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Mafia Park

mr Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se abitate a Milano è probabile che mangiando una pizza in centro contribuiate per almeno il 50% al gruzzolo di qualche cupoletta di ‘ndrangheta o mafia, che sono poi i datori di lavoro di un numero considerevole dei buttafuori dei locali alla moda. Può darsi anche che il prosecchino che sorseggiate durante i riti dell’apericena venga da una vendemmia che la camorra si è aggiudicata strozzando imprese vinicole sofferenti. E se state in campagna non è improbabile che nel consiglio di amministrazione della cassa rurale presso la quale avete aperto un conto, sieda dinamico e affaccendato un colletto bianco di Cosa Nostra, che sono quei piccoli istituti le banche più facilmente infiltrate. Sappiamo per certo che c’erano mattoni e piloni della mafia a tener su l’impalcatura dell’Expo, come le strutture della Metro B, si è letto che qualche manager delle cordate impegnate in grandi opere, entrato e uscito dalle porte girevoli dei tribunali, abbia stretto alleanze opache con gruppi criminali in un proficuo scambio di knowhow e servizi.

Sto parlando di mafia vera, di organizzazioni esplicitamente illegali, per una volta, non di quelle che agiscono scopertamente e spesso in perfetta sintonia di obiettivi e procedure con  il crimine,  anche grazie alle leggi e ad un sistema che ha liberalizzato licenze, soprusi, furti, e regolarizzato l’impiego di metodi malavitosi: intimidazione, ricatto, estorsione,  occupazione di posti influenti dell’amministrazione statale, al servizio della cupola mondiale, come abbiamo visto succedere a Roma, allegoria dell’intesa tra cricche politiche e mafiose, tra lo Strizzapollici e il Cecato e ambigue ong, tra amministratori e cravattari (ne ho scritto recentemente qui: . https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/16/ite-mafia-est/ ).

Eppure la lotta alla mafia non ha mai priorità in nessuna agenda politica, viene propagandata più sulle cassette di mandarini in qualità di pubblicità progresso delle coop, che nelle scuole o nelle aule dei consigli comunali, è un appuntamento noiosamente improrogabile e uggiosamente doveroso in dibattiti, seminari e kermesse a alto contenuto sociale. Niente di più, perché proprio come i rifiuti, peraltro brand notoriamente occupato militarmente dal crimine in coppola e in gessato, è un sudiciume che si preferisce nascondere sotto il tappeto, sottovalutare, negare e rimuovere finchè non trabocca, avvelena fino a uccidere, ed anche allora occupa per pochi giorni le pagine dei giornali per poi diventare commemorazione o, perfino peggio, docufilm e sceneggiato tv.

Non stupisce che  fino a ieri sia stato tollerato il bubbone purulento delle magioni Casamonica, stupisce ancor meno che sia stato rimosso da presidente di un parco l’uomo che il Financial Times definisce un eroe malgrado l’apparenza dimessa, che ha subito una serie di intimidazioni culminate in un attentato dal quale l’ha salvato l’intervento di uno sbirro che aveva guidato una task force di agenti e funzionari, due dei quali  morti in circostanze inquietanti come i colleghi che scoperchiarono il vaso di veleni nella Terra dei Fuochi.

Si tratta di Giuseppe Antoci, nominato al Parco dei Nebrodi dal Pd, che non l’ha mai sostenuto e che ha taciuto sulla sua precoce  rimozione in cambio di chissà che ritorno, malgrado abbia ottenuto dei successi clamorosi introducendo un Protocollo, poi diventato legge,   che contribuito alla sconfitta della mafia che prosperava nel comparto degli allevamenti e dell’agroalimentare. Si deve a lui, e alle investigazioni delle stesso funzionario di polizia che lo ha salvato in una sparatoria che ha messo in fuga gli autori di un agguato, un modello di legalità  per regolare l’assegnazione degli affitti dei terreni da pascolo, prevedendo, anziché  un’autocertificazione, la presentazione del certificato antimafia anche per gli affitti inferiore a 150.000 euro, fino ad allora esentati e che  messo in crisi gli affari sporchi del comparto silvo-pastorale,  sviluppatisi grazie alle indennità pagate con i fondi dell’Unione europea.  Per eludere i controlli e aggirare quel tetto economico che limitava  il suo campo di azione, la mafia ha creato scatole cinesi di aziende agricole, intestandole a moglie, figli o parenti stretti, fidelizzando con l’intimidazione imprenditori più esposti al ricatto, costringendo con la forza gli agricoltori e gli allevatori onesti a cedere i terreni privati o a non partecipare ai bandi per i terreni demaniali o comunali. È grazie a quel modello che tre giorni fa la Guardia di Finanza ha potuto portare a termine un’operazione investigativa che ha identificato almeno 15 persone in odore o pilotate dalla mafia che avrebbero incassato   3 milioni di euro di fondi della Comunità europea  riuscendo a far pilotare a loro favore le gare d’appalto per l’assegnazione di 16 lotti da pascolo nel Parco dei Nebrodi  con la complicità di un funzionario pubblico.

Possiamo dire dunque che sono finiti i tempi dei professionisti dell’antimafia secondo la nota formula di Sciascia per lasciare liberi di agire gli addetti ai lavori della mafia e i loro fan più o meno occulti, se il piccolo eroe suo malgrado viene cacciato grazie a una rigida quanto sospetta applicazione dello Spoil System, se intorno al suo operato e a quello dei poliziotti che lo hanno salvato viene sollevato un polverone di dubbi e sfiducia fino a congetturare che si sia trattato di una   simulazione alla Belpietro,  di una sceneggiata costruita ad arte da personalità equivoche malate di protagonismo. Quando è evidente che l’esperienza del Parco e le attività di contrasto condotte nel   settore agroalimentare, anche quello minacciato dalla criminalità che hanno portano alla luce irregolarità, rischi sanitari, con centinaia di animali sequestrati, decine di bovini dichiarati sani dai servizi veterinari invece malati di brucellosi e tubercolosi, intere farmacie veterinarie sequestrate, somministrazioni di farmaci illegali o abusivi,  per non parlare di centinaia di chili di carne, salumi e formaggi sequestrati  provenienti da macellazione clandestina, dimostrano che era quella la strada giusta e probabilmente gli uomini giusti al posto giusto.

Ormai  tutto è sgangherato, tutto è così sfasciato che chi ci toglie beni, speranze, giustizia, rispetto e rispetto di leggi e diritti, non si prende più la pena di fingere, di coprire le malefatte con una maschera di ipocrisia o di bon ton. Al contrario ogni richiamo alla morale diventa moralismo, alla giustizia, giustizialismo, in modo da favorire una realistica indifferenza alle differenze. È stato dato per scontato che fascisti e partigiani fossero uguali per colpe e responsabilità, che manager bancari e risparmiatori truffati siano affetti dalla stessa avidità, perché non si dovrebbe dire che gli interessi e i profitti dei boss della finanza non siano altrettanto rispettabili di quelli dei boss mafiosi, ormai promossi a icone leggendarie di teleromanzi, parimenti impegnati a valorizzare territori, creare occupazione, far girare soldi? Soldi che comunque sono ugualmente sporchi.

 


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