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Istinto arrendista

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei secoli i poteri imperiali,  economici o militari o religiosi, si sono guadagnati un successo collaterale utile a coagulare consenso intorno alle loro opere e ai loro misfatti. Comportamenti illegittimi e immorali si sono magicamente trasformati in arti, quella della guerra che ha avuto maestri e sacerdoti da Machiavelli al generale Sun Tzu, quella del persuadere variamente interpretata da Blaise Pascal a Prezzolini fino a Piattelli Palmarini, quella di vendere e di vendersi, tradotta in manuali per piazzisti di merci e di sè stessi, che va d’accordo  con quella del compromesso, a indispensabile e doveroso corredo della politica, in modo da convertirla nel più pratico e disincantato esercizio della realpolitik.

Via via però abbiamo compreso che mentre un tempo venerabili maestri e astuti consiglieri indottrinavano i principi in procinto di salire al trono, spietati generali si chinavano sulle mappe insieme a ufficiali ambiziosi per studiare strategie e tattiche e smaliziati mentori addestravano ambasciatori e diplomatici per istruirli a condurre delicate trattative e faticose transazioni senza che le parti in causa fossero autorizzate a reazioni esuberanti e irragionevoli, oggi i nuovi arrivati che fanno irruzione sulla scena dell’esercizio della cosa pubblica arrivano già imparati, legittimati alla spregiudicatezza, alla prepotenza o,  peggio ancora, alla rinuncia anche vergognosa di convinzioni, all’abiura di fede e patti sottoscritti, fino al tradimento e alla resa. Giustificata per sedicenti fini nobili, in nome dell’interesse generale, se  il compromesso significa l’assoggettamento a chi viene riconosciuto come il più forte: un atteggiamento che ha caratterizzato la sinistra che ha deposto da tempo le armi contro il nemico di classe nella confortevole e conveniente persuasione che fosse possibile anche solo immaginare una alternativa allo status quo.

Oggi assistiamo ad una esemplare esercitazione dell’arte del compromesso come virtù e prodotto della ragionevolezza, del buonsenso e dell’attenzione al bene del popolo peraltro irriconoscente tanto che a gran voce chiede il rispetto di antiche promesse, decantata come necessaria, imprescindibile e fatale da chi ha raggiunto obiettivi importanti personali o di gruppo proprio grazie alla critica feroce  ai sistemi e alle cattive abitudini della cerchia dei “politicanti”  delle sue prassi illegittime in nome del numero di voti conquistati e di maggioranze legali ma spesso “illegittime”.

Non si capisce cosa vi sia di sensato nel consegnarsi, grazie alle mosse e alla furbizie di un mediatore che ha già dimostrato una certa navigata spregiudicatezza di montare  su un carro per assicurarsi il passaggio, a un avversario con l’aspettativa di farne un alleato meno ombroso, meno ingovernabile, meno prepotente di quello precedente,  che è riuscito a rivelare la fragile costituzione fisica e programmatica  dell’alleato, costretto via via alla capitolazione.

Non si capisce come potranno essere conciliabili i “punti fermi” del movimento, già soggetti a ripensamenti e cedimenti con le referenze del futuro compagno di strada che vanta tutta la serie di “risultati” oggetto della ferma opposizione del passato, così tenace allora da aver prodotto consenso e esiti elettorali grazie alla condanna di misure antipopolari: dal Jobs Act, alla Buona Scuola, dalla legge  Fornero alle disposizioni in materia di tutela del territorio che avevano ridotto la partecipazione di cittadini alle scelte e premiato l’avidità dei privati, oggi in attesa di ulteriori regali grazie alla secessione delle regioni ricche.

Non si capisce come, diminuita la potenza elettorale, il movimento 5Stelle possa sentirsi in grado di resistere alla pressione di un soggetto che, proprio grazie alla protervia brutale di Salvini e alla arrendevolezza del partner d governo, si è ritagliato una credibilità umanitaria, a suon di tweet, visite sul red carpet di imbarcazioni solidali, contraddetta in realtà dai suoi precedenti rappresentati dalla strategia del ministro Minniti in materia di controllo dell’immigrazione, di accordi con entità fantoccio in Nord Africa, di ordine pubblico inteso come persecuzione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

O come potrà contrastare la tenacia di chi Tav, trivelle, militarizzazione delle isole, grandi opere e piccola salvaguardia a posteriori, non li ha subiti di buon grado, ma fortemente voluti e promossi nel quadro del definitivamente assoggettamento al disegno di riduzione della sovranità, dell’autodeterminazione,  pronto per questo a intervenire vigorosamente sulla Costituzione per vendicarsi dell’affronto subito in via referendaria e per portare i frutti delle sue rapine di democrazia  da mettere sotto i denti dei vampiri imperiali.


Tsipras, l’eroe per caso

grecia602Una cosa è più che evidente nella crisi greca: tutti contendenti sono alla ricerca affannosa di un compromesso che nella realtà non può esistere pena lo sfilacciamento di un progetto euro – europeista, passatemi il gioco di parole, di segno così elitario e reazionario da proporsi come regime autoritario, ancorché dotato di una sua ritualità democratica, accuratamente svuotata di senso. Bruxelles non può cedere di un millimetro, altrimenti quella piccola misura finirebbe per trasformarsi in metri e chilometri quando gli altri Paesi in crisi chiederanno le stesse cose. Non può cedere anche se ha un terrore totale del referendum, e prima ancora di un risultato negativo del principio stesso per cui si ogni tanto, fortunosamente e scavalcando un milieu politico subalterno e in forma di gilda medioevale, ci si rivolge ai cittadini.

Dall’altra parte Tsipras pare una dramatis personae che non riesce, nemmeno di fronte all’evidenza, ad abbandonare tutta la mefitica zavorra finanziario-europeista, reagisce con il coraggio della disperazione quando proprio è messo all’angolo e tenta ogni volta di tornare sui suoi passi, di sacrificare il vitello grasso all’euro che non vorrebbe abbandonare  anche se è la macina legata al collo dell’uomo in mare, e a volte, come nel discorso di ieri sera, dà persino l’idea di sperare che vinca il sì all’Europa degli strozzini.

Tutti cercano un compromesso che non esiste, che è negato dalla logica e dai fatti: perciò ogni tentativo di avvicinamento delle due posizioni si risolve fatalmente e paradossalmente  in un nuovo atto di guerra perché non c’è altro esito possibile se non una resa della Grecia o della moneta unica, della visione solidale della società o della sua espressione elitaria e diseguale. Ma tutto questo accade anche perché le due parti hanno almeno una cosa in comune: l’aver abbandonato e rifiutato l’idea di conflitto che è invece alla base della democrazia come sistema di risoluzione dello stesso. L’Europa post muro di Berlino, risucchiata dal liberismo selvaggio l’ ha negata per evidenti interessi e visioni elitarie, Tsipras da buon socialdemocratico del vecchio continente  l’ha rinnegata e si sente in colpa ad incarnare la figura dell’eroe, è costretto ad essere ciò che non è.

Di certo se in Grecia vincerà la paura irrazionale, quella che pietrifica il coniglio davanti ai fari dell’auto in corsa, se vincerà il sì Tsipras farà la stessa fine di Papandreu e in Italia ci si dovrà preparare ad un’altra e peggiore mattanza di salari, pensioni e welfare (per la dignità ho molti dubbi che costituisca un valore in questo Paese). Se vincerà il no, il premier greco potrà accendere candele a tutti i santi ortodossi nella ricerca di altri compromessi, ma non c’è altra strada che l’uscita dal sistema monetario europeo. E si aprirà in tutto il continente una nuova stagione.  Così Tsipras sarà più che mai un eroe per caso.


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