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Olimpiadi delle bugie

Sommerolympiade, Siegerehrung Weitsprung

Olimpiadi di Berlino: al centro Owens a destra Lonf e a sinistra il giapponese  Tajima dlassificatosi terzo

Non ce l’hanno fatta: il cinismo di un’America muscolare e fitness che sta sostituendo con i feticci metabolici il senso della persona, non è riuscita alla fine a estromettere la Russia dai giochi di Rio, secondo le direttive di una nuova guerra fredda che coinvolge lo sport non meno delle minacce militari. Certo gli inventori del professionismo sportivo, del mercato esteso alle prestazioni fisiche e dunque anche del doping, quelli che di fatto gestiscono ( e in gran parte finanziano)  l’Agenzia mondiale antidoping,  hanno avuto una bella faccia tosta a tentare di escludere l’intera squadra russa con il pretesto di alcuni atleti bombati. Il rozzo tentativo di continuare con altri mezzi la battaglia geopolitica, conferma non solo l’allontanamento siderale delle Olimpiadi dagli ideali di De Coubertin, ma anche la totale assenza di valori come dimostra il tentativo di fare dei giochi di Sochi un terreno di battaglia anti Putin o l’assegnazione dei mondiali di calcio in Qatar, uno dei Paesi più corrotti del mondo e del tutto estraneo alle pratiche sportive.

Ma lo sport è sottoposto persino alla riscrittura radicale del passato, con la diffusione e l’asserzione di alcune leggende che vengono spacciate per vere, su cui vengono costruiti documentari e film (uno anche recentissimo)  e che usa valori sacrosanti per fondare su un terreno precedente alla guerra l’eccezionalità statunitense. Mi riferisco alla leggenda secondo la quale alle Olimnpiadi di Berlino del 1936, Hitler si alzò e se ne andò indispettito per la vittoria di Jesse Owens, straordinario atleta nero, sul tedesco Luz Long, per evitare di stringergli la mano. Questa leggenda è nata durante la guerra nell’ambito della propaganda bellica ed è stata alimentata in maniera contraddittoria da  Owen stesso che aveva compreso la potenzialità economica e politica dei suoi ricordi. Poco dopo i giochi disse: “Vero, Hitler non mi ha stretto la mano ma fino a qui non lo ha fatto neanche il presidente degli Stati Uniti”. Ma molto dopo, erano gli anni ’70, nella sua biografia cambia versione e trova una strada bizzarra per far coincidere la verità con la fantasia, asseverare una leggenda ben più pesante  delle stesse medaglie olimpiche e nello stesso far comprendere in qualche nodo che si tratta di una narrazione: “Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto”.

Peccato che tutto questo non avvenne affatto: Hitler che quel 4 agosto 1936 era presente allo stadio se ne andò mezz’ora prima dell’inizio della gara che peraltro non erano i cento metri , come viene spesso rappresentato per appapocchiare una qualche verosimiglianza tra la vicenda e la favola, ma il meno spettacolare salto in lungo. Come lo sappiamo? Semplice, le Olimpiadi di Berlino sono state le prime ad essere integralmente riprese dalla televisione (che in Usa ancora non esisteva), per di più le telecamere erano fornite di un congegno che da una parte mandava le immagini al modulo elettronico, dall’altra le faceva confluire su rulli di normale pellicola destinati alla propaganda nei cinema, nelle scuole, nelle fabbriche, nei dopolavoro, nei circoli e persino nelle mense ( i 50 mila televisori tedeschi erano appannaggio solo delle alte sfere del nazismo). Naturalmente l’attenzione era focalizzata sul Führer le rare volte che interveniva e il materiale meticolosamente archiviato con orari ed eventi ci svela, oltre alle testimonianze del tempo la più banale verità. In effetti forse episodi di razzismo ci furono in altro senso: da parte dell’allenatore della squadra Usa che per la staffetta volle a tutti i costi utilizzare Owens il quale non ne voleva sapere non ne voleva sapere, per evitare di mettere in campo atleti ebrei. Chissà se la scelta fu esclusivamente atletica.

In ogni caso non ci sarebbe  ragione di alimentare questa leggenda dopo che i campi di sterminio hanno dimostrato come meglio non si potrebbe  l’orrore del nazismo e dello stato razziale. Invece il motivo c’è e consiste nella  fondazione dell’eccezionalità americana, nel suo ruolo salvifico: Hitler che si rifiuta di stringere la mano  all’atleta nero, lo scandalo costantemente esibito in questo comportamento, fa dimenticare che all’epoca gli Usa erano uno stato dove esistevano leggi razziali che decretavano uno stretto apartheid per i neri: infatti fu proprio Roosevelt a rifiutarsi di accogliere Owens alla Casa Bianca assieme agli altri medagliati bianchi e di stringergli la mano perché temeva che questo avesse conseguenze negative nelle presidenziali del ’36. E  anche dopo aver vinto nelle urne si tenne ben distante dal grande atleta nero. E’ chiaro che su queste basi non si costruisce un’ eccezionalità eticamente decente, per cui ormai il nazismo e la guerra sono diventate un grande alibi, una immensa discarica di bad history dove buttare tutto il marcio, una sorta di santo graal del male al cui confronto tutto è giustificabile. Purtroppo è uno degli atteggiamenti che tiene in vita il mito nazista e comunque nel caso specifico è come doping a posteriori nella quotidiana olimpiade della bugia.

Forse si dovrebbe imparare qualcosa da Owens e da Long, i due avversari in pista che invece erano amici personali, si scrivevano spesso e confidavano l’uno all’altro pene e gioie, nonostante le enormi differenze di ambiente, cultura, pelle. Negli anni della guerra Long, ufficiale dell’esercito tedesco, si trovava in Italia, in Sicilia, quando riceve la notizia che la moglie ha dato alla luce suo figlio. Nell’occasione scrive a Owens una lettera nella quale chiede all’amico di far sapere a suo figlio, in futuro, semmai la guerra fosse finita, di quanto sia importante l’amicizia nella vita e di come essa sia possibile nonostante gli orrori e le divisioni che la guerra comporta. Pochi giorni dopo Long fu ucciso da una bomba e dopo molti anni Owens fu ospite d’onore al matrimonio del figlio dell’antico avversario. Questo vale molto più di qualsiasi medaglia.


Della Grecia e del Denaro

ricchezzaNel 1932, nel pieno della terribile crisi economica che portò al nazismo, la cittadina austriaca di Wörgl, 10 mila abitanti e distante meno di 100 chilometri dal Brennero, viveva il periodo di sviluppo più intenso e straordinario della sua storia: furono ripavimentate tutte le strade, rifatto da zero il sistema idrico, costruite oltre 200 case, realizzato un ponte sul fiume Inn, creato un trampolino per il salto con gli sci e fu anche possibile sostenere centinaia di disoccupati con salari passati dal comune. Tutto questo durò 13 mesi fino a quando il governo centrale di Vienna non intervenne per rimettere le cose a posto e restituire il trono al capitale.

Ma cos’era successo? Semplicemente il sindaco della cittadina aveva voluto sperimentare le teorie di Silvio Gesell, un economista noto, ma emarginato dalle scuole di osservanza capitalistica, non marxista, almeno in senso statalista e abbastanza originale da aver elaborato una teoria che può apparire singolare rispetto al modo di vedere convenzionale, ma che in realtà è altrettanto valida rispetto a quella in cui siamo talmente radicati da non poter immaginare altro. Perché il denaro la cui accumulazione, resa possibile dalla sua natura di merce non deperibile, rappresenta in definitiva un rinvio di spesa, dovrebbe godere di un interesse positivo come è stato storicamente interpretato, determinando così la dittatura del capitale? Se l’interesse fosse negativo, cioè si perdesse qualcosa man mano che passa il tempo, tutti sarebbero spinti a spenderlo presto, dando luogo a un’economia molto più dinamica e non basata sull’accumulazione ( *vedi nota a fine post).

Gesell aveva anche studiato un modo per per permettere di applicare l’interesse negativo pur dentro le regole monetarie generali e al sindaco di  Wörgl bastò investire un capitale relativamente modesto di 5500 scellini delle casse comunali per dare inizio a un meccanismo virtuoso: la sola somma iniziale in tredici mesi venne spesa 416 volte creando 14 volte più occupazione rispetto alle regole standard. Dinamiche che si presentarono in tutti i luoghi di Germania e Austria dove vennero sperimentate e dove furono pure rapidamente soffocate.  Si pensò anche di attuarle negli Usa della grande depressione dove tuttavia furono fatte enormi pressioni su Roosevelt per impedire l’esperimento.

Ora cosa c’entra tutto questo con la Grecia o con gli altri Paesi in crisi dentro e fuori l’Europa? In via diretta e immediata poco se si prescinde dalle dinamiche pratiche delle valute locali nate a Volos, Patrasso, Corfù, Katerini che devono essere per forza di cose spendibili in fretta e non possono essere depositate: questo apologo si propone semplicemente di mostrare  come le strade obbligate, la sensazione di essere immersi in una realtà unica e immutabile, l’incapacità di trovare una via d’uscita dalle contraddizioni dei modelli, è frutto semplicemente dell’incapacità di uscire dalle trappole mentali e liberarsi delle egemonie culturali. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”: molte cose diverse possono essere fatte, cose che magari nemmeno si immaginano o trovano spazio nel discorso comune, cose che i centri di potere non vogliono attuare perché antitetiche ai loro interessi, cose negate, pensieri  davvero proibiti al contrario delle modeste fantasie sessuali. Ci si ferma sulla soglia di euro o non euro, ci si ferma timorosi sull’uscio del piccolo territorio conosciuto dove i bracconieri del capitale fanno facili vittime.

E’ solo un invito ad aprire la mente.

(* NotaIn termini generali se l’ equazione  del profitto privato ( qualcosa di radicalmente differente dal guadagno che deriva dal lavoro) è P = D (denaro)   x   S ( saggio di interesse) ci sono due modi per eliminarlo o azzerare D (dunque la proprietà privata, almeno nella misura in cui diviene accumulabile, come fa Marx) oppure S come fa Gesell. E’ fin troppo chiaro che in un “accelerazione” del denaro e degli scambi c’è molto più posto per il merito che non per le rendite di posizione, mentre il potere bancario viene enormemente ridimensionato. Un vero veleno per le classi dirigenti e le oligarchie. 


Renzi’s Anatomy

renzi-mare-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo a vederlo in braghette, con quello sguardo vacuo, la boccuccia sempre semiaperta come i ragazzini di una volta che soffrivano di adenoidi, ma al tempo stesso quell’arietta furba alla Gasparri, di chi è stato persuaso dalla lotteria della vita di salvarsi sempre e di uscire indenne da ogni stronzata,  compresa l’acquata di propaganda a scopo benefico, il Renzi pare proprio un cretino.

Sappiamo che lo è meno di quel che sembra, che le misure messe in atto dal suo governo, come quelle annunciate o avviate dai governi precedenti, non sono frutto di insipienza,  incompetenza, inadeguatezza, impreparazione, ignoranza. O non sono solo questo. Ma che rispondono a una linea precisa, dettata nei luoghi dove da anni si è rotto il patto, fragile e aleatorio, tra capitalismo e democrazia, quel “contAnna ratto” che aveva addomesticato il conflitto tra sfruttamento e diritti, tra sopraffazione e dignità, sia pure solo in alcune aree ancora privilegiate del mondo, dove la disuguaglianza era mitigata dall’accesso a consumi, certamente, ma anche a servizi e conquiste.

E forse ha anche imparato a dar retta a gente pratica, almeno per quel che riguarda la comunicazione: a parte qualche scivolone da amico della De Filippi, da comparsa di Grease, per lui irresistibile, ha scelto il richiamo al coraggio, alla forza che il popolo italiano saprebbe esprimere nei momenti difficili, con qualche “appelletto” alla “nazioncina” che gli si sta sgretolando tra le mani. E che dalle lacrime e sangue di Churchill vorrebbe trasportarci nel New Deal di Roosevelt, appellandosi al James Stewart che c’è in noi, che rialza la testa, rimbocca le maniche più di Bersani,  si riscatta con il lavoro, la creatività, la tenacia, attingendo a quella provvista di principi e fondamenti domestici che ci avevano quasi salvato perfino da Berlusconi.

Peccato che non sia rimasto più nulla grazie al susseguirsi di inetti più o meno loquaci, di impotenti più o meno tracotanti. Finito il risparmio delle famiglie, ingoiato dai debiti, dalla disoccupazione, dalle tasse. Finita la possibilità di concorrere con prodotti di altri Paesi. Finita la speranza di competere grazie al patrimonio che pareva inestinguibile dell’arte, della cultura,del paesaggio. Finita perfino l’amara illusione che i sacrifici potessero redimerci dal relativo benessere del passato e salvarci pagando il prezzo tossico dell’austerità,  credendo alla fola della necessità inderogabile  del risanamento delle finanze pubbliche, quando qualsiasi amministratore di condominio, qualsiasi massaia di Voghera o qualsiasi “casalinga dello Schlewig-Holstein”, era in grado di sapere che gli  sforzi avrebbero dovuto essere focalizzati sulle politiche economiche per rilanciare la domanda e l’occupazione. Finita anche la solidarietà, ben collocata da secoli sui patti stretti tra generazioni, sostituiti da quello del Nazareno tra un vecchio e un giovanotto speculari e mossi dagli stessi istinti e dalle stesse ambizioni velenose. Finito lo stato sociale per non parlare di quello di diritto, che verrà seppellito da un contesto di misure volte alla derisione della legge uguale per tutti in favore dei più uguali.

Si forse sono anche cretini, governo e tutti quei medici che ci somministrano dosi da cavallo di una medicina che prima era inefficace oggi letale, quella del primato del privato  in grado di gestire qualsiasi attività con superiore efficienza (come hanno accertato i casi Ilva, Alitalia, Telecom), quella dei licenziamenti facili che promuovono occupazione, quella che elogia e vezzeggia i manager dell’auto quando la produzione di autovetture sul territorio nazionale è diminuita del 65 per cento, quella che ha condannato sei milioni di italiani a vivere sotto la soglia della povertà assoluta.

Non servono gli spin doctor per invertire una tendenza alla dannazione di un paese: Roosevelt creò lavoro per 4 milioni di disoccupati, investendo lo stato attraverso tre agenzie, promosse una legge alla quale si dovrebbe guardare, quella  legge Glass-Steagall che alzò un invalicabile  muro divisorio, da una parte le banche dedicate al credito per famiglie e imprese, dall’altra gli istituti che giocavano in borsa con i soldi degli investitori privati, costretti a assumersi il rischio di poter perdere tutti i propri soldi, senza alcun salvataggio dello Stato.

Non sappiamo se sono cretini, se lo è il capitalismo in questa fase storica nella quale sembra spirare a una spirale suicida, nella quale, inseguendo la cancellazione di sovranità statali e monetarie, lo smantellamento delle democrazie, si fa passare la crisi per un temporaneo incidente, un fenomeno naturale, di quelli che comportano vittime, è vero, ma inevitabili, come in certe guerre coloniali di ieri e di oggi, cadute sul fronte della crescita, del progresso, dello sviluppo.

Sarebbe consigliabile comunque non andargli appresso, siano cretini o aspiranti suicidi che la doccia gelata l’hanno preparata per noi. E farà molto freddo.
 


Fiscal rain

FRANCESCO TOIATI STAZIONE TIBURTINA SOTTOPASSAGGI GARAGE E METRO COMPLETAMENTE ALLAGATI DAL NUBIFRAGIOAnna Lombroso per il Simplicissimus

Vi ricordate i bei tempi quando esistevano ancora le calamità naturali e i tg mandavano in onda le edizioni speciali, Mara Venier era costretta a trascurare gossip e delitti, la gente credeva ancora che il burbero Bertolaso fosse efficiente e la dinamica Protezione Civile fosse al servizio dei cittadini?

Una volta appreso che le la natura è matrigna perché è incazzata con gli uomini, la calamità è retrocessa al ruolo di maltempo, la catastrofe viene chiamata eufemisticamente perturbazione, gli sfollati apostrofati di essere abusivi, le notizie precipitano in fondo alle pagine, comprese quelle online, che sostituiscono le informazioni con repertori iconografici. È che uno vorrebbe anche dati, i quotidiani non sono Playboy che giustamente dà più rilievo alle immagini, continua a piovere e a nevicare e non ci resta che cogliere i commenti della strada, allagata, o, fior da fiore, qualche rara illuminante intervista di Rai3 che sciorina disfattisti incontentabili che invece di godere dei successi internazionali del governo si lagnano di essere stati abbandonati completamente, che parlano del ripresentarsi delle “inondazioni” a ogni pioggia, che lamentano l’assenza non solo della prevenzione, ma addirittura di procedure e sistemi di allerta per non dire della “riparazione”.

Le zone di crisi punteggiano la cartina d’Italia, ma per la stampa esiste una gerarchia mediatica dei territori di seria A, quelli di probi cittadini lavoratori, soprattutto al Nordest e quelli di serie B, dove si sa che i meridionali sfaccendati hanno lasciato fare più alla criminalità che alla natura, dimenticando che ormai tutto il Paese è Sud, ovunque l’ambiente è stata trascurato, saccheggiato, oltraggiato, sfruttato. E anche in questo unanimemente sia pure tenendo conto delle disuguaglianze e di classi e ordini di interessi: speculatori, aziende rapaci, cementificatori, opere pubbliche, aziende agricoli e allevamenti intensivi, comuni sleali, giù giù fino agli autori dei piccoli abusi, per necessità o incuria o avidità.

Fino a un po’ di tempo fa ogni inverno il mio pc era costretto a produrre in serie un pezzo sul dissesto idrogeologico,  sugli effetti della colpevole incuria e dell’incompetenza dei governi e delle amministrazioni locali, combinate con interessi opachi, corruzione, clientelismo, voto di scambio. adesso anche l’estate si presta alla replica della denuncia sempre più stanca e delle proposte sempre più inascoltate.

Ormai almeno due volte all’anno le piogge intense, anche imputabili al cambiamento climatico che surriscalda il pianeta,  fanno uscire l’acqua dagli argini di fossi, torrenti, fiumi, sulle colline e nelle pianure, allagano e distruggono sottopassi, strade,  campi coltivati con i loro faticati raccolti, fabbriche e abitazioni, strade e ferrovie.

Ormai due volte all’anno di ripete lo scambio di accuse e il rimpallo di responsabilità , sempre più fioco grazie alla correità degli attori delle larghe intese e limitato alla condanna di  colpe remote nel tempo.

Ormai due volte all’anno il mantra è sempre lo stesso: non ci sono più fondi e comunque la priorità è sempre un’altra, c’è sempre da coprire qualche voragine più profonda e incolmabile di quella creata dalla pioggia e dagli smottamenti, c’è da tener fede ai patti iniqui sottoscritti con l’Europa, c’è da dar retta a chi attribuisce la crisi a costumi statali e collettivi dissipati che scontiamo coi piedi nell’acqua.

Ormai due volte all’anno ripetiamo che nel nord e al centro e nel sud d’Italia, le alluvioni fanno danni da trent’anni a questa parte, mentre i governanti emanano e correggono o alterano continuamente farraginose leggi sulla difesa del suolo, creano agenzie che assicurano appalti per opere che saranno spazzate via o che non verranno mai realizzate o che una volta avviate sarannno già obsolete.

Ormai due volte all’anno si ripropone la necessità indilazionabile di rivedere il sistema di autorizzazioni e permessi urbanistici e edilizi che consente l’edificabilità a costruzioni e opere che intralciano il moto “naturale” delle acque, concessi per fare cassa per i comuni o per amministratori corrotti.  E insieme si ricorda il New Deal di Roosevelt,  o le ipotesi lanciate da Ernesto Rossi   nel suo “Abolire la miseria”, o quelle dell’agenzia del lavoro di  Paolo Sylos Labini, tutte indirizzate a impegnare lo Stato e le amministrazioni come general contractor di opere di risanamento del territorio grazie a  un piano di investimenti pubblici nelle infrastrutture e nella riconversione ecologica dell’economia, che creerebbe occupazione e svilupperebbe innovazione e tecnologia.

Ormai due volte all’anno e oggi con particolare tenacia succede di ricordare che basterebbe risparmiare in catastrofi. Secondo l’ISPRA,   frane e alluvioni, considerate insieme, hanno generato costi economici quantificabili in circa 30 miliardi di euro in 20 anni;  stimando un “danno medio annuo” provocato da tali fenomeni,   pari a 1,5 miliardi di euro/anno.  In un   lavoro del 2010  realizzato dal Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi (CNG) in collaborazione con il Cresme ) viene ricostruita la dinamica dei costi del dissesto idrogeologico in Italia tra il 1944 e il 2009, che calcola  il valore dei danni causati da eventi franosi e alluvionali dal dopoguerra ad oggi   in circa 52 miliardi di euro. Mediamente, si tratta di circa 800 milioni di euro all’anno, una cifra che nell’ultimo ventennio era peraltro aumentata, assestandosi intorno al miliardo e 200 milioni annui e che negli ultimi 5 anni è stata certamente incrementata.

Ma pare sia preferibile continuare a dire sì a fiscal compact e patto di stabilità per non fare la figura dei provinciali. Per poi farla, e da provinciali straccioni, andando dagli emiri col cappello in mano. Pieno di promesse e pieno di pioggia.


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