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Jobs Act, il ratto del lavoro

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mica sempre le montagne partoriscono topolini. A volte vomitano orrendi ratti che  spargono contagi, quelli che scappano dalle navi che affondano, scorazzano seminando paura di antiche e nuove pestilenze. Infatti non è un sorcetto quello scaturito dalla montagna di iniquità sovvertitrice della democrazia, chiamato Jobs Act,  che il troppo poco gasatissimo premier con la sua abituale sovrumana sfrontatezza ha definito epocale perché “Oggi è il giorno atteso da anni. Il #JobsActrottama i cococo cocopro vari e scrosta le rendite di posizione dei soliti noti #lavoltabuona“, che se non si intende di lavoro e di diritti, sulle rendite di posizione di soliti noti ha una competenza imbattibile.

Lui e la sua ministra, quella che confonde i ministeri, quella che rivendica l’incompetenza come una virtù, persuasi che i “soliti noti”, gli intoccabili, i privilegiati abbiano messo radici inestirpabili tra i dipendenti pubblici, gli operai, gli insegnanti, i medici, tra tutti quelli che hanno qualcosa di fisso, qualcosa di  certo: la fatica, senza la quale non si campa, hanno confezionato il  prevedibile  pacco dono per Confindustria, per quel mondo di impresa, per quei manager al servizio di azionariati, che non producono e non investono, interessati al gioco d’azzardo finanziario o, nel migliore dei casi, a partecipare al festino degli appalti,  e se non arrivano le briciole a prendere armi e bagagli e andare altrove, in quei paesi propizi allo sfruttamento ai quali ora faremo davvero concorrenza, grazie a leggi che promuovono la transizione da occupazione a servitù.

Dagli anni 90 in poi le spese in ricerca, sviluppo e investimenti fanno registrare entrambe uno  zero virgola qualcosa. L’età media degli impianti è il doppio di quella europea, più o meno 25-28 anni contro 12-15. E l’aumento della produttività del lavoro segna anch’esso uno zero virgola altra miseria fin dagli anni 90. Evitando di impegnarsi in qualsiasi azione che assomigli a una politica industriale, promuovendo la dequalificazione anche grazie al precariato, imprese e  governi  che si sono succeduti hanno  baldanzosamente contribuito a mantenere le aziende italiane nella condizione di ultime della classe.

Certo con il decreto attuativo i co.co.pro. sono superati, ma restano le altre forme di lavoro precario, viene sancita la possibilità di demansionare i dipendenti in tutti i casi di riorganizzazione aziendale e  sono subito operative le  modifiche all’articolo 18 in tema di licenziamenti e la possibilità di reintegro viene eliminata anche nei provvedimenti collettivi, ponendo le premesse della definitiva liquidazione di fatto del contratto nazionale di lavoro,  in attesa di una legge ad hoc  che ne formalizzi la definitiva insignificanza rispetto alla contrattazione aziendale e territoriale. Il potere conferito alle imprese, comprese decine di migliaia medio-piccole, di regolare attraverso  accordi sindacali anche locali sia il salario, sia altri requisiti fondamentali del rapporto di lavoro, avrà come generale conseguenza una ulteriore riduzione dei salari reali e con essi della quota salari sul Pil, retribuzione  che in molti casi collocheranno i  lavoratori al disotto della soglia della povertà relativa, che nel 2013 era fissata in circa 1.300 euro per una famiglia di tre persone.

Ci volevano i nuovisti per dare nuova vita a uno spettro  del passato che trova le proprie basi nella riforma del mercato anglosassone di stampo blairiano, nell’agenda sul lavoro del 2003 in Germania, nei suggerimenti  dell’Ocse della metà anni ’90, che barcolla nel solco di politiche di destra impostate sul taglio ai diritti sul lavoro, sulla compressione salariale e sulla possibilità di un maggiore controllo delle imprese sui dipendenti,  e che è stato seppellito, male purtroppo, perfino dalle fucine del pensiero neoliberista per l’accertata incapacità di contrastare la disoccupazione.

E ci volevano degli schizofrenici, tra i quali merita un lettino in prima fila il responsabile Ocse Anguel Gurria,  per sostenere che il Jobs Act possa rappresentare un “motore di cambiamento” proprio quando le previsioni su cre­scita e occu­pa­zione dell’ Ocse e dell’Istat sono peg­giori di quelle  della Com­mis­sione euro­pea e perfino della Legge di Sta­bi­lità.  Ma c’è una smania tale di incoraggiare la fine del lavoro per transitare verso la schiavitù, di dare una mano al “riformatore” messo là per seppellire con la Costituzione quel che resta della democrazia, che Gurria con sgangherato entusiasmo ha “corretto” i dati della sua organizzazione:  “L’Italia, ha annunciato come se fosse una buona notizia, dovrebbe crescere dello 0,6% rispetto allo 0,4% previsto dall’Ocse …. Le riforme già annunciate e ora praticate dall’Italia consentiranno di aggiungere 3,4 punti percentuali in più, nei prossimi cinque anni, alla ricchezza del paese espressa in termini di Pil, e 6,3 punti in 10 anni”.

Hanno vinto la guerra di classe: secondo l’Istat  il 23,4% delle fami­glie ita­liane vive in una situa­zione di disa­gio eco­no­mico, per un totale di 14,6 milioni di indi­vi­dui, men­tre il 12,4% dei nuclei si trova in grave dif­fi­coltà. Nel nostro Paese lavorano meno di 6 per­sone su 10,  peg­gio di Gre­cia, Croa­zia e Spa­gna, con 2,5 mln di gio­vani che sopravvivono in quella zona grigia nella quale non si lavora,   non si stu­dia e nemmeno si cerca un’occupazione.

La limitazione della pratica negoziale, l’arbitrarietà travestita da meritocrazia che sottende il sistema fasullo delle tutele crescenti, la conferma di innumerevoli tipologie di precariato con l’imposizione dell’egemonia della flessibilità, incrementano le disuguaglianze spingendo chi è in basso sempre più giù e aumentando possibilità, garanzie e privilegi di chi sta su, dove i salari sono elevati, la formazione è continua, l’occupazione è stabile. Mentre giù, sotto, dove c’è la massa, si fluttua dentro e fuori dal’impresa o dal mondo del lavoro, da un subappaltatore all’altro, da uno spezzone di impiego all’altro, figure anonime e invisibili, sulle quali nessuno ha interesse a investire, insoddisfatte e demotivate. E sempre più isolate, sempre più sole, sempre meno amiche le una con le altre, perché il fine principale della flessibilità, insieme a salari bassi, nessuna protezione, superiore ricattabilità, è quello di ridurre persone che avrebbero interessi comuni, aspirazioni condivise, uguali diritti, in monadi diffidenti e risentite, impaurite e indifese, persuase che  la rinuncia sia il prezzo da pagare per la sopravvivenza.

Hanno vinto la guerra contro la democrazia: i delitti di leso lavoro vanno di pari passo con quelli di lesa sovranità e di lesa rappresentanza, così non siamo più lavoratori ma servi, non siamo più cittadini, nemmeno consumatori, neppure utenti, merce a basso costo all’incanto, potenziale bassa forza nei loro conflitti. Ma non vorremo mica morire schiavi, senza nemmeno provare a rialzare la testa?

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