Non me lo aspettavo e certamente non se lo aspettava  Marchionne che vi fosse una resistenza così evidente ai tentativi di rapinare i diritti. Parlo dei diritti, non delle deformazioni dell’etica e della pratica del lavoro che sono stratificate per anni.

Nonostante il ricatto vergognoso esercitato dalla Fiat, nonostante il povero Sacconi e la sue “modernità”  repugnante, nonostante i sindacalisti della resa, poco meno della metà degli operai, contando anche quelli che non hanno votato, hanno resistito. Forse meglio di politici rassegnati o interessati a una nuova stagione di rapine sulle spalle del lavoro, hanno capito che quello di Marchionne era un gran parte un bluff.

Quando la Fiat ha avuto davvero un interesse a delocalizzare lo ha fatto senza porsi problemi. Tanto che oggi è la marca automobilistica che produce di meno nel Paese di origine, anche se è al contempo la casa più dipendente di ogni altra (salvo quelle cinesi e indiane) dal mercato nazionale.

Una situazione unica e assurda. Anzi intollerabile perché Fiat non solo ha goduto di grandi aiuti economici, ma ha avuto l’intollerabile vantaggio, grazie sempre alla politica, di impedire che arrivassero anche altri costruttori attirati proprio dalla qualità globale del lavoro italiano. Quello che Marchionne  insolentisce

Ora forse l’AD e tutti quelli che gli tengono bordone nel tentativo di portare l’Est europeo in Italia, i sindacalisti pavidi e il governo che colpisce la scuola proprio per affossare conoscenze e competenze, per ricreare un ambiente più adatto allo sfruttamento intensivo, dovranno rifarsi un po’ di conti. Non hanno ancora sfondato, non hanno ancora vinto del tutto.

E’ una buona notizia, in mezzo al disastro. Non solo per Pomigliano, ma per tutti.