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Lotofagi allo sbaraglio

I lotofagiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi mi corre l’obbligo di fare un uso privato del blog. Voglio rispondere a quelli che in questi giorni mi rimproverano per certe mie esternazioni.

Non sarei infatti doverosamente sul pezzo e in prima linea (o in primo clic)  come loro, per contrastare il fascismo di oggi, di quest’ora anzi, perché, pare, si sarebbe palesato d’improvviso con la sua cassetta degli attrezzi: autoritarismo, repressione, razzismo, xenofobia, virilismo, misoneismo travestito da culto della triade, Dio, Patria e Famiglia, senza annunciarsi con la soldataglia in Parlamento, anzi, sedendoci a pieno titolo grazie al voto di una marmaglia infantile e malmostosa.

Proprio come se si trattasse di un fenomeno naturale imprevedibile. Proprio come se l’incendio del Reichstag fosse stato un rogo appiccato da solito piromane inveterato, lo stesso che getta mozziconi e cerini per noia nei boschi della Sila o delle Madonie. Proprio come se questo incidente della cronaca non fosse stato preparato e favorito da decenni di fatti e misfatti che dovrebbero far intendere a tutti che il fascismo come il razzismo come la xenofobia,  sono le declinazioni del totalitarismo che sta imperando e che per affermare la sua egemonia era obbligato a soffocare le democrazie vacillanti prima con leggi elettorali, poi con gli obblighi e le rinunce imposte dallo stato di necessità, infine con la minaccia delle invasioni e la paura autorizzata come umana pulsione che ragionevolmente giustifica limitazioni delle libertà  e dei diritti.

Peggio ancora, la smaniosa ricerca delle responsabilità legate agli antefatti del tetro accadimento altro non sarebbe che una palese legittimazione dell’attuale regime, che non rimprovererei a sufficienza per la dimostrata accettazione dei ricatti europei, di quelli padronali interni e esterni, per una accertata incompetenza.

Ma anche e soprattutto sarebbe un j’accuse infondato e incomprensibile rivolto a quella società civile che si vorrebbe sempre incolpevole   e virtuosa rispetto al ceto politico vizioso e scellerato, alla quale si sono annessi sindaci e candidati in campagna elettorale folgorati dalla disubbidienza pur nella doverosa applicazione del Daspo urbano, madonne pellegrine naufraghe del potere perduto, in visita pastorale a navigli in difficoltà pieni di gente che hanno contribuito a ridurre alla fame e alla disperazione, esponenti di maggioranze obsolete intenti a ricreare verginità umanitarie, morali e pure giuridiche nel festoso oblio di misure discriminatorie che hanno reso definitivamente la legge disuguale per tutti.

La mia colpa consisterebbe è vero nel sottrarmi all’obbligo di arruolarmi apertamente in una delle due fazioni, quella del “prima”  più affine, si dice, a un ceto depredato di valori e tradizioni che si rifugia in care memorie vintage via via tradite e oggi improvvisamente recuperate al mercatino del riformismo filocapitalistico.   Ma più grave sarebbe  invece  quella di non partecipare al compiacimento generale per qualche cittadino per bene incaricatosi di redimere un popolo che ha accettato leggi razziali senza obiettare, che ha esercitato accoglienza solo quando serviva a impiegare in lavori poco retribuiti e non garantiti un esercito precario  condannandolo alla irregolarità, che comunque ha preferito la carità  alla solidarietà, avendo mutuato in questo il costume dei governi che si sono succeduti, a suon di mancette, di tardive sanatorie, di politiche del non lavoro intese a creare lacerazioni divisive e conflitti e ad abbassare i livelli di protezione  e garanzie per tutti.

Eh si, mi aggiro in rete come una molesta savonarola, come una fastidiosa apocalittica, come un piagnone cui non va bene niente, quando invece tutti dovremmo concorrere a quel salvifico ottimismo che ha goduto anche di successi bipartisan con le omonime giornate dell’ottobre scorso a Firenze, ospite il Foglio,  per guardare al futuro “senza farsi vincere dal declinismo”. E che oggi trova nuovi apostoli dopo il coach di Rignano, grazie alla giuliva indole profetica del vice presidente che vede anche lui la luce in fondo al tunnel e sente già il gioioso scoppio del boom economico coprire la sirena della recessione proclamata.

Per carità si capisce che per ragioni di consenso e di governabilità serva qualche canna, qualche flebo, qualche ricostituente sotto forma dell’esempio edificante di italiani brava gente, di magistrati intraprendenti, processisti a intermittenza e assolutori a comando,  perfino di altri tunnel e gallerie portatrici di benessere e posti di lavoro, nei quali far correre treni veloci doviziosi di merci.

Lo aveva ben capito il cavaliere oggi rimpianto anche da insospettabili che possedeva il talento di regalare sogni alle stregua degli imbonitori televisivi, dei banchieri dentro al cerchio e degli immobiliaristi delle città  satelliti del presidente costruttore, dopo tanti funerei e severi sacerdoti di morigeratezza. Lo aveva capito perfino quella personalità distruttiva che dalla rottamazione era transitato spensieratamente al “fare”, all’agire, con il vitalismo citrullesco e caciarone dell’allenatore di calcetto della parrocchia, determinato a fare dell’Italia un “paese da bere”, peccato che se lo volesse trincare lui al servizio dei suoi padroni che intanto continuavano a imporre a quelli fuori dell’osteria privazioni, rinunce e austerità. Lo capisce anche l’impresario della paura all’Interno, che alla narrazione quotidiana della catastrofe già iniziata e che solo lui sta contrastando come un nembo kid padano fa succedere il delirio futurista per l’alta velocità,  portatrice di prosperità e floridezza per le italiche genti.

Non sarò mai una seguace dei cattolici francesi raccolti intorno a Esprit che sostenevano che alle piccole paure di ogni giorno sarebbe stata preferibile la grande paura, capace di galvanizzare tutti e suscitare quell’ottimismo tragico che saprebbe ridimensionare le ansie del presente e fornire una interpretazione della realtà e del domani fondata sulla salvezza e la redenzione, a metà strada tra la neghittosa disperazione dei profeti di sventura e il beota buonumore dei parroci di campagna di una volta.

E se sarebbe giusto che si trovasse un compromesso tra Eschilo e gli Zanni, tra Cassandra e Paolo Fox, continuo a ritenere che in carestia di volontà, anche quella espropriata, sia preferibile conservarci finchè si può l’intelligenza, ormai rara e ridotta a importuno optional, con tutto il suo pesante carico di pessimismo e quindi di consapevolezza, di responsabilità e di collera paziente, perché la strada per la giustizia, l’uguaglianza, la libertà è ardua e lunga, probabilmente infinita,

 

 

 

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