Ciò che è accaduto in Germania è stato ribadito con ancora più forza nelle elezioni austriache: il partito della libertà, Freiheitliche Partei Österreichs, abbreviato in Fpö, è diventato la prima forza politica del Paese battendo quelli che da sempre detengono il potere ossia, i cristiano democratici e i socialdemocratici. Anche i verdi – collante generico per ogni tipo di politica globalista e guerrafondaia – hanno subito una batosta perdendo quasi sei punti. Questo nonostante il fatto che l’Fpö, al pari dell’Afd tedesco, sia stato demonizzato come partito di estrema destra per le sue posizioni contrarie all’immigrazione selvaggia, all’appoggio armato all’Ucraina e al totalitarismo vaccinale.

È troppo presto per dire quale sbocco avrà questo terremoto politico che si cercherà di annullare con ampie e variegate alleanze, nonostante una prassi, praticata da sempre, voglia che il presidente del consiglio appartenga al partito di maggioranza. Però le cose davvero interessanti di questa vicenda elettorale sono due: la prima è l’assenza sulla stampa austriaca, europea e internazionale di una seria analisi politica dell’evento. Nessun tentativo di spiegazione, ma solo accuse allo “stupido elettorato”, quasi che i “malumori popolari” fossero una specie di masturbazione collettiva e non derivassero invece da condizioni reali che non si vogliono nemmeno evocare visto che tali condizioni sono determinate dalle oligarchie di comando. La seconda cosa, ancora più importante, è che sta venendo meno la conventio ad excludendum, ossia la pratica ampiamente usata negli ultimi vent’anni di sterilizzare le forze politiche scomode per le politiche globaliste e/o brusselesche, accusandole di essere di estrema destra e dunque di non avere una legittimità reale.

Questa tattica evidentemente non funziona più non solo nell’area di lingua tedesca, ma anche in Francia dove unicamente un sistema elettorale costruito ad hoc per avvantaggiare lo status quo e i poteri “regali” affidati alla presidenza della Repubblica, oltre ai traditori alla Melenchon, sono riusciti ad arginare la cosiddetta “estrema destra” che appena trent’anni fa sarebbe invece stata ravvisata proprio nei “democratici” attuali. La cosa non ha funzionato molto in Italia perché, nonostante le quotidiane accuse, la Meloni è erede di una forza politica al potere fin dagli anni ’90, sia pure nella posizione ausiliaria di alleato di Berlusconi e del suo progetto neoliberista. Certo su di lei aleggia la stessa aura di inaffidabilità che spinse il sinedrio globalista guidato da Obama a cacciare il Cavaliere e a sostituirlo con Monti, ma tutto sommato finora ha ubbidito fedelmente alla voce del padrone.

Se viene meno la conventio ad excludendum, un sorta di rievocazione del “fattore K” che impedì ai partiti comunisti di entrare nelle stanze del potere, almeno non prima di aver rinnegato la loro natura, per le forze politiche dotate delle più diverse sigle, ma tutte di rito globalista, sarà molto dura restare a galla. Per un po’ si cercherà di dimostrare che il voto alle forze critiche e di opposizione al sistema è di fatto buttato perché comunque le si terrà distanti dal potere reale con i più arzigogolati espedienti, come per esempio si cerca di fare in Turingia, ma proprio questo aumenterà la loro presa. Anzi uno dei fattori rilevanti delle elezioni austriache è che – secondo alcune analisi mirate del voto – proprio la campagna di “mostrificazione” a tappeto dell’Fpö, ha aumentato i consensi di questo partito. Insomma comincia il disfacimento di questa bolla nella quale viviamo da troppo tempo, inizia alla periferia, ma in centro sono costretti a erigere barricate.