Annunci

Archivi tag: Commissione Antimafia

Renzi, l’insaputello

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi i quotidiani e i talkshow gossip-victim ci mettono a parte dei retroscena di quella che viene definita la “fuga di notizie” dalla Commissione Antimafia con la rivelazione di 4 nomi di “impresentabili” candidati nelle liste delle regionali in Puglia. L’identità dei 4 in una rosa di una dozzina, sarebbe stata svelata da un parlamentare 5 stelle, fortemente stigmatizzato dalla presidente Bindi. Il deputato, ma anche la Bindi, sospettata forse di essersi presa qualche vendetta per via di antiche ruggini con i boy al governo, sono stati oggetto di reprimende da parte dell’abituale parterre dei commentatori, al solito critici con provocatori e agitatori degli umori dell’antipolitica – ne va dell’onorabilità della loro pagnotta  – e al solito garantisti ad intermittenza, al solito custodi autonominati della percezione dei cittadini, facilmente condizionabili e potenzialmente fuorviati da propaganda di disfattisti ostili al regime.

E infatti dei 4 (uno corre con una lista d’appoggio a Michele Emiliano, un altro è candidato con Forza Italia  per Adriana Poli Bortone, gli ultimi due sostengono il fittiano Francesco Schittulli in rappresentanza della lista “Oltre con Fitto” e di Area Popolare), tutti,   si sa che sono in attesa di giudizio, quindi temporaneamente innocenti. Anche se colpevoli di “inopportunità”, reato non annoverato nei codici penali, e assente anche nei codici di comportamento dei partiti che sono tenuti per legge e non per rispetto degli elettori, non per buonsenso, non per correttezza, né tantomeno per osservanza di elementari leggi morali, a non candidare bricconi, a non far eleggere criminali, a non esibire come gioielli di famiglia individui ricattabili, vulnerabili, esposti a intimidazioni e minacce per via di comportamenti discutibili e cattive frequentazioni, se condannati. Altrimenti, purché portino voti, assicurino alleanze e amicizie utili, sono bene accetti, invitati più che tollerati, opportuni.

Mentre è stata considerata invece inopportuna la “violazione del segreto”,  che ha infranto le “regole di correttezza e reciproca fiducia tra i membri dell’ufficio di presidenza”, facendo conoscere strumentalmente quei nomi. Così a scopo pedagogico, per insegnare agli esuberanti  la necessità di osservare criteri del bon ton, ma anche in attesa, pare, di completare l’attività “investigativa” su altri imbarazzanti candidati in Campania, la pubblicazione della lista incriminata ma impunita, slitta opportunamente a venerdì  prossimo, un giorno prima del silenzio stampa, così a ridosso del voto da rendere risibile e ridicola ogni azione  di moralizzazione seppur tardiva, comunque solo “raccomandata” dalla Commissione, le cui segnalazioni non hanno natura vincolante.

Il Pd è legalità, proclama il premier, deriso anche dal Financial Times che lo accusa di non contare nulla in Campania, dove farebbe il bello e il cattivo tempo un attrezzo del “vecchio sistema”.  “Campania poll shows limits of Italian PM Matteo Renzi’s influence”, le elezioni in Campania mostrano i limiti dell’influenza di Renzi.  Secondo l’influente testata la nostra politica locale sarebbe  ancora nelle mani di personaggi sgradevoli e reti clientelari estremamente difficile da smantellare: “il signor De Luca rappresenta la tenacia di quel vecchio sistema di potere”.

Come è ormai dimostrato, i prestigiosi quotidiani economici le sbagliano tutte. E infatti ci vuol poco a capire che il tour elettorale di Renzi, in Campania come in Liguria come a Venezia, non è il tardivo tentativo di mettere il cappello di partito su scelte che  potrebbero premiare il governo, che non ha la funzione di  registrazione postuma di liste predisposte a livello locale, secondo alchimie periferiche estranee e sconosciute al centro. C’è da credere invece che non solo siano un accreditamento, ma siano coerenti con lo spirito che anima questa classe politica, non solo interpretino quello stesso delirio a un tempo di ambizione e impunità, non solo corrispondano a quei requisiti di rottamazione applicati a pulizie etniche esercitate contro poteri e poterucci residuali o competitivi, dissidenti o disubbidienti magari solo per garantire sopravvivenza in vita, ma rappresentano proprio la cifra del clan al governo, il sigillo imperiale su una modalità che si dispiegherà interamente domani, con una Camera di nomi­nati, in grado di  agire da organismo di pura  rati­fica; con un Senato di podestà e sceriffi  a sancire la definitiva consegna delle decisioni nelle mani dell’esecutivo.  Sono gli impresentabili e quelli che presto forse lo diventeranno gli uomini e le donne giuste per il consolidamento e la conferma del regime, per garantire che si possano continuare a votare e approvare  misure impopolari, nel senso che vanno contro gli interessi del popolo, leggi che interessano interi comparti avversate da tutti gli interessati, “riforme” che stabiliscono la loro stessa inadeguatezza, impotenza e la slealtà nei confronti dei rappresentati. Uomini e donne senza scrupoli, premiati per aver svolto con solerzia giochi sporchi, destinati a far fuori antagonisti scomodi o a far passare azioni spregiudicate ai danni dei cittadini, selezionati secondo criteri di affinità, ubbidienza, fidelizzazione, carrierismo.

Ogni tanto qualcuno mi fa sapere che non ci sono alternative, che occorre turarsi il naso e votare Pd. Eppure quelle facce normali degli eletti di Podemos,  che poco assomigliano ai bei faccini dei carini per il rinnovamento di Renzi, dimostrano che si può, se si vuole. Che dobbiamo rafforzare il dissenso intorno alla Buona Scuola, che bisogna stringersi intorno a comitati e comitatini locali irrisi dal premier, che lottano per il territorio, che bisogna rispondere si, anzi no, ai referendum, compresi quelli già vinti e continuamente messi in discussione, che è necessario informarsi ben oltre al Financial Times, che se una risata li può davvero seppellire, allora De Luca, Emiliano sempre in tv, la Paita stragista alluvionale, sono abbastanza oltraggiosamente ridicoli da armarci.

 

Annunci

L’Aquila, avvoltoi, sciacalli e camorristi

l_aquila_-_una_new_town_del_progetto_case__-_30_07_2010_-_augusto_goio_large Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se qualcuno dirà che il problema dell’Aquila è il traffico, come si disse di Palermo. Non è certo inattesa o sorprendente la notizia apparsa oggi sui quotidiani che per trarre maggiori profitti dagli appalti della cosiddetta ricostruzione privata i sette imprenditori coinvolti nell’inchiesta «Dirty Job» della Direzione Distrettuale Antimafia dell’Aquila si rivolgevano alla camorra, in particolare al clan dei Casalesi, per farsi procurare le maestranze a basso prezzo. Sono stati arrestati per ora solo sette imprenditori che operano nell’ambito della ricostruzione privata, quella caratterizzata dall’assenza di bandi pubblici con i lavori che possono essere affidati direttamente dai cittadini proprietari degli immobili danneggiati dal sisma del 6 aprile 2009, ma l’indagine continua.

In fondo all’appello tra i roditori e gli sciacalli che hanno spolpato l’Aquila fino all’osso mancava solo la presenza delle mafie, esplicita e di tradizione, poiché l’eufemismo in voga tra opinionisti e media impone che non vengano chiamate così le alleanze opache tra imprenditori, credito, pubblica amministrazione e politica anche se modi, usanze, linguaggio, usi di casa, coincidono.

Che a dirigere l’autorità che dovrebbe operare e in fretta contro la corruzione e ora a coordinare la vigilanza sull’Expo sia stato chiamato un magistrato in passato in prima linea nella lotta alla camorra dovrebbe significare che il governo ha ben chiare le commistioni oltre che la sinistra corrispondenza nell’agire delle mafie e del “malaffare”, l’integrarsi accertato tra i due contesti così come la convergenza degli interessi.

Ma sospetto che non sia così, che Cantone sia stato scelto per la sua popolarità che fa bene al premier, per la fretta della compagine governativa di far vedere risultati con nomine autorevoli cui non importa seguano i fatti, per quell’apostolato della fuffa che procede per gesti e annunci, cancellando enti e istituzioni ma lasciando al loro posto criminali eccellenti e non, imprese il cui core business è la progettazione e realizzazione di profitti facili e che, come dimostra il caso in questione, se portano “crescita” è quella della precarietà, della caduta degli standard di sicurezza e legalità, della svalutazione del lavoro. E che siano o no in odore di mafia poco importa, tanto è vero che si continua a non aggredire i gangli del crimine economico, in coppola e doppiopetto, per usare a un tempo due stereotipi: falso in bilancio, evasione, riciclaggio.

Addirittura a fronte dell’esplosione mefitica di scandali il burbanzoso giovinastro, così attento all’egemonia della comunicazione, ostenta ancora maggior disinteresse dei precedenti governi, perfino di quelli che santificavano dotti collezionisti tornati da Beirut o improbabili stallieri, al tema della “legalità”, se ne riduciamo la portata al tentativo di contrastare la criminalità organizzata in tutte le sue forme. Davanti alla Tav, al Mose, all’Expo, la priorità è andare avanti a tutti i costi, non ci si spreca nemmeno – come facevano Monti o Letta – a proclamare vigilanza contro le infiltrazioni di malaffare e mafie. L’isteria della crescita, il futurista pragmatismo dei festosi baciati dalla fortuna e dalla Merkel, considerano questi degli optional e d’altra parte si tratta di alleati di governo, finanziatori, compagni di merende, amici di compagni di merende, che ormai a pieno titolo fanno parte dei generosi creatori di Pil, quello cui l’Europa intende far contribuire prostituzione, gioco, scommesse, traffico di droga.

Ma non si può farne una colpa eccessiva. Anzi la colpa è dei mafiosi che sono venuti meno a certe tradizioni. Come i massoni hanno dismesso i grembiulini, loro hanno messo in naftalina la coppola e probabilmente anche il tritolo, forse perché sono sempre meno quelli che dicono di no. E così sono diventati indistinguibili rispetto ai Mantovani del Mose, ai Maltauro dell’Expo, agli uomini d’oro delle Coop, ai brillanti operatori di fondi e agenti immobiliari, a qualche ex-ministro, vanno nelle stesse scuole, seguono gli stessi master, si fanno vestire dagli stessi sarti, e se non lo fanno direttamente lo fanno fare ai loro manager, preparati, dinamici, cosmopoliti.

E dire che dovrebbero saperlo tutti che è così, non solo qualche valoroso investigatore o magistrato della Dia. Lo dovrebbero sapere i giornalisti e gli opinionisti che corrono su e giù per le scalette del consenso come criceti. Lo dovrebbe sapere il governo. Lo dovrebbero sapere i parlamentari, almeno quelli obbligati a leggere gli atti della Commissione Antimafia, e temo siano pochi, nei quali è scritto che le nuove mafie si caratterizzano per il controllo ossessivo, quasi maniacale, del territorio; per una struttura fluida ma saldamente ancorata all’elemento territoriale, ma con una spiccata vocazione alla proiezione internazionale, che permette di dare luogo alla nascita di gruppi federati che si costituiscono all’occorrenza per affari di droga o spartizione di appalti, secondo un modello non gerarchico, ma reticolare e cooperativo. E che le organizzazioni mafiose hanno trovato il modo di affrontare sfide e cambiamenti della modernità in modo sorprendente ed inatteso: rimanendo uguale a se stesse ed esportando in altri territori un modello organizzativo; rivelando una provata capacità di infiltrazione nella Pubblica Amministrazione con il fine di intercettare i flussi di denaro pubblico e una la profonda vocazione ad infiltrarsi nelle Istituzioni, specie con riferimento alla funzione di governo degli enti locali. I numerosi esempi di atti in danno di politici locali ed amministratori locali attestano una logica criminale che punta all’occupazione delle amministrazioni locali e un’elevata capacità di penetrazione nel sistema economico lecito, a seguito dell’accumulazione di patrimoni smisurati.

E se la ‘ndrangheta viene definita come una ‘holding criminale’, “che si caratterizza per il drenaggio delle risorse pubbliche riconducibili ad appalti pubblici, contributi, fondi comunitari e nazionali”, anche la camorra si sta costruendo un impero altrettanto moderno e innovativo, “vestendo sempre più spesso i panni dei colletti bianchi ed assumendo i connotati tipici di coloro che “si propone di fare a tutti i costi una scalata sociale alla grande ricchezza e al potere”e riuscendo a sostituirsi con il proprio ordine alle funzioni dello Stato e degli Enti locali, interfacciandosi con la criminalità globalizzata, accreditandosi come autorità economica, tanto “da indurre alcune realtà imprenditoriali a rivolgersi spontaneamente al capo clan, quasi ad “esorcizzare” l’effetto estorsivo, prima di iniziare l’attività di impresa; mentre in altre inchieste è emerso che grandi gruppi nazionali affidavano la rappresentanza in esclusiva a soggetti riconducibili ai clan, così da ottenere l’ulteriore effetto di facilitare l’inserimento dei propri prodotti sul territorio”.

Un bel po’ di anni fa ormai citavo in un post di questo blog una dichiarazione folgorante di un tenente dei carabinieri di Monza: “ il mondo ormai è la Calabria e quello che diventerà Calabria”. La profezia si è rivelata giusta, il mondo è Expo, è Tav, è Mose, è l’Aquila o lo diventerà.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: