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Ottimismo padronale

progressoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un terrorista fascista spara a raffica su un capannello di inoffensivi immigrati ricevendo il plauso di molti “esasperati” e il sostegno anche economico di formazioni che si candidano a entrare in Parlamento. Ma poi   un restyling delle coscienze intermittenti  è garantito grazie a monologo  in eurovisione declamato con perizia da attore prestato alla tolleranza dalla pubblicità di rigatoni e ragù.

E d’altra parte ci hanno tolto il libero diritto e dovere di esprimerci nell’urna, grazie al ripetersi di sistemi truccati e condizionati da una stampa corrotta e assoggettata, però ci si può sempre consolare  col televoto per canzonette e talenti in ascesa.

Tagliano i fondi per l’assistenza a malati, anziani e disabili, umiliano insegnanti  e ricercatori, ma in compenso siamo nella lista dei più entusiasti contribuenti alla spesa militare aumentata dal 2008 a oggi  del 25,8%,  e, incuranti di un pronunciamento referendario,  ospitiamo e sosteniamo 59 basi militari americane in Italia.

È vero  partecipiamo a missioni  di guerra che fanno strage di civili, appoggiamo l’ampio export di democrazia in paesi affamati e spaventati dai quali scappano quelli contro cui un “vendicatore” spara con molte attenuanti, ma è pur necessario che qualcuno possibilmente lontano dalla nostra superiore civiltà si sacrifichi  per una delle industrie ancora fiorenti dell’Occidente in crisi.

Di questi “pro e contro” parlava qualche giorno fa un articolo offertoci dalla Repubblica dal titolo eloquente: “Il 2017 è stato l’anno migliore”, a firma di un editorialista del New York Times (il quotidiano che dà del nonno della patria a Berlusconi) decorato con ben due  premi Pulitzer (rinascimento a ben vedere sorprendente quanto certi Nobel per la pace) e che ci fa sapere che la nostra, pur con qualche riserva, è l’età migliore della storia umana. Tanto che conclude ponendo al lettore la domanda: vorreste forse vivere in un altro tempo? Sottintendendo, evidentemente, “senza cellulare, tv e antibiotici e la possibilità di leggere in ogni parte del mondo sul web simili potenti baggianate.

La tesi ardita del Pangloss in salsa ketchp  è che è ben vero che il mondo va in malora, minacciato da catastrofi e dalla folle megalomania bellica (bontà sua) dei potenti della terra, però. Però, dice, la percentuale della popolazione mondiale che soffre la fame,  o non sa leggere e scrivere, non è mai stata così bassa. E pure i dati sulla mortalità infantile, o degli essere colpiti da antiche e mostruore patologie, lebbra, vaiolo mostrano un decremento. E, cito, ogni giorno, il numero di persone di tutto il mondo che vivono in povertà estrema (quelli che guadagnano meno di due dollari al giorno) scende di 217.000 unità, ogni giorno 325.000 persone in più hanno accesso all’energia elettrica e 300.000 persone in più hanno accesso a un’acqua potabile pulita. Aggiungendo che tra  quindici anni l’analfabetismo e la povertà estrema saranno quasi del tutto scomparsi.

Troppo impegnati nelle loro scaramucce i partiti in lizza hanno perso l’occasione di usare l’articolo come manifesto di propaganda del progressismo secondo Renzi e Barlusconi, quindi assolutamente uguale, come soffietto o “pubbliredazionale” in forza al loro modernismo ottimista, mutuato più da Jovanotti che da Voltaire. E che ogni giorno nel ricordarci i successi dello “svilupposmo”, quanto la benefica manina della provvidenza nell’elargire ai ricchi faccia cadere un po’ di polverina del benessere anche su chi non la meriterebbe per aver troppo voluto, rimuove controindicazioni e effetti collaterali, come sempre è successo d’altra parte nelle crociate di conquista e nelle predazioni, quando è poco elegante contare vittime e rovine a fronte dei profitti per i signori della guerra e dei prodigi delle ricostruzioni.

Non hanno capito che il loro modernismo ha fallito, quando non solo i disfattiti o gli stanchi e arcaici cascami di velleità rivoluzionarie hanno decretato la fine dell’ideale del “progresso” e delle sue illusioni troppo iniquo, impari e disuguale per accontentare tanti,  quando troppe sono le vittime della globalizzazione: lavoro, identità, garanzie, diritti, dignità, autonomia, sovranità di popolo. E quando nel rimpiangere le lucciole e un mondo popolare cancellato dal consumismo, guardando i ragazzi di vita e i borgatari traviati da miti e modelli imitativi dei ceti immersi nel benessere e nell’accesso libero a  merci, ambizioni e soddisfazioni personali, non abbiamo capito che quel sogno sarebbe arrivato a altri mondim a altri popoli a altri giovani, a altre donne, che rivendicano il diritto a ottenere risposta a bisogni, aspettative, aspirazioni.

Viene da quel milieu, da quel blocco sociale col culo al caldo a nostre spese, da quella “società delle garanzie consolidata grazie alle nostre rinunce, da questo nucleo forte di beneficiari del progresso, mantenuto grazie al nostro regresso, l’invito quotidiano a guardare alla melassa nel bicchiere orami mezzo pieno sì ma di purga, di beni, desideri, speranze. Come se ognuno dei risultati che ci concedono non lo pagassimo con la cessione di qualcosa di prezioso: sicurezza in cambio di libertà, paga in cambio di garanzie, casa in cambio di infiniti debiti sotto un regime di ricatti, cure in cambio della rinuncia a quanto abbiamo negli anni investito in servizi e assistenza, le opportunità miracolose assicurazioni private in cambio delle pensioni,  grandi opere, monumenti alla speculazione e alla corruzione in cambio di città e ambiente  sani e degni di viverci. E la prospettiva di una caverna buia e fredda in cambio dell’utopia che sognavamo e cui abbiamo diritto.

 

 

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Puppanti allo sbaraglio

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La senatrice Puppato, Pd, ha chiamato a raccolta forzati del Si e illuministi militanti sui social network, quelli colpevoli di abuso e disposti a morire perché perfino lei abbia il diritto di parola, per avere sostegno nella sua battaglia di libertà contro quella che, un bel po’ spericolatamente, alcuni suoi amici di partito (ricordo che il termine compagno è stato abbandonato, forse in favore del più dinamico collega, o, meglio ancora, di socio) hanno definito come una manifestazione di “follia stalinista”.

I fatti, grazie a quella che secondo la stessa Puppato ha assunto la forma di una  vera e propria mobilitazione, sono noti. Per una singolare coincidenza a poco meno di un mese dal referendum sulla “ revisione dell’architettura istituzionale del Paese”, la senatrice decide che è venuto il momento di rinnovare la sua iscrizione all’Anpi, associazione che annovera pochi superstiti della resistenza e molti invece che nella resistenza si riconoscono e che anche così intendono testimoniare e tutelare quella Carta nata dal riscatto, non casualmente malvista da un regime sovranazionale che condanna il suo vizio d’origine: quei capisaldi che evocano il “socialismo”, le stelle polari della giustizia, della libertà e dell’uguaglianza, e che il suo partito irride come concetti sorpassati e arcaici. È sicuramente casuale che proprio in questi giorni la Puppato abbia sentito la necessità di rinnovare con la tessera la fede nell’antifascismo,  che la dirigenza “morale” e culturale della sua organizzazione considera, pure quello, un ostacolo alla Grande Pacificazione e all’unità del Paese in un Partito Unico, con un Sindacato Unico, una Tv Unica e un Giornale Unico, che proprio oggi ci marcia un bel po’ titolando sulla infame espulsione, quando l’articolo invece  parla chiaramente di iscrizione negata. Perché appunto la colpa dell’Associazione che nel rispetto dei suoi principi istitutivi si è schierata con rarissime eccezioni per il No, è quella di non avere confermato la sua appartenenza associativa.

Più che di stalinismo parrebbe una questione di buonsenso e coerenza, virtù che per il Pd devono sembrare obsolete e superate quanto l’integrità e la trasparenza. Perché sarebbe come dire che il Rotary accoglie nelle sue file uno di Avanguardia Operaia, o che a 500 metri dalla Leopolda lasciano circolare un operaio o che diano la tessera della lega a un rom.  O addirittura che il suo partito lasci spazio all’opposizione invece di gridare Fuori! Fuori!, o, perfino, che la Rai dia uguale diritto di parola al Si e al No, o che la Sette non tagli l’inopportuno Onida per compiacere la Boschi.

Invece apriti cielo, si è alzato un coro di escursionisti della libertà, dei gitanti dei diritti e delle garanzie a difesa della senatrice, cui io personalmente non rinnoverei nemmeno l’iscrizione all’Udi e manco alle Soroptimiste, dopo alcune sue non dimenticate performance e esternazioni in merito all’applicazione di una legge dello Stato che ha sancito il diritto, amaro e doloroso, di ricorrere all’aborto legale in strutture pubbliche.

Ma oggi deve proprio essere la giornata delle coincidenze, perché il caso oggetto di scandalo e di pubblica riprovazione, arriva  quando alcuni giornali denunciano le iniziative governative di propaganda per il Si, indirizzate agli elettori che vivono all’estero, già penalizzati da visite pastorali della squinzia di regime e dello statista di Rignano.  Per non dire di un altro caso di persuasione esplicita secondo le modalità di Goebbels, o meglio di Farinacci,  quella toccante occasione di “scambio di idee ed esperienze”  tenutasi presso il Teatro Circus di Pescara nel contesto improbabile del Festival della Letteratura, e che ha messo di fronte il premier e scolari abruzzesi convocati numerosi grazie a una perentoria circolare di “invito” dall’Ufficio Scolastico Regionale dell’Abruzzo, che raccomandava un’“ampia partecipazione” e la “massima diffusione dell’iniziativa tra  i docenti e gli studenti”.all’uopo muniti di attestato di presenza abilitato a fornire crediti in vista degli scrutini, chiamati a raccolta per l’edificante confronto coordinato da Luca Sofri, personalità prestigiosa e autorevole per via dinastica e maritale.

Ecco smentiti gli audaci paragoni secondo i quali questi sarebbero dei fascistelli, vedete come ci tengono alla militanza antifascista. O che se sentono parlare di cultura imbracciano il mitra. o che nemmeno tanto sotto sotto sono dei golpisti. Anche se sembra un bel po’ sinistra la terza coincidenza del giorno: il sito di informazione che ha reso note le procedure organizzative dell’evento di Pescara ha portato come prova dei fatti una circolare stampata sulla carta intestata dell’Istituto Acerbo. Acerbo come l’autore della legge maggioritaria di Mussolini

 


La Rai del Cavalier Renzi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono davvero imperdonabili. Ormai gente come me che rifugge la Rai come una pestilenza, che pensa che i pacchi sono l’ottava piaga, che Fazio e la Litizzetto sono stati mandati e in terra e super pagati per contribuire all’infantilizzazione del popolo italiano, lui con la sua pedagogia da preside della buona scuola messo a far da tappetino al provveditore, lei che provoca dicendo cazzo cazzo culo culo e non per via della sindrome di Tourette, ma come i bambini che scoprono la fase orale, che ritiene che Vespa con la sua terza Camera abbia contribuito allo sputtanamento delle altre due, che i Ballarò, i Virus, le mattine in famiglia e i buoni pomeriggi abbiano dato una bella mano a disinformazione, ignoranza e contribuito all’odio per la politica e la partecipazione, quelle buone e quelle cattive, che l’occupazione militare della Rai grazie alla ripetizione del modello di esistenza parallela sotto forma di spettacolo di Berlusconi abbia favorito la conversione dei cittadini in consumatori, oggi – impoveriti- ancora più propensi al letargo, all’indifferenza, alla servitù, insomma ormai gente come me è costretta a scendere in campo per difendere l’azienda pubblica.

Che pubblica non è almeno nel vero senso della parola, grazie a un processo iniziato sotto la penultima dittatura e confermato, anzi completato, sotto quella attuale. E infatti vi ricordate quando Renzi disse a proposito della sua riforma “figuratevi se mi faccio dare lezioni di democrazia da Gasparri”? infatti lui le prende invece da Mussolini, almeno per quanto riguarda  la nomina diretta dei vertici dell’ente, che  nel 1927 quando il fascismo creò l’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (EIAR), ci mise suo fratello Arnaldo in qualità di vice-presidente, quello che aveva presieduto  l’Albo dei giornalisti e pubblicisti al quale potevano associarsi soltanto quelli iscritti al PNF.

È perfino inutile tornare sui talenti infilati nel consiglio di amministrazione, sulla neo presidente, una vera cheerleader del governo e una ragazza ponpon sempre pronta a seguire la flotta Nato, sull’uomo solo in sella al cavallo di Viale Mazzini, che vanta un invidiabile curriculum di fallimenti che gli permetterà di svolgere al meglio l’incarico “di guidare l’azienda senza continuamente mediare con il Cda sulle scelte operative”. Ne abbiamo scritto fino alla noia, come della stanca replica della liturgia autoritaria del ragazzo che si è formato alla Ruota della Fortuna, ossessivamente modellata sull’unicità: partito unico, sindacato unico, ma se non c’è meglio, preside unico, premier unico e informazione unica, ma se è solo spettacolo, circo, talent, reality, meglio ancora.

E infatti lui il suo avanspettacolo ce lo propina ogni giorno unico perché sempre uguale: annunci di trionfi in divenire, barzellette sconce, giochi di prestigio, con la donna segata nella scatola e se i pezzi non si riaggiustano è colpa dei gufi disfattisti, con le sue comparsate oltreoceano, quando farfuglia peggio che nei film su broccolino della leadership europea dell’Italia. Peccato che come succede con i peggiori guitti non faccia ridere la trasfusione nel servizio pubblico del sangue infetto della teologia delle privatizzazioni, che deve infiltrarsi ovunque per garantire controllo dall’alto, egemonia padronale, ossequienza agli imperativi categorici dell’impero.

Ha mandato avanti la truppa scelta della provocazione, il ricognitore che deve piazzare al posto delle mine le sue bombolette puzzolenti, il presidente della regione Campana, che giustamente rivendica di intendersi di camorra e che ha sparato razzi e putipù contro i mafiosi dell’informazione. Scelto per la bisogna grazie alle sue qualità istrioniche, perfezionate da quando imita Crozza che lo imita, e in virtù della perfetta coincidenza con  certi personaggi fumosi, minacciosi, intimidatori, insomma certi figuri che troviamo nella commedia dell’arte.

Poi, è un po’ questo il copione delle sue sceneggiate, ha tirato fuori dal cappello una personalità  apparentemente grigia, quello che pare solo un  apparatčik  del giglio magico,  ma che invece può vantare una folgorante conversione al renzismo, passando la Legambiente, da Telefono Verde, dalle trasmissioni di denuncia, dalle pubblicazioni sull’Ambiente Illegale, al partito e al governo dello Sblocca Italia, della Tav, delle trivelle, adesso anche del ponte sullo stretto risuscitato. Dobbiamo a tal Michele Anzaldi infatti l’aggressione diretta a Rai Tre, ai suoi giornalisti colpevoli di non “essersi accorti che Renzi è segretario del partito e presidente del Consiglio”  (forse lo colpisce l’evdente mancanza del necessario aggiornamento professionale), rei di non rispettare  “l’ impegno a offrire equilibrio nella rappresentanza delle posizioni politiche”, (il simultaneismo di Renzi e della sua corte in tutte le reti non sembra bastare mai), responsabili di dare voce alla minoranza,  togliendo il doveroso spazio  al premier e al partito ufficiale (“per dare voce a Speranza, D’Attorre e compagni il Tg3 riduce quella del governo al 22,3% contro il 32,6% del Tg2 e il 34,7% del Tg1”. cit.).

Non sono una fan di Bianca Berlinguer, non nutro particolare stima per Vianello, non prendo per oro colato tutte le rivelazioni della Gabanelli, ma per una volta potrebbero costringermi  a far mia la frase attribuita a Voltaire. Perché la guerra a Rai Tre è come la guerra dichiarata al territorio dalla sblocca Italia, all’istruzione dalla Buona Scuola, al lavoro dal Job Act, al parlamento della legge elettorale. È una guerra al bene comune, al diritto a essere informati, a quello di apprendere, a quello di lavorare non da schiavi ricattati ma da cittadini. abbiamo avuto il cavalier Benito Mussolini, il cavalier Berlusconi, sarebbe ora di disarcionare l’aspirante: facciamolo scendere dal cavallo della Rai e rimettiamolo su quello a dondolo, che è quello che si merita.


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