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C’è Posta per te e così sia

R600x__medium_151012-130813_to121015cro_2002Orribilmente sedotti dalla vicenda delle quattro banche dal quale è uscito tutto il marcio possibile, tutta l’impotenza dei cittadini e la tracotanza della politica, è caduta nel dimenticatoio la multa simbolica inflitta pochi mesi fa dalla Consob, che certo non è un occhio di falco, ai massimi dirigenti delle Poste per aver messo in atto comportamenti analoghi a quelli di Banca Etruria e sorelle inducendo a disinvestire su prodotti più sicuri al fine rifilarne altri, che convenivano di più al venditore e in pratica titoli di vario genere legati a Poste stesse sui quali si poteva lucrare di più. Una vicenda che riguarda gli anni 2011 – 2013 ma che non a caso è venuta alla luce proprio alla vigilia della collocazione in borsa dell’azienda facendo balenare scorrettezze che tuttavia  mettevano in buona luce la redditività del settore finanziario postale favorendo così la vendita del titolo. Questo è forse il cambiamento sventolato da spot e cartelloni con una copertura fastidiosa e nauseabonda.

Anche in questo caso – riferito, ma non approfondito dai media –  ci sono stati risparmiatori danneggiati, anche se non completamente rovinati, ma la piccola multa di 60 mila euro inflitta dalla Consob è in pratica una sorta di via libera -, sia pure a pedaggio, ad operazioni opache e scorrette. Ricordo la vicenda per dire che è inutile illudersi di essere di fronte a mele marce, che la finanza è diventata questa roba qua. E del resto se così non fosse non sarebbe possibile che – faccio l’esempio che ho sotto gli occhi – che il settore finanziario in Usa produce il  7% del Pil, ma assorbe più del 30% di profitti.

Le regole europee sull’informazione agli investitori e risparmiatori che vanno sotto il nome di Mifid sarebbero patetiche se non fossero incrostate di ipocrisia: esse prevedono che che le banche, prima di vendere un prodotto, facciano quella che si chiama la profilatura del cliente, ovvero verifichino la conoscenza degli strumenti finanziari, la propensione al rischio, gli obiettivi dell’investimento. Tutte cose quasi ovvie, ma che a ben vedere sono un puro flatus  vocis visto che nessun  cliente e nemmeno il banchiere stesso, anche nel caso che sia perfettamente onesto, è in grado di stabilire con certezza il grado di rischio, che gli obiettivi possono cambiare rapidamente vista la situazione in cui ci si trova e che la conoscenza che un cliente può avere è solo estremamente sommaria visto che non può controllare ogni singola operazione.

In realtà il Mifid deriva direttamente dall’ideologia neoliberista che esclude la possibilità di una crisi di sistema, ignorando la constatazione della medesima e quindi concepisce il rischio solo come inciampo ciclico e temporaneo. Certo la normativa nei limiti piuttosto vaghi nei quali può essere effettivamente applicata, al massimo mette al riparo da operazioni scopertamente banditesche, ma non elimina certo il rischio sostanziale di una vertiginosa caduta del banco di gioco o del fallimento dell’intero casino. Del resto dopo che i risparmiatori e i correntisti sono tenuti a collaborare al salvataggio di banche del cui operato sanno poco o nulla, occorreva rassicurare gli investitori instaurando una sorta di bantiquette che nascondesse la realtà, ovvero che una volta depositato il denaro diventa della banca. E che la banca regola la politica e non viceversa.

 

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