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Facciamoci un gilet

366062825--1-Questo sarà un lungo post, una corsa panoramica e senza anguste misure sui gilet jaunes, sullo spirito che hanno incarnato prendendone via via consapevolezza, sulla risposta unicamente repressiva dello stato neo liberista che così svela menzogne, illusioni e limiti oggettivi di chi ha creduto nella fine della storia. E infine sulla possibilità che questa jacquerie divenuta in poco tempo onda di profondo cambiamento, costituisca l’inizio e l’innesco di una svolta storica.

Ogni sabato, per quindici  settimane, sono scesi nelle strade delle città idi tutta la Francia a decine di migliaia, hanno organizzato assemblee, allagato i social media e la stampa, nonostante gli instancabili sforzi di reprimere, calunniare e sminuire il movimento  dato fin da novembre sull’orlo del collasso: ma i manifestanti in giallo sono ancora lì, segno che rappresentano molto di più di quelle richieste “piccolo borghesi”  in cui li ha incasellati spregiativamente l’informazione di regime. Oggi persino i lacché di penna e microfono del potere macroniano sono costretti a riconoscere che il movimento dei gilets jaunes  si è rivelato molto più complesso  e sorprendente di quanto non fosse apparso all’inizio, almeno ai loro occhi velati. Essi sono riusciti a evidenziare i pericoli dell’utopia neoliberista di Macron e delle oligarchie europee senza basarsi né sul nazionalismo, né sull’allarme migratorio di carattere xenofobo, ma portando avanti una nuova visione della  democrazia e della solidarietà che ha ben poco a che vedere con i tentativi di imitazione o di associazione ideale.

Il minimo che possiamo dire è che i gilet hanno fin da subito suscitato la rabbia isterica di Emmanuel Macron e dal suo governo. Ci sono state ovviamente delle concessioni formali: a dicembre, di fronte alle dimensioni del movimento, il governo è stato costretto a rinunciare al suo aumento programmato della tassa sui carburanti e anzi ha annunciato una serie di misure destinate a calmare la tempesta. Rispetto a ciò che i numerosi movimenti sociali degli ultimi dieci anni di storia francese sono riusciti ad ottenere  – cioè niente – si sarebbe potuto pensare che essi si accontentassero di questa vittoria. Ma i manifestanti non hanno impiegato molto a rendersi conto che le misure annunciate dal governo (aumento del salario minimo di 100 euro al mese, anche se a carico dei contribuenti e non dei datori di lavoro, esenzione fiscale per gli straordinari, un bonus di fine anno per i dipendenti, l’annullamento della tassa CSG per i pensionati con meno di 2.000 euro al mese) era solo fumo negli occhi, perché queste “briciole” erano ben lontane dalle richieste del movimento per la giustizia sociale e fiscale, la redistribuzione della ricchezza e una democrazia più diretta.

E’ forse proprio per questo che il gilet gialli sono stati oggetto di una violenza che non si vedeva in Francia almeno dal 1968. Da novembre circa 80.000 poliziotti, gendarmi, membri di  membri di unità speciali dell’esercito, uomini dei servizi con i loro servizi, si sono mobilitati per “tenere sotto controllo” le manifestazioni in tutto il Paese. Nel corso delle proteste sono state lanciate decine di migliaia di granate lacrimogene e pallottole di gomma contro i manifestanti spesso in contesti illegali. Le cifre del ministero dell’Interno, quindi di una parte che ha tutto l’interesse a minimizzare parlano da sole: finora almeno dieci persone sono morte (una è stata uccisa direttamente dalle “forze dell’ordine”), 2.100 sono state ferite, 8.700 quelle arrestate con 1.796 condanne. La violenza della polizia ha colpito tutti, anche, i medici di strada, i giornalisti, i fotografi e gli studenti delle scuole superiori, vecchi, donne, bambini e persino disabili. Nonostante tutto questo Macron e i suoi compari sembrano lontani dal mettere in discussione le politiche sociali ed economiche che hanno alimentato questa rabbia popolare, il governo ha puntato il resto del suo già scarso capitale di credibilità tentando di screditare il movimento, disumanizzando i suoi partecipanti e demonizzandone le azioni: il ministro degli Interni Christophe Castaner e i membri del partito di Macron parlano costantemente di “teppisti”, presentando i manifestanti come una folla odiosa, xenofoba e fascista. Il duro rifiuto di Castaner di riconoscere la violenza della polizia è sorprendente. Il mese scorso, mentre invitava i francesi a non manifestare, ha minacciato: “coloro che dimostrano sappiano che sono complici dell’ hooliganismo”.

Certo dev’essere un cretino coi fiocchi o uno che crede che lo siano gli altri, ma di fatto questo eccesso di violenza cieca alla fine è diventato esso stesso un argomento di discussione  nella vita pubblica francese. Dopo due mesi di triste silenzio sulla repressione della polizia contro i manifestanti, i media – che fino a quel momento erano interessati solo alla violenza perpetrata dai “teppisti” – sono stati costretti a svegliarsi. Sembra ormai passato molto tempo dall’affaire  Benalla, quando l’opinione  pubblica e i media sembravano agitati non tanto dal fatto che la guardia del corpo di Macron, forte del suo ruolo di favorito,  picchiasse i manifestanti e scatenasse la sua furia contro un uomo a terra , ma per il fatto che non fosse un poliziotto. Per la prima volta, su radio e TV, si cominciano a sentire intellettuali che si rifiutano di condannare i manifestanti e cercano di spiegare la rivolta  in termini di violenza sociale ed economica che la politica pubblica ha imposto alla popolazione. Per la prima volta, il governo non riesce a strumentalizzare la violenza per screditare il movimento: piuttosto, la sua stessa violenza sta aiutando ad amplificare il messaggio dei manifestanti.  D’altra parte a questo cambiamento di atmosfera hanno contribuito le mobilitazioni dei gilets contro la repressione della polizia e a sostegno delle vittime: centinaia di testimonianze, foto e video di gilet jaune feriti sono circolate sui social media anche quando i media erano interessati solo a mostrare violenza “hooligan”. A dicembre, un video che mostrava oltre cento liceali nel sobborgo parigino di Mantes-la-Jolie in ginocchio, le mani in testa, circondati dalla polizia in tenuta antisommossa, è diventato virale e la posa che questi adolescenti sono stati costretti ad adottare è stata ripresa dai manifestanti , che lo hanno reso uno dei simboli  delle loro  proteste. Le donne coinvolte nel movimento sono state particolarmente attive nella marcia parigina per denunciare la violenza della polizia e hanno voluto che alla testa della manifestazione ci fossero i feriti nelle prime settimane di protesta. Rompere il silenzio ha significato anche sollevare il velo su una violenza che è stata perpetrata per decenni contro i movimenti di opposizione e specialmente le popolazioni dei quartieri poveri, della classe lavoratrice e delle minoranze etniche della Francia. Si apre così la strada a una convergenza con le lotte degli irregolari o dei circoli sociali urbani.

In effetti, tutto questo fa parte del quadro più ampio dello slittamento autoritario che ha raggiunto il suo massimo sotto il governo di Macron. Questo autoritarismo si rivolge prima di tutto contro chiunque combatta i poteri in essere.  Chi abbia partecipato alle manifestazioni lo sa: non si può più dimostrare in Francia senza rischiare di andare all’ospedale o peggio. La polizia ha persino iniziato a confiscare sistematicamente maschere, occhiali e sieri indispensabili per i manifestanti di fronte a raffiche di gas lacrimogeni. La libertà di manifestare è a sua volta sempre più minacciata, dal momento che lo stato di emergenza è stato introdotto sulla scia degli attacchi terroristici le cui cause e dinamiche affondano nello stesso potere che si è dedicato dall’organizzazione dell’esercito terrorista  contro la Siria. A questo si aggiunge la repressione attraverso i tribunali. Persino molti giuristi hanno espresso le loro crescenti preoccupazioni su questo stato di cose. E a ragione: perché il numero di gilet che Jaunes arrestati ai margini delle manifestazioni per motivi “preventivi”, così come il numero di manifestanti condannati al carcere – a volte solo per i messaggi di Facebook – è davvero sorprendente. Per non parlare delle intimidazioni giudiziarie nei confronti di coloro che vengono considerati come uomini simbolo del movimento in maniera così grossolana e grottesca da fomentare l’indignazione: uno di loro, Julien Coupat è stato detenuto per quasi quarantotto ore perché aveva un giubbotto giallo nella sua auto cosa peraltro obbligatoria per legge.

Da questo punto di vista il macronismo  sta prendendo una china inquietante anche perché in qualche modo incoraggiato dall’oligarchia europea che vede messa in questione la sua stessa esistenza e i propri strumenti di potere tra cui l’euro e le regole di bilancio che ne derivano. Ad ogni modo con il disegno di legge sulle “false notizie” che limita la libertà di stampa, la legge sull’asilo e l’immigrazione che impone regole più severe sui più vulnerabili, nuove regolamentazioni per rendere  segreta o quasi la vita interna delle aziende e la trasformazione dello stato di emergenza in legge ordinaria, di fatto si marcia vero un regime autoritario. E dire che Macron era stato eletto per evitare la Le Pen. Ma il fatto centrale, che spesso sfugge, è che questa non è l’eccezione, ma la regola, perché il capitalismo nella fase neo liberista cerca di imporre una direzione che la società deve seguire, vale a dire, il dominio del mercato globale considerato come la fine della storia e il migliore de mondi possibili. Lo stesso inquilino dell’ Eliseo lo aveva detto nella sua campagna elettorale sostenendo che la Francia stava soffrendo perché non era riuscita ad adattarsi alla “modernità” dell’ordine economico globalizzato, più specificamente a causa del suo sistema politico e delle istituzioni antiquate e ossificate.Eppure oggi in Francia come altrove nel mondo le contraddizioni all’interno del neoliberismo – e in particolare la crescente concentrazione di ricchezza e la distruzione dell’ambiente – stanno alimentando una sofferenza popolare e una rabbia espressa nel rifiuto di queste politiche. La risposta violenta e repressiva rimane l’unica possibile per le governance neo liberiste sia all’interno che all’esterno. 

Proprio per questo la mobilitazione ha continuato ad aggregare nuovi elementi, dalle scuole superiori agli studenti universitari e ai movimenti sociali nelle periferie delle grandi città. Mentre all’inizio i rapporti tra i gilets e le organizzazioni sindacali erano difficili, i membri del sindacato presto hanno cominciato ad apparire durante le proteste e molti sindacati hanno portato solidarietà, spesso grazie all’iniziativa e alla pressione delle strutture di base o territoriali. Il 2 febbraio scorso primo “sciopero generale” combinato con una dimostrazione che univa i sindacati , la CGT, Solidaires e alcuni rami di Force ouvrière con le jaune gilet . È stato un successo straordinario, con oltre 300.000 partecipanti. Il prossimo sciopero generale nazionale che unisce i gilets jaunes e il gilets rouges  è stato convocato per il 19 marzo. Questo nonostante dentro al movimento ci sia ancora un po’ di tutto, grazie anche alle infiltrazioni che peraltro erano state già annunciate da alti gradi delle forze armate e ai media che presentano come capi del movimento personaggi che sono assolutamente marginali o addirittura in polemica con esso. Il fatto sostanziale è che questo sommovimento sta ridefinendo gli obiettivi collettivi dal basso e si oppone radicalmente all’insistenza autoritario-neoliberista secondo cui la sovranità popolare dovrebbe essere delegata ai leader e agli “esperti”.

Oggi siamo di fronte al fallimento politico del progetto europeo e alle correnti politiche dominanti in tutto il mondo occidentale, esse stesse per lo più campioni dell’utopia neoliberale. In contrasto con questi ultimi, il movimento dei gilets jaunes sembra essere uno dei pochi movimenti popolari a non essere costruito attorno ai fattori di pancia ed è dunque una possibilità storica di svolta di cambiamento. 

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Ecco la democrazia secondo Bruxelles

CatturaOggi me la voglio prendere comoda e pubblico semplicemente un video, che ha fatto il giro del mondo e si mostra come la polizia abbia trattato gli studenti impegnati nella protesta contro la riforma della scuola e dell’università in senso privatistico. Come si può vedere le scene sono da campo di concentramento e mostrano il volto vero del macronismo che è poi lo stesso dell’Europa che lo ha voluto in quanto enfant prodige del mondo finanziario. In quelle immagini si scorge oltre ogni dubbio una mentalità e un progetto di società servile che porta con sé lo stesso fascismo e autoritarismo che dice di voler combattere con la marea di ipocriti che assentono con la testa che suona come le maracas al carnevale di Rio. L’imbarazzo del governo francese è stato palpabile, non tanto per i 146 arresti quanto per il fatto che le immagini sono scioccanti,  visto che non riprendono la violenza durante lo scontro che è deprecabile, però in qualche modo comprensibile, ma mostrano quella successiva nella quale i “prigionieri” vengono messi al muro e fatti inginocchiare, totalmente al di fuori dell’adrenalina del corpo a corpo. Sembra di vedere scene sudamericane o quelle della Francia di Vichy e riproducono in qualche modo quelle del G8 di Genova.

La scusa addotta dalla ministra della Difesa, Florence Parly,  è stata quella della violenza che ha costretto i poliziotti ad intervenire. E’ una miserabile giustificazione, una fuga per la tangente perché intanto le immagini si riferiscono a momenti molto successivi agli scontri e poi perché questi avvengono proprio perché le persone si sentono private della partecipazione e si trovano a vedere calata all’alto ogni cosa da parlamenti che hanno ormai una rappresentatività solo mediatica e non reale. Quindi l’accusa ancorché pretestuosa va restituita al mittente.

 


Catalogna, certe estreme conseguenze

2017-10-01T201248Z_559464058_RC186E569230_RTRMADP_3_SPAIN-POLITICS-CATALONIA-kJbB-U43370957024727p5-593x443@Corriere-Web-SezioniC’erano una volta le vacanze intelligenti, divenute poi desuete per esaurimento della materia prima, ma in compenso abbiamo il terrorismo intelligente che si direbbe molto più perspicace del milieu politico europeo per non dire delle popolazioni guidate e incantate dai pifferai di Hamelin dell’informazione: sembrano branchi di lupi o esemplari isolati che ululano Allah akbar, che colpiscono nel mucchio come possono, magari col furgone, fanatici così rozzi da lasciare regolarmente i propri documenti di identità in bella vista prima di essere crivellati di colpi, e invece parrebbe che sappiano esattamente dove e come colpire per ottenere il massimo risultato dal frutto avvelenato della paura.

Pensate, attaccano in Gran Bretagna prima del Brexit e delle elezioni politiche, in Francia prima del voto amministrativo  del 2015, che a causa della dell’accorpamento delle regioni rischiava di regalare un successo storico al Front National e prima delle presidenziali che hanno avuto lo stesso tema, poi dopo 13 anni di assenza totale tornano nella penisola iberica e fanno strage a Barcellona a distanza di un mese e mezzo dal referendum sull’indipendenza della Catalogna e ora, a un mese dallo scadere dello stato di emergenza che da anni ha sospeso la costituzione di Francia, si rifà vivo a Marsiglia e in circostanze sospette nelle quali un rapinatore  noto alla polizia fermato e rilasciato il giorno prima, senza riferimenti al terrorismo, ammazza due donne e  viene freddato da militari di pattuglia: meglio di un discorso presidenziale. Tanto più che è arrivata regolare come una cartella di Equitalia, la rivendicazione dell’Isis o meglio di Rita Katz,

Insomma sembrano saperla più lunga di noi, sembrano calcolare precisamente le reazioni, la logica emotiva, se non fosse che alla fine favoriscono sempre e senza eccezioni, quei governi, quello status quo che formalmente è in guerra con il terrorismo e che si fa votare in quanto garante della sicurezza pretendo poi di essere remunerato con restrizioni della libertà. Si direbbe anzi che il terrorismo è un nemico di classe favorendo di fatto le forze dedite ai massacri sociali concepiti in nome della finanza e della politica ad essa subalterna. Allora forse quei poteri non sono davvero in guerra con il terrorismo, forse se ne servono nell’ambito di un do ut des opaco, forse parti di quel potere si sono autonominati spin off di certi clan elitari e fanno propaganda con i metodi che conoscono meglio. La vicenda drammatica e illuminante del referendum catalano, con tutto il suo carico di assurdità, mi fa dubitare che un potere il quale  ” in chiaro” è disposto a reprimere ogni libertà di parola, a sparare proiettili di gomma ferendo in qualche caso gravemente i propri cittadini, che fa manganellare settantenni, che fa chiudere seggi, che rapina le urne con i voti, è disposto a ben altro se le azioni sono in qualche modo “criptate” e non possono essere decifrate se non si hanno i codici giusti.

Mi sono spinto in questo territorio minato da molti punti di vista, perché osservo che sia a destra che a sinistra, sulla base di opposti tic culturali, si faccia fatica a riconoscere il dato di fatto fondamentale, ossia che in Catalogna c’è stata una vasta e compatta mobilitazione popolare contro gli assalti di Madrid e del potere visto in parte come “centrale” in parte come stragista di diritti e tutele, spesso in entrambi i modi. Una mobilitazione prima ancora che a favore dell’indipendenza contro la negazione del diritto di voto. Rifugiarsi dentro l’analisi di ciò che vorrebbro o non vorrebbero i dirigenti catalani, che da varie sponde aderiscono l’indipendentismo (che tra parentesi non ha proprio nulla a che vedere con le ridicole vicende italiane),  delle vere intenzioni o delle tattiche che sono all’origine del referendum,  è solo un’evasione dal tema principale che da destra vuole esorcizzare la forza del popolo come si potrebbe dire in maniera un po’ retorica, ma efficace, da sinistra (ammesso che esista al di là delle etichette) come ritrosia ad ammettere che le mobilitazioni ci sono anche al di là dei contesti in cui si è abituati a considerarle e a benedirle. Dire che anche questa sarebbe una grande occasione per comprendere i processi ed entrarvi da protagonisti invece di fare salotto e parlare con la erre moscia.

Ma allora se si vuole accuratamente evitare il dato fondamentale della vicenda e dedicarsi ai retroscena elitari, bisogna andare fino in fondo al cinismo del potere, fino alle estreme conseguenze.


Prove tecniche di eurofranchismo

DLDcbOaXoAE7bHu-720x300Quasi  mille feriti, proiettili di gomma, arresti, assalto della guardia civil ai seggi per impedire il voto, barricate, immagini di violenza poliziesca persino sugli anziani, gente che si mette davanti ai mezzi della polizia come in Piazza Tienanmen e questa volta senza montaggi o ricostruzioni mitologiche: insomma scene come se ne vedono in qualche angolo lontano del mondo con l’ottusa convinzione che da noi queste cose non possono accadere. E tuttavia il referendum per l’indipendenza della Catalogna ha superato ogni aspettativa di partecipazione al voto viste le condizioni in cui si è svolto: più di due milioni e 200 mila persone sono andate a mettere la scheda e ill 93% per cento di loro ha detto sì all’indipendenza.

Ma a questo punto i numeri hanno un’importanza relativa: ciò che è morto nelle strade di Barcellona è l’idea civile e democratica di un’Europa che sta progressivamente gettando la maschera: al suo posto vediamo un’ Unione, che fa le pulci al Venezuela per molto meno di ciò che è accadto in Catalogna, che istituisce i ministeri della verità, censura i media russi in un crescendo di isteria, che ha tollerato e anzi appoggiato l’ormai conclamato franchismo del governo di Madrid, necessario al mantenimento dello status quo finanziario e delle istituzioni che lo rappresentano, come del resto appoggia concretamente il nazismo in Ucraina, l’autoritarismo in Ungheria e Polonia ogni e qualunque schifezza nei Paesi baltici o il mantenimento ad libitum di un regime extra costituzionale in Francia. La democrazia e la partecipazione sono ridotte a miserabili pretesti gestibili di volta in volta vuoi per glorificare i golpe contro governi liberamente eletti, vuoi per demonizzare la partecipazione popolare quando essa va contro i governi amici o si orienta su personaggi lontani dall’establishnet.

Nel recente passato l’arma utilizzata è stata una densità senza precedenti di minacce banco – finanziarie e campagne mediatiche pervasive e pressoché univoche grazie a un sistema mediatico ridotto a megafono del potere, ma questa volta si è permesso che un regime amico mostrasse il suo vero volto, la sua radicata ispirazione all’ultimo totalitarismo nazifascista sopravvissuto in Europa dopo la guerra, di fatto arrivando a innescare una sorta di guerra civile visto – tanto per dirne una – che la polizia catalana e impompieri si sono rifiutati di obbedire agli ordini di Madrid e alla sua vera e propria occupazione. Tutto questo è tanto più grave perché la possibilità che un referendum sull’indipendenza della Catalogna raggiungesse la maggioranza era davvero minima e tutti i protagonisti lo sapevano benisimo: una condizione ideale per lasciare spazio al dialogo e alla trattativa piuttosto che alla repressione militare. Ma in questo caso hanno prevalso i bassi e irrefrenabili istinti del franchismo conservatore di Rajoy, timoroso forse che una buona percentuale degli indipendentisti al referendum avrebbe indebolito la posizione sua e dell’elite cui fa riferimento o forse semplicemente che un “atto di debolezza” – così questi signori interpretano un referendum – avrebbe aperto la porta ad analoghe richieste: insomma ha voluto dare un esempio, usare la forza e dare prova  di incommesurabile idiozia. Abbandonando la persuasione in favore della repressione il governo di Madrid è riuscito a dare una base di piena legittimità alle richieste di indipendenza. L’Europa invece di arginare questa strategia di azione l’ha coperta pur rendendosi conto dei pericoli insiti nell’azione di Rajoy e ha preferito rimanere a fianco del suo uomo di Madrid, per interesi evidenti e timori per lo status quo, ma anche per una forma di rigetto e sospetto contro ogni forma di consultazione popolare. Così quello stesso continente che è accorso a fianco degli Usa per distruggere la Jugloslavia in nome dell’autonomia e dell’indipendenze delle sue regioni, poi con la Scozia e con la Catalogna, ha seguito l’orientamento esattamente contrario, segno che ormai l’Unione non ha più idee o ragioni, ma solo interessi e pretesti.

Con questo risultato: ciò che prima era un’aspirazione all’indipendenza più gettata sul tappeto dalle elites locali per ottenere maggiore autonomia, si è e prima saldata al desiderio di sfuggire alla mannaia dei diktat europei e adesso, con la stupida repressione del referendum na acquistato un vero, visibile nemico ede è divenuta dunque una lotta concreta.


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