Anna Lombroso per il Simplicissimus

Bambole non c’è una lira, diceva l’impresario alle donnine di Macario, mentre cercava il pollo da spennare. Qui i polli siamo noi, già pronti per la pentola e ridotti come quelli veri di Ovito diventati cannibali per la fame.
E il mantra si fa ossessivo quando si parla del nostro patrimonio artistico e culturale, non c’è una lira ripete il governo con la ragionevolezza pragmatica dei bugiardi, perchè i soldi non è che non ci siano, ma non si prelevano dove invece si dovrebbe e si spendono male, lasciandoli nella disponibilità dei privati, quegli stessi sponsor non certo disinteressati, ai quali poi chiediamo l’elemosina della “beneficenza”.
Non c’è una lira, così si prendono le misure come per una bara della pubblica bellezza, appagando un istinto, un’indole perversa e fisiologicamente ostile alla funzione costituzionale del patrimonio stesso, che è quella di produrre conoscenza e cultura, e attraverso di esse, eguaglianza e cittadinanza.

E infatti la cura consiste nei Grandi Eventi, nelle Grandi Navi, nelle Grandi Patacche e nei Grandi Oltraggi: mostre di cassetta, prestiti forsennati di opere delicatissime, superrestauri abborracciati, cessioni di sovranità pubblica a sponsor privati che griffano i monumenti, pudichi silenzi assensi. Perché la scuola filosofica di questo governo e dei suoi padroni è quella del ricatto: o così o la rovina, o così o i monumenti in briciole, o meglio o l’opulenza privata o la miseria pubblica, in modo invece da far persistere ambedue, ricchezze personali immerse nella obsolescenza della bellezza, nelle montagne di rifiuti, nei giacimenti naturali offesi.
Per non dire del Satyricon de noantri coi crapuloni mascherati mentre crolla Pompei anche senza eruzione, dei nuovi finanziamenti alla Tav, mentre il dissesto idrogeologico mette a rischio alluvione interi territori, dopo la notizia che il Ponte sullo Stretto si farà o non si farà ma comunque ci è costato 300 milioni di euro solo per non esistere, dopo che si apprende che agli incliti consiglieri regionali campani viene distribuito un milione l’anno, è arduo credere al mantra e continuare a sgambettare sul palcoscenico della rovina, e gratis.

L’outlet del territorio si esprime in vari modi: la gigantesca area dell’Arsenale è stata assegnata in concessione dal Demanio al muscolare gruppo di imprese, consorziate nel Mose per la futura gestione e manutenzione del sistema di paratie che forse come il Ponte non vedrà la luce e anche qualora entrasse in funzione sarebbe probabilmente inadeguato. È un bel regalo: perché il potentissimo Consorzio ritiene già acquisita anche la fase successiva alla costruzione e messa in opera delle dighe mobili, la parte più redditizia dell’intera operazione, un affarone ancora più redditizio della stessa costruzione.
E è di questi giorni una misura in controtendenza con un governo che abbandona la riservata sobrietà per berciare contumelie all’indirizzo del buonsenso, dell’equità e dei diritti. Il ddl sulle semplificazioni va in aiuto di picconi e cemento, introducendo il silenzio-assenso per costruire anche in luoghi tutelati, alla faccia dell’articolo 9 della Costituzione dando il via libera a scempi e sfregi.
Il governo per bocca dei ministri “competenti” offre interpretazione risibile, offensiva e paradossale motivando la misura come un proponimento inteso alla crescita – naturalmente- ma soprattutto alla tutela “rafforzata”, strumento pedagogico per la pubblica amministrazione costretta a procedure accelerate, efficienti, sicure e trasparenti, come per le imprese, “educate” a presentare progetti accurati, congrui e sostenibili.

Mille volte abbiamo ripetuto che si tratta di un ceto senza pudore, senza rispetto, senza lealtà. Ma mal che vada, se dovesse vergognarsi, nasconderà l’imbarazzo sotto una maschera da maiale.