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Vacanze Sventura

pollinoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta le chiamavano eventi naturali imprevedibili, catastrofiche  fatalità. Si manifestavano sotto forma di crudeli rivincite che il destino cinico si prendeva su chi sfidava gli umani limiti, scalando invincibili montagne, scendendo nelle viscere della terra, provocando la collera delle divinità marine. Si tenta ancora di dire che succede così, per caso, parlando di pendolari che passano su un ponte, di gente in gita in un paesaggio bello quanto selvaggio, scendendo magari le chiare e fresche e dolci acqua di un torrente  familiare.  O perfino di errore umano di esecutori scriteriati o incapaci per spiegare l’assassinio di operai (ieri 4) anche quelli morti per mano di un profitto che non intende sottrarre al suo bottino nemmeno un quattrino da destinare a sicurezza, manutenzione, prevenzione.

Invece di tratta di vittime di un concorrere di scelte megalomani e di avidità che hanno preteso di piegare   territorio, suolo, acque, aria al profitto, perfino  della malintesa convinzione che la natura è domata dal progresso, come i lupi ridotti a fare da informatori di educazione sessuale, le tigri a testimonial di carburante, scenari e comparse di un film di animazione pensato per spostare la paura verso altri contesti: la perdita di beni di consumo, di invasioni barbariche, di una piccola criminalità chiamata a fare da paravento a quella grande, di chi ha prodotto dissesto dell’ambiente, dissipazione delle risorse,  cementificazione, taglio di alberi e deviazione di fiumi. O che ha eretto monumenti alla speculazione, al malaffare grazie a opere che hanno come obiettivo la moltiplicazione dei proventi di cordate, sempre le stesse, che traggono ricavi da appalti truccati, da lavori approssimativi in regime di economia, da materiali di cattiva qualità, spesso anche da ritardi opachi, interventi sul progetto pagati cari dalla collettività, opere aggiuntive rese necessarie da errori probabilmente volontari.

Così  sono a rischio le esistenze di chi non ha scelto per le sue vacanze la Parigi Dakar, o le escursioni avventurose sui sentieri  battuti dal crudele terrorismo islamico, perché basta quello nostrano per mietere vite tra chi va in alberghi di montagna sotto la minaccia di prevedibili valanghe, tra chi si reca in gita in paradisi naturali organizzate da malviventi che espongono la “clientela” a pericoli pronosticabili in zone dove il sacco del territorio, la trascuratezza, l’abusivismo hanno  manomesso la natura e i suoi ritmi stagionali,  tra chi va in quieti pellegrinaggi col parroco e con tanto di acquisto di pentole,  sfidando la morte su pullman guidati da autisti a cottimo senza riposo, tra campeggiatori che tirano su le tende in apposite aree attrezzate  sul greto di fiumi che al primo temporale traboccano dagli argini.

Non occorre andare a Hanging Rock o  le ambientazioni  degli horror dove misteriosi accadimenti decimano innocenti boyscout, per perdere i propri figli che le sinistre presenze da noi hanno la forma ben visibile  dei soliti noti: immobiliaristi, dinastie di speculatori e  profittatori,  alleanze di imprese del cemento, multinazionali del turismo. E  più sotto un  ceto di controllati  che vengono incaricati di controllare,  vigilanti che chiudono un occhio e pure tutti e due, amministratori prodighi di licenze eccezionali per edificare o cambiare destinazioni d’uso (che tanto l’urbanistica è ormai la scienza dell’ubbidienza a rendite e privati) in modo che si tirino su casette di fianco a fabbriche di veleni,  a fiumi e torrenti, sotto cavalcavia e dighe, a margine di aree archeologiche alle pendici di vulcani mai dormienti. E ancora più sotto una manovalanza di sfruttati che si sente autorizzata a sfruttare territorio e risorse, di abusati legittimati a abusare  grazie alla concessioni illecita di miserabili benefici a fronte dell’esproprio di beni, lavoro, dignità, godendo di sanatorie  che permettono qualche “necessario” minimo ricorso all’illegalità per approvare mostri sul litorale, deforestazione di boschi secolari, gallerie sotto città d’arte, sopraelevazioni al cospetto  di piazze storiche, purché non si tratti di intemperanti terremotati dediti a costruzioni disordinate di tetti d’emergenza.

Non stupisce che il teatro della nuova catastrofe di questo agosto nero sia la Calabria, ancora meno che la conta di morti aritmeticamente meno rilevante, e il dibattito stantio sulle cause siano stati liquidati in fretta e non per tardivo pudore.  Come se ci fosse una gerarchia delle tragedie da stabilire con l’impiego di indicatori prestabiliti: numero delle vittime e degli scampati, frequentazione dei luoghi, frastuono vero e mediatico, spettacolarità del lutto, potenzialità propagandistica e elettorale. E localizzazione geografica, a conferma che il Mezzogiorno fa meno notizia, che è fatale che in quel contesto già avvelenato da contagi secolari, si verifichino eventi estremi (in analoga occasione ne abbiamo scritto qui:  https://ilsimplicissimus2.com/2015/08/10/il-ministro-della-pioggia-fotocopia-il-vecchio-piano/), che là vige una sindrome di Stoccolma che accomuna carnefici e vittime correi di trascuratezza, maleducazione, irresponsabilità, che in fondo “non siamo razzisti, ma.. si approfittano della protezione della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta”, fenomeni limitati, come il traffico a Palermo, a quelle geografie disgraziate, senza reddito e senza cittadinanza per demerito, dalle quali si distolgono gli occhi per non vedere che sono come noi stiamo per essere.

 

 

 

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Cazzuola selvaggia

edAnna Lombroso per il Simplicissimus

Basta, deve essersi detto il lungimirante legislatore, con la cattiva fama che accompagna il nostro popolo proverbialmente poco incline a ordine disciplina e rispetto delle regole.

È nato così l’atteso  glossario  delle opere di edilizia libera. Un agile prontuario pubblicato in Gazzetta Ufficiale nei giorni scorsi che non liberalizza abusi e licenze, ma elenca quelle opere e operine che si possono effettuare in ottemperanza alle leggi vigenti e in particolare  al Decreto Legislativo 25/11/2016 n. 222 in materia di regimi amministrativi applicabili e delle autorizzazioni di inizio lavori per una serie di interventi realizzabili senza Cila, Scia o permesso di costruire. Si tratta dell’ampia gamma di quelli di manutenzione ordinaria, ma anche dell’installazione di pergole, pergolati, tendoni, tensostrutture, manufatti leggeri in strutture ricettive all’aperto, ascensori compresi quelli esterni,  montacarichi e servoscala e pure le opere contingenti temporanee:    stand fieristici, servizi igienici camper anche di grosse dimensioni, quelle cioè “dirette a soddisfare esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità…” proprio come è accaduto in Irpinia, all’Aquila, in Emilia, nelle aree del sisma dell’Italia Centrale.

L’intento dunque sarebbe quello di aiutare i cittadini – insieme agli operatori del settore edilizio – a rispettare leggi e regole favorendo la tanto auspicata semplificazione, uno dei capisaldi dell’ideologia che ha ispirato il succedersi degli ultimi governi che ne hanno fatto una divinità cui è doveroso sacrificare compatibilità ambientale, estetica e decoro, controlli e vigilanza, legalità. Un obiettivo che si sposerebbe con il rilancio del comparto delle costruzioni, in attuazione non proprio postumadel disegno del cavaliere che aveva fatto del diritto alla casa il motore dell’occupazione tramite un milione di posti di lavoro precario e svalutato, una cornucopia di profitti per immobiliaristi, proprietari e speculatori, un assist per le bolle nostrane e estere, tanto da voler imporre la sua distopia pure agli aquilani obbligati a gradire le sue Milano 2 e 3 fuori dal centro disabitato del quale si doveva cancellare anche la memoria.

E infatti il glossario è il Bignami della generalizzazione e liberalizzazione delle leggi ad personam al servizio della proprietà privata, quella altisonante e pure quella poveretta, che non si può permettere falansteri e palazzoni in riva al mare, cui viene magnanimamente concesso di allargare di una camera l’immobile per farci stare figli che non se ne vanno, di fare un bagno in più per accogliere i turisti.

Quando penso a come siamo diventati e come ci vogliono mi viene alla mente la gabbietta delle cavie che si arrampicammo su e giù per le scalette, proprio come noi alle prese con fondi pensione, cure mediche, tasse, prestiti per la casa, bollette. Cui  viene permesso di sognare di costruirsi un pezzetto di casa in cui tenere anziani che contribuiscono alle spese e ragazzi che ne approfittano, di  tirare su un tendone per arrangiare un’attività “produttiva” o commerciale, perfino, ed è paradossale, di starci in uno di quei manufatti temporanei a lungo termine, in qualità di terremotati,  nuovi poveri, baraccati, stranieri.

E non è nemmeno il manuale dell’abusivismo, perché è da un bel po’ che la semantica di regime ha ridotto la portata criminale del termine, aggiungendovi il corollario della necessità, alla pari per le verandine sul cortile e la case dei pescatori convertite in relais turistici, esclusi comunque gli ex abitanti di Amatrice o Norcia colpiti da penali e  sanzioni per essersi dotati di una alloggio di sfortuna fuori dai canoni della ricostruzione. O intervenendo sulle fastidiose procedure di Via colpevoli di mettere lacci e laccioli alla libera iniziativa, o riducendo la programmazione urbanistica a avvilente trattativa tra proprietà, rendite immobiliari e settore pubblico, destinato a cedere in nome della crescita ai diktat padronali.

A vedere che cosa accade in quei laboratori della svendita del bene comune e dell’oltraggio a storia, bellezza e diritti di cittadinanza che sono le città d’arte in un paese nel quale qualsiasi borgo piò fregiarsi di questo titolo, c’è da sospettare sull’uso che gli ignoranti  al potere faranno del glossario, mettendolo al servizio  dell’offesa, del profitto e della sostituzione dei nativi con uffici, residence e hotel, centri commerciali dove a ogni latitudine si smerciano gli stessi oggetti del desiderio. Per ricchi però, perché a noi stanno proibendo anche quelli.

 

 

 

 

 

 

 


Il sindaco si merita i carabinieri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Li preferivo quando erano più ipocriti. Li preferivo quando erano più democristiani.

Li preferivo quando erano costretti a mascherare il loro innato cinismo con la doverosa carità cristiana  misericordiosa e la loro istintiva volgarità con il bon ton bacchettone, quando nessuno avrebbe avuto la proterva sfrontatezza  di un sindaco molto apprezzato dai media, quel Nardella, tenuto d’occhio perfino dall’Unesco perché il suo modello di governo di una città d’arte prevede la cessione del patrimonio  immobiliare artistico a improbabili mecenati e organizzatori culturali, l’alienazione di quello abitativo tramite un ricambio dei residenti espulsi con società finanziarie e multinazionali del settore alberghiero;  lo stesso che è stato il più diligente esecutore del Daspo urbano contro kebabari e lavavetri, molesti accattoni e poveracci in genere autoctoni e forestieri che minacciamo il decoro, la rispettabilità e il buon nome della città del Giglio; proprio  quello che – il linea con la tendenza generale – si batte per la realizzazione di infruttuosi sottovie e tunnel e metropolitane oltre che inutili aeroporti lasciando che gli argini dell’Arno sprofondino alla prima pioggia d’autunno, indifferente al danno d’immagine che può arrecare il reiterato sacco del territorio a fini speculativi, ecco proprio lui si è espresso senza mezzi termini per condannare l’attentato alla onorabilità e alla reputazione  di Firenze. Ma non quello commesso da due rappresentanti delle forze dell’ordine che usano l’auto di servizio per rimorchiare, la divisa e la pistola per acchiappare, conquistare fiducia e poi intimidire, e che si discolpano come se fossero dentro a una barzelletta sui carabinieri: sono un cretino, non avevo visto che erano ubriache come due cucuzze, pensavo fossero più vecchie.. e poi, diciamolo, si capiva che facevano tante storie ma ci stavano eccome se ci stavano.

Macchè, il Nardella gli dà ragione, all’insegna dell’ “ in fondo se la sono andata a cercare” ( ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/09/09/i-benemeriti-di-firenze/)  e tuona contro la macchia prodotta all’immagine della città da chi ci va per lo sballo, preferendo, si capisce, i locali notturni agli Uffizi, troppi mojito a un tè alle Giubbe Rosse o da Paszkowski (prima che chiudano per far posto a una greppia delle catene multinazionali vanto dell’amministrazione) esponendosi con incauta leggerezza  a indesiderabili effetti collaterali. Dando ragione a chi pensa che approfittare di atteggiamenti liberi e disinibiti, che non dare retta a un no anche pronunciato dopo molti si, sia un atteggiamento virile di reazione a una provocazione e a un invito da guardare con la giusta indulgenza, ancora più giustificabile in uomini che non sono mica caporali. Così  in una delle città del mondo più colonizzate dagli Usa, il dinamico delfino dell’ex premier pensa a missioni educative congiunte sui danni dell’alcol con le autorità americane per restituire fasto e credibilità all’accoglienza fiorentina e al corpo dei carabinieri “la divisa più amata dagli italiani” screditata da due mele appena un po’ ammaccate e perché le sprovvedute visitatrici si attrezzino contro ben più minacciosi criminali sessuali, tutti antropologicamente suscettibili di essere frutti marci.

Eh si, una volta a Livorno si sarebbero precipitati a esprimere cordoglio a versare lacrime di stato e di governo sui poveri morti e sugli sventurati senza tetto.

Invece, proprio come dopo il terremoto a Ischia, comincia l’inverecondo ping pong di responsabilità, iniziano le accuse contro  le amministrazioni colpevoli di compiacente correità con speculatori ma pure con abitanti poco compresi delle ragioni della legalità che perseverano anche con istinti sinistramente suicidi a tirar su muri e vani su argini pericolanti, si moltiplicano le rimostranze contro chi ha chiuso un occhio su abusi per necessità, in altra sede compresi e assolti. Come se da anni il rispetto delle regole non sia dileggiato come un vezzo da sfigati privi di spirito di iniziativa, come se da anni l’urbanistica e la pianificazione non fossero ridotte a pratica negoziale esercitata per tutelare gli interessi di rendite e proprietà private, come se da anni risorse e finanziamenti non venissero convogliati su opere megalomani e inutili anzi dannose, mentre territorio e  corsi d’acqua sono in uno stato di abbandono e gli eventi naturali sia pure aggravati dal cambiamento climatico diventano inesorabili calamità e ineluttabili catastrofi. E come se da anni vengono promulgate leggi e promosse misure che autorizzano abusi e abusivismo, esautorano gli organismi di vigilanza e controllo, favoriscono l’uso privatistico delle risorse e il consumo di suolo.

Si li vorrei più ipocriti perché il loro esternare senza ritegno nauseanti pregiudizi, proclamare infami luoghi comuni contro i quali vigeva la regola del buon gusto e del pudore, convertire in slogan concetti un tempo mormorati con vergogna tra quattro mura, esibire i panni sporchi come fosse una prova di trasparenza da offrire in pasto al popolo bue per dimostrare di farne parte, favorisce la trasformazione dei pacifici bovini in belve autorizzate, legittima istinti e pulsioni che una volta erano repressi magari in attesa che un tirannello borioso o un re travicello li tirasse fuori e concedesse in mancanza di pane e lavoro. Purtroppo i tirannelli, i re travicelli sono arrivati e noi stiamo  rinunciando all’obbligo civile di detronizzarli.

 

 


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