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Cosa va in fumo con Notre Dame?

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Poco importa che nei secoli fosse stata rimaneggiata e manomessa, devastata dalla collera rivoluzionaria che voleva farne il tempio della Dea Ragione e ricostruita dalla meticolosa ossessione chirurgica di Viollet le Duc, né più né meno che certi teatrini come Carcassone e del Partenone per contribuire a una Storia di cartapesta, poco importa se secondo criteri estetici più o meno opinabili possa piacere meno di migliaia di altri gioielli meno propagandati, poco importa se questo monumento della cristianità come titolano stamattina i quotidiani, abbia minor potere di suggestione religiosa della severa chiesa di Sovana, di San Sebastiano Fuori le Mura, di San Vitale a Ravenna, e centinaia di luoghi di culto.

Poco importa, perché a fare di un posto un simbolo sono poi le emozioni, le narrazioni che ha suscitato, la presenza nella storia personale con le foto dell’album del viaggio di nozze, e nell’immaginario collettivo.

In chiunque la cancellazione di una porzione del nostro paesaggio naturale, costruito, astratto suscita un senso di perdita. È facile immaginare che i parigini ieri sera intorno alle 19 abbiano ascoltato con sgomento e dolore il sordo crepitio  e poi lo schianto della guglia con le sacre reliquie, abbiano lacrimato copiosamente non solo per i miasmi acri, proprio come i veneziani quel 29 gennaio 1996 quando videro quella colonna di fumo nero e poi le fiamme levarsi dal cuore della città perché stava bruciando senza scampo il loro teatro.

E infatti anche stavolta piangono anche quelli che hanno contribuito alla distruzione lenta o repentina dei nostri beni comuni anche senza appiccare il fuoco o pagare qualcuno per farlo. Perché è inverosimile che Monsieur le Président abbia gettato la sua gauloise accesa sulle impalcature della cattedrale o che l’abbia fatto qualche suo famiglio, anche se la sua immagine avrà beneficiato del rinvio della presentazione pubblica della sua strategia di “riforme” e anche se non è improbabile che usi questa catastrofe per ricontrattare al ribasso i suoi impegni comunitari, come pare non sia lecito fare a paesi colpiti da terremoti a raffica e altri disastri “naturali”. Ma è vero che proprio come per quelli che si continua imperterriti a definire disastri naturali non c’è nulla di imprevedibile o “normale” o fisiologico nell’incendio di un monumento, di un tesoro collettivo, di un capitale pubblico, sul quale invece che con opere di ordinaria manutenzione, si interviene con interventi di emergenza, più costosi quindi ma meno soggetti a azioni di sorveglianza, affidati a imprese che circolano in quel mondo di mezzo globale infiltrato dalla criminalità,  e che perciò si prestano ad agire al ribasso e senza garantire la qualità dei materiali, i tempi di esecuzione, i controlli di sicurezza.

Parigi, come gran parte delle metropoli occidentali, vive la condizione bene espressa da Galbraith nel suo L’età dell’incertezza di opulenza privata in pubblica miseria: con i suoi faubourg ben pettinati, i suoi quai ordinati, le sue piazze che sembrano presepi viventi, ordinate e pittoresche ambientazioni per i turisti della città dell’amore e appena fuori le periferie, le squallide banlieu che anche quelle si incendiano di malessere e ribellione, i quartieri dormitorio, compreso quello di Drancy tristemente noto per essere stato  teatro del   rastrellamento degli ebrei da parte di tedeschi e di gendarmi di Vichy, o quello dove Ferreri impagina la sua allegoria dell’eclissi violenta del mito  virilista.

Sono le metropoli ormai il palcoscenico dove si consuma la rappresentazione più feroce delle disuguaglianze, dove la sicurezza in mancanza di lavoro, servizi di cura e assistenza, trasporti efficienti, offerta di istruzione e cultura secondo pari opportunità, si limita al decoro, all’ordine pubblico gestito per rassicurare i primi e i penultimi criminalizzando gli ultimi, dove les déchets si raccolgono nelle colorite stradine del centro e altrove restano a marcire nei rigagnoli,  dove il patrimonio immobiliare pubblico monumentale e artistico se non viene dato in comodato a avveduto sponsor e mecenati spilorci viene sottoposto tuttalpiù a rinfrescate a beneficio dei visitatori, puntellamenti perenni, coperto da quinte pubblicitarie di durata decennale a coprire la vergogna della trasandatezza e dell’abbandono, o, ma non è meglio, rivisitato per convertirsi in centro commerciale, location per grandi eventi, perché ormai non è più tempo di restituire al pubblico sotto forma di graziose bomboniere le antiche stazioni, trascurate perfino dei popoli delle Leopolde, perché le destinazioni d’uso desiderabili sono quelle che fanno cassetta, che sono oggetto dello shopping compulsivo dei emiri e sceicchi che ne fanno i templi dei loro vizi consumisti come a Dubai e Abu Dhabi.

La bellezza non salverà Parigi e nemmeno la sua Grandeur, se mostra la sua debolezza davanti a un pericolo non certo imprevedibile o eccezionale. Oggi il giornale più sfacciatamente increscioso e imbarazzante d’Italia titola: è l’11 settembre dell’Europa cristiana, preparando il terreno per tutto l’ineffabile e inevitabile sciocchezzaio. Si adombreranno complotti degli infedeli o l’intervento sospetto di imprese con manovali e muratori che invece che la baguette sotto l’ascella si portano sull’impalcatura il kebab,  qualcuno vedrà nell’incendio un monito della Provvidenza inquieta per l’invasione di miscredenti e pagani, qualcuno l’intenderà come  un invito a rifugiarsi nella triade Dio, Patria e Famiglia, compresa quella un po’ meno tradizionale che vive all’Eliseo secondo canoni concessi solo a chi sta più su nella scala gerarchica e morale.

Comunque e da chiunque venga si vedrà nel falò, nella trascuratezza, nei ritardi nelle azioni di spegnimento, una raffigurazione plastica della dittatura del terrore e dei suoi impresari. Ed è così, perché non c’è tanta differenza tra la furia iconoclasta del fondamentalismo islamico per sua natura incompatibile con i valori della nostra superiore civiltà e tradizione, e quella apparentemente più educata di chi distrugge memoria, storia, bellezza per sostituire ai loro templi i sacrari della teocrazia del profitto e del mercato.

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Selfie sul disastro

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A qualcuno sarà capitato di tornare a casa e scoprire che non è più casa sua, che anzi lui è malvisto, a stento tollerato, spintonato, deriso, tanto che in certe stanze nemmeno di entra più, anche se sono ancora piene di ricordi, voci del passato, giochi, risate.

A me succede ogni qualvolta torno a Venezia. Che per chi ci è nato o se l’è scelta come città da viverci, città dell’anima e della vita è una piccola heimat, una patria, e anche una casa tanto la sente sua, in ogni calle, ogni campo, specie quelli con quegli alberetti coraggiosi che sembrano venir su dalle pietre e dai masegni, ogni canal. E le voci sono così famigliari da ricordare quelle dell’infanzia, anche se parlavano lingue diverse e cantavano altre ninnananne.

Anni fa un giornale teneva il conto dei giorni che separavano i veneziani e il mondo dalla data di inaugurazione della Fenice rinata da un incendio che bruciava nell’immaginario collettivo da quella sera di gran vento quando le fiamme si alzarono nel cielo buio e tutti capirono e piansero come quando era venuto giù il campanile.

Nessuno, per pudore, per tristezza, per correità, aggiorna ogni giorno il numero di quanti se ne vanno, di quanti veneziani in meno vivono nella loro città. Nel 1951 erano 175 mila, a gennaio del 2015, 56 mila. Mai così pochi, se non ci riferiamo a quegli abitanti di quei “nidi” di uccelli acquatici, messi insieme per sfuggire a incursioni, fame, malattie, su un “suolo” – una pianura liquida le chiama Mommsen –  fatto di saline e barene e acquitrini  alimentato di piante acquatiche gelatinose, piccole conchiglie, ciottoli, sedimenti, che a poco intrecciarono l’ordito su cui crebbe uno dei miracoli più misteriosi e straordinari nella storia dell’uomo.

Ma mai così tanti sono invece quelli che ci arrivano, per uno o due giorni, a volte poche ore, in fila come condannati, allineati come forzati delle crociere o dei viaggi in comitiva, vomitati giù da pullman e navi multipiano, spaesati, ma concentrati a agitare il bastoncino dei selfie, per immortalare loro stessi e dietro sullo sfondo uno scenario milioni di volte fotografato, dipinti, descritto, tanto che nemmeno ci si sofferma a guardarlo, tanto è noto, stranoto, introiettato grazie a film, spot e ai selfie di chi ci è già passato negli anni scorsi.

Si chiamano  posizionali quei beni che almeno apparentemente appagano bisogni non fondamentali,  ai quali non tutti possono accedere, o perlomeno non tutti assieme, senza   contenderseli e privarsene a vicenda. E  sono caratterizzati da un’offerta sostanzialmente rigida, che non può essere aumentata più di tanto nel tempo: o perché scarseggiano in senso assoluto o in senso sociale o perché il loro godimento è deteriorato dall’eccessivo affollamento nella loro fruizione.

Forse quando li ha definiti Hirsch pensava profeticamente a Venezia e presto a tutta l’Italia, che minacciano di diventarne l’allegoria sinistra, posti dei quali i cittadini sono espropriati e dalla cui gestione sono esautorati, per appagare l’avidità di corsari delle crociere, immobiliaristi, compagnie turistiche, sceicchi e pascià, multinazionali del gadget, che altrove in altri posti del mondo sfornano vetri di Murano, pizzi di Burano, gondole in miniatura, insieme a Colossei, torri pendenti, David di gesso o di polistirolo, che tornano qui sugli scaffali di negozi tutti uguali, offerti da commessi distratti e multietnici a turisti altrettanto distratti, multietnici e di poche pretese, impazienti di tornare sul pullman o sulla nave in modo da guardare dall’alto e con superiorità un luogo così estraneo, per poi continuare a digitare sul cellulare, come peraltro fanno in una perversa coazione a ripetere nel lungo e costoso percorso sul Canal Grande, un biglietto 8 euro per 75 minuti di navigazione.

Quante volte chi come me sentiva l’appartenenza all’area ormai erosa della sinistra ha reclamato la possibilità per tutti di godere dei beni comuni, della bellezza, del paesaggio, frutto della creatività e della storia di un paese, mantenuti grazie alle imposte pagate dai cittadini. Per un paradosso facilmente spiegabile ed esemplare, man mano che vengono alienati, man mano che ne veniamo espropriati, pare ci vengano invece elargiti. Nel modo peggiore ovviamente, in modo da sfiorarli, da passarci accanto prima che diventino monopolio esclusivo di chi ha già tutto e esige anche questo, in modo che il loro accesso e uso moltiplichi profitti di impresari del consumo dei territori come delle merci, in modo che una crociera nella quale si può fingere per una settimana di essere ricchi, possa mitigare senso di frustrazione. ma anche in modo che quel passaggio fugace, quell’occhiata disattenta giustifichi tasse, oboli, balzelli. E in modo che lo sguardo svagato dei ragazzi della Buona Scuola in gita, legittimi la cancellazione delle ore di storia dell’arte, della superficialità dei testi di storia, della cancellazione ormai antica dell’educazione civica.

Contro le invasioni qualcosa si potrebbe fare: anche in questo caso meglio non contare sull’Europa e men che mai sul nostro governo assoggettato a quei padroni che hanno fatto di Venezia, Roma, dell’Italia, un laboratorio sperimentale nel quale saggiare l’oltraggio, l’esproprio, la svendita, il brutto, grazie alla cessione generosa a magnati e mecenati, grazie a partite di giro: un cubo di cemento in cambio di parcheggi (per i clienti del cubo di cemento, ovviamente), licenze facili per B&B e case vacanze in cambio di flussi ininterrotti di turismo straccione e maleducato, pigioni elevatissime in cambio di negozi omologati che vendono paccottiglia omologata di firme globali, un Fontego, una delle più amate e ammirate costruzioni  veneziane, in cambio di un centro commerciale che sancisce l’occupazione militare di una dinastia spregiudicata.

Si, qualcosa si potrebbe fare: porre un limite giornaliero agli ingressi, una soglia  di presenze media  che la città, a causa della sua struttura socio-economica, non superi,  pena lo stravolgimento completo di tutte le attività non legate direttamente al fenomeno turistico. Rivedere l’opportunità di una diversificazione di percorsi   del trasporto pubblico. Una tassa turistica il cui scopo  dovrebbe essere quello di ridurre il surplus del consumatore, rendendo l’attrattiva della visita alla città   meno interessante per chi non è disposto a pagare per «l’esperienza» – in particolare i turisti «mordi e fuggi» – ottenendo  un effetto disincentivante sull’afflusso di visitatori «pendolari» e contribuendo, allo stesso tempo, alle entrate del sistema locale. Introdurre un sistema inflessibile di prenotazioni, in modo da non concentrare gli accessi e la pressione negli stessi giorni e negli stessi orari, come si fa da anni a Luxor, a Petra, a Sanaa.  Ogni volta che qualcuno ha presentato una proposta in tal senso, si è preso due accusa di senso uguale e contrario. Quella di essere uno snob intento a limitare la legittima fruizione del bello al popolo. E quella di andare a toccare gli arroccatissimi e fortificatissimi interessi delle categorie, delle sotto-categorie, dei gruppi, dei soggetti, individuali e societari, ormai delle multinazionali, dei potentati finanziari, degli sceiccati, che, per lucrare sulla fruzione turistica della città storica di Venezia   da anni e da decenni la stanno, come locuste predatorie e voraci, sfregiando, sconciando, divorando, consumando.

Il fatto, banale nella sua semplicità, è che bisognerebbe come si diceva una volta, cambiare il modello si sviluppo. Punire il patrimonio e la rendita immobiliare che ha espulso i cittadini per convertire Venezia un complesso alberghiero diffuso. Imporre tasse elevatissime a chi vende prodotti Made in Venice realizzati a Taiwan o in Boemia. Cancellare le difese crescenti, i benefici del Jobs Act per rilanciare l’artigianato, o meglio l’arte applicata, e la formazione dei giovani apprendisti. Impedire la svendita del patrimonio comune, per convertirlo in accoglienza qualificata. Combattere l’evasione e indirizzare i proventi dell’attività di recupero nella manutenzione della città. Fermare le grandi opere che sono servite solo a realizzare i profitti della corruzione, per contrastare il dissesto idrogeologico della laguna.

Lo so sembra Utopia. Ma se non ci proviamo a realizzarla nella città che è un’utopia praticata, dove fu stampata per la prima volta nel 1550,  dove altro potremmo tentare di salvarci dalla barbarie.

 


Lido: Grand Hotel Speculazione

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una nuvola nera si alzava dall’improbabile, ma così amabile cupola moresca rivestita di rame dell’Hotel Excelsior del Lido, monumento alla mondanità, al cinema. I veneziani l’hanno guardata quella colonna di fumo con lo sbigottito timore con il quale avevano visto accartocciarsi crepitando su se stesso il loro teatro, quando tutto il mondo pianse la ferita inferta alla città più cantata, ritratta, sognata, visitata, immaginata come scenario di innamoramenti e delitti, di carnevali e pestilenze, perché è così quando si diventa una leggenda.

In questi anni di sospetti e di intrighi, ogni incendio, Fenice, Petruzzelli come Thyssen Krupp peraltro, possono essere prodotti dell’incuria, di malsani “risparmi”, o, senza essere complottisti, essere attribuiti alla volontà di intimidazioni e ricatti esercitati a fini speculativi.

L’incendio del grande albergo, scoppiato in un’ala sottoposta a lavori di rifacimento, è stato rapidamente domato, il simbolo di una Belle Epoque renitente a finire, malgrado sia trascorso più di un secolo di guerre, conquiste, stragi, poesie, crimini, benessere, nuove povertà, resta al suo posto, inverosimile e fantasioso come un gigantesco castello di sabbia, come doveva averlo immaginato e voluto nel 1907 il visionario imprenditore Nicolò Spada che commissionò il suo sogno da Mille e una notte all’architetto Sardi, capace in 17 mesi di consegnare la sua opera, nata per essere il sigillo sul destino di sfarzo, fasto ed eleganza del Lido, definita l’Isola d’Oro per la sua sabbia delicata come una cipria. Il Lido era uscito dall’isolamento grazie a un cero Busetto detto Fisola che si era ostinato nel 1857 a aprire uno stabilimento per i bagni in mare: fino ad allora gli stabilimenti balneari erano in città, negli alberghi in riva al Bacino dove adesso passano le maxi navi e si nuotava in specchi d’acqua recintati in Laguna, quando i fioi imparavano a tenersi a galla “co la tola” aggrappati a un legno in Canale. Poi la Compagnia Grandi Alberghi nel 1900 intuendo la vocazione di quel lembo di terra a diventare un luogo speciale, aveva realizzato la severa e gentile palazzina del Des Bains, un’architettura liberty che ispirò le ville che sorsero con felice disordine intorno al Gran Viale e sul lungomare.

Altri visionari, altri imprenditori, altri tycoon, quelli della Ciga, della Mostra del Cinema, altra modalità di interpretare il profitto e il mercato, altro “fare” rispetto a oggi, quando a nessuno parrebbe inimmaginabile che si appicchi un incendio a una costruzione piena di memoria e suggestione.

Ma al Lido ormai tutto è possibile come in remake di “mani sulla città” da proiettare in saletta Volpi, come in un cinegiornale dell’Istituto Luce propagandistico dei magnifici destini dell’alienazione a fini produttivi e di “valorizzazione” dei beni comuni, condannati a finire nel Grande Buco, simbolo della Grande Opera, quel nuovo Palazzo del Cinema la cui prima pietra già tombale venne posta dall’allora Ministro dei Beni Culturali nel 2008 insieme al Sindaco Cacciari, convertito rapidamente nello spettro di un Grande Scandalo.

Perché l’operazione Palazzo della Cinema altro non era che il grimaldello per aprire la strada alla Grande Speculazione, una parte della quale è venuta alla luce insieme all’amianto trovato – ma tutti sapevano che c’erano se l’allora Presidente dell’Uls denunciò l’insalubre iniziativa, apostrofato di uccello del malaugurio e stravagante individua in cerca di popolarità – durante i lavori di scavo per la costruzione affidati alla Saicam, che più scavava, là dove prima c’era una delle più belle pinete dell’isola, centotrenta alberi divelti, e più trovava amianto. Ma continuava a scavare malgrado l’occhiuta presenza di un supercommissario ad hoc, nientepopodimeno che un vice di Bertolaso, messo là più che a protezione della salute minacciata, del buon andamento di una banda d’affari che vedeva di buon occhio il triplicarsi dei costi, secondo le regole nazionali del profitto che fa guadagnare “non facendo” certe cricche con sempre gli stessi nomi: Angelo Balducci, l’ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, intimi di Diego Anemone, che procurava loro le solite compagnie nelle fredde notti in trasferta a Venezia. Con gli alberi scompaiono anche i resti del forte ottocentesco, malgrado i tentativi di salvaguardarlo della Sovrintendenza e delle associazioni degli abitanti, ma intanto evapora anche il progetto. Ma solo quello del Palazzo, perché invece resta in piedi e ben saldo quello che si nasconde dietro, un processo di privatizzazione dell’isola cominciato e poi allargatasi via via intorno alla svendita di alcune delle porzioni più pregiate del territorio isolano, prima tra tutte la vasta area dell’Ospedale a Mare con la sua spiaggia di finissima sabbia chiara, dove dopo lo smantellamento coatto dell’ultimo presidio sanitario, dovrebbero sorgere un complesso residenziale e alberghiero e dove verrà attrezzata una cittadella portuale con 1500 posti barca saranno 1500, con 750 posti auto sopra la diga, con una nuova strada di collegamento verso San Nicolò, con un ristorante, con edifici della Finanza e della Capitaneria, palestre, cantieri e officine, che dovranno così si legge nel progetto “armonizzarsi con le strutture del Mose e le opere in corso”. Una armonizzazione che occuperà una superficie di 480 mila metri quadri in mare, 200 mila a terra, più o meno la superficie di un’altra isola della laguna, la Giudecca.

L’area ancora lussureggiante dell’Ospedale a Mare è stata acquistata da un fondo immobiliare, Est Capital, “promosso” dall’ex assessore della giunta Cacciari, Gianfranco Mossetto, anche lui animato da radiose visioni di ridare al Lido il ruolo di un tempo, per una nuova Belle Epoque cominciata con l’acquista del Des Bains nel qual piove dentro da due anni per scarca manutenzione ma destinato a diventare un residnece per magnati, e appunto l’Hotel Excelsior. E poi il Forte di Malamocco, un complesso militare austriaco costruito a metà Ottocento sui cui resti dovrebbero ergersi 32 ville, meno gloriose, un albergo, una piscina e altre attrezzature. E Est Capital aspira anche a aggiudicarsi l’area verde della Favorita, quasi due ettari di terreno.

Associazioni di residenti si sono fatte qualche conto: l’utile atteso dall’operazione è dell’ordine di 260 milioni di euro, senza contare la darsena e i profitti delle imprese che costruiranno. Ma non sono altrettanto precisi i costi per la città, quello che è stato sborsato in un’impresa fantasma, i danni per la salute e l’ambiente, quelli per la storia e l’identità del luogo, quelli alla legalità, se come sembra autorizzazioni, licenze e permessi sono stati accordati con una sfrontata discrezionalità. E c’è poco da menzionare la manina di Adam Smith, che con il profitto di pochi fa piovere benessere su tanti: come per la grandi navi, come per le grandi opere, come per la Tav, i ponti sullo stretto o sul canale, quella manina si muove secondo lo spirito del tempo, toglie a chi non ha per dare ha chi ha già tutto.

 

 


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