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Paradisi fiscali e inferni del welfare

paradiso-fiscale-228540_tnNel nostro mondo schizofrenico le notizie sembrano girare come gli atomi di Epicuro, abbandonati alla casualità e spesso senza relazione tra loro, anche quando essa è evidente. Ora tra la scoperta della gigantesca lista di evasori mondiali, punta di un iceberg, nonostante le cifre colossali e il drastico taglio del welfare avvenuto pochi giorni fa in Gran Bretagna e i tagli chirurgici invocati ieri dal presidente dell’Inps, Mastrapasqua, esiste una relazione diretta. Che si potrebbe sintetizzare in questo modo, rozzo, ma assai vicino alla banalità di questo male: i ricchi non vogliono pagare le tasse, ritengono che la loro responsabilità sociale si limiti alla spesa come motore economico. Così Rentier e multinazionali, opachi tycoon e tiranni di ambigui paesi, politici e  professionisti, banchieri e finanzieri, fanno di tutto per sfuggire ai doveri e al senso della loro cittadinanza, ammassando i soldi neri dove non possono essere scoperti. Ma non si limitano a questo, cercano anche di proteggere in senso lato i loro investimenti pretendendo che gli stati riducano al minimo le loro spese per essere sempre solvibili e ipotizzando lo smantellamento di ogni forma di aiuto nei confronto dei poveri e di ogni concezione di dignità del lavoro.

Perciò l’evasione non è solamente un atto di “disobbedienza individuale”, ma si accompagna anche a tesi politiche la cui trama si è andata sempre più scoprendo con la crisi. Del resto il meccanismo  è troppo esteso per non essere anche frutto di una complicità attiva e passiva dei governi e della politica dal reaganismo in poi. Sono le stesse cifre a denunciarlo: 680 mila società off shore,  10 mila banche ufficiali, più un circuito bancario parallelo e oscuro, un giro d’affari di 1800 miliardi di dollari di cui solo un terzo è riconducibile alla criminalità. I soli fondi scoperti grazie al “database” assommano alla metà del pil mondiale: tutto questo è impossibile senza interessi incrociati e un’ideologia talmente radicata nel laissez faire da impedire qualsiasi concreto intervento nei confronti dei paradisi fiscali. Negli ultimi 15 anni si è esportata molta democrazia del massacro dall’Irak, ai Balcani, all’Afganistan, ma quando si è trattato delle isole stato sparse per gli oceani o delle montagnose enclaves di forzieri segreti, si sono indossati i guanti bianchi e la sovranità è stata puntigliosamente rispettata. D’altronde persino lo Ior banca della Santa Sede non è certo lontana dal “paradiso” e magari hai anche l’indulgenza plenaria.

Certo non si è fatta mancare la condanna a parole, ma gli stati non hanno mai osato attentare alla “sovranità” finanziaria che è l’unica effettivamente riconosciuta. Per questo la Gran Bretagna di Cameron che ha un controllo a volte diretto a volte indiretto su una discreta  fetta di questi paradisi, preferisce tagliare il welfare e annunciare tagli di tasse dalle 150 mila sterline in su, convinta che in fondo i ricchi possono essere scusati se nascondono i fondi. Per molti anni questa ventata reazionaria è stata in qualche modo sostenuta dalla religione liberista uno dei cui dogmi centrali era che la bassa tassazione dei redditi alti e altissimi avrebbe favorito l’economia. Si è visto: ha solo favorito la fuga dei capitali precostituendo un gigantesco alibi morale e “scientifico”per la loro sparizione e per il relativo impoverimento dei ceti medi e di quelli popolari. Verrebbe da chiedersi come mai il boom tedesco e quello italiano del dopoguerra, ma anche la straordinaria crescita degli Usa e in seguito quella del Giappone siano stati possibili in assenza di paradisi fiscali e in presenza invece di tassazioni che al loro massimale arrivavano al 90 per cento.

Comunque sia è del tutto evidente che chiamare i 130 mila professionisti dell’evasione “furbetti” e tirare  in ballo solo responsabilità singole, è un depistaggio, un modo per nascondere l’imbarazzante esito del verbo liberista e forse anche una scusa per alleggerire il prelievo sui ricchi in modo da evitare loro le pene morali dell’evasione, ben sapendo che  qualunque sia il livello di tassazione l’evasione ci sarebbe egualmente. Tanto si sa che oggi è il welfare ad essere visto come una indebita rapina.

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12 responses to “Paradisi fiscali e inferni del welfare

  • Anonimo

    sig. Ussaro, Oliver Twist era tiranneggiato dai caporali di turno , non dallo Stato…

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  • ussaro

    Leggere bene prima di commentare. Le teorie sul capitalismo di stato raffigurano l’ambiente dell’Oliver Twist del momento attuale.Liberarsi dal complesso di edipo della statolatria è l’impresa più difficile.

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  • mediasan

    L’ha ribloggato su Mediasan Online.

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  • Anonimo

    ah…non più lo Stato come padre padrone ora… ci trovemo soli di fornte al padrone capitalista, come nel 1800, all’epoca di Oliver Twist….bei tempi quelli…

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  • iris mascaro

    i ricchi non vogliono pagare le tasse….
    i poveri e gli onesti si diano una regolata , la vita è breve !

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  • Anonimo

    Solo questo: le teorie anti-Stato, consorelle di quelle che predicano che il mercato sregolato e senza controlli si regoli e si controlli da solo, sono la base fondante della reaganomics, ossia quel cumulo di scemenze criminali che sono state la causa prima dell’attuale crisi finanziaria ed economica. A Ussaro forse sfugge che ci troviamo in questa situazione proprio dopo quasi trent’anni di demolizione dello Stato, eppure punta il dito contro lo Stato stesso, in maniera non dissimile dai “libertarian” americani. Come dire che se uno sta crepando di freddo, è perchè ha troppe coperte addosso.

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    • ussaro

      Io ho citato Hayek, ma potrei riferirmi all’ultimo libro di Geminello Alvi, Il capitalismo, nel quale l’autore esamina la situazione delle maggiori economie occidentali, che ormai si modulano sul modello cinese, ovvero sul capitalismo di stato, intreccio perverso tra affari e potere governativo, che alimenta debito e tasse.
      Reagan non c’entra.
      Si tratta di capire che il welfare com’è stato organizzato finora, in sostanza nasconde una truffa perversa contro i cittadini più deboli.
      Il capitale deve tornare ad essere energia creativa e spazio di libertà per singoli e imprese nel segno di un’economia del dono e dello scambio, lasciando allo stato le funzioni essenziali, che garantiscano alla società civile di autodisciplinarsi per il raggiungimento del bene comune, finalmente affrancato dall’inganno di un padre- padrone, dal Leviatano,dal mostro che riduce individui e masse in schiavitù.

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  • Anonimo

    per Ussaro, se non si è ancora reso conto che, nella sostanza, il mercato di concorrenza oerfetta è in ultima analisi un Utopia, dire più grossolana del comunismo…allora è Lei che presenta un visio di origine nel suo ragionamento…se non si rende conto che le teorie ad esempio sull’innovazione Scumpeteriana spesso, e soprattutto in Italia sono solo un miraggio, tanto più se l’innovazione lo studio e la ricerca non vengono pernulla incentivate dallo Stato…allora le sue criche sono fallaci.

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  • Anonimo

    per Ussaro…

    le oligarchie ed i clientelismi spesso sono prommossi proprio dai grandi capitalisti, così da avere la scusa per comportamenti sociopatici…comportamenti ai quali i grandi capitalisti danno il nome di leibertà…( difare quel c…zzo che gli in questo mondo…)…

    Accidentalmente, anche i grandi capitalisti esprimono i loro voto, ed ahanno grandi possibilità e mezzi per influenzare il voto ( e le decisioni ppolitiche…) anche delle classi sociali subalterne…forse questo a Von Hayek era sfuggito…

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  • frankramsey1903

    Mi sembra che si vorrebbei trovare una strada nuova per ripristinare i diritti basilari del mondo del lavoro. Ma non è attraverso la disvelazione dell’arroganza del capitalismo che si può pensare di ottenere giustizia. La strada maestra è nell’unità del mondo del lavoro (grandissima maggioranza) con una corretta ideologia anti liberista. Se non trovate nulla di meglio almeno copiate il marxismo-leninismo, ma non pensate che l’attuale società intensamente e propagandisticamente liberale possa avere anticorpi adeguati per evitare queste grossolane e pericolose ingiustizie.

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  • ussaro

    L’analisi è come al solito ben documentata. Nel ragionamento c’è però un vizio di fondo:l’idea che lo stato sia in grado di provvedere a tutto mediante le tasse. Questa è una falsa verità e un’utopia tragica. In effetti lo stato è ostaggio della partotocrazia, che tesse la sua trama per ingabbiare i cittadini e mantenere la casta o le caste da essa stessa create o favorite. L’Italia è un paese fondato sulle corporazioni emanatzione dei partiti, enti di fatto dediti solo alla propria sopravvivenza tramite il clientelismo e l’asservimento degli elettori con il voto di scambio.Ritengo salutare la lettura di Von Hayek ed in particolare del suo saggio ‘Verso la schiavitù’, che smaschera statalismo e statolatria.

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