Annunci

Archivi tag: Zingaretti

Non hanno paura di Salvini. Hanno paura del popolo

popolo Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tempo di serendipity. A molti sarà piaciuta la strana e felice coincidenza  per la quale il presidente Conte e il sociologo Marco Revelli hanno elencato con la medesima minuziosa precisione  le malefatte del Ministro dell’Interno del governo uscito, la lunga lista di scorrettezze istituzionali, abusi di potere, sconfinamenti, ignoranza o trasgressione delle regole.

L’uno al Senato, l’altro in un articolo vibrante di sdegno ripreso entusiasticamente dai social, hanno compiuto ambedue lo stesso  peccato, quello di omissione, il primo rimuovendo opportunamente le responsabilità dell’alleato di governo che ha scelto la via dell’arrendevolezza  per motivi  di sopravvivenza più che di salute pubblica, il secondo attribuendo solo alla “zavorra” renziana che sinistra non è e non vuole essere – come d’altra parte tutto quel che resta del Pd – le colpe di un “pensare” non più comune, di un’impotenza non sa tradursi in azione  ma nemmeno vuole e sa ascoltare e registrare la voce o respirare l’aria “della strada”.

E  tutti e due per motivi solo apparentemente differenti hanno espresso la stessa aspettativa di un governo “comunque”, che eviti le elezioni grazie, per il primo, al suo “sacrificio” e alla sua abnegazione personali, per l’altro in forma di coalizione di “sicurezza costituzionale” che eviti la possibilità che la destra incarnata dal Gradasso e dai suoi empatici, possa spostare dal Palazzo alle piazze scontente e rumoreggianti in occasione del drammatico passaggio di una manovra economica cruenta e dell’imperio tragico del default. Un “ponte” che resista fino all’ennesimo tentativo di mettere insieme una riforma elettorale che, cito Revelli,  allontani “il rischio che una maggioranza nero-verde di tipo weimariano possa manomettere la Costituzione senza neppur bisogno di un referendum confermativo”.

Insomma per quelli, tanti, che hanno creduto che con Salvini passasse la paura del fascismo, che cancellata la sua immagine, le sue foto, la sua voce, i suoi slogan, lo svolgersi pieno e appagante della democrazia potesse riprendere come in un dopoguerra costruttivo e fecondo, è il momento in cui tocca prendere atto che la rimozione volontaria e poi forzata dell’energumeno, il ridimensionamento elettorale (numericamente relativo) e di consensi (nella percezione più che nei voti) dei detestati 5stelle, sono il segnale di una crisi dell’assetto istituzionale, cominciata tanto tempo fa, quando partiti e leader hanno pensato che fosse il momento di procedere a una “revisione” costituzionale che spostasse il potere e il processo decisionale fuori dal parlamento, lo consegnasse nelle mani di una oligarchia rappresentata da una persona, un vicerè, un generale, un tecnico al servizio dei propri e dei suoi interessi di ceto.

E se Conte non vuole certo uscire dal vuoto torricelliano, dove l’invettiva e le reprimende prendono il posto dei programmi, aiutato dai compitini derisori dei problemi del Paese dell’opposizione,  coi “punti irrinunciabili” di Zingaretti che spera in un ritorno del bipolarismo con due fronti che la pensano allo stesso modo su Europa, austerità, Tav, fisco, etc.., Revelli, che fa parte di quella rara compagnia di spiriti critici dell’abiura dei partiti della sinistra tradizionale passati di buon grado ai ranghi del progressismo liberista, rivela quel cruccio diventato sentiment comune, quella preoccupazione nei confronti del malessere generale cui viene dato il nome di populismo. E che potrebbe voler dire non che si condivide plebiscitariamente il rigurgito neofascista che sale dalle viscere di Salvini, ma, molto più semplicemente e tragicamente, che la gente disapprova la gestione della cosa pubblica da parte del ceto dirigente e al tempo stesso non si riconosce in chi lo contesta, quando una volta arrivato ai posti di comando viene contagiati dalla realpolitik.

Il timore che l’astro di Salvini non sia tramontato è dunque più che legittimo, lo sa bene chi ha creato le condizioni grazie alle quali è sorto e ha brillato in cielo per più di un anno, conscio e soddisfatto che i riflettori della comunicazione indirizzassero la percezione sui temi dell’immigrazione grazie a un allarme che viene da lontano, dallo sbandieramento del vessillo della paura dell’invasione che ha prodotto le leggi Bossi-Fini, la Turco-Napolitano, la Legge Maroni, le ordinanze di Minniti,  culminati in  quei decreti-sicurezza,  colpevolmente sostenuti dai 5Stelle, che hanno coperto con l’autorizzazione al razzismo la legittimazione della repressione, grazie alle misure,  non solo unilateralmente volute, destinate  a colpire poveri di tutte le etnie e oppositori e che vanno dalla criminalizzazione del blocco stradale   alla stretta sulle manifestazioni di dissenso, nei casi della Tav, delle Triv, del Muos, delle occupazioni di fabbriche, di scioperi.

Lo sa bene chi ha dato enfasi a un umanitarismo a basso costo, esibendo uno schizzinoso disprezzo per il condottiero barbaro dei rozzi xenofobi delle periferie che si contendono spazi angusti  e desolati, per i lavoratori precari che temono la concorrenza degli stranieri propensi a svolgere mansioni non garantite, non sicure e sottopagate, proprio come vuole  la grande industria  transnazionale che usa ogni arma a cominciare da quelle belliche e  di conquista, per muovere eserciti di forza lavoro e  abbassare il costo della mano d’opera.

E lo sa bene chi ha avallato la secessione delle regioni ricche permettendo che venisse interpretata nelle sue espressioni più esuberanti dal leghista razzista contro il terzo mondo interno dal Vesuvio all’Etna, ma condivisa largamente da chi sta mettendo in piedi una mostruosa truffa ai danni del Mezzogiorno grazie alla costituzionalizzazione di una “apartheid” delle nostre colonie meridionali.

Non c’è da temere il ritorno di Salvini, non è mai andato via, era là a garantire le larghe intese che approfittavano delle sue smargiassate per consolidare il consenso da dare ai “meno peggio”, che lo denigravano e subito dopo lo blandivano in occasione di associazioni d’impresa, quelle del mito del produttivismo, del progresso, che  lo esibivano come un babau agli occhi dell’Europa conquistandosi il merito di averlo persuaso alla ragione come in molti casi, o messa da parte in rari altro, che hanno raggiunto il risultato di far fuori un movimento che si è arreso a fare il vaso di coccio, impreparato e inadeguato ma che ai loro occhi era un rischio destabilizzante.

Si sono resi un servizio a vicenda, preparando un dopo sul quale Salvini reclama qualche diritto, di quelli che piacciono a lui: possesso, prevaricazione, intimidazione, ricatto, diventati sistema di governo, qualsiasi sia la coalizione.

 

 

 

 

Annunci

Le urne e i sepolcri

http___media.tvblog.it_7_7bc_Montalbano_catarellaLa Rai si è affannata a riproporre le serie con Montalbano nella speranza che qualcosa nella mente subliminale restasse appiccicato anche a Nicola Zingaretti, fratello sanza lettere del protagonista e nuovo segretario del Pd, come fosse Catarella. Ma a che servono le indagini del commissario se poi un altro trombone piddino, il governatore della Calabria Oliviero si scaglia sulla Rai come un sol uomo d’onore per lo  sceneggiato costruito sulla strage di Duisburg, lamentando il fatto che la Calabria sia stata offesa. per il semplice fatto di aver raccontato una storia di ‘ndrangheta.  Insomma questo bel tomo richiede apertamente omertà. Tutto questo mentre il berlusconian salviniano  Belpietro ha firmato il numero odierno dell’Unità che ormai esce una volta l’anno giusto per mantenere la testata. Il comitato di redazione parla di affronto, di “gesto gravissimo” concretizzatosi all’insaputa dei redattori all’ultimo momento e da un punto di vista formale ha perfettamente ragione, ma mi chiedo se Belpietro avrebbe accettato di comparire come direttore, sia pure per un giorno, se i contenuti del giornale avessero avuto qualcosa a che fare con una sinistra reale.

Si tratta di aneddoti, ma che rivelano perfettamente la grande confusione del momento e denunciano come gli schieramenti apparenti e gli apparenti scontri non siano quelli reali, si nutrano di retorica e di un antifascismo di mercato, mentre al di sotto si scorge l’unità tra Pd, area afferente e forzaitalioti  dentro un fronte di europeismo ad ogni costo e a qualsiasi condizione. In mezzo sta la Lega che come sempre esprime una doppia natura, anti europeista di fuori, neoliberista di dentro, partito d’ordine da una parte e partito della deregulation capitalista dall’altro. Ma francamente visto che La Lega ha già avuto un ministro degli interni e Salvini (degno erede di Minniti)  è stato tra i protagonisti della governance berlusconiana, non vedo come si possa impostare una convincente campagna sul fascismo di Salvini se non fosse che girando la moneta tutto questo  diventa battaglia contro il cosiddetto populismo, ovvero contro ogni posizione critica nei confronti dell’Europa che sarebbe, ad onta delle simpatie neonaziste nell’est, l’unica istituzione in grado di esorcizzare il fenomeno.  In questo senso siamo di fronte a una sorta di finzione, a una polarizzazione artefatta tra il capo della Lega e la sinistra soi disant per ottenere il vero scopo cui tende questo intreccio: ovvero distruggere un governo che nonostante le capriole del M5S per ridurre la carica eurocritica è comunque un dito nell’occhio per chi è abituato a comandare ai propri burattini senza alcuna obiezione o mediazione.

Se infatti la Lega arriva al 30% e il movimento Cinque Stelle, prende meno voti del Pd, le sorti del governo giallo verde sono segnate, con grande felicità degli oligarchi di Bruxelles e delle cosche eurocratiche festeggianti insieme a Confindustria e alle banche, ammesso e non concesso che ci sia ancora differenza tra i due ambiti. E’ chiaro che con un risultato del genere peraltro sempre più probabile, Salvini vorrà monetizzare il successo con elezioni in autunno e gli altri saranno comunque contenti di conservare una bella fetta di potere dopo aver sbaragliato i populisti. L’Europa sarà contenta, perché Salvini è fascista, ma di nuovo conio contro cui non esiste ancora un antifascismo né adeguato, né intelligente: quello del neoliberismo rampante. Di certo Bruxelles e i costruttori del neo impero carolingio non hanno nulla da temere da lui. Quindi ci si sarebbe da augurarsi che la Lega non sfondi la linea psicologica del 30% e i Cinque stelle non tracollino sotto il livello di galleggiamento del Pd, ci sarebbe da augurarsi che si votasse con la testa e non con la pancia o facendosi confondere dal miserabile discorso pubblico, anche se dubito che questo avverrà: quando si cade si tenta di aggrapparsi a qualunque cosa, senza nemmeno vederla.


Provinciali senza Province

i_basilischi_1_1546941287Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il pregiudizio anche quando è giustificato e legittimo annebbia la ragione. È il caso dei 5stelle che da avventizi della governance vogliono dimostrare coerenza e fermezza soprattutto quando non serve se non per distinguersi dall’alleato troppo esuberante e che si sono ribellati alla sua ultima sortita con la quale propone di resuscitare le province:  «Vogliamo dare i servizi ai cittadini, ha proclamato. «Se i Comuni non riescono a farlo, servono le Province … L’abolizione delle Province è una buffonata di Renzi, che ha portato disastri soprattutto nelle scuole e alle strade».

E dire che i fatti dimostrano anche per i 5stelle che c’è una stella polare cui guardare per agire nell’interesse generale,  fare il contrario dei governi a guida Pd su incarico dell’Europa. In realtà dovrebbero dire anche il contrario di quello che esterna Salvini, ma per una volta l’orologio fermo nella sua testa in mezzo a tutte quelle molle saltate ha fatto l’ora giusta. Anche se con ritardo e estemporaneamente perché per ritardi, inadempienze, incuria, colpevoli non sono i Comuni, i cui vizi per lo strafalcione di natura all’Interno sono incarnati da Roma, ma le Regioni.

Verità semplice che salta agli occhi di tutti prima o poi, dimostrata  dal fatto che perfino Zingaretti alla Provincia ha contato di più che alla Regione, se per contare intendiamo legiferare, emanare, intervenire con atti in nome dell’interesse generale, costretto a agire, si direbbe contro la sua natura, per via della natura dell’incarico che ricopriva. Perché se proprio c’era un ente inutile dagli stipendi sfrontati e i benefit e le sine cura inventati e gonfiati, piccola patria degli usceri, autisti, consulenti, terreno di scorreria  delle clientele, centro di spesa dello spreco straccione (consiglio di scorrere i titoli di testa di qualsiasi film italiano, cinepanettoni in testa, per vedere chi c’è sempre tra i mecenati) è proprio la regione.

D’altra parte l’abolizione delle province – era stato il Carroccio d’accordo con Silvio Berlusconi: «delle Province non voglio parlare, vanno abolite», a decidere il primo storico taglio radicale degli organismi di cui oggi invoca la resurrezione, seguito dalla cancellazione ad opera del duetto Renzi Delrio, non aveva mai avuto un carattere di gesto definitivo, se già allora c’era chi scriveva (lo stesso Corriere che oggi recita: nel «gallodromo» governativo, dopo gli strilli, la polvere e lo svolazzar di penne tra i galli populisti sulle dimissioni di Siri, il 25 Aprile, i comizi corleonesi, le autonomie regionali, gli striscioni fascisti, i porti chiusi, i soldi per Roma e via così, c’è una new entry: il ritorno delle vecchie Province) che  la Provincia è come la coda della lucertola, quando la tagli ricresce. E magari, viene da dire, a vederne la insostituibilità conclamata.

La Repubblica appena nata  aveva fatto i conti  con la constatazione  che le relazioni tra città e paesi limitrofi stavano divenendo tali da richiedere strumenti di vasta portata. Una serie di esigenze (dai trasporti locali allo smaltimento dei rifiuti, dalla localizzazione delle attività produttive e commerciali alla razionalizzazione dell’agricoltura, dalla tutela dell’ambiente, a quella del paesaggio dall’organizzazione scolastica a quella sanitaria e alla politica della casa) richiedevano che l’impiego del metodo e degli strumenti della pianificazione del territorio fosse praticato non solo alla scala urbana ma anche in una dimensione politica, amministrativa e partecipativa più ampia. Quella comunale aveva confini troppo stretti, quella regionale troppo estesi, così si ripensò a quella  inventate dall’ordinamento napoleonico proprio per risolvere quelli che nel XIX secolo erano i problemi d’area vasta (la riscossione dei tributi, la vigilanza contro l’ordine pubblico) e tenendo conto delle tradizioni locali e dei variegati legami tra città e contado. In ragione di ciò se ne erano tracciati i confini sulla base di criteri di efficienza territoriali: la distanza che può percorrere in un giorno un signore che deve recarsi in carrozza al capoluogo per pagare le tasse, uno squadrone di gendarmi a cavallo per ripristinare l’ordine turbato, che fece propri la Costituzione repubblicana rendendo  le province istituzioni rappresentative di primo grado,  cioè elette direttamente dai cittadini, e le cui funzioni si erano già arricchite in vari settori, dall’agricoltura alla gestione del patrimonio forestale e faunistico, dalla salute alla scuola, alla gestione dei rifiuti.

Certo non bastava, e non sarebbe bastato: i problemi si sono moltiplicati dal controllo e contenimento del consumo di suolo, alla politica della casa, alla promozione dei trasporti collettivi, alla tutela del paesaggio e dell’ambiente e che diventano emergenze  in occasione di disastri o dell’accumularsi di  disagi mentre e le città hanno sconfinato in sterminate periferie, tanto che dagli anni ‘70 ao ’90 si tenne un lungo confronto politico e tecnico sulla dimensione  sociale e amministrativa delle città metropolitane. Tutto quel fervore venne cancellato dall’imposizione di un ente oggetto di aspettative ambiziose e di insaziabili appetiti, vero centro di potere e malaffare ben più che di competenze e azione, le regioni, nelle quali collocare altri meritevoli e intermediari preziosi con target elettorali.

Al governo a guida Pd di Napoleone piaceva solo l’imitazione che voleva farne il bonapartino di Rignano, mentre voleva rafforzare a un tempo la figura del sindaco e valorizzare i poteri dei governatori anche in vista dell’ipotesi federalista pensata per regioni leader delle Pr con i privati (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/25/golpino-regionale-e-ragionieri-di-corte/). Dobbiamo a quell’ipotesi sconclusionata la raffazzonata riforma di Delrio che disegnava le  Città Metropolitane fotocopia delle vecchie Province, ulteriormente indebolite e “governate da sindaci” che prestano gratuitamente i loro servizi, senza risorse per le poche competenze aggiuntive, le   cui funzioni assegnate sono appunto “le funzioni fondamentali delle Province” (pianificazione territoriale di puro coordinamento, infrastrutture interne e servizi di mobilità, ambiente, rete scolastica). Scatole cinesi, matrioske, delle cui elezioni non ci siamo accorti,  impossibili da governare quando le Regioni vedono “supercittà”  come ingombranti concorrenti nel controllo del territorio (come nel caso della Lombardia che si oppone a ogni richiesta di estensione di quelle attuali), se i sindaci (quello di Milano in testa) attribuiscono scarsa importanza al loro “secondo incarico” posponendo pervicacemente le elezioni dirette stabilite per Statuto, se i Comuni e le Regioni resistono per mantenere inalterate le loro competenze in materia di consumo di suolo, nel timore che vengano adottati criteri più rigidi rispetto ai loro piani e alle licenze concesse a privati e rendite. Mentre avremmo bisogno di quella creatività politica e di quell’audacia che permetterebbe di fare tabula rasa del “sistema Regioni” per dar vita a istituti nuovi che sappiano governare contesti nuovi secondo regole di buona e trasparente amministrazione.

Ma non sarà che hanno fatto tutto quell’ambaradan i nativi di Rignano, Montevarchi, Reggio, per far vedere che sono cittadini del mondo, fan e supporter della globalizzazione e non piccoli “provinciali” che si vergognano dei loro campanili?  

 

 

 

 

 


l’Aquila, dieci anni di solitudine

l'aq Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi rasentasse la città dell’Aquila a 10 anni dal sisma potrebbe a prima vista trarre una confortante impressione di alacre operosità: cantieri, gru, impalcature ancora appoggiate agli stabili che sono sorti a ridosso dei raccordi autostradali e più sotto altre costruzioni nuove e attrezzature e bulldozer che spianano rovine di quella che era una antica città. La stessa impressione chi si può ricavare dalla consultazione del documento di sintesi in premessa al nuovo piano regolatore della città, un testo incoraggiante, dinamico e propulsivo redatto secondo i sacri crismi dell’Ocse e scritto in quell’esperanto universale    imposto dall’impero che disegna l’Aquila del domani, con il centro storico che torna a essere il cuore sociale della smart city, grazie all’incoraggiamento dato all’accountability e allo sviluppo di un brand urbano e dell’intero Abruzzo che liberi il potenziale di risorse umane e naturali e incrementi la sua attrattività. Come Pompei, come Santorini, come le mete del turismo post catastrofico e magari post-atomico?

Intanto però l’Aquila di oggi in attesa del nuovo Piano regolatore risorge seguendo le linee direttrici del Prg   adottato nel 1975 e approvato nel 1979 (30 anni prima del sisma) in quella bolla che sospende regole e programmazione grazie alla prosecuzione seppure non dichiarata dell’emergenza, che permette il ricorso a strumenti e norme eccezionali e straordinari, secondo leggi e soprattutto licenze speciali stabilite da sponsor e benefattori nazionali e esteri, speculatori e appaltatori, istituti finanziari e imprese, sempre gli stessi raggruppati in cordate, imprese, controllate, partecipate, banche d’affari e d’investimento lungo  quel filo che unisce l’alta velocità e le casette del Cavaliere, le opere irrinunciabili ereditate dal governo vigente che non sa dire di no e i piani casa, i condoni travestiti da misure di necessità, leggi obiettivo e Salva Italia che hanno trasformato il paese in un immenso campo di scorribanda per predatori mossi dal puro scopo di accaparrarsi risorse pubbliche.

Sarà quello il brand auspicato? Me la ricordo bene l’Aquila indifesa e stremata di pochi giorni dopo quel maledetto 6 aprile, con il centro chiuso ai superstiti condannati nelle tende approntate dallo zar delle crisi, coi lettucci allineati come in uno spettrale ospedale da campo, la bacheche con le raccomandazioni del bon ton per terremotati riguardanti abbigliamento e civile comportamento, i cavalli di frisia guardati a vista dall’esercito perché nelle strade  a rovistare tra le macerie in cerca di memorie, foto dei nonni, catenine della cresima, orologi del diploma e pure farmaci salvavita (quelli mandati dalle industrie venivano misteriosamente intercettati) non si poteva entrare se non accompagnati da personale della protezione civile e tecnici autorizzati, che però non c’erano, perché era interdetto il contributo di volontari e professionisti che si erano proposti di svolgere perizie e vacazioni gratuitamente.

A governare l’Aquila commissariata e occupata militarmente era Bertolaso con le sue milizie e anni dopo sapremo il perché, un perché che è sempre rimasto impunito se ogni tanto lui risorge per candidarsi a risolvere problemi non ultimo quello della Capitale. Sapremo, ma lo avevamo sospettato, che dietro c’era la cosca del cavaliere che dispensava sorrisi anche tramite dentiere regalmente elargite insieme alla promessa di case subito “com’erano”, ma non dove erano, che dalla prima visita pastorale si seppe che avrebbe trasferito il modello Milano 2 e Milano  3, tirando su intorno alla città ferita estemporanei chalet, le sue news Town in numero di 19 riuscendo a spezzare in quella oscena periferia artificiale i vincoli sociali dei cittadini  e  minando la speranza di una rinascita della città.

Ce la ricordiamo bene l’Aquila quando anni dopo il solo documento che ce l’ha mostrata, nel silenzio di media: la parola d’ordine anche dei sacerdoti della controinformazione di Report era “lasciamoli lavorare”,  è stato un film, con una inviata criticata per essere magari un po’ prolissa o troppo condizionata dalle leggi dello show, l’unica ad avere il coraggio civile di penetrare nella fortezza in rovina, chiusa e isolata nella sua pena, per impedire l’accesso a chiunque non andasse in visita apostolica con le autorità, ma soprattutto a quelli che ci volevano tornare, a quelli che volevano riprendersele avendone tutti i diritti.

Ce la ricordiamo quando nel 2013 la Corte dei Conti Europea fece le pulci al governo Berlusconi accusato di sprechi e di aver favorito infiltrazioni malavitose, segnalando a conclusione dell’indagine su dove erano finiti gli stanziamenti comunitari, che ogni appartamento era costato il 158 per cento in più del valore di mercato, che  il 42 per cento degli edifici era stato realizzato con i soldi dei contribuenti europei (e non con quelli del governo italiano, come aveva sostenuto l’ex premier), che solo il calcestruzzo era stato pagato 4 milioni di euro in più del previsto, e 21 milioni in più i pilastri dei palazzi. E denunciando che un numero elevato di sub appaltatori non disponeva del certificato antimafia obbligatorio, che il  Dipartimento della Protezione civile aveva aumentato l’uso del sub appalto consentito dal 30 al 50 per cento, che una parte considerevole dei fondi per i progetti CASE e MAP sono stati pagati a società con legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata.

Negli anni successivi,  invece,  in presenza di governi più graditi all’Europa che fa carità pelosa coi nostri contributi, la Corte dei Conti comunitaria deve aver smesso l’attività di doverosa sorveglianza. E non sa quello che invece notifica la Corte dei Conti italiana secondo la quale (i dati si riferiscono al 2018) il  danno erariale per lo Stato provocato dalle condotte illecite solo per quell’anno in Abruzzo si aggira fra i 3 e i 4 milioni di euro e riguardano illegittime concessioni di contributi per la ricostruzione a seguito del sisma dell’Aquila del 6 aprile 2009, finanziamenti non dovuti da parte del Ministero delle Attività Produttive e dalla Unione europea, affidamenti illegittimi di incarichi da parte delle amministrazioni pubbliche.

Qualcosa avevamo saputo intorno al 2015 quando i Complessi Anti-sismici Sostenibili Eco-compatibili, le famose CASE delle News Town hanno preso ad andare in pezzi, un crac e giù un balcone, un altro crac e cascava un cornicione, scricchiolii e si sgretolava un muro. Uno stanziamento da 800 milioni, 490 alloggi finirono sotto inchiesta, gli abitanti provvisori vissero un secondo esodo. Due anni dopo crolla un’altra palazzina costruita da un’altra azienda, ma di quella indagine e dei doverosi provvedimenti non si sa nulla, nemmeno una breve in cronaca, mentre intanto gli operosi imprenditori si guardano intorno nel cratere dell’altro sisma, dove si ride meno perché se vigono gli stessi sistemi, i quattrini sono invece ancora meno.

Oggi, a 10 anni giusti giusti dal terremoto, la stampa locale annuncia che un  palazzo nel centro storico dell’Aquila sarebbe a rischio crollo e  una parte di corso Vittorio Emanuele potrebbe essere chiusa “con gravi ripercussioni sull’attività degli esercizi commerciali che hanno faticosamente riaperto”. Sono sempre i giornali locali che segnalano che solo 80 delle più di mille attività economiche presenti prima del 2009 “ sono tornate”, che la ricostruzione “privata” progredisce sia pure a stento, ma quella pubblica va a rilento. E che si compiace del pellegrinaggio del neosegretario   del Pd che richiama alla necessità dieci e tre anni dopo i due terremoti di avviare un piano  straordinario con tanto di commissario speciale, a sancire la prosecuzione dello stato di emergenza perenne in qualità di brand,   per l’Abruzzo, per il Centro Italia, per i comuni della regione che presiede: Accumoli (RI); Amatrice (RI); Antrodoco (RI); Borbona (RI); Borgo Velino (RI); Cantalice (RI); Castel Sant’Angelo (RI); Cittaducale (RI); Cittareale (RI); Leonessa (RI); Micigliano (RI); Poggio Bustone (RI) Posta (RI); Rieti;  Rivodutri (RI)). E per l’Aquila il  cui centro, il cui cuore pulsante è ancora una voragine che i cittadini chiamano il buco della ciambella. Una ciambella con intorno troppi sorci famelici.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: