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Come li Monti, li smonti

AMBASCIATA-DI-GERMANIA-monti-napolitano-casini-bonino_2-1024x682Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo so, lo so, non mi va mai bene niente e nessuno. In questi anni ne abbiamo visti di giocondi, leader, dirigenti politici, ministri con l’eterno ghigno come iene, presidenti ilari alla faccia nostra, che hanno soffiato i loro gas esilaranti ma altamente tossici per drogarci con il loro entusiasmo come certi coach di atleti bolsi e senza fiato che gonfiano di anabolizzanti perché resistano giusto dl tempo di rivenderli a un’altra società.

Non erano state meglio quelle facce immote, di tolla o di bronzo, che fanno pensare a un buondio stanco dopo una settimana di lavoro che si affretta a  mettere insieme svogliatamente un po’ di fango e ne viene fuori un volto inespressivo, l’espressione di un vuoto feroce pronto a riempirsi di algoritmi e convinzioni di comodo al servizio di interessi padronali.

Oggi un esemplare per tutti, quel Mario Monti issato su una poltrona a vita e su un’altra giusto il tempo di effettuare uno svelto e irreversibile massacro, atteggia la sua maschera allo sdegno, deplorando che ieri il suo Senato è stato esautorato:  lui che ha aperto le porte al pretendente allo scanno di piccolo Bonaparte che voleva la cancellazione dell’assemblea della quale ora orgogliosamente fa parte sia pure in forma liquida se non volatile, accusando l’attuale governo di aver fatto “evaporare una parte della sovranità nazionale in perdita di prestigio del Paese”;  lui che ha inventato l’implacabile condanna è l’Europa che ce lo chiede, dando potenza istituzionale al “servaggio” ai diktat (il Fiscal Compact viene votato in forma quasi clandestina durate la sua presidenza), mostrando la dovuta e esacerbata stupefazione per il tremendo e inatteso accadimento: “una manovra dettata  da Bruxelles”;  lui, il cocco imperiale dell’antitrust, che viene mandato in tutta fretta a custodire gli interessi monopolistici del regime eseguendo alla lettera, e anche un po’ di più, i comandi della famosa missiva segreta che costò il posto al cavaliere, perfino, quello, meno subordinato, perfino, quello, meno posseduto dalla teocrazia neoliberista.

E che dire dei lacrimosi, quelli che sostituiscono la pietà alla solidarietà, la beneficenza alla giustizia, l’emozione alla ragione. Chi sa bene che soffrono gli svedesi riservati e enigmatici dei film di Bergman almeno quanto le vaiasse che si strappano i capelli delle sceneggiate, gridando Ciro, Ciro, non avrebbero dovuto farsi impressionare dal pianto della Fornero, che divenne un’icona soprattutto tra le signore incantate dalla presenza iconica di una quota rosa impulsiva e passionale, sensibile e istintiva, come vuole la retorica sullo specifico femmineo. E come continuano a volere le fan della S.p.A. Ferrante che preferiscono gli umili, come l’Useppe della Storia, e i poveri, purché anche poveri di spirito, che così si prestano a essere umiliati, vessati, mazziati, però dolcemente riconoscenti per qualche mancetta, teneramente supini sotto le busse meritate per nascita, miseria incontrastata, scarso spirito di iniziativa.

A ben guardare piangono di preferenza e a comando, quelli che te lo stanno mettendo in saccoccia, o te la stanno svuotando anche a pensare a uno dei primi a sdoganare i lucciconi, proprio prima della riduzione del Pci a “azienda”, o a quello che a operazione di eutanasia conclusa si è fatto immortalare in forma di selfie mentre frignava come un bambino che non ha avuto il trenino promesso.

I  questi giorni il tasso di umidità è aumentato grazie alle lacrime, smentite come fossero una oscena debolezza poco virile, di Emma Bonino, il cui curriculum non lascia dubbi sulla natura di entusiasta trasformista e spericolata equilibrista tanto che la laureata con tesi su Malcom X è diventata un modello esemplare della categoria dei negri, pardon dei radicali,  da cortile, al servizio di ogni regime.

Da tempo ho esaurito la mia magra scorta di riconoscenza per le vittorie del divorzio e dell’aborto legale, da subito ridimensionate a elargizioni di un minimo sindacale sempre minacciato dal pensiero e dall’azione cattoliberista. Su questo è perfino noioso tornare (in occasione dell’ultima fune su cui si è prodotta l’instancabile sacerdotessa dell’Ue e della Nato,favorita di Erdogan e all’occorrenza perfino di Alfano durante il caso  Shalabayeva, ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/03/01/bonino-o-malino/ )

Invece vale la pena ricordare a chi si è commosso per le sue secrezioni,  che i diritti dei quali si è autocertificata in qualità di paladina, non sono i miei, non sono  quelli delle donne e degli uomini che non si accontentano delle prerogative “cosmetiche”.  Che vengono benevolmente somministrate e con molta parsimonia, nel mentre ci vengono sottratte quelle duramente conquistate, che credevamo fossero inalienabili e invece ogni giorno sono messe a rischio, in modo da far perdere di vista  i deplorevoli  “ valori materialisti” (che ispiravano la ‘critica sociale’ e la lotta di classe) in favore di  “valori post-materiali” più moderni e fashion (l’autoespressione, la libertà di inclinazione sessuale).

E figuriamoci se con le sue referenze anche la Bonino non si prestava ad “assecondare la sottrazione” per convincerci che visto che non si può avere tutto, tanto vale accontentarci delle briciole che restano sotto il tavolo del privilegio, che al resto è realistico rinunciare. Magari con qualche protesta propagandata sui media, che ci viene concessa per un po’  godere del paradosso della debolezza, l’opportunità cioè di deprecare i comandi e accettarli, mettendo il muso, facendo la scafetta come lei o la Fornero, perfino disapprovando, ma in rete, che in piazza sarà sempre più vietato.

E così, ma solo per un po’, abbiamo potuto compiacerci delle famiglie dell’era capitalista post moderna: trans, etero allargata, mista con genitori 1, 2 e 3, mentre si rottamava non quella tradizionale, magari, ma quella fondata sull’amore, la solidarietà, gli affetti, il sostegno reciproco qualsiasi forma avesse e abbia, per frantumare insieme a lei ogni cellula, nucleo, aggregato sociale che possa ostacolare il progresso, il trionfo cioè del sistema capitalistico  assoluto che ha bisogno di individui privi di identità che si riconoscono tra loro solo attraverso la lingua alienata dello scambio commerciale e del consumo.

Ora perfino quei diritti dei quali rivendica la maternità per i quali in tante e tanti abbiamo combattuto, sono messi in discussione, insieme a quelli del lavoro, della salute, di espressione, di culto, a conferma che nulla è al sicuro in questo mondo, che toglierne uno significa impoverire tutti gli altri e toglierli a uno significa che è più povera tutta la gente. E questo è uno dei principi fondanti della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà. Per le quali noi non abbiamo più lacrime da versare, ma solo collera per difenderle.

 

 

 

 

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Rubando con le lacrime agli occhi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcosa unisce in forma sorprendentemente bipartisan i severi e algidi esponenti del governo e l’esigua opposizione, quella meno ribalda ma più baldanzosamente passionale. Così dopo le maschie lacrime di Di Pietro a vent’anni da Mani Pulite, ecco le altrettanto virili lacrime della guardasigilli. Commentando il pianto del leader dell’Idv riguardo a Tangentopoli, la ministra Severino ha dichiarato che “E’ un tipo di sofferenza che accomuna tutti i politici che stanno facendo del bene e soffrono per le critiche che ricevono. Capita anche a me”.
Sono ingenua e quindi a una veloce lettura mi ero convinta che le dolenti esternazioni della ministra sgorgassero dal senso di inadeguatezza davanti alle piaghe che affliggono il Paese. O di pentimento per scelte inappropriate come gli hotel di pena per criminali di serie A. O di vergogna per dover dichiarare che la lotta alla corruzione è si importante ma non prioritaria come le liberalizzazioni e le semplificazioni. Macchè, non piange nemmeno per la sorte di qualche amico o contiguo non proprio in odore di trasparenza, che più in là, con tutto comodo, forse sarà investito dal promesso inasprimento delle pene per evasori e corruttori.

No, piange per se stessa la ministra, rivendicandone la stizzita frustrazione, quella di chi si sente ingiustamente incompreso pur lavorando per il bene comune, sfidando l’odiosa impopolarità. Resisto volentieri alla tentazione di citare altre emotività di governo fin troppo esplorate, interrogandomi però se non sarà il caso che ambedue le lacrimose estendano la definizione di impopolare non solo a misure che non piacciono al popolo ma anche a misure “contro” il popolo. Dandosi così una motivazione del nostro, per loro incomprensibile e imprevedibile, disappunto.
Ne abbiamo viste di lacrime di governo e di opposizione, di regime e di lotta. Ha pianto Occhetto alla Bolognina, ha pianto Prestigiacomo misconosciuta dal suo boss. E George Bush cantando “God Bless America”, e Lim Boon Heng primo ministro infedele di Singapore. Berlusconi poi, non si contano le volte che si è abbandonato a commozione e pietà le più svariate e ben distribuite tra le torri gemelle, Mike Buongiorno, Saddam, migranti, Eluana, forse anche l’eroe Mangano, chè si sa l’uomo è emotivo.
Perfino l’arcigno Giovenale, omofobo, misoneista e misogino svela una scorbutica gentile comprensione per la debolezza di chi piange: “la natura al genere umano ha dato le lacrime, il più alto bene in noi è l’infinita tenerezza”.

Si le lacrime sono un dono, quale che sia il sentimento che le origina, dolore, rabbia, compassione. Lo sa bene chi non sa piangere e le riceve come un regalo prezioso che lenisce qualcosa di profondamente riposto, sciogliendo quel gomitolo di filo spinato che abbiamo in gola. Kant dice che il primo vagito del neonato è di collera, quando vuole liberarsi della zavorra di quel corpo appena conosciuto e che lo rende impotente a agire. Una piccola collera la sua, di chi si affaccia all’avvenire. Cui crescendo si guarda con speranza, se ancora si sa piangere, perché, dice Derrida, nel pianto c’è un frammento di futuro immaginato e inatteso, innocente e gentile, una richiesta di aiuto per ferite recondite e segrete, una inarticolata consegna agli altri.
Si direbbe proprio che l’accecamento degli occhi velati dalle lacrime permetta di guardare più lontano e più addentro e più profondamente.

Ma si vede che non è così per tutti. Per qualcuno forse sono lo schermo dietro al quale custodire cinismo, egoismo, indifferenza al pianto degli altri, fastidio estraneo e schifiltoso per le sofferenze degli inferiori. Sono quelli che ci hanno promesso con soddisfatta sobrietà sangue e lacrime, ecco, le rivogliamo indietro, togliamo loro il diritto di piangere di passioni che non provano e non vogliono conoscere. Vogliamo piangere come i neonati, di collera, come gli esuli, d’amore per bei posti lontani nei quali ritorneremo, d’amore per i nostri uomini e le nostre donne, di coraggio perché non vogliamo avere paura, d’innocenza come i nostri figli. Ha torto Euripide, le lacrime nuove per vecchi dolori non sono sprecate.


Ermeneutica delle lacrime

Licia Satirico per il Simplicissimus

L’ermeneutica delle lacrime di Elsa Fornero sta diventando una scienza complessa: l’evocazione dei sacrifici, originariamente circoscritta alle pensioni, diventa, col passare dei giorni, un monito oscuro che tocca il senso stesso della nostra permanenza nel mondo, oltre che la capacità materiale di abitarlo. La ministra ha precisato, davanti alla Commissione lavoro di Montecitorio, che per completare la riforma delle pensioni occorrerà modificare gli stipendi. L’illusione di un cambiamento migliorativo dura lo spazio di un attimo: la curva retributiva vede oggi disgraziatamente i salari crescere per tutto l’arco della vita lavorativa, comportando l’esigenza aziendale di liquidare al più presto i lavoratori meno produttivi. Per sciagurata coincidenza, la retribuzione non è direttamente proporzionale alla produttività dei lavoratori, ma – al contrario – aumenta quando quest’ultima diminuisce per incipiente vecchiaia. Il lavoratore anziano è troppo pagato: condannato a lavorare fino ai limiti delle possibilità umane per non incappare nelle maglie del sistema pensionistico contributivo, diventa peso. Diventando peso, però, guadagna assai più di quanto non sia opportuno retribuirlo e rallenta il mercato del lavoro: è un moderno Gregor Samsa, destinato a trasformarsi in un enorme insetto dopo sonni inquieti di stabilità e giustizia sociale.

Il binomio austerità-ingiustizia evocato da Anna Lombroso assume qui una grottesca forma di manifestazione: negli stessi giorni in cui il Parlamento rifiuta di infliggersi sacrifici di Origene modificando privilegi, indennità e trattamenti pensionistici di deputati e senatori, scopriamo la giustizia sociale.
Il binomio austerità-ingiustizia evocato da Anna Lombroso assume qui una grottesca forma di manifestazione: negli stessi giorni in cui il Parlamento rifiuta di infliggersi sacrifici di Origene modificando privilegi, indennità e trattamenti pensionistici di deputati e senatori, scopriamo che gli stipendi dei lavoratori non cresceranno in rapporto al costo della vita, alla durata della vita lavorativa e presumibilmente in proporzione alla durata della vita. Il circolo vizioso è dietro l’angolo: l’esistenza lavorativa sarà sempre più lunga per raggiungere gli stenti della pensione, ma non ci eviterà gli stenti dell’esistenza lavorativa.

Applicando per coerenza ad altri settori dello Stato sociale le politiche sacrificali della ministra Fornero, si delineano scenari poco rassicuranti. I ventilati tagli alla sanità non saranno più sufficienti, ma diventerà necessario procedere a un cambiamento dei malati. Occorrerà ridurne drasticamente il numero, o evitando le malattie (soluzione deprecabile, che rischia di implementare le file dei disoccupati di sana e robusta e costituzione) o evitando i malati (prospettiva tutt’altro che irreale, considerato l’aumento insostenibile dei ticket per alcuni esami diagnostici fondamentali). I tagli al mercato del lavoro non saranno più sufficienti a contenere il debito pubblico ma occorrerà eliminare il lavoro o, in alternativa, i lavoratori: ipotesi, quest’ultima, che consentirebbe di operare provvidenziali tagli biologici al welfare più striminzito d’Europa.

Ci hanno spiegato che il taglio è buono e giusto e necessario, salvo specificare cosa debba essere tagliato: il privilegio o il diritto? L’evasione o la garanzia del lavoro? La corruzione o lo stipendio? Il profitto o le pensioni? E quali speranze di crescita può avere un Paese dove i lavoratori non sapranno più quanto, come e fino a quando vivere? Su questo la ministra tace, ma non piange.


Lacrime dei potenti, sangue dei cittadini

Rosella Roselli per il Simplicissimus

Due parole, le ultime mie, sulle lacrime di Emma, pardon!, Elsa Fornero, la ministro donna prefica, categoria questa ormai ascrivibile alla mitologia di cui farà parte a pieno titolo con la Prestigiacomo, che seppe opporre soltanto il pianto alle sciagurate politiche ambientali del governo di cui faceva parte, e la Carfagna che si sciolse in lacrime guardando la mobilia del suo ufficio nell’attimo fatale dell’addio . Non è questo quello che mi aspetto da una donna, non solo almeno, forse perchè come molti non ho mai avuto troppo tempo per piangere, meno che mai per farlo in favore di telecamere. Certo, abituati alle arlecchinate come lo siamo stati finora – magari offenderò qualcuno dicendo che ho ritenuto tale anche la stizza della stessa Fornero al cospetto di una parte delle parti sociali (!) che avrebbero dovuto rappresentare in modo più numericamente cospicuo le donne- a qualcuno è sembrato meraviglioso scoprire il lato umano del potere (economico, politico, fate voi, ormai la differenza è talmente labile). Lacrime di Elsa e sangue nostro, con buona pace di quel numero irrisorio di possessori di jet, barche, suv, redditi al di sopra di un tot per i quali, ammesso che non trovino qualche scappatoia, non sarà difficile pagare qualche centesimo in più. Son commossa davvero della partecipazione, dell’empatia che circonda Elsa (o Emma? boh), la sua difficoltà nel pronunciare la parola s a c r i f i c i, ecco, scandisco bene per gli amanti dell’horror.

Ma vorrei ricordare ai compassionevoli che sono altre le categorie alle quali bisognerebbe riservare la propria solidarietà. Per esempio i pensionati al minimo, talmente abituati a farli i sacrifici che sono ormai rassegnati, i malati, che dovranno pagare ancora di più per la propria salute magari dopo aver nutrito per anni il Sistema Sanitario Nazionale, uno dei nostri mostri più insaziabili che finirà per nutrirsi anche delle nostre carogne, i lavoratori pubblici e privati (privati dei diritti acquisiti oppure quasi maturati come nel caso dei pensionandi), i giovani che vegetano nelle case dei loro genitori in attesa del nulla, gli studenti ai quali sarà sottratto il diritto all’istruzione per mettersi presto a disposizione del nuovo sistema previdenziale. Quindi per quel che mi riguarda, se proprio dovrò piangere, ma preferisco lottare, lo farò per queste persone, e per tutti quelli che nel computo da libro mastro della Fornero Elsa, la ministra dal cuore tenero, trovano posto soltanto nella colonna dare.


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