallone di ferro senza sporcarsi l’orlo del mantello di ermellino con le nostre lacrime e il nostro sangue.


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